Hasta que el mundo calle

Hasta que el mundo calle

Racconto di Antonio Amodio.

Con la fotografia di Ximena in tasca, Julián era partito dal villaggio all’alba. Non uno dei suoi vicini s’aspettava di vederlo tornare, neanche don Carlos, il nagual che «Ti piacerebbe abbracciarla di nuovo?», gli aveva domandato, prima di allungare il suo scheletrico indice verso la fermata della corriera.
Lungo la strada per il torpedone, i cani randagi s’erano tenuti a distanza, ringhiando, e quasi lo stesso, mormorandogli alle spalle dalle imposte socchiuse, aveva fatto l’intero villaggio, finché l’autobús non se n’era andato in uno sbuffo di nafta.
Il nome di Ceniza, la vecchia capitale dell’Umbral, non lo si pronunciava mai senza che qualcuno storcesse la bocca. Le targhe dicevano una cosa, la gente un’altra, ed era sempre tutto fuorché la verità. Fuori dal bus, la metropoli si dipanava lungo carreteras crepate, palazzi barocchi e fili elettrici che spuntavano dai muri a ciuffi e mazzi, come gramigna. Nei giardini, cipressi più vecchi delle case.
Una volta sceso, su indicazione dell’uomo nahua che gli stava vicino, Julián aveva imboccato l’Avenida Siete Leyes e camminato per otto, forse nove chilometri, prima di raggiungere finalmente l’El Buitre, una sudicia bottiglieria fra i vicoli del quartiere creolo. L’indirizzo, scritto dietro un santino della Vergine di Guadalupe, gliel’aveva lasciato don Carlos, e assieme a quello un consiglio: se vuoi danzare, cerca tío Felix. È lui che muove i fili. E così Julián Aguilar aveva obbedito.
«Vorrei parlare con tío», disse al barista.
«Prima devi bere».
«Sono troppo giovane».
L’uomo dietro al bancone sputò sul pavimento, poi recuperò una bottiglia con dentro due dita di mezcal e gliela piazzò davanti. «Bevi. Anche il verme», insisté lui. «Se sei abbastanza malato da chiedere di tío, sei abbastanza grande per bere ‘sta roba. Dài, butta giù», lo incalzò ancora. «Non vorrai mica offenderlo, no?»
Julián trincò il liquido in un sorso. Il retrogusto del verme sapeva di cera e legno marcio, proprio come di cera e marcio puzzava quella cantina, fra i cui pulviscoli stagnava l’orripilante idea che qualcuno ci fosse morto dentro. Per darsi un po’ di coraggio, Julián sfilò di tasca la foto di Ximena e la guardò. I capelli raccolti e le gambe sfiorate dalla brezza, lei gli sorrideva felice sul bordo di un pozzo, mentre l’ombra del barista s’allungava piano su di lei.
«Mh. Chi è, indio? La tua mamacita?» mormorò lascivo l’uomo.
Julián s’intascò la foto a nasconderla e tre colpi sordi echeggiarono dal retro.
«Sentito, chico?» ghignò di rimando il barista «Tío vuole vederti».
«C-che devo fare?»
«Te lo dirà lui».
Siediti fu la prima cosa che gli ordinò.
Tío Felix era seduto anche lui, dietro un’ammaccata scrivania di quercia, e attorniato da librerie più vecchie del fuoco, aspettava che il ragazzo gli obbedisse.
Juliàn lo salutò, scrutandolo di sottecchi. Quelli di tío erano abiti che le persone, finanche i nobili, avevano smesso da prima della Rivoluzione, ma lui di anni non ne dimostrava più d’una quarantina. «Lo sai chi sono io?» domandò.
«Siete tío Felix. L’uomo che muove i fili».
«Da dove vieni?»
«San Bernabé del Retiro».
«Il villaggio di don Carlos», mormorò tío Felix. «È lui che t’ha mandato a cercarmi?»
Julián accennò un .
«Perché?»
Il ragazzo gli mostrò la fotografia di Ximena.
«Voglio ballare con lei», disse.
«Hai bevuto il verme, ci credo. Ma dovrai pagarmi, lo sai? Certi desideri non sono gratis, i tuoi men che meno», lo avvertì. «Sei ancora in tempo, però».
«Per cosa, señor
«Per andartene».
«Non lo farò mai. Voglio vederla», rimarcò Julián. «Voglio toccarla. Voglio ballare di nuovo con lei, anche solo una notte. Anche per un minuto».
«E non hai paura che ti chieda un prezzo troppo grande?»
«No, tío. Vi darei qualunque cosa».
«Mh. La tua volontà è solida, ma il tuo cuore… » esitò lui, lasciando lì a metà la frase. «Il tuo cuore non lo conosco, per cui avrò bisogno di un piccolo aiuto. Scopriti la gamba, chiquito. Solleva il pantalone», ordinò serio «Fino al ginocchio».
«C-come?»
«Obbedisci», gli disse il tío, schioccando di lingua come a richiamare un cavallo. «E per il tuo bene», volle fargli presente, «non muoverti. Lascia che Tezca ti giudichi».
Un’enorme ombra quadrupede, dalla coda lunghissima, fece capolino guardinga dallo scrittoio dell’uomo. Quando Julián la mise finalmente a fuoco, la sagoma si rapprese ancor meglio in due occhi smeraldini, lunghi artigli e una pelliccia maculata.
Tezca non era una persona, vide, ma un giaguaro.
«Resta immobile», sussurrò tío, mentre la bestia, dalla cui zanne gocciolava già un filo di bava scura, procedeva verso Julián a passi felpati. «E fissalo dritto negli occhi».
A quel punto, Tezca spalancò la bocca e gli prese il polpaccio tra le fauci, senza stringere. Julián, tremando, sentì la lingua dell’animale che gli carezzava la pelle.
Le narici del giaguaro s’aprivano e chiudevano, e la sua lingua non smetteva di assaggiarlo. Lo avrebbe morso, se lo sentiva, ma non c’era molto che potesse fare.
«Devi aspettare», insisté tío Felix.
«P-per favore».
«Zitto».
Solo dopo un altro, lunghissimo minuto, l’animale mollò la presa e andò a rincantucciarsi sotto la scrivania da cui era sbucato – il tutto senza il minimo suono.
«Sei stato coraggioso», riprese l’uomo elegante, accarezzando il giaguaro «Ora però dimmi dov’è sepolta».
«Quaggiù», ansimò di sollievo il ragazzo. «Nel cimitero di Cerrolvido».
«Mh».
Tío Felix scribacchiò qualche parola su di un bigliettino e glielo porse.
«Lei ti aspetterà qui», mormorò lui guardando altrove. «Domani a mezzanotte».

L’indirizzo che gli aveva lasciato lo condusse a una milonga diroccata, il Salón del Compás, un bugigattolo a Barranca La Llama, un labirinto di porte sul nulla e casupole scalcinate, le cui strade non avevano neanche nomi, solo numeri. La sala era al 15 della Calle Ocho, di fronte a un giardino che l’erbaccia s’era ripresa con la forza.
La porta scricchiolò, e gli stessi lamenti, a ogni passo, si levavano dal parquet rosicchiato dai tarli e dal tempo. Filtrando dai vetri scheggiati della cupola in frantumi che faceva da soffitto, la luce della luna stagnava sopra una sagoma distesa. Tutt’intorno aleggiava un odore di terra e carne morta. Ximena era proprio laggiù, sotto un raggio di plenilunio. Non appena Julián le fu abbastanza vicino, prese a sollevarsi piano, a scatti, come attraversata da una corrente invisibile.
Per un istante, lei restò immobile, a fissarlo dal buio delle sue orbite abissali, ma poi le dita si mossero a cercare quelle di Julián, trovandole. Ricordando un gesto antico, lui la cinse in vita. Le sue mani si posarono sulla curva delle scapole di Ximena, ancora umide, ancora polverose. Un odore di radici e fiori appassiti li avvolgeva. Dal buio, un grammofono iniziò a gracchiare le note di una canzone che forse non era mai esistita. Una melodia lontana, spezzata, scivolò fra le pareti squassate.
Lei gli posò la fronte al mento. I loro piedi andavano da soli, perduti ma perfetti, mentre stretti in un abbraccio danzavano entrambi, ombre in preghiera, tracciando con il corpo lo spartito d’un amore che non era finito, solo sepolto. Lì dove passavano, cresceva l’oscurità. Là dove si fermavano, respirava il silenzio. A metà giro, il piede putrefatto di Ximena sfiorò l’orlo della sua maglietta, e Julián capì che il tempo stava cambiando. Ogni battito dei loro cuori era un rintocco, ogni passo un addio, ma lui non rallentò, finché non vide brillare gli occhi di Tezca e tío Felix da un anfratto in ombra.
La canzone si spense d’improvviso e Ximena crollò sul parquet, morta com’era sempre stata. L’uomo accanto al giaguaro applaudiva piano.
«I miei complimenti, chico. Ti sei divertito?»
Julián si gettò in ginocchio ad abbracciare la ragazza.
«Vi prego, señor. Vi scongiuro, fatela tornare!»
«Via, chiquito, via. Hai avuto ciò che volevi. Adesso è il mio turno».
«C-che cosa mi…»
Tío schioccò le dita e la luna si spense. L’intero salón piombò nell’oscurità.
Gli occhi suoi e di Tezca, ormai, erano le sole stelle laggiù.
«Callate, niño, e ascoltami bene. Hai destato quella pobrecita dal suo sonno, e io te l’ho concesso», gli spiegò l’uomo. «Ma da oggi sarai sveglio tu, finché il mondo tacerà».

Copertina creata con Gemini.

***

Antonio Amodio nasce a Foggia il 10 novembre 1992. Laureatosi a Bologna in Storia del Cinema Nordamericano (2016) e Comunicazione Pubblica e d’Impresa (2018), attualmente lavora come programmista multimediale e collaboratore ai testi nel programma Rai4 “Wonderland”. Ha scritto numerosi racconti, alcuni editi sia in forma stand-alone che in antologie, e pubblicato su riviste quali Colla, Bomarscé, Narrandom, GELO, Metatron, Spazinclusi, Malgrado le Mosche, Quarta Corda, Silicio, Coye, la nuova carne, Limen Pastiche e Calvario.

Facebook

Instagram

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *