La donna seduta di fronte a me, sulla metro, ha lo sguardo fisso su un punto invisibile e vedo il riflesso dei suoi pensieri scorrerle sul viso.
Ha i capelli striati di bianco, legati sulla nuca in uno chignon disordinato. Perché non si tinge? E poi quella la pettinatura la invecchia. Dovrebbe farsi un bel taglio corto, giovanile. Non ha nessuno che la consigli?
Qualcosa la distingue dai compagni di viaggio, ma cosa? Ecco, ora capisco: è l’unica che ogni tanto sorrida.
Porta gli auricolari. Ascolterà qualche podcast oppure musica classica. Ma no, ora con il piede batte il ritmo e muove le labbra in silenzio, come cantasse tra sé e sé. Qualcuno le rivolge uno sguardo ironico ma lei continua imperterrita. Quello che pensano gli altri ormai non deve avere più molta importanza.
Ora la giovane che le è seduta accanto fa cadere dei libri, la donna l’aiuta a raccoglierli e ne trattiene uno tra le mani.
– Questo l’ho letto, le è piaciuto? È un bel romanzo.
– Non l’ho ancora cominciato.
Chissà se è vero. La ragazza aveva un tono frettoloso, deve essersi infastidita per la domanda di un’estranea. Ma la donna sulla metro la guarda amichevolmente, non sembra offesa.
Mi ricorda mia madre. Anche lei amava le canzoni, e parlava con gli sconosciuti, e se la guardavo con disapprovazione, perché lo trovavo inopportuno, mi rivolgeva lo stesso sorriso comprensivo.
Ora entra un ragazzo che parla al cellulare e lei lo guarda di traverso. Cosa la infastidisce? Deplora l’uso eccessivo degli smartphone tra i giovani? O il ragazzo parla a voce troppo alta? Forse entrambe le cose. No, mia madre non avrebbe aggrottato le sopracciglia, gli avrebbe rivolto uno sguardo paziente. A differenza di lei, la donna sulla metro non ha ancora imparato la tolleranza.
È arrivata la mia stazione, mi alzo e la donna scompare: ora sul vetro del finestrino di fronte si specchia solo il mio sedile vuoto.
Fotografia originale di Marina Cerquetti



