Sotto la città vecchia

Sotto la città vecchia

Anche in questa notte umida e priva di vento arrivano le vostre risate dalla città vecchia, sopra la collina. Vi immagino a bere cocktail annacquati e a ballare tra luci stroboscopiche, i vostri corpi sudati accalcati l’uno all’altro. Con quest’afa è impossibile tenere le finestre chiuse e nonostante eviti di guardare a est, arrivano i suoni ovattati dei subwoofer a ricordarmi che siete tutti lassù a far baldoria. La vostra è un’euforia apparente, ne sono consapevole, capace solo di nascondere le tristezze e i continui fallimenti a cui andate incontro, ma confesso di invidiarvi. Ogni sera al crepuscolo, quando lassù iniziano le prime musiche, mi chiedo come deve esser fatto questo parco dei divertimenti proibito, quali curiose attrazioni vi attirano ogni sera, tanto da farvi correre in macchina fino a formare lunghe file. Me lo sogno la notte questo Luna Park per adulti ma non riesco mai a definire cosa ci possa essere di così emozionante. E probabilmente non lo saprò mai.
Tempo fa provai a salire, inebriato dalla voglia di sentirmi uguale a voi. Ci misi un’ora a piedi e quando arrivai avevo la camicia madida di sudore. Mi fermaste, per voi non era il caso entrassi: il mio aspetto avrebbe turbato la serenità degli altri. Rimaneste insensibili alle mie proteste e quando provai ad avanzare, chiamaste dei bestioni violenti che mi colpirono sul volto e sulle gambe, lasciandomi steso a terra. Senza fiato, tesi la mano per chiedere aiuto ma ricevetti solo sguardi disgustati. Un’attraente giovane con una gonna molto corta si coprì gli occhi e mi scavalcò, concedendomi per un istante di godere della vista della sua biancheria intima: inusuale spettacolo per me, che ancora ricordo bene. Non so per quanto tempo rimasi immobile a respirare affannosamente, la vostra musica chiassosa nelle orecchie e il cielo stellato come panorama. Nessuno si fermò a soccorrermi. Mi si affollavano attorno gambe e piedi, commenti volgari giungevano alle mie orecchie. Avrei potuto e di certo l’ho desiderato, alzarmi in piedi e combattere, con il risentimento che provavo in quel momento sarei riuscito a ferire più di uno di voi prima di essere bloccato. Invece aspettai a muovermi fino a quando non ritrovai la calma.“Bene – mi dicevo – continua così, è la tua unica speranza”. Evitai di rispondere alle provocazioni e con fatica mi rimisi in piedi e ripercorsi la strada di casa, lavandomi il viso alla fontana prima di rientrare, perché mamma non si spaventasse troppo nel caso fosse stata ancora sveglia. Oggi come allora, mi rinfranco al pensiero della mia felicità vicina. Solo questa consapevolezza mi dà la forza di continuare a vivere e la devo al mio defunto nonno paterno e ai segreti scoperti per caso e confidati al suo amato nipote. Mi piace ricordarlo con le sue parole.

Caro nipote, ti confido un segreto che farà la tua fortuna: già hai i problemi tuoi, ma devi essere forte e concentrarti su una sola cosa: essere buono. Aiuta sempre tutti e non insultare o picchiare, anche quando qualcuno se lo meriterebbe. Ne incontrerai di gente così, per via del tuo brutto aspetto. È un ordine da non trasgredire mai in tutta la vita tua. Se avrai questo comportamento impeccabile, farai una bella vita, te lo giuro, ma hai da seguire esattamente le mie istruzioni! Innanzitutto non devi essere buono un giorno, sono capaci tutti ma sempre: da quando ti svegli a quando vai a letto. Vedi un gattino? Invece di calciarlo, gli fai una carezza e gli gratti il mento. C’è una vecchietta zoppa? Eviti di sfotterla – anche se è divertente specie quando si mortificano – e l’aiuti ad attraversare la strada, senza darle spintoni e scappare via. Dalle tua labbra mai devono uscire brutte parole o offese e le bestemmie non le devi nemmeno immaginare. So di non essere proprio un buon esempio, per non parlare di tuo padre, ha preso da me ed è talmente di malanimo che Dio l’ha voluto punire per tutte le bastardate che ha commesso e ti ha fatto venire storpio. O almeno così dicono le malelingue in paese. Può sembrare difficile, per me sarebbe impossibile perché sono un uomo fatto e invecchiato, quando si diventa tondo poi si rimane così. Te che sei ancora piccolo devi diventare quadrato, così è naturale e senza sforzo. Ti lascio un tesoro, anche perché se ti aspetti l’eredità quando tiro le cuoia stai fresco. Non avrai bisogno di muovere un dito, nemmeno per rubare i portafogli come tuo nonno o truffare la gente come il tuo paparino. Storci la bocca quanto vuoi, ma pure quella è fatica! È un investimento sul futuro per te, che sei solo un handicappato. Quando noi non ci saremo più chi si prenderà cura di te? Che tu prenda moglie non ci crederei nemmeno se fossi accanto a te vicino all’altare a passarti l’anello, le donne li schifano quelli con il tuo aspetto, nemmeno ci vogliono parlare, figuriamoci altro. Nessuno ti piglierà a lavorare, mica puoi fare il cameriere o il facchino, sfortunato come sei! Non hai nemmeno la mia mano lesta o la lingua veloce di tuo padre. Devi essere sempre buono, tutti i giorni del calendario domeniche, pasque, natali e ferragosti inclusi. Basta una volta per rovinare tutto. Tanta gente ti provocherà e buscherai legnate senza motivo. Lo so bene, mi divertivo assai a malmenare Ginetto il paralitico. Certi schiaffoni dietro il collo, che manco te lo immagini! Tanto lui non poteva girarsi e si lamentava con la vocetta fioca, quante risate! Quando ti sputeranno, insulteranno e prenderanno a cazzottoni tu lo sai come reagirai? Bravo, col sorriso. Senza arrivare all’esagerazione dell’altra guancia, quella giusto Gesù Cristo. Lascerai perdere quegli scostumati e continuerai sulla tua strada, tanto mica capitano tutti i giorni.
Ora è arrivato il momento di svelarti il motivo per cui dovrai tenere questo comportamento, il segreto più importante che ci possa essere! Mai dovrai rivelarlo a qualcuno: giura senza mani incrociate! Bravo, così! Una mattina – l’alba era spuntata da un pezzo e avevo fatto nottata a ripulire un paio di polli alla bisca – trovai un uomo svenuto. Se ne stava con la testa sul marciapiede, come se stesse dormendo. Mi avvicinai, contento di aver trovato un gruzzoletto aggiuntivo, se aveva il portafogli pieno potevo azzittire tua nonna, sempre a lagnarsi che mancava il pane per sfamare i figli. Purtroppo da vicino riconobbi Carletto, lo stagnino. Avevo poco da aspettarmi, poveraccio com’era. Infatti non trovai una lira, anche cercando bene. Aveva solo un foglietto, lo misi in tasca e poi aspettai che si svegliasse. Tuo nonno sarà pure un manigoldo ma gli amici li aiuta quando è necessario. Lo sventurato non aveva idea del perché si trovasse lì, strano vero? Ringraziò dell’aiuto e una volta allontanato, mi concentrai sul misero bottino: sulla carta c’erano sopra linee sottilissime. Lì per lì non ci pensai più di tanto, feci la solita vita quando mi capitò – sai, piccolino come va la fortuna – di trovarmi nell’appartamento di un tipo benestante, che il caso volle si trovasse fuori città. Ringraziai la buona sorte sgraffignando tutto quello che potevo infilarmi nelle tasche. Tra le altre cose, mi finì per le mani una lente d’ingrandimento e la presi, più per principio in quanto mi pareva un peccato lasciarla lì. Tornato a casa però, ebbi l’intuizione di provarla proprio sul foglio di carta dello stagnino. Rimasi a bocca aperta! C’erano delle parole minuscole scritte fitte fitte! E leggendo quel papiello svelai il segreto di cui ti sto mettendo a conoscenza. Eccolo, il famoso foglietto e ora te lo leggerò parola per parola. Scusami se mi tremerà la voce, ma la vista mi è calata con l’età!

Carlo, sono io ovvero te che scrivo e devo sbrigarmi perché ho una sola notte a disposizione, la storia è lunga e ho solo questo pezzetto di carta.. All’alba mi cancelleranno i ricordi delle ultime ore ma voglio tenere traccia di cosa ho visto e sentito, potrei diventare ricco! Cercherò di riportare quanto successo nel modo più fedele possibile, sperando che la memoria mi assista.
Stamane ero salito alla città vecchia a bighellonare: non avevo lavori in programma e quando è così mi piace aggirarmi per le rovine, e pensare ai fatti miei. Distratto da questi pensieri, sono caduto in una buca. Non saprei nemmeno dire dove fosse esattamente ma è poco importante, loro la richiuderanno. Mi ritrovai in una caverna e pensai nascondesse qualche vaso decorato da rivendere ai collezionisti, invece era abitata. C’erano delle fiaccole appese al muro che continuavano per chilometri, fino a dove il mio sguardo arrivava.
“C’è nessuno quaggiù?” chiesi. Non potevo tornare da dove ero arrivato, il soffitto era troppo alto.
“Chi osa entrare nel nostro regno?” mi rispose una voce talmente profonda, che sembrava facesse tremare le mura di quel posto misterioso. Apparve un uomo e lo studiai mentre si avvicinava: portava una tunica dorata ed uno strano cappello circolare.
“Sono Carlo, lo stagnino. Ma a essere sincero non sapevo ci abitasse qualcuno qui sotto! Chi siete?”
Il misterioso personaggio mi fissò, mentre altri arrivavano dalla sua stessa direzione, armati di lance e coltelli. Rimpiansi di aver lasciato il mio moschetto nello zaino, sotto una colonna malandata. “Sei arrivato nei meandri della terra, dove vivono i popoli cancellati dalla storia”.
“Cosa vuol dire?”
“Tutti coloro che sono stati battuti e conquistati. Io sono etrusco, loro sono cartaginesi e aztechi. I nostri avi, i pochi salvati dagli stermini, si rifugiarono qui sotto, e da allora viviamo sotto terra. Aiutiamo quelli che soccombono, così come siamo stati sconfitti noi. Perché nessuna cultura o lingua venga dimenticata”.
Ero confuso dalle sue parole, ma lui proseguì: “Le nostre storie finite male ci hanno fatto riflettere. Vince sempre chi è più aggressivo e infatti la vostra società è competitiva, violenta ed egoista. Noi abbiamo deciso di vivere assieme e unire le nostre forze per far sì che tutti siano felici. Ogni popolo scomparso ha dato il proprio contributo in termini di conoscenza. Conserviamo la cultura di tutti gli antichi ed è più di quella che tu puoi immaginare!”
“Quindi siete tutti buoni?”
“Buoni è un termine inesatto, implica un giudizio morale. Ci consideriamo fratelli e abbiamo il rispetto per le attitudini e le volontà di ciascuno. Anche noi siamo riusciti a sviluppare la tecnologia, ma l’abbiamo fatto in maniera democratica, dando benefici a tutti: non abbiamo bisogno di lavorare, lo fanno le macchine per noi. Voi ancora non ci siete arrivati, non è incredibile? Potreste essere liberi dalla schiavitù del lavoro e concentrarvi sull’arte e la conoscenza”.
“Quindi voi ve la godete dalla mattina alla sera, ho capito bene? Bellissima vita, peccato non possiate mai vedere il cielo e i fiori”.
“E perché mai? Possiamo entrare e uscire quando vogliamo, nessuno ci riconoscerebbe, basta vestirci come voi, anche se quel regalino dei nordici, i pantaloni, è proprio scomodo, nemmeno usate più i cavalli per spostarvi!”
“Ma come fate per mangiare?”
“La terra offre molte materie prime che rivendiamo a voi”.
“Quindi c’è chi sa della vostra esistenza!”
“Di tanto in tanto scegliamo qualcuno perché venga a vivere con noi, difficilmente rifiutano. Qui sotto si hanno tutte le comodità e non c’è bisogno di lavorare. Agli esterni chiediamo il favore di uscire per sistemare i nostri affari”.
“Prendete me!” li pregai, attratto da quel nuovo mondo sconosciuto e dalla sua ricchezza.
“No, è impossibile. Le persone che chiamiamo devono avere alcuni requisiti: non avere moglie e figli, essere buoni nell’animo e sempre onesti. Tu non ne soddisfi una. Il problema è cosa farne di te, adesso. Nessuno deve sapere del nostro segreto!”
Si allontanarono, senza dirmi altro. Rimase solo un tipo alto con un coltello per mano. Mi lanciò un’occhiataccia, facendomi capire che era meglio se fossi rimasto immobile. Purtroppo ho poco spazio e sono già passate ore da quando ho iniziato a scrivere e devo essere sintetico, salterò le ore di attesa.
“Abbiamo deciso” disse l’uomo con la tunica, tornando vicini a me e incrociando le braccia.
“Vi supplico, lasciatemi in vita! Manterrò il segreto!” piansi disperato.
“Come sei pessimista, non sei mai stato in pericolo, siamo contro ogni violenza. Volevamo capire quale fosse il modo migliore per farti perdere la memoria e abbiamo deciso di utilizzare un incantesimo”:
“Davvero credete in queste cose?”
“La magia è vera, voi popoli vincitori l’avete dimenticata, e vi siete affidati soltanto ai progressi della tecnica. Noi abbiamo avuto il tempo di meditare sui nostri errori e abbiamo capito che la conoscenza è cumulativa, si può credere allo stesso tempo alla scienza e alla magia. Noi utilizziamo la stessa tecnologia che usate voi ma non abbiamo dimenticato i saperi antichi”.
Mi tranquillizzai, quei pazzi erano inoffensivi e probabilmente sarei riuscito a cavarmela senza conseguenze. In ogni caso, mi feci dire come funziona l’incantesimo, lo scriverò alla fine di questo resoconto. Carlo che legge, il Carlo che scrive ti consiglia: se non ricordi nulla di quanto hai letto fino a ora la magia è efficace e la puoi utilizzare su chi vuoi, è semplice praticarla come scoprirai più avanti.
Tornando ai fatti, chiesi di poter rimanere con loro fino all’indomani e visitare approfonditamente quel luogo, tanto avrei scordato tutto. La notte avrei dormito con loro e chiesi il favore di avere una stanza per me. Invece di dormire, sto scrivendo questo promemoria! Dopo un lungo consulto, gli uomini dei popoli antichi acconsentirono e fui guidato in profondità nella grotta. Non mi perquisirono e non si accorsero che avevo in tasca una penna e qualcosa su cui scrivere!
“questo tunnel arriva fino al centro della Terra, da qui puoi raggiungere qualsiasi punto in poche ore, per andare in Cina o in America bastano un paio di giorni. È uno dei privilegi di vivere qui, possiamo spostarci ovunque”. Dalla grotta passai a una stanza in cui c’erano così tante statue da non riuscirle a contare.
“Raffigurano tutte le divinità esistite, sia attuali che dimenticate. Noi omaggiamo tutti”.
Nell’ambiente successivo, ancora più grande, c’erano milioni di quadri, di ogni dimensione.
“L’arte per noi è preziosa. Questo è solo un piccolo assaggio, ci sono sale per ogni forma di espressione”. C’erano ritratti, nature morte, paesaggi, disegni astratti, mi girava la testa e riuscivo a malapena a soffermarmi su un singolo quadro per due o tre secondi.
Arrivammo a un soggiorno tutto d’oro. Il pavimento, il soffitto, le poltrone, il divano, il tavolino, le posate, i bicchieri, i copribicchieri, la tovaglia, la radio, il lampadario, l’interruttore per la luce: tutto di metallo prezioso e lucente. Avevo un’espressione talmente stupita che l’uomo con la tunica faticava a restare serio.
“Vedi di stare attento a non toccare niente, siamo molto severi con i ladri”. Io sarei rimasto a vita lì dentro, a mangiare in piatti tanto lussuosi da non potermeli permettere in dieci vite o assaporare il vino in quei calici.
Mi allontanai malvolentieri da tutto quel ben di Dio, ma la mia guida mi incuriosì: “la prossima sala è la più importante per noi”. Mi immaginavo diamanti grossi quanto zucche e rubini da usare come ruote di carro. Rimasi deluso, era un ambiente enorme, di cui non vedevo la fine, ma completamente vuoto. I muri e le colonne erano pieni di nomi, scritti alla rinfusa. “Ma non c’è niente!” protestai.
“Perché guardi con poca attenzione. Qui c’è la nostra memoria. Ricordiamo chi ha perso la vita in guerra, indipendentemente dal luogo e dal tempo. Perché rileggendoli non venga mai la tentazione di usare la violenza di nuovo come forma di conquista. Noi siamo stati dimenticati dai vincitori e non vogliamo che accada a nessun altro, mai più. È la stanza più grande, ci metteresti anni a vederla tutta, ma noi possiamo uscire da questa porta”.
Avanzammo ancora, in una sala piena di oggetti dall’uso incerto, almeno in un primo momento. Poi riconobbi spade, scimitarre, alabarde e lance; moschetti, pistole, baionette e altre armi sconosciute di cui ignoravo il funzionamento. Guardai interrogativo l’uomo con la tunica.
“Siamo contro la violenza, ma la conosciamo bene: ne abbiamo subito gli effetti devastanti. Abbiamo giurato che non sarebbe successo di nuovo ma se qualcuno volesse provare a invaderci e a privarci della nostra libertà siamo pronti a difenderci”.
Superammo la stanza e arrivammo in quella che sembrava la biblioteca più ricca al mondo. I libri si succedevano sugli scaffali a vista d’occhio. “C’è tutta la nostra conoscenza, serviti pure. In questa sezione – indicò libri vicini a noi – ci sono scoperte di cui ancora ignorate l’esistenza”. Allungai la mano e presi un tomo a caso. Lessi qualcosa di sconvolgente e di certo mi avrebbe arricchito se me ne fossi ricordato una volta risalito. Gli abitanti del centro della Terra conoscevano la magia che permetteva di ingrandire e rimpicciolire gli oggetti: bastava

Avevo il tuo stesso sguardo quando finii la lettura di questo foglietto pieno di sorprese. Mentre mi scolavo il quinto bicchiere di vino capii che probabilmente Carletto, cretino com’era, aveva scritto un sacco di scemenze e non aveva fatto in tempo a segnarsi le informazioni importanti. Tutte quelle notizie per me non valevano niente e mi stavo rovinando la giornata maledicendo la fesseria dello stagnino, ma poi mi sono ricordato del mio caro nipote storpietto. Mi feci un sesto bicchiere per ringraziare la buona sorte e immaginarti in panciolle. Sarei contento se un mio nipote, seppur anormale come te, facesse una vita migliore della mia. Me la sono sempre spassata, anche se tua nonna è meglio non sappia tutto, ma sono pure finito in galera. Capita, è un rischio del mestiere e dentro ci ho ritrovato tanti amici, ma non la auguro a nessuno. Sei piccolo e mi tocca farti diventare quadrato adesso che sei malleabile. Tanto per cominciare, ogni giorno mi verrai a trovare e io ti darò dieci sganassoni e tu li buscherai restando muto. Se parlerai ne arriverà un undicesimo, un dodicesimo e così via. L’allenamento è importante, giovanotto, o non ti sceglieranno mai. Quanto sono felice per te, ti si prospetta un futuro meraviglioso!

Queste sono le parole del mio povero nonno, impresse a fuoco nella mia mente e sul mio viso, a forza di schiaffoni. Mi ripeteva ogni giorno tutto il discorso, anche se non mi hai mai fatto vedere da vicino il famoso foglietto e a volte quando leggeva mi sembrava che le parole fossero diverse. In notti come queste, dove la musica dalla collina arriva forte nelle mie orecchie fino a dopo l’alba senza farmi dormire e sento da lontano le vostre risate, è più difficile restare fedeli ai suoi insegnamenti e non cedere alla tentazione di fare qualche follia. Non è stato difficile tenermi lontano dalle donne, portatrici sane di peccato, perché sono loro a evitarmi. Ma vorrei ubriacarmi fino a non capire più nemmeno chi sono e qual è la mia sfortunata condizione. Bere così tanto da far cancellare all’alcol ogni mia inibizione e urlare alla luna e a voi tutti il dolore e la frustrazione di essere diverso. Il nonno mi ha fatto giurare di non far parola con nessuno delle sue scoperte e mamma è ignara di tutto. L’ho sentita mentre andava in chiesa vantandosi di quanto suo figlio sia un bravo ragazzo ma forse percepisce le mie sofferenze e teme che voglia andarmene di casa e abbandonarla. Mi ripete sempre quanto per lei sono importante e mi fa giurare di uscire meno possibile per starle sempre vicina. Forse per quello non mi sono venuti a prendere, devo assisterla fino alla sua morte. A volte mi auguro accada presto, ma subito mi mordo il labbro inferiore forte, per la vergogna del brutto pensiero e per punirmi. Per quanto le voglia bene mia bocca, ahimè, è ferita sempre più frequentemente. Ma per fortuna loro non possono sapere ciò che mi passa per la testa.
E così aspetto il momento in cui arriverà davvero la felicità, senza dubitare mai delle parole del mio povero nonno. E quando finalmente mi sceglieranno potrò finalmente dirmi soddisfatto, lontano dalle vostre vite banali e violente. Vivrò con questo popolo misterioso e farò quanto mi chiedono, mi renderò utile e conquisterò la loro fiducia. Così sarà più facile arrivare alla sala delle armi, rubare le più spaventose, risalire alla città vecchia una sera d’estate e sterminarvi tutti, bastardi che mi avete umiliato, facendovi soffrire il più possibile prima di ammazzarvi.

Immagine di Pixabay

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