Pulcino

Pulcino

Non avendo forza sufficiente per tirare il collo a polli e galline, la nonna usava il manico della scopa. Appoggiava il collo sotto il manico, ci saliva sopra con i piedi, e tirava il sacrificato per le zampe finché non terminava di sbatacchiare le ali. Con la morte, la testa crestata ricadeva sul petto o all’indietro, come se il collo fosse fatto di gomma.
Una rete metallica separava il cortile davanti alla casa della nonna dalla piccola vigna di merlot. Lì razzolava il pollame, che di notte riposava nelle stie dove tutte le mattine raccoglievamo le uova. Visto che uscivano dal culo delle galline, mi chiedevo come mai non fossero sporche di cacca e non puzzassero, invece di essere luminose e senza odore, come i ciottoli lisciati dall’acqua del fiume.
“Buttalo alle galline” mi diceva la nonna. Con due mani, trasportavo dalla cucina fino al cancello della vigna il piatto fondo di pesante ceramica bianca con gli scarti delle verdure, le bucce di mela e il resto della pasta che la mamma non finiva perché le si chiudeva lo stomaco per i pensieri. Polli e galline, sparsi sotto le viti, convergevano a grandi falcate verso di me, avidi di ingozzarsi. La pelle della gallina lessa e le sue ossa, come pure le scorze di formaggio, andavano invece equamente divise tra il bastardino color ruggine, che mi guardava con occhi dolci, e l’insistente gatta nera.
Nel pollaio c’era anche una chioccia con i pulcini. I batuffoli di piumino giallo si affollavano a becchettare dove mamma gallina indicava loro con un deciso colpo di becco. Un pulcino però rimaneva sempre indietro, superato da tutti gli altri, che ballonzolavano veloci sulle esili zampette. Quando il cibo era terminato, i fratelli già si disperdevano, per poi riunirsi di nuovo, pigolando dietro la chioccia verso un’altra destinazione. Lui invece rimaneva ancora un poco a cercare nella terra spoglia qualche minuzia sfuggita all’appetito degli altri, forse incredulo di non essere riuscito a sfamarsi neppure quella volta. Attardandosi però, sciupava l’opportunità di arrivare in tempo per il pasto successivo. Già gracile, stava diventando ancora più magro.
Cercavo di aiutarlo, come la nonna aiutava me e la mamma ospitandoci a casa sua in campagna. Uscivo con dei pezzetti di pane, oppure delle bucce di patata, e ne gettavo un po’ da una parte per far accorrere la chioccia con il gruppo di pulcini, poi lanciavo il resto al pulcino ritardatario. Ma anche in quel caso, gli altri erano più svelti e più furbi, così il cibo che gli avevo destinato veniva divorato prima che lui potesse assaggiarlo. Una volta avevo cercato di allontanare il gruppo di pulcini bersagliandoli con dei sassi, ma la mamma mi aveva sgridato, dicendomi che la facevo morire e minacciando di non farmi più dare da mangiare agli animali.
Avevo chiesto alla nonna di farmi tenere in mano il pulcino. Lei l’aveva catturato e me l’aveva passato con le mani strette, come se stesse pregando.
“Non farlo scappare” mi aveva ammonito. “Ma non stringerlo troppo, sennò gli fai male.”
Il corpicino tiepido si dibatteva per fuggire. Sotto il morbido piumino percepivo le fragili ossa e mi sembrava che il suo minuscolo cuore battesse all’impazzata di paura. Mi chinai a terra per liberarlo, e lui si affrettò a raggiungere la chioccia, che sembrava non essersi nemmeno accorta della sua scomparsa, forse troppo occupata a seguire gli altri pulcini.
Quel giorno pioveva.
Inginocchiato su una sedia davanti alla finestra, giocavo ad appannare il vetro con il fiato caldo per poterci disegnare delle faccine sorridenti. In breve svanivano lasciando solo delle macchie d’unto, ma riapparivano se ci alitavo sopra di nuovo. La vigna gocciolava lacrime luccicanti assorbite dalla terra scura. Tutti i polli e le galline si erano rifugiati nelle stie. Vidi una piccola macchia gialla nel fango. Passai la mano sul vetro freddo per guardare meglio.
“Nonna, vado a fare pipì” dissi. Il bagno – un lavandino e un water, senza la doccia come avevamo nell’appartamento in città – era stato ricavato in un angolo della stalla ormai inutilizzata, adiacente alla casa. Presi un vecchio ombrello di tela nera e uscii.
Era disteso su un lato, nel fango. L’occhio era coperto dalla palpebra opaca che sembrava una minuscola conchiglia, le zampette si allungavano rigide. Macchiato di terra, il piumino bagnato si era rappreso in piccoli ciuffi simili agli aculei di un porcospino. Continuai a fissare quell’esserino sconfitto finché la nonna non mi chiamò.
“Torna in casa! Vuoi prenderti qualcosa?”
Prima di entrare, sbattei l’ombrello e strofinai con cura le suole sullo zerbino per non sporcare il pavimento.
“Cosa ci facevi sotto la pioggia?” chiese la nonna.
“Niente.”
Mi scrutò a lungo e forse lesse qualcosa nei miei occhi perché invece di farmi altre domande mi accarezzò la guancia con la sua mano ruvida, dalla pelle incartapecorita, sottile e trasparente.
“Porta un po’ di brodo caldo in camera alla mamma, non sta tanto bene” mi disse, riempendo una tazza. “Attento però a non rovesciare.”

Copertina: dettaglio di foto di Ramiro Martinez da Unsplash

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