Immagine per il racconto "Sirene"

Sirene

Sirene vicine. Sempre di più. Sono venuti a prendermi. Sento il cuore che batte forte e finalmente mi rendo conto di essere sveglio. Dalla testa arriva un dolore incessante. Le tempie martellano più dei subwoofer di un rave dello scorso secolo. Ben alzato Winston, pronto e riposato per un nuovo giorno, non c’è che dire.
Apro finalmente gli occhi, buio uguale. Ho chiuso gli avvolgibili in modo che non passasse nemmeno un singolo raggio di sole. Possono essere le due di notte come le quattro del pomeriggio. Credo sia più probabile la seconda, per quanto sarebbe un problema: il mio turno inizia alle tre. Trovo la forza di alzare la schiena e lascio sul cuscino quel che rimane di un sogno inquieto, dove una ballerina con la testa di canguro e la voce del mio capo voleva insegnarmi un imprecisato piatto bengalese a base di margherite. Devo ricordarmi cosa ho mangiato ieri sera e offrirlo a qualcuno che mi sta davvero sulle palle. Gli sbirri, come era prevedibile, non hanno bussato alla mia porta. Chissà chi cercavano. Come ogni volta, eppure mi sveglio sempre di soprassalto. Mi chiedo se succede anche ai Pryde, la litigiosa coppia dell’appartamento vicino. Dovrebbero aver paura, uno più stronzo di me li avrebbe denunciati da tempo, è chiaro che sono felici solo quando li sento scopare. È uno dei motivi per cui mi sono simpatici.
Il cellulare squilla e di colpo la situazione si ribalta, le pareti di carta velina si trasformano da silenziose alleate a insidiose nemiche. Mi trovo nel dubbio se rispondere subito sperando che nessuno abbia sentito o lasciarlo suonare, fingendo di aver dimenticato quel dispositivo tanto amato dai rompicoglioni.
Secondo squillo, il display illumina il comodino e intravedo l’armadio davanti a me. Afferro il telefono e copro con la mano la luce, come se così smettesse di suonare. L’inedia ha deciso per me, l’unica possibilità è ignorarlo.
Il terzo squillo è più forte degli altri due. Giuro. Non l’ha mai fatto prima, questo bastardo. Ho paura che se ne accorga tutto l’isolato. Controllo l’ora, visto che ci sono: mezzogiorno. Non perderò il lavoro, almeno questa volta. Stringo gli occhi, trattengo il respiro in attesa del quarto. Non reggo, non posso sopportare ancora quel frastuono e decido di rispondere. Speriamo che i Pryde abbiano i turni di mattina o che si facciano gli affari loro. Altrimenti sono fottuto.

“Winston! Finalmente! Pensavo fossi uscito senza cellulare, stavo per riattaccare, rispondi sempre subito, no?”.
Fanculo. è Frink, il mio collega di scrivania, addetto al controllo del personale. Fortunatamente per tutti più concentrato a sgranocchiare cibo e a commentare i telefilm del giorno prima che a sgobbare.
Mugugno qualcosa per far sentire che ci sono e per nascondere le parole incerte della bocca ancora impastata dal sonno.
“È successo un casino qui! Sta per arrivare addirittura qualche pezzo grosso dalla Direzione Centrale! Dicono che stanno controllando le riprese delle videocamere. Siamo sempre stati amici e vorrei farti una domanda. Ma prometti di non mentirmi, no?”.
“Sì” gli dico, senza capire se sia la risposta giusta. Sussurro appena, magari i Pryde hanno problemi di udito. Sono fottuto, ne sono sicuro. Doveva capitare prima o poi, credevi di poterla fare franca per sempre, Winston? Mi stupisco di come accetto la mia sconfitta, pensavo avrei urlato e pianto.
“Sai che succede a chi non rispetta le regole, no?”
“Sì” ripeto, infastidito dalla piega che sta prendendo questa conversazione. Sono un idiota. Se non avessi risposto non sarebbe successo nulla di tutto questo, al massimo avrei trovato sulla segreteria un messaggio di qualche call center per cambiare operatore telefonico. Sarebbe andato tutto bene, sono stato punito per aver ceduto alla curiosità. Per arginare il panico che sento crescere, mi aggrappo al primo pensiero che capita: in tanti anni ho sempre chiamato il mio vicino di scrivania solo per cognome, non ricordo neppure il suo nome di battesimo. Cazzo, ora mi sento pure in colpa per questo demente che sta per farmi arrestare.
“Sei l’unico che mi può rassicurare: ho avuto mai qualche comportamento sospetto, no? Non fraintendermi, amo tantissimo il mio lavoro, ma basta un fotogramma ambiguo per essere accusati. Che ne so, un istante in cui pensi a tua mamma morta, no? E magari non ti viene da sorridere”.
Tutto d’un tratto i miei muscoli si distendono e mi concedo il lusso di un sorriso. “No!”. Puoi stare tranquillo, collega rompipalle. Al contrario di me se scorrono i filmati di due settimane fa, quando ero più insofferente.
“Grazie, sei un vero amico! Scusa se ti sono sembrato eccessivo, no? A me piace tantissimo questo lavoro – alza la voce e scandisce le ultime parole e immagino che tema di essere intercettato – ho una famiglia da mantenere, non posso rischiare di perdere il lavoro. È un attimo, lo sai. Bisogna essere sempre felici qui, no?”
“Sempre felici”. Ripeto, sperando che quel chiacchierone di un ebreo riattacchi il prima possibile.
“Che fai di bello? Sei silenzioso, no?”
Sto a godermi la mia emicrania senza fare un cazzo e non te lo posso dire, che magari hai chiamato apposta per fottermi. E chissà se sei davvero così fancazzista come vuoi farmi credere, no?
“Mostra, Maria, amica”. Avrei anche voglia di parlare di più, è la mascella che si ribella a far troppo su e giù.
Cinque secondi di silenzio in cui il loquace Frink cerca invano di capire di chi diamine stia parlando.
“Tutti estasiati davanti all’arte, no? Capisco perché parli poco! Quante amiche hai, stai sempre in mezzo a fiche pazzesche, Evey non ti cazzia mai? Devi svelarmi il tuo segreto, no?”. Magari pesare meno di duecento chili e non sudare come un Husky nel deserto anche a dicembre, come nel tuo caso, può giovare. “Mi darai l’indirizzo, sabato mattina ancora non ho deciso cosa fare e come ben sai…”
Annuisco mugugnando nella speranza che basti a interrompere quella frase fatta di merda.
“… è male restare a casa a perder tempo”.
Vorrei sfancularlo ma mentre scelgo con cura le parole prosegue: “Ieri sera per caso hai visto quel nuovo sceneggiato, Gli osservatori? Ne parlano tutti un gran bene, no?”
Figurati se mi metto a vedere quell’immondizia. Ero già nel mondo dei sogni, avrò dormito quindici ore. “No, palestra”.
“Eh è doveroso tenersi sempre in perfetta forma fisica, no? Curioso, anche io ero ad allenarmi, strano che non ti abbia visto, no?”
Fottuto. Beccato senza fare nulla, peggio che esser tristi sul lavoro. Sei pronto a una bel soggiorno pagato ai campi di rieducazione, Winston? Farsi licenziare, in confronto è una cosa da niente. Cerco una scusa ma non la trovo.
“Amico, hai un problema serio, lascia che te lo dica, no?”
Chissà se mi fanno portare i dischi di Debussy. Davvero, potrei impazzire senza la sua musica. Avrò tempo di fare le valige?
“Ti ho scoperto, a me non la fai franca! Abitiamo vicini eppure è troppo piccola per te la Metropolis, no? Sei un perfezionista, sono sicuro che vai alla High Castle, la migliore del quartiere, no?”
“Castle” riesco a ripetere. Mi azzardo ad alzare un pugno verso il soffitto in segno di vittoria.
“Sei troppo severo con te e con gli altri, la Metropolis può bastare per tenersi in forma. Devi iniziare a rilassarti un po’ amico mio, no?”
Se non si toglie dalle palle ora, rischio di morire per overdose di punti interrogativi superflui. Devo chiudere la conversazione all’improvviso prima che mi venga un infarto, faccio un ultimo tentativo educato prima di frantumare il telefono in terra. “Devo andare!”
“Certo, certo! Ci vediamo domani al lavoro, abbiamo lo stesso orario, no? Salutami Evey, no?”
Non te la saluto no, obeso del cazzo. Dici così solo perché vorresti fartela. E poi le stai pure antipatico.
Silenzio, finalmente.

Mi lascio cadere di nuovo sul letto. Il materasso è vecchio e indurito, sono mesi che mi riprometto di cambiarlo. Il party nella mia testa continua incessantemente, vorrei solo chiudere gli occhi e dormire fino a domani, anzi dopodomani. Fino ad aprile, maggio, all’estate, al giorno del mio compleanno, senza che nessuno mi svegli. Solo.
Senza la luce del cellulare è di nuovo tutto buio, ma ormai i miei occhi si sono abituati e intravedono alcuni oggetti. L’armadio e lo specchio hanno una forma e un colore diverso quando è giorno, non riesco più a illudermi che ho ancora davanti molte ore di sonno. La notte se n’è andata definitivamente. Se non mi passa questo dannato mal di testa, rischio di dormire poco e niente anche stanotte. Gli antidolorifici che mi ha rimediato Rick sono finiti da tempo e non è facile trovare i farmaci senza prescrizione medica, ma meglio evitar di far sapere se si ha qualche debolezza fisica, non è cosa gradita da queste parti.
Forse c’è un acquazzone, per questo sto male. A volte mi capita che i temporali abbiano effetto nocivo sul mio corpo. Ho ancora meno voglia di uscire, non mi piace la pioggia. È la volta buona che mi chiudo dentro casa e mi faccio licenziare, quanto potrà mai peggiorare la mia vita?
Sento il cellulare vibrare e lo anticipo prima che possa iniziare a squillare di nuovo.
“Winston! È da ieri che non ti fai sentire!”
È Evey e ha un tono di voce vivace. Oggi iniziava a lavorare presto, sarà in pausa. Mi sta sul cazzo tutta questa vitalità. “Indovina” mi limito a rispondere.
“Ancora decurtazioni sullo stipendio? Già ti danno la metà di due anni fa – e non posso nemmeno mostrare quanto mi roda il culo – certo non ti devi lamentare ugualmente, sei sempre fortunato ad avere un lavoro di questi tempi”.
Vorrei tanto credere che le stronzate sentite oggi dipendano dal fatto che i miei interlocutori temano di essere spiati. Frink forse, ma Evey ci crede veramente. Nonostante questa e altre mille follie, la amo ancora, siamo fatti strani. “Testa”. Oggi preferisco ascoltare gli altri.
“Ah” aggiunge lei, preoccupata. “Da ieri?”
“ Sono crollato. Scusa.” Faccio progressi, per questa sera forse riesco a pronunciare una frase intera di senso compiuto.
“Stai tranquillo. Secondo me è perché ti agiti troppo”. Certo, è arrivata la grande esperta di mal di testa laureata in geologia. Ok che dicono che ho la testa dura, ma non così tanto. Cosa dovrebbe agitarmi? Viviamo in un mondo tanto tranquillo…
“Ma sì, passa” la assecondo, cercando di chiudere il prima possibile. Voglio morire per un altro paio d’ore, per Dio. È possibile farlo senza rotture di cazzo ulteriori? La capisco, si preoccupa per me, ho un atteggiamento da stronzo e rischio grosso: resto a casa invece di fare sport o attività culturali, il lavoro di merda che mi è stato dato mi fa schifo. Ho fatto i conti col fatto che prima o poi mi beccheranno, lei ancora no.
“Ci vediamo stasera?”
Ha ragione, sarebbe sospetto dopo due giorni. Non ho voglia di mettere nei casini anche lei, è difficile programmarsi sempre qualcosa da fare da soli. “Va bene. Alle dieci, passo io”. Sei parole, il record della giornata.
“Ho tanta voglia di vederti” mi dice, ma nel suo tono scorgo tanto altro. La sua passione in parte mi contagia e ho la sensazione che l’emicrania mi dia un istante di tregua. Ma dura solo pochi secondi.
“Anche io” le rispondo, ma nelle mie parole non c’è tutta la sua forza. Capisce.
“A dopo allora”.
“A dopo”.
Programmo la sveglia in modo che mi riporti alla realtà in tempo utile per prepararmi per il lavoro. Mi rendo conto di essere digiuno da ieri a pranzo eppure non ho fame. Chiudo gli occhi e cerco di non pensare a niente. Tornano in mente tutti i progetti, le preoccupazioni, le paure, i sogni. Cambio strategia e mi concentro su qualcosa di più rilassante: immagino Evey che dorme, la testa appoggiata sulla mia pancia. Ignora i movimenti di quando respiro. Le guardo la fronte, gli occhi, le labbra, i capelli neri. La sua pace diventa anche la mia e sono sempre più lontano, mi sto addormentando.
Un rumore improvviso mi fa spalancare gli occhi e far battere forte il cuore. Sono venuti a prendermi. Sirene vicine. Sempre di più.

 

Immagine presa da Pixabay

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