Racconto di Ilaria Pizzini.
Sbadabang, bang, bang.
Il rumore inizia all’improvviso, risuona imperioso. La cassa toracica vibra come se tutto questo clangore partisse da me. Sono rumore.
Le mie fibre si scuotono in un ritmo sconosciuto. Però, a stare attenti, si coglie una ritmicità sottintesa, quasi nascosta.
Sbadabang, bang, bang.
Un suono lungo, due brevi. Il suono per me è sempre stato sinonimo di qualcosa di armonico, quasi musicale. Questo non lo è.
Non riesco a muovere la testa, mi sento trattenuta da qualcosa di semisferico.
Sono una lavatrice.
Tengo gli occhi chiusi, ho paura di scoprirmi in un cestello d’acciaio. No, vibro ma non giro.
Sbadabang, bang, bang.
Cazzo, e se mi rompo? No dai, sto immobile. A parte le vibrazioni, intendo. Mi ricorda un viaggio in cuccetta fatto mille anni fa, gli scossoni del treno inesorabili non appena mi addormentavo, che tutte le volte mi svegliavo col batticuore e la paura di volare giù. Io scelgo sempre la cuccetta in basso, di solito. Almeno, se cado, non mi ammazzo. Quella volta mi era toccata quella di sopra, non sono andata in bagno tutta la notte e credevo di morire.
Piiiing, piiiing, piiiing.
Che succede? Ora il rumore è più acuto, in qualche modo più leggero.
Un’astronave! Probabilmente la cosa tonda è un casco. Sì, ma io mica sto alla NASA. Quindi? Mi sforzo di riflettere in fretta, ma non vedo molte possibilità. L’unica spiegazione sono gli alieni. L’ultima cosa che ricordo è che mi sono stesa un attimo, ed ero tanto stanca. Oddio, questi sono scesi proprio a casa mia e mi hanno rapito.
Mi pare di avvertire un soffio leggero. Chissà da dove vengono, dove mi portano. Tra le ciglia dei miei occhi chiusi la Via Lattea sfavilla di mille lumini. Mi sento leggera, la gravità terrestre ha smesso di schiantare il mio petto. Respiro le stelle, mi illumino di luce riflessa. Mi piace farmi trasportare in questo buio così luminoso. Vorrei che questo viaggio di tempo sospeso non finisse mai.
Non ho nemmeno paura, io che non vado al cinema da sola perché mi sento a disagio. Ma ora no, in qualche modo questo rumore continuo mi rassicura, mi fa compagnia. Mi sento protetta. So che non mi faranno del male. Magari vogliono solo studiarmi, e poi mi riportano a casa. Certo, c’è il problema del tempo. Come lo calcolano gli alieni? Mai visti film di fantascienza io, a parte ET. Magari un loro giorno dura un solo attimo, oppure mille anni. Chissà le mie figlie. Un leggero gemito risuona nel mio cervello. No, cazzo, non sono pronta a non rivederle più.
Attenzione. Il ritmo sta cambiando, anche la vibrazione si fa lenta.
Sguisc, sguisc, sguisc.
Acqua? Dove, come?
La nube scura che mi circonda si sta diradando. In fondo una lama di luce. È l’alba. I miei piedi affondano in una consistenza granulosa e familiare. Sabbia. Mi guardo intorno, sono su una spiaggia lunghissima, di quelle che paiono finte. Onde leggere sciaguattano piano alla mia destra.
Sguisc, sguisc, sguisc.
Comincio a camminare lentamente, godendomi la sensazione delle dita che accarezzano il terreno, trattenendone un po’ ad ogni passo. Respiro. Mi pare di scorgere una figura in lontananza – mai che io abbia gli occhiali, quando servono. Oddio, vuoi vedere che è quel figo pazzesco di Grey’s Anatomy, come si chiama? Derek, ecco, Derek. Come la puntata in cui Meredith ha il COVID e finisce in coma e si trova su una spiaggia lunga e bella – un po’ come questa, in effetti – e lì incontra tutte le sue persone più care. Più care e morte.
Aguzzo la vista, o almeno ci provo. Un tuffo al cuore. Aspetta, io quell’andatura la conosco. Affretto il passo – mettermi a correre è fuori discussione – per avvicinarmi e togliermi ogni dubbio.
Sei tu.
Tu con i bermuda blu e la maglietta in tinta, e anche il cappellino tipo baseball. Uguale alla foto che tengo appesa in camera. Una delle pochissime. Siamo di fronte, ora. Mi abbracci stretto stretto. Respiro il tuo profumo, la mano destra si alza in automatico ad accarezzare il pezzettino di viso compreso tra la mandibola e l’orecchio. Sono dieci anni – da quando te ne sei andato – che le mani ricordano questa sensazione, questa consistenza. Mi manca.
«Ma allora sono in coma? Sto per morire? Mi sei venuto a prendere?»
Ridi. «No, scemotta. Sono qui solo per un saluto».
Sguisc, sguisc, sguisc.
Mi accoccolo contro di te, appoggio il capo alla tua spalla. Risuona quella vecchia canzone, la nostra. «Put your head…» canticchiamo entrambi, stonati più che mai.
«Devo andare».
Non riesco nemmeno a dire no, sei già sparito. Una lacrima scende dall’occhio destro – è sempre lui che piange per primo, chissà perché – e mi lascia una sensazione di bagnato sul volto.
Sdeng, sdeng, sdeng.
E adesso da dove arriva tutto questo frastuono? Sembra il rumore di una catena di montaggio. Non che io ne abbia frequentate molte, eh. Chissà perché mi sembra di essere in quel vecchissimo film con Charlot, come si chiamava? Tempi moderni.
Vedo file infinite di nastri trasportatori che si intersecano in un’architettura avveniristica. Anch’io mi sto muovendo. Un movimento lento ma costante, ogni tanto un piccolo scossone. Salgo e scendo come se fossi sulle montagne russe. Per fortuna c’è meno pendenza, a me viene subito la nausea.
Sdeng, sdeng, sdeng.
Strano, non vedo operai. Nessuno che controlla i nastri, nessuno che prende o posa qualcosa. Da qualche parte dovranno pur finire. Sì, forse là in fondo, c’è una specie di saracinesca, appena mi avvicino cerco di capire meglio. Ah, ecco. Manca poco. La saracinesca si alza ogni venti o venticinque secondi, il tempo di far entrare un pezzo di nastro lungo più o meno un paio di metri. E poi che succede? Alla prossima apertura sto attenta. Ghigliottine! Vedo una serie di lame che scende di colpo prima che la saracinesca si riabbassi. Occazzo, ma questi sono matti. Non voglio morire così! Mancano sette o otto metri prima che tocchi a me, quindi quanto tempo ho? Un paio di minuti al massimo. Comincio a dimenarmi, cerco di agitare le braccia…
«Signora? Signora? L’esame è terminato, ora può muoversi. Certo che si è fatta una bella dormita! Di solito le persone durante la risonanza sono agitate. Comunque si alzi piano piano, potrebbe girarle la testa. L’esito sarà pronto tra una settimana. Arrivederci».
Copertina creata con Google Gemini.
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Ilaria Pizzini è pavese di origine, maremmana per scelta. Nella sua vita professionale si è occupata di Risorse Umane in vari ambiti organizzativi. Ama camminare e adora il mare, soprattutto da una barca a vela. Scrive racconti brevi, alcuni dei quali sono stati pubblicati nelle antologie di vari concorsi letterari, mentre altri su riviste online. Ha pubblicato due romanzi: “Più forte del tempo” (Affiori) e “La strada della Madonnina” (Montag).



