Racconto di Francesca Addei.
Ho conosciuto una ragazzina che parlava con i morti. La prima volta che l’ho vista era seduta al tavolo, coi piedi che sfioravano il pavimento.
L’odore che mi pervade ogni volta che entro in questa casa è qualcosa di unico: è caffè e chimica di prodotti per pulire e si mescola ai sorrisi delle donne, in un groviglio confortante. La cucina è la stanza più grande dell’appartamento. La luce del sole illumina calda il pavimento di mattoni rossi, il davanzale straborda di fiori e le tende candide fanno da cornice a vetri quasi invisibili. Osservo in silenzio. La padrona di casa sta preparando il caffè con la macchinetta napoletana. Ogni movimento è parte di un rito distante che però sa farmi sentire accolta. Il campanello suona. Accompagno la donna ad aprire la porta e, istintivamente, indico con un cenno del mento la direzione alle vicine. In realtà quel corridoio lo conoscono meglio di me, così le seguo a distanza mentre, una ad una, si accomodano. Loro non mi hanno mai vista, mentre io so tutto di loro: nomi, dolori e segreti.
La ragazzina ha i capelli rossi e la pelle candida. Ha appena finito di fare i compiti. Non alza mai gli occhi dal quaderno, nemmeno quando le sedie intorno a lei iniziano a riempirsi di corpi. Ha l’aria di una che è stata abituata a scattare in piedi se un ospite entra in casa, ma da qualche giorno tutto è diverso e la madre non pretende più da lei la solita, impeccabile educazione. Qualcosa l’ha cambiata, ed è per questo che sono qui. Chiude il quaderno di scuola e apre il blocco. La mano fluida scivola sulla carta bianca e lei diventa un tramite disarmato. La osservo in silenzio.
Sua madre aveva iniziato a vendere cosmetici invitando qualche vicina di casa e un paio di amiche. Era stata la portiera a parlargliene. Era diventato un modo per passare il tempo mentre i mariti erano fuori per lavoro e, perché no, guadagnare anche qualcosa. Poi, un giorno come tanti, durante una di quelle riunioni, la ragazzina non era tornata in camera sua dopo i compiti, ma era rimasta seduta lì al tavolo. La penna aveva iniziato a volare leggera sopra il foglio, formando parole che in pochi secondi erano diventate un messaggio.
“Quegli orecchini li rubò zio Piero, era lui a farsela con Marisa, non tuo padre!”
“Mamma!” gridò una delle donne, riconoscendosi in quella vecchia storia di famiglia, sbucata all’improvviso tra le dita di una bambina silenziosa.
Da quel giorno, le riunioni per vendere cosmetici erano diventate solo una scusa per i mariti, e qualche volta anche per loro stesse. Alle 16.00 in punto il rituale aveva inizio: campanello, caffè, due chiacchiere, e poi la ragazzina si prendeva il suo spazio e apriva il quaderno. In realtà, non era corretto dire che parlava con i morti, perché quella bambina negli ultimi due anni almeno, non aveva aperto quasi mai bocca. Però una cosa era certa: i morti volevano parlare con lei.
E lei si faceva sempre trovare, nel mezzo del silenzio sacro che si creava ogni volta e che aveva convinto anche le più scettiche tra quelle donne.
Ma non era sempre andata così, in quella casa. Tra quelle pareti, fino a qualche settimana prima, risuonavano urla e lacrime, porte sbattute, e poi lunghi silenzi che nessuno sapeva come colmare. Fino a che il quaderno non aveva iniziato a riempirsi.
Sono in piedi in un angolo della stanza a osservare la scena: la ragazzina, con un dito, si arrotola i capelli mentre dondola il corpo in avanti. Il modo in cui lo fa è lieve e ritmato. Si stacca sempre più da un mondo che le appartiene solo di striscio.
Le donne sospendono tutto quello che di solito le anima: giudizi, movimenti e aspettative, e si mettono in attesa del verdetto.
“A chi toccherà oggi?” “Ho paura che esca fuori quello che ha fatto mio padre…”
I pensieri delle donne mi risuonano in testa.
Man mano il foglio si fa pieno di frasi scritte fitte che sembrano insetti e uno a uno i segreti si fanno avanti: alcuni timidi, altri sfrontati. Si mettono tutti in fila per farsi conoscere.
La ragazzina diligente non stacca mai la punta della penna dalla pagina, perché sennò “sarebbe stato come attaccare il telefono in faccia a qualcuno”, ha detto una volta a sua madre.
Io la vedo, con la bocca che non si piega mai in un sorriso, farsi inchiostro e risposte, allungarsi e diventare voce fedele e disinteressata di tutti i morti che hanno bisogno del suo quaderno per ottenere più tempo, per potersi spiegare un’ultima volta, per poter andare e farsi ricordo.
Mi avvicino all’orecchio della ragazzina. È finalmente arrivato il mio turno, quando inizio a parlare lei fa un salto sulla sedia.
Copertina originale di Clopine Malausséne
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Francesca Addei nasce a Roma e vive a Berlino dal 2013.
Non ama descriversi, né parlare di sé in terza persona, questo le rende complicato scrivere un’autobiografia.
La sua psicologa ultimamente le ha fatto stilare una lista dei traumi e ne ha contati dieci.



