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L’infestazione

Racconto di Flavia Catena.

«Sì, sono topi, non c’è dubbio».
«Avrebbe dovuto chiamarci prima, la situazione è seria».
«Eh già, ha qualche ospite. Ma non c’è da preoccuparsi: si fa fuori subito».
«Bestiacce, signora mia, bestiacce. Bisogna che ve ne liberiate senza perdere tempo!».
Tutti quelli che ispezionavano la casa, quali che fossero le reazioni e i giudizi personali, dicevano la stessa cosa: la mia soffitta era abitata da una, due, forse tre famiglie di topi.
E io le immaginavo: generazioni di mamme topo, di papà topo, di topolini che facevano dispetti ai nonni e alle nonne topo nascondendosi in anfratti dove loro, gli anziani, non riuscivano più a correre scattanti come una volta, come quando quella casa apparteneva a nessuno.
Prima che nascessi e che mio padre comprasse la terra su cui era stata costruita, erano gli alberi a possederne le mura, i fiumi alimentati dalla pioggia ad allargarsi tra le stanze. Poi quei fiumi vennero coperti di terra, di cemento e di mattoni, i rami furono tagliati e le radici estirpate; nuove le pareti, i soffitti, nuove le finestre, e quella catapecchia si trasformò nella casa più elegante che si fosse mai vista in tutta la valle.
La luce attraente del futuro me la fece abbandonare a ventitré anni e dimenticare per i dieci anni successivi alla morte dei miei genitori. Credevo di avere trovato il mio terreno fertile in un ufficio dove ogni parola seminata germogliava, il mio nido di pace in un appartamento affacciato su un parco, l’affetto familiare in un gruppo piccolo ma accogliente di amici. Non fosse che quegli amici si lasciarono attrarre presto da altre luci, più intense, e la mia parola si fece così fioca da non essere più udibile. Quando alla solitudine in cui rimasi si aggiunse la sensazione di aver esaurito le volontà e i desideri che mi avevano mossa da giovanissima, decisi di tornare alla valle.
Allora iniziarono le gare, i tip tap, le danze.
Accadeva tutto sopra la mia testa, là dove ogni tanto alzavo gli occhi in cerca delle piccole stelle che io e mia madre avevamo disegnato su un angolo del soffitto. Non ero ancora riuscita a trovarle; sembrava che la casa le avesse spente, vendicandosi così degli anni di buio e freddo a cui l’avevo costretta.
Le prime settimane le passai a mettere in ordine, appendere quadri alle pareti, cucire tende nuove per le finestre e ascoltare quegli invasori inaspettati. Si muovevano da un capo all’altro della soffitta con una rapidità irreale. A volte il rumore che facevo con trapani e martelli li fermava. Pochi minuti dopo la corsa ripartiva più veloce di prima, accompagnata a scricchiolii e suoni strani, simili a colpi di tosse.
In diverse occasioni risposi d’istinto a una voce che sembrava invocarmi, per poi rendermi conto che non c’era anima viva in strada, che la radio era spenta, il telefono rotto, i rubinetti chiusi, non un elettrodomestico acceso.
«Perché non chiama Flora? A me ha risolto il problema delle cimici», mi consigliò un pomeriggio Gisella, la vicina.
Flora era una sensitiva e si diceva avesse un talento speciale nel trattare con gli animali, di qualunque natura e dimensione fossero. Mani sottili e ossute, occhi velati dalla cataratta, solo due denti in bocca e un’espressione innocente da bambina sul volto deformato dalle rughe, Flora si presentò alla mia porta un paio d’ore dopo la mia chiamata.
«Non voglio sapere nulla, vengo e ne parliamo», disse.
Prima del suo volto, notai la borsa di stoffa che teneva stretta al petto. Da quel che vidi, conteneva solo riviste, fazzoletti ricamati, un paio di occhiali e una confezione di biscotti che mi avrebbe offerto una volta accomodatasi in cucina. Erano all’anice. Ne addentai uno, e sentii il cuore sfarfallare in fondo al mio stomaco per la nostalgia.
«Li mangiavamo sempre insieme… io e mia madre». Bisbigliai come se parlassi tra me e me.
Gli occhi velati di Flora mi sorrisero, e guardandola mi sembrò che altri due occhi vi stessero nascosti dietro, diversi nel colore e nel sentimento che li faceva tremare.
Non si affrettò a chiedermi di mostrarle la casa. Non mi suggerì di far ricorso a trappole e tanto meno a veleni. La parola topi che io scandii piano, quasi con imbarazzo, come se stessi introducendo un argomento sconveniente nella più piacevole delle conversazioni, lei non la usò nemmeno.
Restammo lì, sedute al tavolo della cucina, io impaziente di ricevere un consiglio utile, lei di descrivermi i tanti profumi che sentiva. Partendo da quello della salvia che tenevo in balcone, mi raccontò dei vecchi alberi che abbracciavano la casa, delle volpi che passeggiavano nel giardino, quelle che il rumore delle seghe, dei martelli, delle scavatrici aveva allontanato, e dei nidi di cicogna che addobbavano il tetto. Non sapevo quanti anni avesse, ma da quel che diceva, e considerando quanto indietro nel tempo andassero i suoi ricordi, mi feci l’idea che dovesse superare gli ottant’anni. E più parlava, più raccontava di storie e fatti che risalivano a quando mio padre non era ancora nato, e mio nonno era un ragazzo, più mi convinsi che ottant’anni fossero troppo pochi e quella donna ne dovesse avere almeno cento.
Dopo il caffè, il secondo che le offrii e che lei bevve in un sorso solo, uscimmo in giardino per una passeggiata. Flora poggiò le mani sulle mura esterne della casa, accarezzò i cespugli, le rose appena sbocciate, i rampicanti che avevo incoraggiato ad avvolgere la staccionata, poi si tolse le scarpe e proseguì a camminare scalza. Si muoveva come se il suo corpo mancasse di peso, come se levitasse anziché sostenersi sui piedi poggiati a terra.
«Hai mai provato a parlare con loro?» mi domandò, abbassandosi a osservare una lumaca che pendeva da un filo d’erba.
«Chi?»
«Gli spiriti».
«Spiriti?». La parola mi uscì dalla bocca spezzata.
«Quelli che stanno in soffitta. Ogni casa ne ha. Nella mia ce ne sono venti. Alcuni vivono nell’armadio, altri nel forno, che non uso più da anni. Ce ne sono che girano in cucina e nel capanno degli attrezzi, in cortile. Non li vedo, ma so come si chiamano. Parlo con loro tutte le sere. Solo se faccio così non mi disturbano quando dormo. Provaci anche tu».
Strinsi la mano che mi tese, tremando, e la ringraziai. La vidi uscire dal cancello accompagnata da un abbagliante raggio di sole.
Aspettai che il cielo si coprisse, che il vento si sollevasse, e che dal paese lontano un rintocco di campane mi avvertisse dell’arrivo della sera, prima di rientrare.
Stesa sul letto, attesi per un po’ prima di sentirli, poi dissi:
«Sono fiorite le rose».
Non risposero, ma proseguii a parlare. Feci lo stesso il giorno seguente, rendendoli partecipi del lavoro fatto in giardino, del mio progetto di costruire una serra, di piantare zucchine e melanzane nell’orto. Anche a quello non reagirono.
Una sera, presi un libro lasciato a metà tanti anni prima e iniziai a leggerlo dal capitolo in cui lo avevo interrotto (la foglia che aveva macchiato la pagina mi permise di ritrovarlo).
«Aspettavamo di sapere come continuava».
Una vocina flebile riecheggiò nella stanza.
«Chi siete?» domandai.
«Non fermarti, continua a leggere», si unì l’eco di altre cinque voci distinte.
Sera dopo sera, io leggevo, parlavo, e da loro mi veniva sempre e solo quel: «non fermarti».
Quando arrivai all’ultima pagina del libro uno degli spiriti squillò: «Bentornata!»
Nel guardare in alto, seguendo la direzione della voce, mi accorsi che le stelle sul soffitto c’erano ancora e che brillavano come astri veri, intrappolati in un passato che si svelava solo in quel momento.
Fu allora che ci presentammo, io agli spiriti, sottovoce, gli spiriti a me, cantando.

Copertina creata con Gemini.

***

Flavia Catena vive in Inghilterra, dove passa le giornate scattando fotografie (per lavoro) e scrivendo (per passione). Ha pubblicato la raccolta Il coraggio di Bradamante e altre storie, Kalós, ispirata al folklore siciliano, e racconti in antologie e riviste. Un suo racconto è presente in 24 ore, Romanzi.it Edizioni.

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