Racconto di Marina Mongiovì.
Alfina era stata figlia, sorella e zia. Presto era diventata moglie, mamma e casalinga. Col tempo s’era fatta suocera e nonna, infine vedova.
Tutto quello che era stata occupava solo metà di una cassa da morto. Novantadue anni, di cui uno passato sopra un materasso antidecubito. S’era fatta secca secca come i rami dei peschi e la pelle era diventata una sottile membrana, appiccicata a fragili ossa artrosiche. Dopo la frattura al femore non si era più rialzata e, supina sul vecchio letto nuziale, il suo cuore aveva cominciato a battere più lentamente. Si era stancato, dopo tanti anni di servizio, e dalla veglia al sonno, nonna Alfina se n’era andata.
‹‹La meglio morte›› sentenziava lo zio Nino; la zia Maddalena invece preparava il caffè che gorgogliando esalava il suo aroma e impregnava la casa. Arrivava fin dentro la camera dove c’era la nonna che aveva in faccia due guance immobili e lattiginose.
Era stata una lunga notte di attesa e sbadigli.
Se lo sentiva nonna, che era l’ultimo suo giorno; diceva di avere un peso dentro al petto e aveva voluto tutti al suo capezzale. In bocca le erano rimasti un paio di molari e le davano pastine in brodo, passate di verdure e legumi. Quella sera però, con un filo di voce, aveva chiesto un cannolo alla ricotta. Lo zio Tommaso era corso al bar Vittoria ed era tornato con una guantiera di cannoli che aveva fatto felici tutti. In quei giorni, nonna respirava male e s’era fatta pallida e triste eppure, mentre assaporava il suo cannolo, aveva ritrovato la stessa faccia che teneva a tavola, durante il pranzo della domenica, quando con la pancia piena le spuntava un rossore sulle gote e sorrideva soddisfatta, guardando la prole finalmente sfamata.
Dopo il cannolo, aveva chiuso gli occhi. Erano rimasti tutti lì a contarle le pulsazioni in petto, insieme ai grani del rosario. Alle quattro, aveva terminato i battiti e alle cinque e mezza erano arrivati i becchini del servizio notturno dell’agenzia Musumeci.
Fuori faceva giorno e zia Maddalena versava il caffè nelle tazzine. A turno, tutti bevevano in piedi e a veloci sorsi; quel caffè non era uno sfizio ma una necessità, per restare vigili e tornare a tenere compagnia alla nonna. La zia Maddalena rimase invece in cucina, a lavare le tazze e i cucchiaini. Cercava di allontanare il desiderio ma aveva nella testa i cannoli della sera prima. Non voleva mancare di rispetto alla suocera ma aveva fame. Si guardava intorno furtiva, sentiva le voci provenire dal soggiorno e dalla camera ardente. Con tutta la delicatezza che aveva nelle mani, senza far raschiare la carta del bar Vittoria, afferrò un cannolo. Faceva scrocchiare la crosta croccante sotto i denti mentre la ricotta si scioglieva lenta nel palato, insieme alle gocce di cioccolato. Non appena finì tornò anche lei da nonna, a occhi bassi, con il maglione nero sporco di zucchero a velo.
Alfina giaceva come una monaca smunta; un sottile e latteo sudario le era sceso sugli occhi, tra le mani teneva un rosario e una rosa rossa. Aveva espresso il desiderio di essere seppellita con addosso l’abito di santa Rita; lo indossava ogni ventidue di maggio quando andava nella piccola chiesa in via dei Giudici, portando alla santa un fascio di rose rosse. Aveva pensato anche alla tomba e, da qualche anno, al cimitero c’era già la sua foto, accanto a quella del nonno, sopra una lastra di marmo rosso. Era una nonna più giovane di sedici anni ma a lei quella foto piaceva, e quella voleva per l’eternità; scattata al matrimonio di suo nipote Giorgio, con il vestito a fiori rossi e gialli e i capelli fatti dal parrucchiere, vaporosi e grigi con le sfumature violette.
Quando il sole fu alto cominciarono ad arrivare i vicini, i parenti e gli amici. Mamma dovette raccontare il trapasso di nonna decine e decine di volte; di come era spirata serena, con tutte le rughe del viso distese e gli occhi chiusi in un sonno profondo. Circondata dai figli, dai nipoti e pervasa dallo sguardo della Madonna della Catena e di Santa Rita che stavano appese alla parete di fronte al letto.
Carmelo Passanisi, gestore del bar Vittoria, si presentò con la faccia affranta e, allo zio Nino, disse che per il pranzo di quel triste giorno aveva il piacere di provvedere personalmente. Conosceva da sempre le buonanime della nonna Alfina e del nonno Salvatore e voleva portargli rispetto, prendendosi cura della loro famiglia.
Il pranzo arrivò con i dodici rintocchi della chiesa del Santissimo cuore di Gesù.
La pelle di nonna Alfina cambiava colore ma anche consistenza, si asciugava, perdeva luminosità e cominciava a sfaldarsi. Somigliava a un albero di pistacchi, coi rami pallidi e rugosi. Spettrali braccia arrampicate sulla pietra lavica, che baluginano sotto la luce della luna.
Carmelo Passanisi entrò con due grandi vassoi: arancini al ragù, pizzette e calzoni. L’odore di olio fritto, di provola fusa e di sugo di carne si mescolò all’effluvio dei lilium, delle gerbere e degli anthurium che stavano ai piedi di nonna. Un sentore dolciastro di fiori che si mischiava ai miasmi dell’acqua nei vasi, dove gli steli fibrosi stagnavano e imputridivano.
Asserragliati in cucina, si stava in piedi, in un silenzio denso di saliva. Si mangiava con le mani, che si alternavano sopra le guantiere, in quel veloce e luttuoso pasto.
Nonna Alfina mangiava tutto con le mani. Affondava il pezzo di pane nel sugo di pomodoro, si sporcava i polpastrelli che poi succhiava per ripulirli. Afferrava con le dita gli ossi dello stinco o quelli del pollo. Nonna, a tavola, era tutta mani. Quelle stesse mani nocchiute che impastavano la pasta, che tagliavano i broccoli, disossavano il maiale o diliscavano le sarde. Anche la sera prima, era tutta mani, ossute e tremanti, mentre afferrava il cannolo alla ricotta. Anche dopo, ferme e giunte sopra un petto che si era ritratto, le sue mani erano enormi rispetto a quella corporatura minuta.
Il pomeriggio passò con le pance piene, i volti scuri e un andirivieni di persone che davanti Alfina scuotevano la testa; facevano il segno della croce, qualcuno alzava leggermente le spalle. A novantadue anni la morte pesa di meno e gli occhi rimangono asciutti.
Seguì un’altra notte di veglia funebre, con le teste di tutti che ciondolavano da un lato e dall’altro. La mamma dormiva, dritta sulla sedia, accanto alla nonna. Ogni tanto riapriva gli occhi, sussurrava un prega per noi e sgranava le perline di un rosario che durò l’intera nottata. Lo zio Tommaso e lo zio Nino ronfavano sul divano mentre le mogli, zia Cettina e zia Maddalena, dentro la credenza avevano trovato delle paste di mandorla e dei torroncini che alternavano a tazze di caffè e caramelle alla carruba.
Nonna Alfina era una bambola di cera e se ne stava dentro una cassa di mogano scuro, con la bocca un poco socchiusa, due piccole fessure di occhi e i capelli sottili che sfioravano una fronte fredda. Era appassita, come la rosa rossa che teneva tra le mani giganti.
L’indomani mattina lasciò la sua casa, dove aveva vissuto per cinquant’anni, e fu l’ultima a uscire dal portone, come vogliono tradizione e superstizione. Padre Francesco le dedicò un’omelia, breve e sentita, rimarcando la compiutezza di una vita longeva e i valori di una donna d’altri tempi.
La lasciammo al cimitero una domenica mattina di aprile, odorosa d’incenso e glicini. Chiusi i cancelli alle nostre spalle, come a delimitare il mondo dei morti e quello dei vivi, tornammo a casa di nonna. C’era chi spazzava, chi metteva ordine in camera e nel soggiorno e, in cucina, zia Maddalena cominciò a tagliare la cipolla, le carote e il sedano. Dalle finestre spalancate arrivavano le essenze della vicina campagna che si portavano via il chiuso della veglia e il puzzo infestante dei fiori recisi.
Presto la casa cominciò a profumare di primavera e di ragù.
La zia Cettina separava i tuorli dagli albumi per farne una nuvola bianca, da mescolare allo zucchero e al mascarpone. Mamma, con le mani, formava delle palline di carne macinata che chiudeva dentro a due foglie di limone.
Un vortice di aroma di sugo, polpette e patate al forno attraversava la casa, per portarsi via la morte.
Quella prima domenica senza nonna, ci sedemmo tutti alla sua tavola. Mangiammo con le mani. Con le punte dei polpastrelli passavamo il pane morbido sui resti di ragù. Sempre con le mani spogliavamo le polpette del loro abito vegetale, le dita odoravano di carne, formaggio e limone.
Alla fine, come faceva nonna ogni domenica, mettemmo al centro della tavola il tiramisù, i cannoli alla ricotta e una ciotola con calìa e simenza.
Dal posto vuoto, nonna Alfina sedeva composta dentro al suo bel vestito a fiori rossi e gialli; la piega ai capelli, i riflessi violetti. Ci guardava, con un sorriso sdentato, soddisfatta del gran pranzo. Sul viso le erano spuntate due guance piene e rosee, come due pesche mature.
Copertina originale di Marina Mongiovì
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Marina Mongiovì (1982) di origine etnea, da tempo vive a Palermo.
Ha pubblicato diversi racconti su riviste letterarie come Pastrengo, Blam, Morel voci dall’isola e Spazinclusi.
Nel febbraio 2023 pubblica per l’editore Kalòs, un libro di racconti dal titolo “Sciara”. Finalista alla IX edizione del premio letterario città di Lugnano in Teverina; al premio internazionale Etnabook e al premio letterario città di Erice.
Accanto alla scrittura, coltiva la passione per la fotografia. Nel 2021 Letizia Battaglia sceglie un suo scatto per una mostra collettiva al Wegil di Roma. Successivamente altre fotografie verranno esposte in mostre collettive sempre a Roma e nel Centro Internazionale di Fotografia di Palermo, all’epoca diretto proprio da Letizia Battaglia.
Nel 2022 ha pubblicato un racconto fotografico dell’opera di Giovanni Verga, “Storie del Castello di Trezza”, edito da Rossomalpelo Edizioni, da cui è nata una mostra personale alla rocca normanna di Aci Castello.



