Disegno racconto umoristico la Guerra di Babbo Natale

La guerra di Babbo Natale

Poteva tollerare le fitte alla milza provocategli dal “Facciamogli un buono Amazon” dell’ultimo momento; convivere con emorroidi, che si gonfiavano più dei palloncini, a ogni diktat “Cresci!” impartito a figli coi denti da latte; masticare amaro nel vedere assegnati i frutti del proprio lavoro al padre scansafatiche di turno; trattenere lacrime per la fine ingloriosa toccata agli abeti addobbati dopo l’arrivo della Befana; tuttavia fu al 350miliardesimo “Babbo Natale non esiste” che Babbo Natale palesò la sua esistenza al Mondo.
Si sgolò, ma nessuno udì. Era uno degli svantaggi di vivere in Lapponia dove, anche quando il sole splendeva, c’erano più muffe che persone. Eppure lui aveva fatto le cose per bene: petto in fuori, sguardo fisso, voce stentorea e minacciosa.
Qualcosa non quadrava.
Si cacciò due dita in bocca e fischiò. Tundra, la renna da compagnia, accorse in suo aiuto. Lo ascoltò tergiversare per 4 minuti buoni, prima di andare al nocciolo della questione: «Tu conofci il fignificato della parola guerra
Babbo Natale prese a pensarci su, arricciandosi la barba prima di rispondere: «No, in effetti no.»
«Devi documentarti, hai fempre foddisfatto i bifogni dei più piccoli, ora devi penfare a ciò che vogliono i grandi.»
Babbo Natale riusciva a capire Tundra al volo. Di base era una renna molto educata però aveva il brutto vizio di parlare con la bocca piena di licheni e soffriva di zeppola. Slegò i folletti: «Basta consegnare i regali attraverso i 6 continenti! Andrete via a mani vuote e tornerete carichi di libri!»
E così accadde. Sotto gli ordini di Tundra i folletti invasero le librerie agli angoli sperduti del mondo, marciarono in silenzio e saccheggiarono senza essere visti. Nella sua baita – provvista di stufetta – seduto sulla sedia a dondolo, Babbo Natale attendeva e vocalizzava «Oh-oh-oh» per tenersi in esercizio.
Non dovette attendere molto.
Inforcò le lenti e iniziò a leggere: il Mein Kampf; Comma 22; L’arte della guerra; avrebbe voluto dare una scorsa anche a l’Asinaria se solo i folletti non l’avessero divorato scambiandolo per gorgonzola. Isolato da tutto e da tutti studiò la storia umana e, man mano che le pagine scorrevano sotto il suo indice, ne restò sconcertato. Possibile fosse vero quanto era scritto? Quando un bambino passava dal desiderare dolci e regali a volere la morte altrui? Capì che per ottenere risposte necessitava di altri tomi. Esplorò lo scibile umano: psicologia, economia, sessualità. Lesse tantissimo. D’altronde sgobbando solo 2 giorni all’anno, aveva molto tempo libero.
Era arrivato all’equazione di ridistribuzione delle finanze per debellare la fame dal Terzo Mondo, quando Tundra gli diede dei buffetti con le corna: «Che c’è?»
«Ftai perdendo di mira l’obiettivo.» Nuvolette di vapore si condensavano sul muso della renna «Dopo aver dichiarato una guerra, devi metterla in atto.» Tundra morse il bavero impellicciato del costume di Babbo Natale e lo scortò alla slitta. «Carichiamo le armi, prepariamo l’esercito.»

Scelsero come campo d’addestramento il Sud Sudan. La mira di Babbo Natale – dopo secoli di lanci a centrare camini – era eccelsa. Con i lanciagranate a saccarosio caramellava interi villaggi, seppelliva, sotto strati di gelatine alla frutta, ospedali da campo e palazzi dittatoriali. Metodico, come solo un corriere sa essere, piombava dal cielo e distribuiva sterminio.
Continuavano a disinteressarsi di lui. Madido di sudore, prese a strizzarsi la barba «Tundra perché nessuno parla ancora di me?»
La renna scosse i palchi possenti: «Fei paonazzo e col fiatone. Devi essere in forza, essere d’efempio ai tuoi foldati.»
«Lascia perdere la mia forma fisica, ho una dieta ipercalorica per mantenere l’aspetto che si aspettano che abbia.» Lo sguardo spaziava all’orizzonte scorgendo solo zucchero e macerie «Piuttosto… perché nessuno parla ancora di me?»
«Te lo fei fcordato? Quefto era folo un addeftramento. Nel regno animale la morte fopraggiunge a tiro di predatore, per gli umani fopraggiunge a tiro di telecamere.»
«In che senso?»
«Hai bifogno di un pubblico che ti guardi, oltre al fonno eterno c’è quello delle cofcienze.» Lo zoccolo scavava nel terriccio in cerca di radici «Inoltre, nell’intero globo terracqueo, avvengono 1200 omicidi al giorno, fe a quefti aggiungiamo le malattie, gli incidenti e la vecchiaia fuperiamo i 6500 decessi l’ora.» fissò il volto rubizzo del padrone «Penfi davvero fi possano interessare a un paio di catapecchie diftrutte e a un centinaio di sfollati urlanti? Mancano perfino le ftrade asfaltate da cui far arrivare le troupe dei reportage.»
Babbo Natale si sedette di schianto «Per le verruche della Befana! La razza umana è troppo efficiente!» Portò una mano alla fronte «Come possiamo competere?»
Tundra bramì divertita «Agiremo di fino. Non sarai un panzer nonostante l’addome che ti ritrovi. Sarai un cecchino.» strizzò l’occhio azzurro «Qualità non quantità.»
«Qualità…» mormorò Babbo «Tipo i giocattoli “Made in China” rivenduti dai grandi marchi?»
«No, lì si tratta di sfruttamento e raggiro.»
«Uhm, allora a cosa ti riferisci?»
«Non ti preoccupare, ho un piano.»

Tundra aveva analizzato gli incongruenti bipedi senza pelliccia già molti anni prima che Babbo Natale dichiarasse la sua guerra. Erano prevedibili nella loro complessità. Avevano tratti ereditati dai primati da cui discendevano, con un pizzico di boria ed esasperazione in più. Era certo di conoscerli a menadito e di saperli colpire al cuore. Così la delusione fu doppiamente amara quando l’operazione “Snowhouse” fallì.
La televisione nella suite dell’albergo era accesa sulle Breaking News. Trasmetteva le immagini della Casa Bianca trasformata in un enorme pupazzo di neve. Il naso soppiantato da un Boeing 747, per bottoni insegne di fast food e il ghigno nero gentilmente concesso dal filo spinato ai confini col Messico.
«Ma li senti?» Babbo Natale urlò dall’idromassaggio «Terroristi? Di quali terroristi stanno parlando?»
Tundra inebetita davanti allo schermo assisteva al teatrino umano.
«Mandano identikit di cellule dormienti, probabili attentatori. E ora chi glielo dice ai miei Krampus, che si sono sobbarcati tonnellate di ghiaccio per fare quel capolavoro, che stanno accusando qualcun altro?»
Le invettive al microfono del politico di turno salivano di decibel come i sondaggi che lo riguardavano.
Tundra si sentì usato.
«Voglio dire, ho anche detto al Presidente chi fossi prima di imprigionare lui e il suo staff nel pupazzone.»
«Volevamo affondare il fulcro del potere e fiamo ftati gabbati come dei pivelli.» Il muso allungato di Tundra brucò il tappeto dal nervosismo «Forfe dovrefti trovare un’altra configliera per la tua battaglia.»
«Ma cosa dici!» Babbo Natale, avvolto in un accappatoio striminzito, uscì dal bagno e abbracciò la renna. «Credo in te, pidocchiosa mia.»
«Cof’hai detto!?» il collo di Tundra si irrigidì.
«Ehi, pidocchiosa in senso affettuoso.»
«No no, prima, cof’hai detto?»
«Credo… in te?»
«Fììì!!! Le credenze, la fuperftizione, la fperanza…» Tundra saltò sul letto sfondandone le doghe «Dobbiamo annientare ciò in cui credono e poi ti infilerai in quel vuoto colmandolo di terrore.»
«Tundra… tu sei certa di conoscere i loro desideri?»
«Ficurissima. La Ftoria non mente.» Corse sul balcone e spiccò il volo. «Andiamo, ci occorre Pietro il moro
Babbo Natale sbuffò «La odio quando fa così.» Chiuse la porta e si avviò all’ascensore.

Faris si svegliò di soprassalto. Nelle orecchie il deflagrare delle bombe, nel petto i battiti accelerati di un cuore che nei suoi 11 anni di vita aveva fatto gli straordinari per farlo correre e mettere in salvo. L’odore di spezie e le contrattazioni esagitate dei mercanti nel Souk di Aleppo erano i ricordi che serbava della sua Siria, prima dell’annientamento. Svezzato orfano, si considerò fortunato perché non aveva mai dovuto piangere la scomparsa dei genitori. Nella parrocchia di San Pietro risiedeva stabilmente da due anni. Aveva tentato di uniformarsi ai modi cristiani in segno di rispetto e aveva sperimentato il loro Dio, un Dio dai tanti nomi: Gesù, Calcio, Consumismo. Gli avevano raccontato che in Italia avrebbe potuto ricominciare da zero ma lui, in Italia, escluso il suo arrivo al gate di Fiumicino, non ci aveva messo piede. Paggi preposti a fargli da ombra e clero impegnato a salvaguardarlo dai flash dei fotografi lo vezzeggiavano fino a fargli screpolare le guance. Troppa gentilezza, troppe premure a cui non era abituato. Amava dormire per terra e trafugare di nascosto cibo dalle cucine. Il suo spirito d’avventura prevaleva sulle comodità e lo manteneva vigile. Operava ronde notturne.
In una di queste intercettò uno schianto, un tramestio carico di echi dal passato, trovò frammenti di vetro conficcati negli arazzi vicini a una finestra divelta. I tappeti damascati infangati da impronte umane e zoccoli… di cammello? Di cavallo? Faris non ne era sicuro e scelse di seguirle.
Svoltò in ampi saloni recanti lo sfarzo di vestigia antiche, sprazzi di luna evidenziavano ambienti ovattati da finimenti pregiati, scrivanie appartenute a regnanti e lampadari maestosi lo facevano sentire insignificante; spesso trovava una scusa per giocare nei Giardini Vaticani. Sebbene anche lì gli alberi fossero pettinati secondo il costume papale, almeno l’essenza era genuina.
Le voci gli giunsero assieme allo spiraglio di luce che proveniva da una porta accostata. Faris si accucciò e prese a spiare una scena che non avrebbe più dimenticato.
C’era un animale parlante accanto a una Guardia Svizzera di colore e… e… Babbo Natale? Si stropicciò gli occhi, uguale. Stessa scena. Quadrupede peloso, Uomo nero dalle vesti variopinte, Babbo Natale. Possibile fosse vero? Al centro il sacco dei regali si agitava come se ci fossero dieci bambolotti azionati all’unisono. Si mise ad ascoltarti.
«Pietro hai avuto problemi a prelevarlo dalle fue ftanze?»
«No, Tundra, è andato tutto secondo programma. Mi hanno scambiato per uno del servizio d’ordine, ho dovuto solo portarmi appresso un’alabarda per fare scena.»
«Bene bene.» Tundra armeggiò con i denti sul nodo del sacco.
«Lascia, faccio io.» Babbo Natale lo aprì. Al suo interno l’uomo anziano dal volto curato aveva la carnagione pallida come la sua vestaglia da notte.
Tundra camminò in cerchio squadrando l’ostaggio «E quefto, Pietro, chi farebbe?»
«Il Papa.»
«Il Papa?»
«Sì, il Papa.»
«Pietro, puoi ripetermi cofa ti avevo chiefto?»
«Di prendere in custodia la persona più importante all’interno del Vaticano.»
«ESATTO!»
Babbo Natale sussultò «Tundra non urlare o sveglierai qualcuno.»
«Ho capito! Ma fi deve fpecificare fempre tutto per farfi capire.» punzecchiò la spalla dell’aiutante «Dovevi prendere il prefidente dello IOR!»
«Lo IOR?» Il dubbio si dipinse sul volto di Pietro il moro.
«La banca Vaticana! Gli avremmo eftorto il nome dei correntifti e ufato quelle informazioni come grimaldelli per fcoperchiare i loro lofchi affari.»
«Ma lui è la guida spirituale dell’umanità» tentò di giustificarsi Pietro il moro.
«I foldi sono la guida dei popoli, Pietro. I foldi.»
La vista annebbiata del Papa mise a fuoco il volto del suo rapitore. «Pietro?»
Tundra bramì eccitata. «Vorrei proprio guftarmela la faccia del Papa fe fcoprisse che il fuo Fan Pietro era nero.»
«Bontà divina! Un cervo parlante.» La voce stupita del Papa un mormorio sommesso.
«Non fono un cervo!» Tundra scattò in avanti imbruttendo al Vescovo di Roma «I cervi hanno forfe quefti palchi in velluto? Riefcono a farfi fcrocchiare le ginocchia e a cambiare colore alle iridi? Pietro levamelo a portata di zoccoli o non garantifco per la fua incolumità.» sfogò la sua rabbia scalciando una sedia «Tze. Cervo. Fcusami Babbo ma il pressapochifmo mi manda in beftia.»
«Fermo Pietro, lascialo a me.» Babbo Natale prese il sacco dei regali con dentro il Papa dalla schiena di Pietro il moro e si rivolse a sua eccellenza: «Papità…»
«Si dice “Fantità”.» Lo corresse Tundra.
Babbo Natale alzò gli occhi al cielo.
«Che c’è? La forma è importante!»
«Santità,» riprese Babbo Natale «Davvero l’umanità vuole questo?»
«Vi prego liberatemi, vi darò tutto quello che volete.»
«Ma sta piangendo?» Poggiò il Papa a terra e si rivolse a Tundra. «Di cosa sta parlando? Perché chiede a noi cosa vogliamo? Sono io che devo portare i regali, non mi devono essere offerti.» Si inginocchiò ai piedi del Papa e lo scosse per le spalle. «La prego Santità, io devo sapere, è la guerra il vero dono che vogliono gli uomini, al giorno d’oggi?»
Il cigolio della porta mise i tre in allarme.
Tundra trottò verso una nicchia: «Pietro fai sparire le prove.»
Pietro il moro incastrò il Papa dietro l’abside.
Erano pronti a volare via, ma non entrarono guardie armate, solo un ragazzino emaciato dalla carnagione olivastra e il volto carico di meraviglia.
«Santa Claus, did you read my letter?»
La speranza negli occhi di Faris prese Babbo Natale in contropiede. Annuendo e arrossendo frugò con le dita grassocce nelle tasche bombate della sua divisa e pescò ciò che gli occorreva.
Dispiegò i fogli. La carta pregiata accoglieva la calligrafia incerta del ragazzino siriano. Nelle poche righe dirette a lui, oltre il disagio per una vita passata dai bombardamenti assordanti ai silenzi attutiti in una campana di vetro, c’era una domanda che portava con sé una richiesta inespressa: “Perché ti chiamano Babbo se non hai figli?”
Babbo Natale abbassò la letterina e sorrise a Faris. Se lo mise a cavalcioni sulle spalle; le risate cristalline del piccolo gli infondevano brio e certezze. «Mi sono stancato di assecondare gli adulti, Tundra. Insomma guardalo» solleticò la pancia di Faris per fargli aumentare le risate «Lui mi riconosce senza che debba fare il diavolo a quattro. Sono vecchio stampo, la globalizzazione non fa per me. Devo riprendere a far felici i piccoli.» cinse il collo della renna. «Dai Tundra ce ne andiamo?»
«E va bene! Meglio cofì, con quefto clima umido mi fta venendo la pleurite. Pietro? Facci ftrada.»

E così la guerra lampo terminò senza che nessuno se ne accorgesse, a parte il Papa, la popolazione del Sud Sudan e, in un certo senso, Faris.
Babbo Natale è diventato Papà Natale nel vero senso della parola: ha adottato Faris il quale, per non rovinare la media statistica dei disoccupati in Lapponia, è diventato professore di “Desideri Umani” all’Università dei folletti.
Il Conclave, per porre rimedio alla scomparsa del Papa, aveva indetto una nuova elezione, fedele al motto “Morto un Papa se ne fa un altro”. Ahimè, solo dopo la fumata bianca, lo hanno ritrovato e si è deciso, per la pace di tutti, di farlo definitivamente sparire, rinchiudendolo a Castel Gandolfo.
La popolazione del Sud Sudan tenta ancora di convincere l’ONU che la pulizia etnica stavolta è stata perpetrata da una slitta volante trainata da cervi.

Copertina di Matteo “ShannoSauro” Vettori

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3 pensieri su “La guerra di Babbo Natale

  1. Bello, divertente, solo apparentemente anti-natalizio e ricco di suggestioni fra le quali la più immediata, almeno per me è quella di Marinetti su “la guerra sola igiene del mondo” e una buzzatiana:
    “E se invece venisse per davvero? Se la preghiera, la letterina, il desiderio espresso così, più che altro per gioco venisse preso sul serio? Se il regno della fiaba e del mistero si avverasse?”
    Complimenti all’autore e buon Babbo Natale a tutti.

    1. Ciao Simone,
      Mi fa piacere che sia riuscito a strapparti, oltre a una risata, dei parallelismi con mostri sacri della letteratura italiana. Non conoscevo neanche le due massime. Grazie per averle condivise con noi.
      Buon Natale anche a te ^^

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