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Il mostro

È una mattina di fine giugno, sul viale tra il frinire delle cicale solo due adolescenti diretti al campetto per una partita con gli amici. Lele e Tommy camminano fianco a fianco, ognuno con il naso incollato allo schermo del proprio smartphone. Una sosta ai cassonetti per buttare il sacco dell’indifferenziata come richiesto, per meglio dire ordinato, dalla madre di Lele. È un compito che eseguono controvoglia, perché il fetore che emana dai cassonetti è insopportabile, hanno sempre l’impressione di portarselo appresso, dopo. Assecondare le mamme, però, è il modo migliore per garantirsi un’estate in pace e adempiono senza protestare. Oggi l’odore sembra anche peggio del solito, Colpa del caldo, pensa Lele.

Stacca lo sguardo dal telefono per cercare il pedale d’apertura del cassonetto, ma nota qualcosa per terra, infilato tra il contenitore dell’indifferenziata e quello del biologico. Abbassa gli occhi e si rende conto di stare camminando su delle chiazze scure e appiccicose, il suolo ne è ricoperto. Sangue rappreso?

Lancia uno strillo disgustato, non ha visto bene cosa sia la carcassa infilata lì, ma non ha mai sopportato la vista di animali morti. 

È Tommy a realizzare: «Cazzo! È un bambino!»

Difficile dargli un’età, in quelle condizioni. Com’è difficile dire da quale parte del corpo sia fuoriuscito il sangue: ne è ricoperto. Il volto è spappolato. Il naso appiattito, gli occhi gonfi e infossati allo stesso tempo. I due ragazzi non hanno mai visto nulla di simile, se non nei film d’orrore che ufficialmente non avrebbero il diritto di guardare. Una delle guance sembra quasi esplosa, ma forse è stata solo schiacciata e aperta dalla violenza dei colpi. 

Tommy si chiede se sia stato possibile commettere un tale massacro a mani nude o se abbiano dovuto usare un oggetto. Un braccio è nascosto sotto il corpo, l’altro ripiegato sul torso in una sorta d’angolo retto opposto a quello naturale del gomito. Anche le gambe sono in una posizione bislacca: come un manichino incastrato a forza in uno spazio troppo esiguo. Devono fare uno sforzo per dirsi che quel manichino è stato un bambino vivo. 

Lo fissano senza muovere un muscolo, ipnotizzati. 

Quasi non si accorgono di aver ricominciato a urlare.

Nessuno dei due pensa a usare il telefonino che tiene in mano. 

Richiamati dalle grida arrivano Ivan, il figlio del fornaio, ed Emma, che nei mesi estivi lavora come commessa nella panetteria. Segue a ruota il tabaccaio che prende a urlare a sua volta. Accorrono allora la parrucchiera, e le tre clienti che erano in negozio con lei. Una ha dei pezzi di carta stagnola avvolti tra le ciocche di capelli. 

Faceva i colpi di luce, pensa Lele, che da piccolo ha passato lunghi pomeriggi in negozio ad aspettare mentre li facevano a sua madre. Si guarda intorno, le guance scarlatte, come se qualcuno avesse potuto sentirlo formulare un pensiero così futile.

Si è accalcata una piccola folla davanti ai cassonetti. Ci sono i clienti fissi del bar e anche il postino che ha quasi terminato il giro. È lui, appoggiata la bicicletta al muro, a chinarsi per vedere se il bambino è ancora vivo. Ma è già chiaro a tutti che no. 

Si guardano attoniti: il loro è un quartiere tranquillo, palazzine liberty e villette bifamiliari, bambini in monopattino e grigliate tra vicini. Chi può aver fatto una cosa del genere? Lo sdegno e l’orrore scuotono i presenti come un sol uomo.

«Qualcuno sa chi è? Bisogna avvertire la famiglia.»

Nessuno fiata: come dare un nome a quell’ammasso di carne morta?

«Dovremmo chiamare un’ambulanza… la polizia», suggerisce qualcuno. 

«Ma chi può…».

Tutti si cercano con gli occhi gonfi e lo stomaco contratto.

«Il Lercio bazzica spesso qui intorno – dice piano il postino, – rovista in cerca di roba da mettere in saccoccia, cibo, e soprattutto bottiglie non del tutto vuote».

Il Lercio, barbone alcolizzato e astioso che trascina i suoi stracci nel quartiere da alcune settimane. Dopo essere stato scacciato da quello che infestava prima, sicuramente. Sono già stati diversi i residenti a contattare il comune e la polizia municipale, chiedendo “di intervenire”. Ma non s’è mosso nessuno e il Lercio continua a fare i suoi comodi. Passa le giornate a rovistare nei bidoni, urlare insulti e bestemmie a chi gli capita a tiro quando ha bevuto troppo o non abbastanza. Dorme davanti agli ingressi dei palazzi e fa i bisogni nei giardinetti. Inveisce contro i ragazzini all’uscita da scuola, rivolge gesti osceni alle donne di ogni età, interpella i passanti chiedendo degli spicci, sbraita contro il mondo, la sorte e tutti i santi, fino a che qualcuno non lo manda via agitando lo spauracchio di farlo arrestare. È solito gridare insulti e minacce ai monelli che si divertono a punzecchiarlo. A quanto pare questa volta non si è limitato alle parole.

«Conosco gli angoli in cui bazzica».

Tutti fissano Ivan. Il ragazzo si fa cremisi, ma non tentenna; libera la mano da quelle di Emma, che stringevano la sua con tutte le forze in un silenzioso: no, non andare.

«Lo troveremo!» propone con voce più sicura di quanto non si senta.

Partono con lo stesso passo deciso. Anche la signora con la stagnola in testa. Tommy guarda l’amico che scuote il capo guardandolo negli occhi. Esita un istante prima di seguire il gruppo. Lele ed Emma si ritrovano soli davanti ai cassonetti.

«Bisogna chiamare il 112, nessuno l’ha ancora fatto», suggerisce la ragazza.

Non impiega molto la folla a ritrovare il Lercio. Sta disteso in un’aiuola, mezzo intontito dal contenuto della bottiglia di vodka scadente vuota accanto a lui. Vedendoli arrivare inizia a imprecare e insultare come sempre, ma nonostante l’ubriachezza intuisce che niente è come sempre. Vorrebbe scappare, ma la gamba sinistra rigida da anni e il troppo alcool in corpo lo rendono impacciato. Tenta ancora di scollare il sedere da terra che già gli sono addosso. Quattro mani lo sollevano per le spalle.

«Dove vuoi scappare?» sibila il tabaccaio, proprietario di due delle mani. 

«Guardate le macchie sulla maglia: è sangue!» urla Tommy.

«Assassino!»

«Bastardo!»

«Pezzo di merda!»

«Feccia dell’umanità, dovremmo trattarti come quel povero bambino.»

Vola un sasso raccolto chissà dove, altri lo seguono. Il Lercio urla, scuote la testa, trema. Tenta di ripararsi con le braccia, ma le mani sulle spalle premono troppo forte. Ai sassi succedono le botte, un paio di voci provano a opporsi: non è il modo, non è umano trattarlo così.

«È stato umano lui, con la sua vittima innocente?»

Vola un nuovo sasso, nuovi colpi. Poi la rabbia sommerge tutto. Urla, rantoli, gemiti e botte. Calci, pugni, colpi di bastone. Il postino picchia con il catenaccio della bici. La parrucchiera calcia con gli zoccoli sanitari.

Si fermano solo all’arrivo dei carabinieri. In risposta alla chiamata di Emma o passavano di lì per caso? Nessuno può dirlo. I militari si fanno spazio e spingono tutti via, tranne il Lercio che non si muove più.

Tutti guardano l’uomo steso a terra, coperto di sangue, irriconoscibile. Un grottesco ingrandimento del corpo tra i cassonetti.

Nessuno parla, solo il frinire delle cicale copre il silenzio.

«Pensate a cosa ha fatto… lo meritava», dice sottovoce qualcuno.

Delle teste annuiscono, delle spalle si stringono.

                                                                                                                     

Il giornale è posato sul bancone del bar, aperto alla stessa pagina da giorni. Nessuno ha avuto il coraggio di buttarlo, nessuno lo ha più toccato dopo la prima volta. Ma non hanno bisogno di rileggerlo, ricordano ogni parola dell’articolo. 

Risolto il giallo dell’efferato omicidio del piccolo Davide Andri, di anni undici. Una settimana fa il suo corpo senza vita veniva scoperto tra i cassonetti di via Mazzini, a qualche isolato dalla villetta in cui viveva con i genitori. Il delitto ha destato grande emozione in un quartiere tranquillo in cui tutti si conoscono. 

P.R., commesso in un negozio di articoli sportivi, fermato martedì dai carabinieri in seguito a “importanti indizi materiali”, ha confessato.

Avrebbe detto agli inquirenti di aver sorpreso il bambino intento a rigargli con una chiave la macchina, parcheggiata in una piazzola dietro il Cimitero Nuovo. Avrebbe allora apostrofato Davide ottenendo in risposta un gestaccio. Secondo la nostra fonte, l’uomo si dice vittima di un raptus di follia: forse a causa dei problemi con la fidanzata, o del valore dell’auto, acquistata a rate poche settimane prima. “Non me lo spiego, ero fuori di me…”, queste le sue parole. Accecato dalla rabbia avrebbe afferrato Davide e iniziato a colpirlo prima a mani nude, quindi servendosi di uno dei manubri da palestra che tiene in auto. “Picchiavo, picchiavo come se fossi posseduto”, avrebbe ancora detto. Sconvolto dal proprio crimine, avrebbe caricato il corpo nel baule per deporlo tra i primi cassonetti un po’ discosti dalla strada incontrati sul tragitto. 

Nella confusione seguita al ritrovamento del bambino, aveva accidentalmente trovato la morte, per arresto cardiaco, un senza fissa dimora: Carlo Leccio, ex imbianchino cinquantottenne, già noto alle forze dell’ordine per reati di ubriachezza molesta, violazione di proprietà e piccoli furti. 

Fotografia di Deane Bayas per Pexels

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