una donna

Una donna

L’odore di bruciato mi sveglia. Per un attimo mi chiedo se non sia il caffè sul fuoco, ma realizzo in pochi istanti che non è possibile. Nessuno fa il caffè se non mi alzo io.
Infilo le ciabatte e mi muovo piano al buio per non svegliare mio marito. Faccio lo slalom tra i letti dei bambini, il più piccolo si muove e trattengo il respiro. Falso allarme, starà sognando. Guardo Michele, che abbraccia suo fratello, e sembrano quasi contendersi lo straccetto con cui di solito si addormentano. Ripenso ai rumori di ieri sera, ora capisco per cosa stavano litigando, e mi viene da sorridere.
Entro in cucina e mentre accendo la luce la lampadina si fulmina con uno schiocco deciso. Ottimo inizio di giornata. Per fortuna conosco ogni palmo di quello che fino a pochi mesi fa era il mio unico regno: apro lo sportello del pensile in alto a destra, afferro il barattolo del caffè e con un po’ di insistenza faccio ruotare la macchinetta che si arrende presto alla pressione delle mie mani. Almeno con lei oggi non ci sarà da discutere. La metto sul fuoco e apparecchio la tavola per i bambini. Bisbigliando nelle loro orecchie riesco a smuoverli tutti e inizia la processione quotidiana verso il bagno. Si alternano sotto la mia supervisione. Li guardo soddisfatta. Ci sono volute settimane per fargli capire che aiutandosi a vicenda avrebbero aiutato anche me. All’inizio non capivano perché dovessero fare loro quello che fino al giorno prima avevo fatto io, perché non potessi più lavarli uno ad uno, vestirli e accompagnarli a scuola. Con la mia pazienza e le urla del padre hanno capito, e si sono abituati. Sospetto che si stiano quasi godendo questa nuova responsabilità.
Il gorgoglio del caffè mi fa capire che dobbiamo accelerare. Spengo il gas e riempio la tazzina, mentre i bambini si siedono a tavola per mangiare. Li osservo inzuppare il pane che ho sfornato ieri nelle tazze piene di latte. Ne porterò via una fetta anch’io, recupererò il tempo della colazione durante il tragitto. Bevo il caffè in un unico sorso bollente e vado a vestirmi.

 

“Dove mi avete nascosto il quaderno?” sbuffo arrabbiata per non svegliare Sergio. “Lo sapete che non lo dovete prendere senza chiedermi il permesso!”
Ridacchiano, solo Michele sembra preoccupato, indeciso se aiutarmi o fare comunella con gli altri tre. Cerco dappertutto, nella credenza in cucina, sotto i cuscini del divano, nei cassetti sotto la televisione, ma il quaderno non salta fuori. Mi viene in mente che l’ultima volta che sparì era stato Sergio a nasconderlo, e mi sento mancare. Dopo giorni di musi, urla, discussioni e ricatti mi sembrava di averlo convinto che per trovare lavoro e portare i soldi a casa dovevo avere la terza media. Mi siedo sul letto per riprendere fiato e vedo spuntare dal materasso un angolo di foglio a righe. Il mio quaderno. Fulmino Michele con lo sguardo e in un attimo cala il silenzio. Non ho tempo per i rimproveri ma sanno che al ritorno a casa non potranno evitarli.
“Su, andiamo, prendete i vostri zainetti e andiamo da Giulia”.
Obbediscono controvoglia, ma me lo faccio bastare. Ci incamminiamo verso la fermata, senza salutare i vicini che incontriamo lungo il percorso. Probabilmente nemmeno se ne accorgono, talmente è buio ancora.

 

“Ciao Giulia, oggi sono tutti.”
“Lo vedo!” risponde lei sorridendo.
“Io scappo, mi raccomando ragazzi non fate arrabbiare Giulia che ci sta già facendo un favore.”
“Sai che favore…” risponde Michele.
“Con te parliamo dopo. Ne abbiamo di cose di cui discutere… Ciao Giulia, buona giornata.”
“Buona giornata, Sara.” Risponde lei “Ah, il 981 è appena passato…”
“Porca miseria!” mi esce d’istinto. Se non avessi perso tempo a cercare il quaderno l’avrei preso.

 

Miracolosamente riesco a salire sul 719. Dovrò cambiare percorso ma a giudicare dal cattivo segno della lampadina fulminata pensavo peggio. Mi sistemo in fondo alla vettura, dopo aver timbrato il biglietto. Avere la certezza che nessuno mi cederà il posto a sedere rende quasi il tragitto più facile: un pensiero in meno, posso concentrarmi su altro.
Non capisco perché Michele si comporti così. Sembra quasi geloso del fatto che anch’io vada a scuola. E pensare che all’inizio pareva contento che avessimo una cosa in comune. Forse a forza di sentire il padre così contrario avrà deciso di schierarsi dalla sua parte. Mi esce un sospiro. Sono riuscita a non svegliare Sergio. Meglio così, almeno al rientro dei bambini sarà di buon umore, cosa rara da quando è stato mandato via dalla ditta.
Ormai è giorno, e a giudicare dalla luce che c’è devo aver recuperato il ritardo. Riesco a scendere alla fermata giusta, scavalcando gente che stringe a sé la borsa e trattiene il respiro appiattendosi come una sogliola. Odio prendere l’autobus, dopo che avrò ottenuto la terza media voglio iscrivermi a scuola guida. Sai la gioia di Sergio.
Attraverso la strada e vedo spuntare un uomo e una donna con un carrello pieno di robaccia. Aprono il secchione e ci si tuffano dentro. Mi stringo nel piumino e distolgo lo sguardo accelerando il passo.
Aspetto l’altro autobus, secondo la tabella dovrebbe arrivare tra 4 minuti, e ne approfitto per ripassare la lezione di oggi pomeriggio. Il congiuntivo. Nemmeno mi serve tirare fuori il quaderno, ricordo tutto. L’insegnante dice che ho buona memoria, soprattutto quella fotografica, e che questo mi sarà molto utile all’esame.
L’autobus arriva puntuale, ancora il traffico non ha invaso le strade, e arrivo al bar in tempo per l’inizio del turno.
“Buongiorno Giovanni!” dico al proprietario, che sta alla cassa.
“Ciao Sara. Di là ci sono le nuove divise.”
Vado a cambiarmi e indossando la nuova maglia mi accorgo che è larga. Mi sa che con tutto questo movimento mi sono dimagrita. Un altro lato positivo dell’avere un lavoro. Anzi un tirocinio, come lo chiamano ora. Tiro fuori la trousse dall’armadietto: un velo di mascara e una passata di trucco ci vogliono.
Saluto Monica che sta staccando e prendo posto dietro al bancone. Tra poco sarà il momento dei mille tipi di lunghezze, macchiature e temperature con cui mi chiederanno caffè e cappuccini. All’inizio ero terrorizzata da tanta varietà ma poi Monica mi ha svelato il trucchetto. Prima pensa al caffè, poi al latte, mi ha detto. Il caffè può essere solo lungo o normale, decaffeinato o no, al massimo in tazza grande o piccola. Poi pensi al resto. E ha funzionato.
“Ciao bellezza” mi saluta Fabio spaccando il minuto come ogni giorno.
“Caffè lungo schiumato al vetro?” gli chiedo io sorridendo complice.
“Come mi conosci tu nemmeno mia moglie…” risponde lui.
Da quando sono arrivata qui Fabio non salta una mattina. Ormai sono 4 mesi che facciamo questo giochetto, ma ancora arrossisco ogni giorno. Se mi vedesse Sergio sarebbero botte. Se Fabio sapesse che sono sposata e ho 4 figli non ci crederebbe.
“Un uccellino mi ha detto che oggi è il tuo compleanno…”
“Chi te l’ha detto?” rispondo incredula.
“Eh…sapessi. Lo so che non si chiede l’età di una donna, ma… quanti anni compi?” domanda Fabio spudorato come al solito.
“Quanti me ne dai?” rilancio io.
“Mmm, domanda pericolosissima!” interviene Giovanni ridendo “Ti sei messo in un brutto guaio Fabiè!”
“Ma…veramente…” balbetta lui, sembra in difficoltà come non l’ho mai visto da quando lo conosco. Non capisco se è per la mia risposta o perché Giovanni ha sentito la conversazione.
“Ne compio 25.” rispondo io per toglierlo dall’imbarazzo.
Mi guarda stupito, probabilmente me ne dava di meno. Distolgo lo sguardo dal suo viso e mi abbasso per caricare la lavastoviglie. Quando mi tiro su Fabio se n’è già andato.

 

“C’è una consegna per Sara.” mi dice il pony con un mazzo di rose in mano.
“Sono io.” rispondo con tono esitante.
“Allora questi sono tuoi.” mi dice allungandomi i fiori “Firma qui”.
Prendo la penna e con un po’ di sforzo scrivo il mio nome e cognome, in corsivo. Al corso mi hanno insegnato che si firma così.
Non faccio in tempo a ringraziarlo che è già fuori dal bar. Poso i fiori e apro il biglietto.
Conta le rose. Questi sono gli anni che ti darei.
Arrivo a contarne 21. Sorrido confusa. Non credevo che Fabio sarebbe arrivato a tanto, non eravamo mai andati oltre quel semplice scambio di battute. Un paio di volte ha provato ad accennare lontanamente a un invito a cena ma non l’ho mai preso sul serio e ci ho sempre scherzato su. Anche perché me l’ha detto lui di essere sposato, quindi figuriamoci se diceva sul serio.
“Te le metto in un vaso?” mi chiede Giovanni riportandomi alla realtà.
“Grazie.” balbetto imbarazzata e impacciata, infilandomi il biglietto nella tasca dei pantaloni.

 

“Giovanni io vado.”
“Ok, Sara, buona giornata.” Mi saluta lui “Non li prendi i fiori?”
“No, li lascio qui. Ci sta così bene quel tocco di colore accanto alla cassa” rispondo io inventando la prima scusa plausibile per non portarli a casa.
Giovanni non sa che sono sposata, mi piace raccontare meno cose possibili sul lavoro. Se le avesse sapute tutte non mi avrebbe mai assunta.
Arrivo a scuola con qualche minuto di ritardo. Nadia, al contrario di Giovanni, mi conosce bene e chiude un occhio. Ripassiamo i congiuntivi e lei mi fa i complimenti, li ricordo alla perfezione e riesco anche a coniugare quelli più difficili. Ogni tanto mi viene da pensare al mazzo di rose che ho lasciato al bar, ma mi sforzo per concentrarmi sulla lezione. Chissenefrega di Fabio, conta solo la terza media adesso.
“Sara se continui così possiamo fare l’esame già il prossimo mese. Che ne pensi?”
Mi coglie alla sprovvista. Resto qualche secondo in silenzio.
“Che bel regalo di compleanno che mi stai facendo, Nadia. Se mi dici che sarò pronta, per me il mese prossimo va bene.” Rispondo sorridendo.
“Ah è il tuo compleanno? Auguri allora!” esclama lei abbracciandomi. “Mi sembra proprio un buon momento per prendere decisioni! Allora è fatta, avviamo subito le pratiche per la richiesta d’esame.”
La guardo fiduciosa. Mi sento ancora un po’ insicura su certe materie ma se lei la pensa così io mi fido. Non ho molte alternative del resto.

 

Quando esco da scuola c’è ancora luce. Le giornate si stanno allungando per fortuna e posso fare il tragitto di ritorno a casa con meno sensi di colpa. Uno dei tanti motivi che Sergio aveva per contrastare il mio progetto di studi era proprio il rientro col buio.
“Una donna non deve girare da sola di notte” mi ripeteva. Serviva a poco fargli capire che tornare alle sei del pomeriggio non era proprio come girare a mezzanotte. Solo il fatto che non sarebbe stato sempre così, grazie all’ora legale, lo ha calmato. Almeno su questo punto.
L’autobus per il ritorno si fa aspettare e ne approfitto per guardarmi intorno. Alcune persone che sono alla fermata le riconosco, anche se non ci siamo mai parlati. C’è una signora che incontro quasi ogni giorno, ha sempre un bel cappotto scuro, a volte nero, altre blu, da cui si intravedono spuntare dei pantaloni, sempre diversi. Credo di non averla mai vista indossare una gonna. Ha sempre tacchi alti e capelli legati, un trucco perfetto e borse firmate. Mi sono fatta la fantasia che sia una manager d’azienda, senza marito né figli ad aspettarla a casa. Chissà cosa si prova ad avere una vita così. Mentre arriva l’autobus le squilla il cellulare. Risponde salendo ma la folla mi spinge lontana e non riesco ad ascoltare la conversazione. Peccato, avrei potuto sapere qualcosa di lei. Magari un giorno potrei provare a salutarla, con la scusa di chiederle se il bus è già passato. Domani, magari. O dopodomani.

 

Prenoto la fermata, sono l’unica a scendere qui. A dir la verità non siamo rimasti in molti, siamo quasi al capolinea e l’autobus si è svuotato già qualche fermata fa. Appena metto piede sulla strada una folata di vento mi investe e mi stringo nel piumino. Dovrei cambiarlo, a forza di perdere piume è diventato sottile come una sfoglia. Infilo le mani nelle tasche della gonna per tenerle calde e sento il contatto con la carta. Il biglietto di Fabio. Mi blocco e lo tiro fuori per rileggerlo. Lo leggo una, due, tre, quattro volte. Appena vedo un secchione lo strappo in pezzetti piccolissimi e ce li butto. Ringrazio la mia memoria fotografica e riprendo a camminare senza voltarmi, senza nemmeno voler sapere se il vento li abbia portati via o siano entrati tutti nel cassonetto. Non avevo scelta, se l’avesse trovato Sergio mi avrebbe ammazzata. Lui non sa leggere ma avrebbe chiesto aiuto ai bambini. E poi a me che me ne frega di Fabio? E’ solo un cliente del bar, tra due mesi, a tirocinio finito, chi lo rivede più? Giovanni non mi assumerà mai, tanto.
All’orientamento dicono che una piccola possibilità c’è, ma io non ci credo molto. Poi se succede meglio, ma preferisco non farmi illusioni. Fidarsi troppo dei gagè può essere molto pericoloso, diceva mia nonna, soprattutto fidarsi sempre dello stesso. E’ vissuta 75 anni senza avere troppi problemi, seguendo questa filosofia.

 

Tiro fuori la gonna dalla borsa e la infilo sopra i pantaloni, mi specchio per eliminare le ultime tracce di rossetto superstiti. Ora dovrei essere a posto per il rientro. Appena varco la soglia del campo Rom cerco di distinguere i miei figli tra la folla di ragazzini che giocano a pallone. Sembrano ancora tutti interi. Percorro lo stradone principale e sento tutti gli occhi addosso. Istintivamente mi tocco i capelli, ho dimenticato di legarli. Prendo l’elastico che ho sempre al polso e con un solo gesto li raccolgo in uno chignon. Sospiro e raddrizzo la schiena, accelerando il passo. I loro sguardi ora mi sembrano più rilassati.

Illustrazione originale di Erika Romano

6 pensieri su “Una donna

  1. Ho appena finito di leggere il racconto ancor più incuriosita dall’illustrazione che ritrae i capelli sciolti, che si riflettono raccolti allo specchio.
    Il finale immediatamente decifra ogni cosa, ed è comunque a sorpresa malgrado io avessi dimestichezza con l’esperienza di un personaggio simile.
    Mi è piaciuta molto la trovata delle rose per indicare il pensiero di Fabio (non voglio fare spoiler).
    Non so se è voluta la ripetizione “mi stringo nel piumino”. Mentre lo leggevo pensavo di segnalartelo come qualcosa che non mi piaceva. Arrivata alla fine, alla luce di tutto il racconto invece prende significato: una sorta di portone che apre e chiude la sua parentesi di vita lontana da lì, linee di demarcazione, il primo è un “voglio essere altro” il secondo è “sto per tornare ad essere quella che sono”. Almeno questo è quel che ha dato a me. Brava Ileana. Mi è piaciuto.

    1. Sapevamo ti sarebbe piaciuta l’illustrazione! Del resto è di Erika e siete proprio sulla stessa lunghezza d’onda 😉
      La ripetizione non era voluta però mi piace molto la lettura che ne dai quindi la lascerò 🙂
      Sono felice che ti sia piaciuto, ho cercato di rendere l’idea di una donna che potrebbe essere chiunque in qualunque tempo, per poi mettere un accento più chiaro solamente nel finale, per sottolineare quante siano le uguaglianze, oltre alle innegabili e giuste differenze. Mi sembra che questa idea sia arrivata, leggendo anche altri commenti alla pagina Facebook… per questo racconto, ancor più che per gli altri, tengo tanto allo scambio con chi lo ha letto. Quindi grazie! :*

  2. Come sempre, per leggere, capire e apprezzare un racconto, bisogna leggerlo più volte. E la seconda volta infatti si scoprono dettagli che prima avevano attraversato le pupille senza arrivare alla retina, o forse erano rimasti imprigionati tra le ciglia. E così ho riscoperto alcuni dettagli: la puzza di fumo all’inizio del racconto….; la donna non deve girare da sola di notte… ; i 75 anni della nonna, citati come se fossero tanti (ma molto meno dell’aspettativa di vita normale, almeno oggi); lo chignon… (che mi ha ricordato le storie del ghetto di Ottavia…).
    Molto bello, dolce in alcuni punti, amaro alla fine: come un caffè. Rileggerlo, è come girare un po’ il cucchiaino: alla successiva lettura, diventa meno amaro. L’ultima parola però (“rilassati”) resta sul fondo, amarissima: posa di caffè.
    Bravissima! [anche per essere riuscita a fare collimare testo, disegno, data di pubblicazione: lo so che non è facile].

    1. Grazie Francesco! Con Erika abbiamo fatto un po’ le corse però ce l’abbiamo fatta a pubblicarlo l’8 marzo. Per me è una ricorrenza che si è svuotata di senso, però quando ho visto che era un mercoledì e sarebbe toccato a me ho pensato di cogliere l’occasione per parlare di qualcosa che in questo periodo mi sta interessando in modo particolare. Avevo il dubbio di aver disseminato pochi indizi per comprendere il finale, ma il confine tra il troppo poco e il troppo è sempre labile… Credo che la tua modalità sia la migliore e che ad una seconda lettura il racconto renda ancor di più… grazie per aver letto e commentato. :*

  3. A me è piaciuto proprio per la quotidianità, non avevo compreso la faccenda della coda e avendolo scoperto mi ha colpita, per quello ho voluto rappresentarla, il clima del bar ha reso bene la volontà di normalità, di giornata tranquilla, l’ho visto come uno spazio personale di autoaffermazione della ragazza, sembrava quasi di vederla dietro al bancone mentre scherzava con i clienti. I segnali li avevo colti, come la “stranezza” dei quattro figli in giovane età” che non sapevo spiegare, o il fatto che distogliesse lo sguardo dalla gente che rovistava nei secchioni, poi il finale ha messo a posto tutto. Ben riuscito!

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