Racconto di Luigia Brandimarte.
Che qualcosa non andasse, Giovannona lo aveva capito subito. Mentre lo tirava fuori per i capelli, raccontava alle colleghe che quella mattina aveva dovuto lottare con una gallina che non ne voleva sapere di farsi sgozzare, e che le aveva dovuto tirare così tanto il collo che era diventato una corda per saltare. E quanto aveva gridato, la bestiaccia! Quel bambino, invece, se ne era venuto fuori subito subito, e in silenzio. E in silenzio rimaneva.
Li tiri fuori, stanno muti qualche secondo, poi lo capiscono da soli che devono respirare. Quelle ai primi parti ci cascano sempre, stanno lì col fiato sospeso, aspettando che la creatura frigni. Ma Giovannona ne aveva tirati fuori di neonati – e sgozzate di galline – e non si faceva certo impressionare. Eppure, quel bambino aveva qualcosa di diverso: paonazzo, muto, sembrava che aspettasse che qualcuno lo facesse respirare. Suor Maria, coi tempi dettati dall’artrite, si mise in ginocchio a pregare il santino della Madonna di Lourdes tirato fuori da sotto la tunica. Una giovane infermiera dall’urlo facile invocava ora l’aiuto del dottore, ora del Signore; la caposala, poco avvezza a perdere tempo, diede un bel colpo alla schiena della creatura, sperando col trauma di farlo respirare. Ma niente.
Giovannona si irritò. Non le era mai uscito nessuno morto, ci mancava che a due mesi dalla pensione le si rovinassero le statistiche. Sporco e immobile se lo avvicinò alla bocca, lo guardò negli occhi vuoti, inspirò sonoramente e gli espirò brodo di gallina in faccia per fargli vedere come doveva fare a respirare.
E quello finalmente pianse. E forte. Applausi, pacche sulle spalle, baci alla Madonna, complimenti alla madre che, esausta, della scena aveva visto solo la pacca della caposala. Ma che ne sapeva lei, non aveva mai partorito prima – e mai più dopo -, magari si fa così.
Giovannona si godette qualche minuto di gloria, poi staccò il neonato dalla sua faccia e lo stese sul lettino dove la giovane infermiera dall’urlo facile doveva pulirlo, pesarlo e misurarlo. Ma quello di nuovo smise di respirare. Il trucchetto fu subito chiaro: quando se lo avvicinavano al corpo, il neonato respirava e piangeva; quando lo allontanavano, apriva la bocca e ammutoliva. E avanti e indietro, e respira e trattieni, e frigna e zitto.
Lo diedero alla madre, il loro lavoro l’avevano fatto.
Subito se lo rimbalzarono i neurologi. Tempo due giorni e arrivarono esperti da ogni parte per un convegno su Spiros, il neonato che non sapeva respirare.
Bambino e genitori furono messi al centro della sala di patologia, intorno a loro i primari e i dirigenti, sulle scalinate i medici esterni e in piccionaia quelli in pensione. Fu invitata anche Giovannona.
Sulla diagnosi non ci fu nemmeno bisogno di litigare, suscitando delusione in quelli della piccionaia che se ne tornarno a casa lamentandosi delle pensioni.
Sindrome di Navier: rarissima, la storia della medicina contava appena cinque casi diagnosticati, dovuta ad una “…eccessiva consapevolezza di se stessi in quanto esseri viventi; il cervello, sopraffatto dalla continua necessità di dover respirare per vivere, è soggetto ad inarrestabili e perenni stati di attacchi di panico che, paradossalmente, gli impediscono di respirare”.
Il padre pensò, senza confessarlo, che fosse un contrappasso alla mancanza di consapevolezza della moglie; la madre pensò — e lo confessò — che quella di Spiros fosse una forma aggravata delle psicosi della suocera. Lo sbigottimento dei genitori fu parzialmente rasserenato: Spiros poteva vivere una vita come tutti, con degli accorgimenti, certo. Aveva bisogno di un tutore del respiro, di avere sempre accanto qualcuno da cui prendere il ritmo. Una volta addormentatosi, invece, il suo cervello, a riposo, lo avrebbe lasciato respirare autonomamente.
E dopo un po’ di rodaggio iniziale, fu effettivamente così. Spiros cresceva antipatico come gli altri, svogliato come gli altri e sovrappeso come gli altri. L’unica differenza con i coetanei era la presenza assidua della madre al suo fianco. A scuola sedeva al banco con lui, alle partite di calcio gli correva di fianco, in bagno si sedeva sul bidet.
Nel tempo Teodora era riuscita ad isolarsi dalle attività del figlio, non si immischiava nelle discussioni, non partecipava alle risse, non suggeriva quando Spiros veniva interrogato. Lei respirava e basta. Al massimo leggeva un libro, lavorava a maglia o faceva le parole crociate.
Qualche problema cominciò a sorgere durante l’adolescenza di Spiros. Portarsi la mamma in bagno era diventato imbarazzante, le partite di calcio troppo impegnative per Teodora e certe pratiche giovanili impraticabili.
Un corso di apnea!, fu l’idea rivoluzionaria di Teodora. Se Spiros avesse imparato a trattenere il respiro per qualche minuto, sarebbe stata una grande svolta per tutti: che succede se mi prende un infarto e siamo soli in casa? Non le prese un infarto, ma un vaso di gerani che le cadde in testa mentre uscivano da un negozio di casalinghi. I tentativi di Spiros di chiedere aiuto furono eroici. Non riuscendo ad emettere suoni vocalici, produsse rumore: spaccò violentemente le porcellane che avevano appena acquistato per il matrimonio di sua cugina (che si dovette accontentare di due tazzine e tre piattini spaiati) richiamando l’attenzione della commessa del negozio che si accovacciò su Teodora gridando Oddio, oddio! e ignorando il povero Spiros che ormai al limite della sua apnea le si buttò sulle spalle piazzandole l’orecchio vicino alla bocca appena in tempo per fare un bel respiro che quella lo scaraventò lontano pensando che volesse baciarla.
La morte di Teodora fu un bel problema. Spiros, che aveva sempre respirato assieme alla madre, dovette abituarsi a prendere da chi offriva. A casa era il padre (ma aveva l’asma e adattarsi fu davvero affannante), a scuola il vicino di banco (un burlone che alla ricreazione scappava via, costringendo il povero Spiros a buttarsi sul primo che passava), alla parrocchia il sagrestano (che però era vecchio e faceva un respiro ogni venti secondi).
Furono anni difficili.
Spiros varcò i vent’anni come ogni altro ventenne: con il telecomando in mano, con grandi idee e coi continui litigi col padre, con cui però continuava ad addormentarsi.
Si laureò con grande soddisfazione in filosofia stoica con la tesi Pneuma, soffio vitale. Si preparava ad una vita da disoccupato, quando Demetris sul divano di fianco a lui si fece stecchire da un infarto (lui sì) mentre guardava una televendita. Spiros mise in atto il piano di emergenza e suonò la trombetta da stadio nel vano scale: si aprirono le porte dei vicini di casa, Spiros tirò un respiro di sollievo e poi annunciò che il padre era probabilmente morto.
Toccò a Maria, la cugina che si era beccata i piattini spaiati, prenderselo in casa: se proprio non hai nessun altro… ma vieni tu da noi, che al settimo mese di gravidanza non cambio certo casa.
Di giorno, quando Maria lavorava al bar dell’università, Spiros si stendeva sul letto vicino al cognato che faceva i turni di notte alla fabbrica di bulloni. Leggeva un libro o guardava un film (coi sottotitoli però, perché Asterios doveva riposare). Di notte, invece, quando Asterios andava in fabbrica, si stendeva vicino a Maria e dormiva. Viveva sul letto, ma era uno di poche pretese, gli bastava che lo facessero respirare.
Tutto funzionò fino all’arrivo del neonato. Asterios si fece cambiare il turno – il bambino pretendeva continue attenzioni -, e Maria, troppo impegnata dietro al figlio, si dimenticava di Spiros. Come quella volta che corsero all’ospedale perché il bambino aveva le convulsioni e si scordarono Spiros a casa. Per fortuna che teneva sempre a portata di mano la trombetta da stadio.
Decisero di sistemarlo in camera col bambino, tanto quello non si poteva muovere ed era un riferimento fisso e sicuro per Spiros. Ma lui non sopportava quel neonato che la notte ogni tre ore si svegliava e quando frignava andava persino in apnea.
L’idea apparentemente geniale venne a Spiros: se ne sarebbe andato in una casa di riposo. Avrebbe condiviso la stanza con uno degli ospiti, in cambio offriva compagnia – che nelle case di riposo non basta mai. Se lo contesero tutti, quelli ancora vigili e i parenti di quelli meno vigili; tutti volevano in camera il ragazzo che non sapeva respirare.
Un sorteggio elesse il generale Yannis a fortunato vincitore. Spiros era entusiasta, il generale parlava, parlava e parlava, ma non si aspettava né che lo si ascoltasse, né che si rispondesse. Così, Spiros respirava e basta. E si mangiava pure bene.
Forse per il malocchio che gli aveva fatto la signora Kuzzo, che ci teneva proprio a vincerlo lei il sorteggio, il generale Yannis il terzo giorno di convivenza non si svegliò. Se ne accorse Spiros che, appena aperti gli occhi, rimase senza fiato e corse fuori in corridoio in cerca di un respiro.
Fu ripetuta la lotteria. La fortunata stavolta fu la signora Mikaelis, insegnante di filosofia in pensione. Furono cinque giorni perfetti, finché a colazione la signora non si accasciò sul cornetto alla marmellata, senza più riprendersi.
Nel giro di un mese, Spiros cambiò quattro ospiti. Alla signora Kuzzo venne il sospetto che la lotteria in realtà fosse una roulette russa. Al quinto decesso, il direttore gli comunicò che gli ospiti temevano che lui rubasse loro il respiro: sono desolato, ma qui non puoi restare.
Alla soglia dei trenta anni Spiros cominciò a dubitare dell’altruismo della gente. Che gli costava? Mica dovevano spingere una carrozzella, cambiargli i pannoloni, o imboccarlo. Inspirare, espirare: lo fanno tutti e comunque.
La svolta arrivò da Charity, l’addetta alle pulizie nigeriana: ma la pensione di invalidità la prendi? Così ti ci paghi una badante che respiri.
Il patto fu subito redatto. Charity, con una laurea in public administration – taciuta, che se no a fare l’addetto alle pulizie non ti prendono –, lo avrebbe aiutato con la domanda di invalidità e Spiros l’avrebbe assunta come badante a casa sua, che i vecchi lei proprio non li poteva soffrire e i loro parenti ancora meno (pulire però non era nei patti, Charity avrebbe solo respirato e guardato la televisione). Con grande stupore, però, appresero che la mancanza di respiro non era nella lista delle invalidità.
Non riuscendo a tamponare la furia di Charity, l’impiegato dell’ufficio invalidità si tamponava il sudore sulle tempie con un bel fazzoletto bianco con le iniziali M.M. ricamate in blu. Charity non mollava, perorava la causa con lo stesso vigore con cui le sue lunghissime treccine infliggevano colpi al povero M.M. ogni volta che lei scuoteva la testa in segno di disapprovazione. E di tanto in tanto, Charity gonfiava il petto (già gonfio di suo), tratteneva il respiro e costringeva Spiros a sintonizzarsi su quello di M.M.. Provi anche lei a non respirare! Così la vedrà meglio l’invalidità di quest’uomo.
E giù colpo di treccine, girandosi verso Spiros.
M.M. cercò di far capire che per quanto fosse d’accordo, era indubbio che fosse una invalidità, lui non poteva farci niente, non era nella lista ufficiale. Tirò fuori dal cassetto una pila di fogli alta quanto Charity e disse che potevano aggiungere la loro richiesta in fondo al mucchio.
Charity prese in mano il primo fascicolo e lesse la data apposta, 1992. Mancanza di personale, hanno tagliato i fondi, che vuole signora, non decido io…
Quando lasciarono il grattacielo dell’ufficio invalidità, dopo sei ore, Spiros teneva stretto in mano un contratto (il primo della storia) da revisore capo delle domande di inserimento invalidità nella lista, Charity si era conquistata un posto da badante e M.M. si ritrovò con la necessità di ingurgitare dei calmanti.
In pochi mesi Spiros imparò non solo a valutare le richieste con professionalità e competenza (anche di fronte ai casi più curiosi: una ragazza sosteneva che essere diventata madre l’aveva resa invalida e nessuno l’aveva avvertita prima), ma anche a valutare che di Charity non era solo il respiro che gli serviva.
La proposta di matrimonio includeva rose rosse, una copia del contratto a tempo indeterminato all’ufficio invalidità, analisi del sangue – prive di asterischi –, certificato del corso di apnea. Charity era una che non si faceva sorprendere facilmente, eppure quella proposta la spiazzò. A sposarsi non aveva mai pensato, forse perché la madre aveva passato il suo matrimonio a partorire figli ogni nove mesi, finché non c’era morta.
Si prese tre giorni per riflettere, durante i quali Spiros restò col fiato sospeso. Poi rifiutò: grazie, ma mi sposo solo con chi mi toglie il respiro. Promise, comunque, che avrebbero vissuto insieme. Non era la stessa cosa, ma Spiros si dovette accontentare.
All’ufficio invalidità lo conoscevano tutti, era quello che non sapeva respirare, sedeva al dodicesimo piano, di fianco a M.M e ogni mattina lo accompagnava una ragazza nera, con le treccine lunghissime e il petto a balconcino. Aspettavano M.M. davanti all’ascensore, poi lei gli diceva buona giornata e se ne andava; a fine turno lei tornava, aspettava davanti all’ascensore che M.M. lo portasse giù, gli diceva come è andata e se lo portava via.
Sarà stata la moglie? Se lo chiedevano tutti.
Il primo contratto da revisore capo delle domande di inserimento invalidità nella lista aveva attirato la televisione nazionale che per una volta era entrata all’ufficio per parlare di altro che di debiti e truffe. E avevano pure filmato scene con Spiros nei corridoi, mettendo in agitazione tutto il personale (molti scrissero poi sul proprio curriculum “esperienza nel mondo del cinema”).
Dopo poche settimane, la televisione tornò un’altra volta. Una mattina in cui pioveva. Charity, come sempre, lo aveva consegnato a M.M., buona giornata. Davanti all’ascensore c’era anche un uomo di mezza età su una sedia a rotelle, accompagnato da un ragazzo con una felpa nera con la scritta gialla TAXI CURIER: non è che andate al dodicesimo piano? Parcheggio meglio e arrivo subito.
M.M., che era un uomo buono come (quasi) tutti i timorosi, disse che certo lo avrebbero accompagnato loro il signore al dodicesimo piano e gli avrebbero offerto un caffè.
Il ragazzo rassicurò l’uomo con una pacca sulla spalla, quello mise in marcia la sedia a rotelle e i tre entrarono nell’ascensore. Approfittando della presenza dello sconosciuto, M.M. si fermò al secondo piano per prendere la carta per la stampante, sostendendo che qualcuno il giorno prima avesse stampato tutto il codice tributario. E no, caro M.M., pensò Spiros, veramente ho stampato io quattrocento pagine di ricette nigeriane per Charity (chi l’avrebbe detto che la cucina nigeriana fosse così ricca). Certo, vai pure, salgo col signore.
Quando la porta del secondo piano si chiuse, Spiros si preparò a sintonizzarsi sul respiro dell’uomo. Ma non riusciva a sentirlo. Eppure quello era vivo, perché si agitava sulla sedia a rotelle e aveva puntato le mani sui braccioli e provava inutilmente a tirarsi su. Spiros gli si avvicinò fino a mettere l’orecchio davanti alla sua bocca: niente di niente!
Poco prima del black out che seguì (…cortocircuiti in alcune centraline elettriche causati forse, ma siamo alle prime ipotesi, dalle piogge torrenziali) lo sguardo di Spiros cadde sull’intestazione del foglio che quell’uomo teneva sulle gambe:
UFFICIO INVALIDITÀ
Oggetto: Richiesta di invalidità per Sindrome di Navier
Copertina di Malanca Stanislav in Pexels
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Luigia Brandimarte lavora di giorno, scrive di notte. Si potrebbe dire che lavora in estate e scrive in inverno, visto che vive a Stoccolma. Ma non è vero. Al Politecnico ci va tutti i giorni da oltre dieci anni e a scrivere ha iniziato da poco. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su Wertheimer rivista, Pastrengo, Smezziamo, Narrandom e Tremila battute.



