Racconto di Francesca Guercio.
What a drag it is getting old
«Kids are different today», I hear ev’ry mother say
Mother needs something today to calm her down
And though she’s not really ill, there’s a little yellow pill
She goes running for the shelter of her mother’s little helper
The Rolling Stones, Mother’s Little Helper
Gli sguardi di Nicky corrodono anche alle cinque del mattino. Cinque e zero tre segna l’elefante sveglia di gomma azzurra. – Fa tenerezza il fatto che ancora lo tieni sul comodino – ha detto una volta sua madre. – Mi ricorda nonna Lia – ha risposto lui. – Appunto – ha detto sua madre. Nonostante l’elefante sveglia di gomma azzurra, nonostante nonna Lia, nonostante la tenerezza gli sguardi di Nicky corrodono mentre si gira intorno a luci spente cercando di orientarsi. Qualche esemplare di vestiario o più probabilmente Cane se ne sta buio muto paziente e sbrindellato sul pavimento fatto sta che Nicky ci incespica e precipita a letto. È più o meno il modo in cui Nicky va a dormire ogni venerdì e ogni sabato. Oggi è domenica, sono le cinque e zero tre, ormai zero quattro, della mattina di domenica: quindi è sabato notte. Per Nicky. Che incespica in un covone alieno morbido ma non troppo e si ritrova in qualche modo sopra al materasso. È Cane a pompare fuori dai polmoni un guaito spezzato, manifestandosi così come l’artefice del suo approdo brusco tra coperte fetide e tubi di cartone che rivendicano confettini colorati di cioccolato al latte e patate fritte.
– Bravo, bravo Cane – dice Nicky mentre si cerca la testa per capire da quale parte del letto l’ha messa visto che le gambe gli pare di sentirle poggiate sul pavimento. Fa leva su un ginocchio e il cranio trova l’ostacolo del tramezzo. Oltre la parete dipinta di nero i vicini già litigano. – Che due merde! – pensa Nicky e cerca di raddrizzarsi. Sente i capelli bagnati dall’ultimo “nasone” sotto al quale ha cercato di raffreddare l’ipertermia strusciare sul muro ed è costretto a chiedersi se non stiano cancellando un pezzo dell’enorme cazzo bianco che una sua compagna di classe ci ha disegnato sopra con il gesso.
I vicini si alzano presto in modo da avere più tempo a disposizione per consumare l’inestinguibile rimorso del matrimonio.
Dice il vicino: – (bestemmia alla Madonna) Ma tu guarda se… (bestemmia alla Madonna) Io veramente non so più comme dittelo (bestemmia alla Madonna). La mattina una cosa sola bisogna fa’: colazzione! (Bestemmia alla Madonna, bestemmia alla Madonna). La mattina devi preparà il latte…
Dice la moglie del vicino: – … il latte è pronto…
Dice il vicino: – (bestemmia alla Madonna) devi preparà il latte coi biscotti, te sto a ddi’ (bestemmia alla Madonna). E invece tu che fai? Te metti a fa’ le pulizzie (bestemmia alla Madonna). Sei malata (bestemmia alla Madonna). Tu sei malata proprio, te lo dico io (bestemmia alla Madonna).
– Vaffanculo, Cane! – dice Nicky al bastardo di Terranova che fino a due minuti fa sembrava morto e adesso gli rompe i coglioni a forza di baubau esultanti e strenne di colpi di coda. – Ogni cazzo di fine settimana metti in scena la parabola del figliol prodigo recuperato dopo la carestia! Sto qua, non me ne vado. Non me ne sono andato mai – borboglia appena. – Domani, giochiamo domani – dice poi; e al cane gl’infila tra i denti un mucchietto di pastiglie ricoperte di glassa di zucchero brancicate tra le lenzuola.
Sversa un breve scontento di succhi gastrici sul cuscino in quella eccellenza di puzza di pelo che svita l’anima. Dormirebbe invece di pensare a Tucidide ma Tucidide, si sa, era un militare e pretende la sua vigilanza manco lui fosse un aviere al tempo del servizio di leva, un VAM ritto sull’altana, un falco di vedetta, un vecchio falco impagliato con le play gin autorizzate dallo Stato. Bastardo. Bastardi. L’inizio di una versione di greco gli sconfigge l’urgenza di riposo. L’imperversare dell’epidemia era reso più insopportabile dall’afflusso continuo di contadini alla città. L’imperversare dell’epidemia era reso più insopportabile dall’afflusso continuo di contadini alla città. L’imperversare dell’epidemia era reso più insopportabile dall’afflusso continuo di avvocati penalisti nei caseggiati. Per esempio il vicino di casa. Che abita al terzo e al piano terra ci tiene lo studio professionale. Casa e bottega, come si dice. Tra una guerra familiare e l’altra fa su e giù per le scale per andare a lavorare. A casa sua sbratta come un bovaro e dopo, con i completi Brioni e le cravatte Marinella, omaggia il portiere di mance generose, sorride ai condomini e fa citazioni in latino durante le assemblee. Come se non lo sentissimo tutti il modo in cui si rivolge alla moglie. «Avvocato Penalista Patrocinante in Cassazione» tiene scritto su tutte le targhe. Sulla targa fuori dal severo portone di legno, sulla targa fuori dalla porta che dà accesso allo studio, sulla targa fuori dalla porta che dà accesso all’appartamento privato. Sulla targa che tiene fuori dalla camera da letto, s’immagina Nicky.
Il vicino è uno stronzo fottuto pallemosce eppure beato lui almeno una sicurezza ce l’ha: a sentirlo parlare con la consorte è chiaro che considera Maria di Nazareth responsabile di ogni peste della sua Atene domestica. Nicky lo invidia per questo. E questa invidia è l’ultima cosa della quale riesce a essere consapevole prima che un demone qualunque lo sigilli nella bara del sonno. Parete nera compatta senza nemmeno il conforto di un graffito di cazzo in gesso da lavagne.
Alle sedici e quindici della domenica gli sguardi di Nicky sono ancora carichi di MDMA e psilocibina. L’hascisc che consuma in casa insieme a mamma Veronica e a papà Ernesto commentando le ambasciate di un canale all-news non riesce a sedarli.
Mamma Veronica e papà Ernesto per Nicky sono un cartoccio di debiti karmici. Due rimastoni pedanti sempre pronti a espettorare memorie e lezioni di vita, ad agitare la loro rabbia politica scaduta il 3 febbraio del 1991 sotto alle narici che definiscono antidemocratiche degli astensionisti, dei tiepidi, degli indifferenti, degli analfabeti partitici odierni. Veronica ed Ernesto a scadenze irregolari tengono concioni annaffiate dal vino rosso, che destinano al ricordo dei cortei infiammati dei loro vent’anni, e issano sorrisi nostalgici per le botte prese e per le botte date. Veronica ed Ernesto hanno la certezza di un’unità di misura a cui rapportare la vita – sempre insulsa, sempre ignava, sempre anonima – degli altri. Veronica ed Ernesto che nel 1974 avevano appena sette anni e si sarebbero incontrati solo sette anni dopo, in quarta ginnasio, riescono nel miracolo di evocare ricapitolazioni comuni perfino del tempo in cui ognuno dei due ignorava l’esistenza dell’altro e usano il sarcasmo per ricostruire la delusione delle rispettive maestre – suora per l’uno, democristiana per l’altra – di fronte alla vittoria del No al referendum sul divorzio. Veronica ed Ernesto alle scuole medie spuntavano a gruppi di cinque, come carcerati sul muro, le settimane di quei due o tre anni che li separavano dall’autorizzazione familiare a scendere in piazza per intonare Fascisti, borghesi, ancora pochi mesi contro quelli che proclamavano Boia chi molla è il grido di battaglia. Poi, studenti di liceo scioperavano con i metalmeccanici e sfilavano contro gli euromissili e a favore della pace, a favore del riconoscimento dell’Olp, a favore del ritiro del contingente italiano dal Libano; lasciandosi la mano per sollevare il pugno, per coprirsi il volto davanti alla minaccia della polizia, per disperdersi tra i vicoli del centro all’allarme d’un compagno. Veronica ed Ernesto – però mica solo loro ché c’era il collettivo e uniti si sperava ancora di scardinare il sistema – contestavano i docenti a viso aperto senza smettere di sgobbare sui libri e collezionare 8: 8 in letteratura, 8 in filosofia, 8 in fisica, 8 in greco, 8 in biologia, 8 nel diavolo che se li porti entrambi e, insieme a loro, gli amarcord; che arrivano piuttosto come rampogne contro Nicky e contro quelli della sua generazione. Veronica ed Ernesto ricordano il passaggio tra gli ultimi ciclostili e le prime fotocopie distribuite durante le assemblee d’istituto. Veronica ed Ernesto hanno perfino minacciato con una scacciacani fruttivendoli e macellai per farsi consegnare l’incasso in modo da finanziare i bei progetti del collettivo, mentre qualche coetaneo esaltava la cultura yuppie vantandosi dei soldi del papi giacché non dimentichiamo che quelli erano pure gli anni della Milano da bere – a proposito di slogan – che ha portato il guasto, lo sfascio globale, l’inferno contemporaneo dal momento che il personale è politico – a proposito di slogan – e lo si vede assai bene nel degrado della scuola, della società, della civiltà, dello Stato, dell’umanità. Veronica ed Ernesto si sono iscritti a medicina alla Sapienza l’anno prima che venisse emanato il decreto ministeriale per il numero chiuso e i test di accesso, sono diventati chirurghi estetici, hanno acquistato un appartamento di sei vani nel rione Ludovisi e a quarant’anni, sul punto di concepire Nicky prima che la biologia ne arrestasse l’intento, hanno restituito venti volte il maltolto ai fruttivendoli e ai macellai, grazie a buste di contanti anonime lasciate di nascosto nelle botteghe; perché va bene la fede politica ma da giovani si fanno certe cazzate che devono essere redente una volta diventati adulti. Veronica ed Ernesto i Beatles va bene ma vuoi mettere i Rolling Stones. Veronica ed Ernesto adesso non sono nemmeno capaci di procurarsi il fumo e lo scroccano a Nicky poi gli sermonano che farsi di pasticche è sbagliato, che ti bruci il cervello, che ci finanzi il capitalismo. Veronica ed Ernesto francamente hanno rotto il cazzo e meritano una lezione.
Alle sette e ventinove del lunedì Nicky è seduto in prossimità di una scrivania dentro a un locale disadorno e molto pulito alla periferia est della capitale. Nessun indizio lascia dubbi circa il fatto che si tratti della stanza d’un commissariato di polizia. Ottanta centimetri di truciolare di legno – con canalina in metallo sotto-piano per il sistema di cablaggio – più un palmo di spazio vuoto, lo separano da un agente che sta tendendo all’inverosimile la vistosa cicatrice sul sopracciglio destro insieme al resto della superficie periorbitale. Oltre a ciò, la fronte dell’agente è sollevata ed espone una fisarmonica di rughe: la cinesica facciale indica con chiarezza una sovrabbondanza di stupefazione. Un minuto prima l’agente ha chiesto a Nicky perché avesse cercato di svaligiare un distributore puntando un coltello giocattolo a lama retrattile alla gola del benzinaio. – Per comprare cento grammi di afgano ai miei genitori – ha appena risposto lui.
Copertina creata da Francesca Guercio con l’IA di Canva.
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Francesca Guercio. Dopo una lunga formazione come attrice e regista teatrale e una laurea in Lettere, si è occupata di critica letteraria e dello spettacolo pubblicando monografie e ricerche in volumi collettanei. È consulente filosofica e con Federico Levy ha fondato “EUDAIMONIA studio” (www.eudaimoniastudio.it). È autrice di Essere e non. Cura e sapere di sé attraverso le pratiche teatrali (Mimesis, 2019).
Ha pubblicato due romanzi con Polidoro editore: O d’amarti o morire (2021) e Distopia pop (2022; segnalato alla LXXVII edizione del Premio Strega).
Suoi racconti e composizioni poetiche su “L’inquieto”, “Kairos rivista”, “Quaerere”, “Salmace”, “Bomarscé”, “Suite italiana”, “L’equivoco”, “Nido di Gazza”, “Futura – newsletter del Corriere della Sera”, “Accoppiamenti giudiziosi”. Nel 2025 ha vinto il Premio Nazionale Radici Urbane con il racconto Ottelfir, pubblicato su “Poetarum Silva”.



