Racconto di Filippo Saguatti.
Erano ore che il capitano Ivan Sokolov camminava in perlustrazione, sul limitare del grande bosco del Donetsk. Avanzava nella divisa sporca di fango e di sangue secco e si chiedeva il senso di quello che stava succedendo. Per tutto il tempo aveva sentito solo il calpestio monotono dei suoi stivali sulle foglie umide, il rombo lontano delle cannonate e il canto degli uccelli, interrotto di tanto in tanto dai colpi secchi di fucili e mitragliatrici. La zona non era sicura ma lui camminava in pieno giorno e allo scoperto, perché non gli importava più della sua incolumità, né di vincere o di perdere quell’assurda guerra. Katya e i bambini l’avrebbero certo perdonato se invece di tornare a casa fosse rimasto lì, a seccare come un ramo del sottobosco.
A un certo punto il sentiero cominciava a scendere e lui notò, molto più avanti, una macchia scura. Il capitano non arrestò il passo né rallentò. Improbabile che si trattasse di un soldato nemico: la divisa degli altri era di un colore più chiaro e inoltre nessuno sarebbe stato tanto stupido da farsi trovare così esposto, come lui. Una bestia selvaggia allora? Dopo due anni passati schivando proiettili e granate, sarebbe stato comico morire incontrando un orso o un branco di lupi.
Man mano che si avvicinava, il capitano si rese conto che la macchia era immobile e di forma regolare; un tronco d’albero forse, o un cespuglio. No, più avanzava, più la macchia appariva definita: un mobile, come una credenza o uno scrittoio. Pensò di avere un’allucinazione; niente di più facile del resto, i suoi pasti erano discontinui, il sonno disordinato e il confine tra realtà e immaginazione, in quella follia collettiva, era labile.
Arrivato a una cinquantina di passi dalla macchia scura, il capitano si fermò, attonito. Durante tutti quei mesi in prima linea ne aveva viste di cose insolite, ma quella che riconobbe accanto al sentiero, in quel pomeriggio d’autunno, scosse la sua apatia: era la sagoma elegante di un pianoforte verticale. Dovette reprimere la commozione che come una mano saliva dallo stomaco per prenderlo alla gola, perché un soldato non piange. Un soldato non prova emozioni, se non per la Patria, la Bandiera ed eventualmente i propri commilitoni. Ma non poté impedirsi di ricordare le lezioni di piano a casa della signorina Sofia, quand’era bambino, e lei gli sorrideva dicendo «bravo!» e lui sentiva il suo profumo e la guerra era solo un gioco con i compagni di scuola tra i vicoli di Donetsk.
Poi una parte del suo cervello che non riposava mai, efficiente come un’arma ben oliata, offuscò per un momento l’immagine della maestra di piano, insinuando che si stava cacciando in una trappola. Forse il nemico aveva piazzato quello strumento dall’aria innocua e famigliare per attirarlo, invogliandolo a giocare con i tasti bianchi e neri – e così bum!, la bomba collegata all’interno avrebbe fatto il suo dovere, spedendolo all’inferno. O forse, un cecchino appostato dietro uno dei grandi pini del bosco lì accanto aveva il fucile puntato esattamente di fronte alla tastiera, e il saggio di pianoforte del capitano Sokolov non sarebbe neppure cominciato.
Che importava? Era stanco. Quella guerra non sarebbe mai finita; non finché lui era in vita.
Riprese ad avanzare e si fermò a un metro dal piano. Il lucido legno di abete rosso era scheggiato negli spigoli e macchiato in vari punti. Se non era stato messo dal nemico, quale poteva essere la sua storia? Era andato perso durante la fuga precipitosa di una famiglia di profughi? Era caduto da un camion durante il trasferimento di una scuola di musica?
Pensò di nuovo a Sofia, l’insegnante di piano: dove si trovava in quel momento? Era in pericolo?
Fece ancora due passi; nessuno gli sparò. Accarezzò il coperchio della tastiera e gli venne da chiedersi, se ci fosse stata una bomba all’interno, quale nota l’esplosione avrebbe prodotto. Scoprì i tasti d’ebano e d’avorio; dopo qualche istante, vide le dita di un bambino posizionarsi per formare un insieme di note, e rimanere in attesa. Pose le sue dita escoriate su quelle del bambino; esitò un momento, e poi premette suonando i due accordi dell’attacco di 4 Mains, La minore – Fa maggiore. Le note riecheggiarono nell’aria e la parte irriducibile del suo cervello che montava la guardia lo ammonì: suonare era un’ottima maniera per far conoscere al nemico la sua posizione. Ma il capitano Sokolov la ignorò. Sofia e lui non erano mai riusciti a completare l’esecuzione di quel brano. Seduti uno accanto all’altra, lui suonava l’accompagnamento mentre lei si divertiva con la parte principale; ma se lui si voltava a guardarla, sbagliava l’accordo e lei lo rimproverava sorridendo e sgranando gli occhi azzurri; se invece rimaneva concentrato, fissando lo spartito con la punta della lingua fuori da un angolo della bocca, era lei a girarsi e scoppiare a ridere.
Un tumulto di pensieri gli impedirono di muoversi per qualche minuto. Tra le diverse voci che affollavano la sua mente, una suggeriva di chiamare il comando, comunicandogli la propria posizione e chiedendo di recuperare se stesso e il piano; un’altra gli sussurrava di disertare e tornare un’ultima volta dalla sua famiglia, e poi lasciare che la corte marziale lo facesse fucilare. Un’altra voce ancora, iniziata in sordina, prese il sopravvento: «Se il piano è qui, qualcuno verrà».
Il capitano Sokolov si addentra tra gli alberi alti e fitti, fino a un gruppo di rocce da dove può osservare il sentiero senza essere visto. Spegne la radiotrasmittente, beve un sorso dalla borraccia e si siede sugli aghi di pino, respirando l’odore del muschio. Vorrebbe rimanere lì per sempre. Un insetto rosso e verde cammina sulle macchie della divisa e gli fa venire in mente quando, nei giorni di festa prima della guerra, andava in un bosco come quello con tutta la famiglia e i bambini gli chiedevano il nome di piante e animali. Allora non immaginava che due anni dopo si sarebbe ritrovato in un posto simile ma solo, con una divisa logora e un AK-47 tra le braccia.
Scende la sera. Gli uccelli hanno smesso di cantare; i cannoni lontani no. È sorta la luna piena che fa intravedere il pianoforte, solo e muto.
Un’ombra spunta dalla direzione opposta del sentiero; il capitano si alza lentamente. L’ombra scivola verso il piano; lui non riesce a distinguere se sia un soldato o un civile. Ora l’ombra è di fronte al piano; lui non sa dire se sia un uomo o una donna. L’ombra apre il coperchio della tastiera; lui imbraccia il fucile e prende la mira.
Nella sera risuona un La minore; il capitano sgrana l’occhio che sta guardando nel mirino. L’ombra si gira verso di lui; il capitano ha il dito sul grilletto. Fa maggiore.
Copertina di Ivan Kuznetsov da Unsplash
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Filippo Saguatti è nato a Bologna. Laureato in Lingue e Letterature Straniere, ha svolto diversi mestieri. Oltre alla letteratura, motivo di sopravvivenza per lui è la musica: David Bowie, Suzanne Vega, i Porcupine Tree e The Wall sono alcune delle sue stelle di riferimento.
I suoi primi racconti sono stati pubblicati da Kairos, Rivista Blam, L’Appeso, Nido di Gazza e Racconticon a partire da ottobre 2024; altri usciranno prossimamente su Nabu e Magma Magazine. Il suo testo Moby Sick ha ricevuto una menzione d’onore all’VIII concorso di letteratura Storie in Viaggio.



