72 codice verde

72 codice verde

Sono in ufficio quando telefona il nostro dentista. “Dovrebbe passare a prendere sua moglie” mi dice. “Non sta bene, è confusa. Credo sia meglio che non guidi.”
“Come confusa?” chiedo.
“Ripete che non ricorda niente.”
“Arrivo subito.”
Avverto al lavoro che ho un’urgenza e mi precipito in bicicletta dal dentista. Durante il tragitto penso che devo chiudere la bicicletta con la catena davanti allo studio del dentista, tornare in macchina a casa con te, poi uscire a piedi per recuperare la bicicletta.
Hai gli occhi sbarrati da cucciolo spaventato. Accanto a te ci sono due assistenti alla poltrona che mi guardano con un sorriso teso. Poi arriva anche il dentista.
“Non ricordo niente” dici.
“Non preoccuparti, adesso andiamo a casa.”
“Non ricordo niente” ripeti. “Sono andata in bagno e poi non ricordo più nulla.” Ti aggrappi al mio braccio, tirando la manica. Mi dà fastidio quando mi tiri una manica perché vuoi qualcosa.
“Stai tranquilla, amore” dico. Con calma e professionalità, il dentista mi spiega che dovevi ancora iniziare il detartraggio, poi è successo che hai cominciato a dire che non ricordavi nulla. Mi consiglia di andare al pronto soccorso.
“Non ricordo niente” continui a ripetere come una litania “Aiutami!” Ti guardo, sembri smagrita, gli occhi ingranditi dalla paura. Saliamo in auto.
“Non ricordo niente” dici. Sembra quasi che tu ti metta a piangere.
“Ricordi come ti chiami?” ti chiedo.
“Sì.”
“Sai chi sono io?”
“Sììì.”
“Vedi, non hai perso la memoria” concludo, pratico.
“Ma io non ricordo niente” insisti. “Non ricordo!”
“A casa ti distendi e poi ti passa” cerco di rassicurarti. “È un’amnesia, le cose ti torneranno in mente.” Quando arriviamo, ti faccio sdraiare sul letto.
“Non ricordo niente” mi dici ancora. “Non riesco a ricordare. Aiutami.”
“Ricordi che siamo arrivati qui in macchina? E che ti ho chiesto come ti chiamavi?”
“No!” Ti agiti sul letto. “Non ricordo niente!” protesti ad alta voce. Mi guardi implorando delle risposte.
“Andiamo al pronto soccorso” decido. In macchina non parliamo, non so cosa pensare.
72 codice verde. Non sei un codice bianco, gli ultimi a entrare, ma neppure un codice giallo, un paziente grave, oppure rosso, in pericolo di morte. Per fortuna ti fanno entrare subito.
Al pronto soccorso, il tempo ha un significato proprio. Bisogna aspettare. Tutto dipende da cosa succederà dietro la porta degli ambulatori e da quello che decidono i medici. Prima o poi tutti chiedono informazioni all’infermiere nella guardiola, ma la risposta è sempre la stessa: “Verranno a chiamarla, deve aspettare”. Aspetto che i medici ti facciano tornare come prima.
Dopo un po’ ti portano nella stanza dietro la guardiola. Allungando il collo ti vedo al di là del vetro, come se fossi dentro un acquario. Seduta su un letto, con dei cuscini che ti sostengono, hai una flebo attaccata al braccio. Sorridendo per farti coraggio, ti faccio ciao con la mano. Rispondi incerta al mio saluto, sembra che tu non mi riconosca.
Torno a sedermi. Controllo le monetine che ho nel portafoglio. Ne ho abbastanza per qualche cioccolata del distributore, altrimenti dovrei scendere in ingresso dove c’è il bar dell’ospedale, ma voglio restarti vicino. Bevo un’altra cioccolata annacquata, che mi impasta la bocca di zucchero.
Ogni tanto mi alzo dalle sedie scomode della sala d’attesa per sbirciare cosa fai. Ci salutiamo silenziosamente.
Dopo quattro ore posso varcare le porte degli ambulatori del pronto soccorso. Dagli esami del sangue e dalla TAC cerebrale non risulta nulla, rimane da fare la visita neurologica. Inoltrandoci in silenzio nel labirinto di corridoi arriviamo all’ambulatorio. Il giovane medico esegue una sequenza di accertamenti: in piedi, seduta, distesa, cammini, occhi aperti, occhi chiusi, braccia in avanti, segua con lo sguardo il mio dito. Poi compila la diagnosi. Amnesia globale transitoria.
“La buona notizia è che il cervello non è compromesso” dice. “Si tratta di un episodio isolato, non ripetibile. Non si conoscono le cause precise, si va dallo stress ai problemi di circolazione.”
“Dopo ricorderà quello che è successo?” chiedo.
“No. Anche se era cosciente, il cervello non ha registrato i ricordi nella memoria. È come se la testina non avesse magnetizzato il nastro.”
Torniamo a casa. La sera vado a recuperare la bicicletta per andare al lavoro la mattina dopo.
Ascolto il fruscio delle lenzuola mentre ti dimeni nel letto. Ti osservo nella penombra. Hai gli occhi spalancati. Ogni tanto fai un respiro profondo, come se trangugiassi una grossa sorsata d’aria, poi stringi le labbra, formando due parentesi ai lati della bocca.
“Non riesci a dormire?”
“Ho paura.”
“Il neurologo ha detto che non si ripeterà.”
“Potevo morire. Se fosse stato un ictus. Oppure non starci più con la testa o rimanere paralizzata: non so cosa sia peggio.”
Da un angolo, la lampada illumina la camera con una fioca luce color seppia. Le altre stanze della casa sono al buio e fuori, in strada, c’è silenzio.
“Vieni” dico, facendoti appoggiare la testa sul mio petto.
Aspettiamo.

Foto originale di Michelle Therese Davies

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