Guerra

Guerra

C’erano sempre delle madri che non avevano abbastanza denaro, oro, oppure gioielli da offrire per salvare un figlio. Il sottufficiale allora suggeriva, con lo sguardo morbido e il sorriso che si apriva su dentini da luccio, che esistevano “altri modi per risolvere”. Chi arrossendo di vergogna e a testa bassa, chi mostrando un piglio da navigata delle faccende del mondo, le madri entravano nello sgabuzzino dietro la scrivania, seguite dal militare che, con cavalleria, si faceva da parte per farle passare.
Tra le scaffalature appesantite dai grigi raccoglitori di documenti, s’era trovato posto per una branda sempre aperta. Si alzavano le gonne e si calavano i pantaloni in fretta, come se ci si aspettasse di essere sorpresi da qualcuno, che però non arrivava mai.

Livia non era entrata nello sgabuzzino. Quel giorno passava per l’ufficio il Capitano che, avendo notato quella bella donna dall’eleganza leggera e l’espressione tormentata, l’aveva fatta accomodare nel suo ufficio. Il Capitano era stato molto gentile, aveva voluto sapere tutto della sua situazione. Sembrava che Cesare, il figlio quattordicenne di Livia, fosse stato arrestato, però non si riusciva a conoscerne il motivo e a sapere dove fosse incarcerato. Lei era sposata, ma il marito era disperso al fronte, e viveva con i due figli, Cesare e Virginia di cinque anni.
Per poterla avvertire qualora avesse saputo qualcosa, il Capitano le aveva chiesto l’indirizzo. Aveva promesso che si sarebbe interessato personalmente al caso. Livia era tornata a casa più lieve, dopo aver salutato con gratitudine il Capitano e pure il sottufficiale, che tuttavia mostrò un certo distacco.

Fu un’ora dopo l’oscuramento che Livia sentì suonare il campanello.
“Chi è, mamma?” risuonò la voce di Virginia dalla sua camera da letto. Era così insolito ricevere visite, soprattutto a quell’ora.
“Dormi, amore” disse Livia. “Su, da brava, è tardi.” Il campanello suonò di nuovo con uno squillo imperioso.
Dopo aver spento le luci del soggiorno, Livia aprì lentamente uno scuro. L’ombra davanti al portone bisbigliò: “Sono il Capitano, signora… presto, mi apra”. Livia chiuse lo scuro, la finestra, e scese al portone. Si fermò solo un attimo davanti allo specchio per sistemare una ciocca di capelli e, lisciandosi la gonna, pensò di essere abbastanza in ordine.
“Sono passato per dirle di suo figlio. Come le avevo promesso…” disse il Capitano. Livia lo invitò ad accomodarsi in salotto.
“Le ho portato anche del caffè” disse il Capitano prima di sedersi.
“Signor Capitano…” disse Livia arrossendo. “Che villana…” si riprese subito dopo. “Non le ho offerto nulla… ho del surrogato… ma potrei macinare un po’ del suo caffè… se lo desidera…”
“Non prendo niente, grazie.” Il Capitano tolse una sigaretta dal portasigarette d’argento, ne batté un’estremità sul coperchio e l’accese con un accendino che riprendeva l’incisione del portasigarette. “La situazione è grave” disse, “l’esercito è in forte allerta per paura di attentati.” Livia gli pose accanto il posacenere. “Suo figlio è stato arrestato in una retata, sembra si accompagnasse ad elementi sovversivi. Ora è nel carcere di T., ma non è possibile comunicare con lui. Ho parlato con chi si occupa dell’inchiesta, bisogna aspettare qualche giorno, forse una settimana. Finché non saranno terminati gli interrogatori.”
Livia stava tormentando la fede che aveva al dito. Si disse che Cesare non poteva essere un sovversivo, le sue conoscenze erano solo tra i compagni di scuola.
Il Capitano spense la sigaretta.
“Mamma, mamma… ho sete” chiamò Virginia.
“Mi scusi, vado un attimo dalla bambina. Torno subito.” Livia si alzò in fretta chiudendosi la porta alle spalle.
Il Capitano accese un’altra sigaretta. Si accorse in quel momento che nella stanza sobria e pulita c’era sul tavolo un vaso di fiori gialli, dei comuni fiori di campo. Il “tocco femminile” pensò.
“Ora si è addormenta di nuovo” disse Livia rientrando in salotto. “Da quando manca Cesare siamo tutte e due…”
“Cercherò di fare quello che posso” l’interruppe il Capitano, “deve avere pazienza.” Si alzò facendo capire che l’incontro era terminato. Livia lo accompagnò all’entrata.
Dinanzi alla porta chiusa il Capitano l’attirò a sé. Livia si lasciò trasportare dal lungo bacio per gratitudine, per responsabilità verso suo figlio, e per i due anni nei quali non aveva abbracciato, accarezzato o baciato nessun altro se non i suoi figli.
La mattina dopo, il Capitano si svegliò presto, ma Livia si alzò prima di lui insistendo per preparargli almeno un caffè, un vero caffè, prima che partisse. L’aroma lo chiamò in cucina, tra le deboli proteste di Livia che stava apparecchiando il resto della colazione. Quando uscì nella via ancora buia, il Capitano si accese una sigaretta e ripensò al figlio di Livia. Sapeva che era stato ammazzato, ma lei gli piaceva. Molto. Carnalmente, precisò a se stesso.

Da allora, quando il Capitano si fermava da lei, Livia gli preparava la colazione con dell’autentico caffè, che macinava al momento per conservarne l’aroma, e due piccoli biscotti che poggiava su un piattino del servizio buono, con un tovagliolo immacolato.
“Ha solo questo zucchero?” le aveva chiesto una mattina il Capitano osservando la zuccheriera quasi vuota. Lei aveva annuito, vergognosa di non poter trattare meglio il suo amante. “Vedrò di procurargliene dell’altro” aveva concluso lui. Da quel giorno non aveva fatto mancare loro nulla: caffè (a Livia piaceva così tanto), zucchero, pane bianco, burro, farina (adesso poteva cucinare quei dolci per i quali era così apprezzata).
La notte, dopo aver riposto ordinatamente gli abiti in armadio, entravano veloci sotto le lenzuola pulite perché faceva freddo e la stufa era già spenta. Rimanevano fianco a fianco finché il Capitano non si girava verso Livia per accarezzarle i seni sotto camicia da notte e poi baciarla. Dopo averle fatto salire la camicia sopra il ventre, saliva sopra di lei che apriva leggermente le cosce. Eccitato, con la mano dirigeva il membro eretto nella vagina di Livia per penetrarla. Le spinte, sempre più veloci, terminavano con la fuoriuscita del pene (non desiderava certo mettere incinta Livia) e un singulto, per silenziare il suo orgasmo. Si lasciava andare sul corpo di Livia, evitando le macchie umide e ormai fredde del suo seme, per scivolarle poi lentamente accanto, nella posizione iniziale, respirando a pieni polmoni per placare l’eccitazione.
Il Capitano però sentiva che il suo appagamento era mutilato. Avrebbe desiderato che Livia gli si opponesse, con passione, per poterla vincere e dominare, ma questo non accadeva mai. Livia sembrava vuota, sospesa. Era solo un corpo caldo che soddisfaceva la sua virilità, lei o un’altra sarebbe stato lo stesso. Livia si rianimava solo dopo, quando appoggiava la testa sulla sua spalla che copriva di baci leggeri.

Livia non aveva mai avuto molto confidenza con il signor Beni del terzo piano, ma l’ultima volta che si incrociarono lui le sorrise toccandosi la tesa del cappello di feltro.
“Finalmente non ci sono più” le disse con fare d’intesa. Livia annuì. “I Venezia. Non torneranno tanto presto. Lei mi capisce, vero?” Allora il gran trambusto della sera prima era stato per la loro partenza, pensò Livia. Era arrivato qualcuno a prelevarli in fretta e furia.
Mentre scendeva le scale Livia vide un gruppetto di donne del pianerottolo sotto il suo che stavano parlottando. Quando la videro smisero di botto e la fissarono.
“Buongiorno” le salutò.
“Buongiorno” risposero all’unisono, continuando a seguirla con lo sguardo. Ripresero a confabulare solo quando aprì la porta di casa. Sulle scale la salutavano ormai con il timore di chi non voleva inimicarsi una persona importante che poteva decidere delle loro sorti. Per lo più erano sguardi di disprezzo, ma leggeva nei loro occhi una parola che rimaneva nell’alveo della bocca, “puttana”, e il risentimento verso chi stava meglio e non doveva lottare con le tessere annonarie e la borsa nera. Te la faremo pagare quando la guerra sarà finita, sembravano pensare le vicine, le labbra strette per trattenere quella parola. Livia avrebbe voluto spiegare che lo faceva solo per i figli. Da quando si può accusare una madre per cercare di salvare i figli? Non l’avrebbero fatto pure loro se ne avessero avuto la possibilità?

Quella mattina il Capitano si era alzato più tardi. Da dietro la porta uscì Virginia con una tazza bianca di caffè fumante tenendo il piattino con due mani. Lo sguardo era serio, concentrato sul compito di tenere in equilibrio la tazza senza rovesciare. Dalla fessura della porta vide Livia sbirciare con in mano la zuccheriera. La bambina avanzava lentamente, la stanza era poco illuminata e fuori era ancora buio. Il Capitano notò i vestiti bianchi di Virginia e di Livia, i volti appena illuminati. Lui era seduto sul letto già in divisa nera. Gli sembrò un rituale, un’eucarestia infernale. La sacerdotessa consegnava a Satana attraverso la piccola vergine, l’ostia nera nella tazza. C’è qualcosa di strano, pensò. Forse mi vuole avvelenare. Ha saputo del figlio, i ribelli sono entrati in contatto con lei, l’hanno convinta, le hanno fornito le prove, rubato un vestito dalla prigione che lei ha riconosciuto come quello del figlio, e ora mi avvelena. No. Era impossibile. Livia non ne sarebbe stata capace, era troppo ingenua. Ma l’hanno scelta proprio per questo. Sono infidi, sanno che è difficile arrivare a me, così hanno scelto una insospettabile. Guarda con che sorriso stupido mi fissa.
Livia guardò Virginia appoggiare la tazza sul comodino per poi correre a prendere il cucchiaino e la zuccheriera. Li appoggiò come le aveva insegnato e poi tornò da lei. Che amore, pensò Livia sorridendo.
Che puttana, macinava torvo il Capitano, usa la piccola per non creare sospetti. Ma no, ora ho capito, vuole che anche lei guardi come mi uccide, per farle ricordare il fratello. Il cerchio del caffè era immobile. La caffeomanzia, ricordò il Capitano, la lettura del destino dai fondi del caffè. Che cosa ci sarà nel fondo di questo caffè? Portò la tazzina alle labbra e sorseggiò il caffè facendo attenzione se percepiva dei sapori inusuali.
“è stata brava, vero?” disse Livia, accarezzando orgogliosa la testa di Virginia. Il Capitano annuì e la scena mutò significato. La cerimonia demoniaca si tinse della grigia luce del quotidiano, diventando uno scialbo quadretto familiare: un uomo, una donna e una bambina in una stanza.
Manca solo Cesare, pensò Livia.

“Siamo venuti a trovarvi” disse Livia spingendo avanti Virginia.
La madre di Livia rimase sull’uscio, come fosse incerta se farle passare o chiudere la porta. Infine, dando uno sguardo attorno, disse: “Entrate presto. La gente non si fa mai gli affari suoi”.
L’espressione si addolcì quando la nipotina le chiese del nonno.
“Povera bambina” disse rivolta a Livia.
“Ti ho portato del caffè, mamma.”
“Mettilo lì… Ma è proprio caffè?” Per un attimo sembrò interessata. “Tuo padre sarà contento.”
L’ultima conversazione sul caffè tra la madre e il padre di Livia era andata più o meno così.
“Nostra figlia è una… è una di quelle. Io quel caffè non lo bevo.”
“Sei pazza! Vuoi sprecare questo ben di dio? Livia ha avuto un pensiero gentile.”
“Buttalo via!”
“Lo venderò e potremo comperarci dell’altro che ci serve.”

Secondo i comunicati, il bombardamento della mattina aveva completamente raso al suolo il quartiere di Livia. I condomini erano un cumulo di macerie e c’erano moltissimi morti tra la popolazione civile. Il Capitano decise che non sarebbe andato a verificare. Cosa poteva fare? Piangere sulla tomba di una sconosciuta e di sua figlia? Seduto nell’ufficio, aprì il pacco di caffè che aveva preparato per Livia e prese una manciata di chicchi che scivolarono tra le dita come della ghiaia grossa. Inalò il profumo di quelle pietrine scure e lucenti che gli sembrarono denti senza radice cavati di bocca ai cadaveri, denti anneriti dal marciume. Ma l’aroma era forte e intenso, lo ristorava e lo svegliava ogni mattina. Prese uno di quei denti morti e se lo ficcò in bocca: scrocchiava come un ramo secco e i ruvidi frammenti diffondevano un sapore amaro. La sensazione gli fece desiderare di muoversi, così richiuse il sacchetto e si alzò per andare dal sottufficiale nell’altra stanza a impartirgli degli ordini.
Aprì la porta dell’altro ufficio. Davanti alla scrivania vuota del sottufficiale era seduto un bambino, i piedi a penzoloni dalla scomoda sedia di legno. Faceva cabrare un aereo, un semplice giocattolo costruito con due assicelle in croce tenute assieme da uno spago.
“Ta-ta-ta-ta-ta…” L’aereo procedeva orizzontale mitragliando per poi salire in picchiata. Il ragazzino si ammutolì, col braccio a mezz’aria, rendendosi conto della presenza del Capitano. Il volto del bambino non sapeva decidersi se assumere un’espressione di paura oppure di curiosità. Era sospesa come l’aereo trattenuto dalla manina: poteva cadere o alzarsi più in alto.
“Dov’è il Caporale?” chiese il Capitano, ma il bambino sembrò non capire. “Il soldato…”
Il bambino indicò con il dito la porta dello sgabuzzino. “È con la mamma” gli confidò. “Torna presto.”
“Sì, certo” disse il Capitano, e rientrò nel suo ufficio chiudendosi la porta alle spalle.

Copertina da Unsplash / Boston Public Library

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