Il muto

Il muto #2

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Tamburellava con le dita sul manubrio della sua auto. Un tram, scortato da un filare elegante di alberi, proseguiva verso il parco di Audubon. Al segnale verde del semaforo, restò con il piede sul freno e lasciò allontanare il tram. La spazzatura colorata, unica testimone dei bagordi del carnevale, veniva ammassata agli angoli delle strade dai netturbini in quella fredda mattina di gennaio.
Raramente lavorava con lo Snorky. Fino a sei anni prima ignorava il significato del soprannome. Baba Jaga gli mostrò un cartone animato di Hanna&Barbera degli anni ’80. Già dalla sigla capì il perché del nomignolo: Snorky, il compare, era uguale agli Snorky del cartone. Gli mancava solo la proboscide in testa, per il resto era identico. Persino il colore della sua pelle era alieno.
Lo vide appoggiato a un idrante sul ciglio della strada. Suonò il clacson e anche l’altro si accorse della sua presenza.
«Ciao Victor.» disse lo Snorky salendo sulla Chevrolet. «Oh no amico! Non starmi addosso, troppe domande.» Al termine della frase proruppe nella sua risata da iena.
A Victor lo Snorky andava a genio. Rideva sempre per tutti e due.
«Perché ti tieni ancora ‘sto rottame? Che ci fai con i soldi?»
Victor lo guardò, poi si voltò in direzione della strada.
«Ok, ok mister sgobbone! Vai a Bragg Street. C’è da ripulire una casa.»
Victor lasciò la mano sulle chiavi inserite nel cruscotto senza accendere il quadro. Si voltò nuovamente a guardarlo.
«Potrebbe esserci qualcuno. Tu ti occupi delle persone e io le raccolgo da terra dopo che le hai ripassate per bene.»
Victor diede l’ok con il pollice, avviò il motore e si diresse verso l’obiettivo.
La casa era un piccolo villino in legno a due piani. Il colore originale delle travi esterne era sbiadito e consumato. Passarono dal vialetto sul retro, scansando il bidone della spazzatura marchiato dall’urina dei randagi. L’erba secca, come tanti stuzzicadenti infilzati nel giardino, si spezzava al loro passaggio; la porta sulla veranda era rimasta aperta.
All’interno i due scagnozzi vennero accolti dal vero proprietario della casa, il degrado: sacchi della spazzatura erano accatastati all’ingresso, la moquette invasa da cicche, macchie e chiazze oleose sembravano un arcobaleno di sporcizia. Alle pareti, perimetri di bianco su uno sfondo lercio erano l’unica testimonianza della presenza di un arredamento passato.
La trovarono nel salone.
Il cadavere della ragazza era esposto e rigido su una poltrona in tessuto. Il laccio emostatico penzolava fra il braccio violaceo e il bracciolo verde della poltrona. L’aria proveniente dall’ingresso lo faceva oscillare rendendolo vivo. Sembrava volesse scappare.
Ogni scarto, pontificava Baba Jaga, per quanto consumato, aveva sempre la sua utilità.
Il collasso cardiaco da overdose le aveva sfigurato il volto rendendolo un urlo di Munch al femminile.
«Drogata del cazzo! Ecco come spende i nostri soldi.» disse lo Snorky tirando su col naso e scatarrando ai piedi del cadavere. «E’ un bel casino amico. Ci doveva parecchio.»
Victor decise di controllare il secondo piano. Indicò le scale e si avviò.
«Ehi! La tizia è andata… direi è roba mia, che dici? Le do una ripassata?»
La risata da iena accompagnò Victor per l’intero sentiero di scalini. Al secondo piano trovò lo stesso copione del primo: una stanzetta dove i tossici venivano a bucarsi e collassare, uno sgabuzzino trasformato in cesso, un bagno con il water intasato e una vasca con dentro due topi morti e una porta chiusa. Victor si fermò a osservarla. Era pulita. Nella maniglia d’ottone vedeva il riflesso distorto del suo tirapugni in ferro. Entrò pronto a combattere e si trovò spaesato. La cameretta era il naturale prolungamento della porta: ordinata, profumata, luminosa. Un lampadario di cristallo imponeva la sua presenza maestosa in mezzo al ciarpame. Buttò un occhio dietro. Si trovava ancora nella fogna a Bragg Street; in fondo alle scale lo Snorky scherzava con la morta.
Poi arrivò il pianto.
Dentro uno scatolone, coricato su degli asciugamani puliti, c’era un neonato. In altezza riusciva appena a coprire il braccio di Victor; stringeva a mo’ di orsacchiotto un libro e piangeva.
Dalla finestra aperta, il sole accarezzava i cristalli sul soffitto e si rifrangeva sulle gote arrossate del bimbo formando puzzle di luci. Victor protese il braccio con la mano stretta a pugno verso quel lamento. Con il tirapugni esercitò una leggera pressione sul torace in miniatura. Il bebè, in risposta, portò la bocca sull’intrico di dita e acciaio e iniziò a succhiare. Victor sentì l’esserino baciargli il metallo delle nocche e bagnargli con la saliva la pelle della mano.
«Oh porca troia Victor hai fatto bingo!» urlò lo Snorky sulla soglia della stanza. «E’ proprio un bel cipollone! Ci tiriamo su parecchi verdoni.»
La mano di Victor ancora lì a contatto col neonato.
«Ma è un moccioso? Pensa te! La tossica era pure una sforna marmocchi.» disse lo Snorky mentre scompigliava la stanza in cerca di roba.
Victor allungò anche l’altro braccio verso la nuova vita. Stavolta la mano era aperta.
«Io starei attento amico, quei cosi si mettono tutto in bocca. Potrebbe avere qualche malattia della madre.» lo Snorky si accostò a lui: «Fai impressione inginocchiato così. Dobbiamo portarlo da Baba Jaga, lei saprà cosa farne.»
Victor si alzò.
«Dai scansati, lo prendo e lo metto in macchina.»
L’ormone della crescita nell’infanzia di Snorky aveva deciso di non collaborare e ciò si era tradotto in un individuo adulto con un’altezza di 150 cm, un peso corporeo di 47 chili distribuiti in gran misura su un cranio abnorme. Quando lo Snorky vide ergersi Victor il Mastino con i suoi 190 cm di muscoli, portando le braccia avanti e flettendo leggermente le gambe, saltò indietro verso il corridoio.
«Che cazzo ti prende? Mi fai cagare sotto!»
Victor restò in guardia davanti la culla in cartone.
«Ok, ti capisco. Non è il tuo solito lavoro e ti secca. Vai a fidarti dei tossici… pfui»
Victor indicò lo scatolone.
«Sì. E quindi?»
Portò il pugno chiuso al petto.
«Te ne vuoi occupare tu dello sgorbio?»
Victor annuì.
«Allora perfetto, risolto. Tu lo porti da Baba Jaga. Prima però dobbiamo tirare giù questa meraviglia di cristallo.» disse lo Snorky leccandosi via il sudore dal labbro. «Hai visto per caso una scala? Sennò ci tocca portare su la poltrona, senza la mammina ovviamente.» La risata sguaiata ruppe la tensione del momento.
Ci volle quasi un’ora per scardinare dal soffitto la vestigia regale: Victor si accollò il peso del lampadario, mentre Snorky parlava e si agitava. Nella culla il neonato vagiva.
«Senti amico qui finisco io, tanto ci serve il furgone per portare via tutto. Prendi il moccioso e portalo a casa. Se ci muore di fame è uno spreco.»
Depositò la culla ai piedi del sedile del passeggero e si allacciò la cintura. Il neonato, mordicchiando gli angoli del libro, ne mostrò a Victor il titolo:“La critica della ragion pratica.” Accese il motore e si immise su strada. Avrebbe dovuto prendere il secondo svincolo a destra per tornare al covo, invece svoltò a sinistra. La musica degli Animals riempiva nuovamente l’abitacolo dell’auto. Al primo semaforo si sfilò il tirapugni e lo depose nello scatolone, accanto al neonato.

Layla stava provando la coreografia della serata sul palco assieme alle ballerine, quando sentì un pianto acuto seguito da passi familiari all’ingresso del locale.
Guardò le altre ragazze. Scorse il ribrezzo sui loro volti. Temevano Victor, lo consideravano un animale rabbioso. Giravano molte voci su di lui. Layla avrebbe voluto sentirne solo una di voce: quella del suo uomo.
Il Mastino si diresse dietro uno dei separé, abbracciando uno scatolone da traslochi. Il modo in cui lo stringeva in una morsa delicata fece provare a Layla un fremito d’invidia.
Era rimasta sola sul palco. Strass e brillantini sul suo corpo persero luce nell’istante in cui lei abbandonò i riflettori. Il body le opprimeva i fianchi e l’anfetamina ingerita ore prima stava perdendo la sua euforia. Scostò il separé: sul tavolino verde lime fosforescente gattonava un neonato di circa 6 mesi. Gattonava curioso sul talamo in plexiglas che ospitava fluidi corporei nelle notti di New Orleans. Victor formava una palizzata con le sue braccia ai bordi del tavolino e lo lasciava muovere in libertà.
Layla si sedette e portò le mani alle labbra, in preghiera: «Victor, è tuo figlio?»
L’uomo sfregiato scosse la testa.
«Chi è?»
Victor prese dallo scatolone il libro e lo porse a Layla. La copertina era patinata di saliva, le pagine odoravano di rancido.
«Cosa cerchi di dirmi?»
Le indicò l’autore del libro.
«Kant? Kant era un filosofo. I filosofi sono tutti infelici, non chiamarlo così.»
Il volto di Victor era rivolto verso Layla; lo sguardo, invece, seguiva il bebè.
«Victor se cerchi aiuto, devi spiegarti.» Allungò la mano smaltata e gli toccò il braccio. «Devi parlarmi.»
Le pale del ventilatore a soffitto scandivano il tempo con il loro vorticare costante. Un vociare sommesso arrivava da dietro quell’oasi protetta.
«L’ho trovato. Starà con me.» ansimò Victor. La voce cavernosa e inumana gli straziava le corde vocali.
«Amore è stupendo sentirti parlare. Devi farlo più spesso.»
«Kant ha fame.» si tormentò Victor in un sussurro.
«Allora pensiamo al bambino. Parleremo dopo.»
Sistemato Kant in una nuova culla più confortevole, Victor tornò al privé da Layla.
«Cosa ne vuoi fare del bambino?»
Lui portò il pugno chiuso al petto.
Layla sbuffò passandosi le mani nella parrucca cremisi.
«Torni a esprimerti a gesti? Non puoi occupartene tu. Come pensi crescerà in un covo di criminali? Il bambino ha bisogno di vivere la sua infanzia.»
Victor si toccò l’orecchio mutilato: «Kant non deve avere un’infanzia. Kant deve essere felice.» la sua voce tremula era sterile.
«Quel bambino ha già il tatuaggio della vedova Kovač sulla pelle.» Un uomo sudaticcio chiamò Layla a gran voce. «Io ora devo finire le prove. Tu resta qui stasera.» Si sporse verso Victor e gli morse un labbro «Troveremo il modo per far andare bene le cose.» mentì lei.

… E qui abbiamo il primo, e forse l’unico caso, in cui possiamo determinare in base a concetti a priori il rapporto di una conoscenza con il sentimento di piacere e di dispiacere. Tutte le inclinazioni insieme costituiscono l’egoismo (“solipsismus”). Questo è, o “amore di sé”, un voler bene a se stessi al di sopra di tutto, o “un compiacimento di sé”. Il primo si chiama specificamente “amor proprio”, il secondo “superbia”.

La telefonata interruppe la lettura di Victor a pagina 46. Era notte. Si trovava nel camerino di Layla; lei era sul palco a esibirsi. Aveva le parole di Kant il filosofo in mano e il Kant vivo nella culla accanto a lui. Scrutò il cellulare. Prima di rispondere guardò il bambino.
«Victor, fra un’ora allo Scoglio della Mantide.» Gordon riattaccò.
Il “Mantis Reef” era un’altra delle proprietà immobiliari di Baba Jaga. La caffetteria era stata costruita nella zona portuale della città. Il porto di New Orleans, con un’estensione di 24 chilometri, fiancheggiava il Mississippi, lambendolo con i suoi attracchi da Southport a Westwego. Lo Scoglio della Mantide era il Fort Knox della banda e lo amministrava Gordon. Nei due anni post Katrina ci bazzicarono attorno così tanti conti bancari e presta-nome da superare in numero le navi attraccate alle banchine in un mese. Gordon era presente quando c’era da firmare o da sparare.
Il vanto del locale erano le ampie vetrate. Nonostante la salsedine, le materie prime e gli scarti della società, trasferiti dalle pance delle navi alla terraferma, le vetrine a specchio erano sempre lustre.
Lo sporco si annidava altrove.
Furono le stesse vetrate a mostrare a Victor, in quel giovedì di gennaio, le tre sagome stagliarsi nel locale buio. Victor aprì la porta con in mano il libro, la campanella tintinnò annunciando il nuovo cliente. Un rumore elettrico abbassò la saracinesca, portando il locale a uno stato d’autismo nei confronti del mondo esterno. Cessato il rumore, le luci si accesero mostrando le cassapanche e i tavoli a forma di timone. Il bancone frastagliato spiccava solitario con la sua colorazione rocciosa. I fornelli della cucina tacevano. In fondo alla sala, dirimpetto al corridoio dei bagni, c’erano Baba Jaga con addosso il suo lutto, lo Snorky e Gordon con il suo impeccabile completo gessato. Baba Jaga era seduta su uno dei divanetti a parete color fumé. Si alzò e allargò gli stecchini a forma di braccia: «Sai chi era realmente Baba Jaga, Victor?»
Victor occupò il centro del locale, il libro-giocattolo stretto in una mano.
«Erroneamente la si considerava un mostro, una divoratrice di bambini.» La testa deforme di Snorky spuntava da dietro la spalla della vecchia. Gordon si sbottonò la giacca mostrando l’addome prominente e la fondina di una pistola. «Invece la chiaroveggenza era la sua vera natura. Lo sai chi fu il primo a chiamarmi così?»
Victor fece cenno di no.
«Mio marito Ermil.» Le mani screpolate andarono a toccare la veste nera. «Lui aveva capito che più della mia lungimiranza, della mia fedeltà verso la famiglia, erano i presentimenti sugli eventi futuri a rendermi un capo indiscusso.»
Snorky iniziò a soffocare risatine. Gordon si allisciò i baffi.
«Ermil, consumato un rapporto sessuale, tendeva a massaggiarsi il capezzolo sinistro. Ripeteva il gesto d’affetto verso se stesso tra le tre e le cinque volte. Così scoprii il suo tradimento.» Smise di toccarsi la veste e poggiò le mani sul tavolo. «Mentre l’uccidevo il mio cuore era in pace. Non stavo assassinando mio marito; Ermil era già morto il giorno in cui tradì. Victor dov’è la merce?»
Victor mostrò il libro di Kant e lo poggiò sul tavolo più vicino.
«E’ colpa di quella stronza con più peli in fica che in testa!» bofonchiò lo Snorky.
Victor setacciò l’ambiente con lo sguardo.
«Ragazzo mio, sai a cosa mi riferisco. Dov’è il bambino? Gordon mi ha detto del tuo prelievo oggi. Sono contenta.» disse lei, sorridendo. «Non pensi mai a te, è giusto usufruire dei frutti del proprio lavoro. Sono i tuoi soldi perché devi regalarli a estranei?» Claudicante, la vecchia si diresse verso le vetrate. Guardò oltre le striature in metallo della serranda come se non esistessero. «Al mondo ci sono due tipi di persone: i membri della famiglia e gli altri. Gli altri pensano solo a usarti. Ti masticano fino a spremerti via tutto il succo e poi ti sputano nel cesso. L’istante dopo tirano la catena per mantenere in piedi la loro illusione di persone migliori.»
«No. I soldi servono per il bambino.» rantolò Victor.
«Ma questo quindi parla?» boccheggiò lo Snorky.
Baba Jaga lo fissò. Vagò con gli occhi sul volto sfregiato in cerca di sbornia o delirio. La sua voce divenne più acuminata: «Il bambino? Mi stai ascoltando Victor? L’organizzazione si occuperà di lui.» continuò a cercare tracce del suo Mastino in quegli occhi ribelli. «Non lo capisci? Anche se sei tu, io non posso permetterlo. Non assomigliare a Ermil, non diventare passato.»
Victor, prima di incamminarsi verso l’uscita sul retro della cucina, si avvicinò al tavolo e riprese il libro.
Baba Jaga inveì. Poggiò entrambi i gomiti sullo schienale di una sedia per mantenere le note di dolore. Gordon le passò la pistola senza smettere di carezzarsi i baffi.
«Lasciateci soli.» intimò lei.
«Ma vedova Kovač, lasci fare a me.» disse Gordon.
«Non ve lo sto chiedendo.»
Ora nella sala c’erano una donna con il peso degli anni a gravarle sull’anima e un uomo mosso da una scelta.
«Victor, siamo ancora in tempo. Ti basta andare a prendere il neonato.»
Victor avanzò.
«Fermo!» La mano tremante sollevò l’arma.
Il Mastino disubbidì al comando.
«Perché fai così? Cosa ti è successo?» Le lacrime scesero fra i solchi delle guance. Caddero sul pavimento assieme alla pistola.
Lui prese la mano che lo aveva nutrito per anni e l’aprì a ventaglio.
«Dimmi qualcosa, qualunque cosa.» implorò Baba Jaga.
Iniziò a chiuderle le dita della mano fino a formare un pugno. Solo il mignolo restò teso verso l’alto.
«Cosa signif-»
Il diretto demolì, come un ariete, la fragile cassa toracica di Aleksandrina Kovač. L’aria abbandonò i suoi polmoni facendola avvizzire. Victor ne rallentò la caduta adagiandola a terra: «È l’unico linguaggio che mi hai insegnato, madre. Solo così posso parlarti.»
Baba Jaga, riversa al suolo, non lo udì.

Perlustrò il locale in cerca dei due tirapiedi. Trovandolo sgombro, il pensiero tornò a Kant.
Lasciò lo Scoglio con il buio della notte. Valichi montuosi di container svettavano vicino all’area parcheggio. Indebolivano la luce dei lampioni rendendo torbide le carrozzerie delle macchine.
Il boato dello sparo lo colpì alla schiena. Il proiettile trapassò il ventre, sconquassando l’intestino. Finì la sua corsa in frantumi sulla portiera della Chevrolet nera del ’77.
«Parcheggi sempre allo stesso posto.» Il fumo caldo dalla canna della calibro .45 saliva verso il volto sprezzante di Gordon.
Victor si gettò sul cofano della macchina, tentando di tamponare l’emorragia.
«Il tuo essere fedele ti ha sempre tenuto in vita.» Gordon avanzò gridando: «Ma tu dovevi vivere la tua favola del cazzo. Non è vero, stronzo?»
Victor gelava. Il sangue emigrava da ogni periferia del suo corpo per arginare l’emorragia. Stava per vedere il suo carnefice.
Chiuse gli occhi.
Immaginò un giorno nascente illuminare le strade della Louisiana. A percorrerle c’erano lui e Kant sfreccianti sull’asfalto che profumava di libertà. Destinazione Memphis: Children’s museum; con le pareti ricoperte da una tavolozza piena di colori sarebbe piaciuto anche a Layla.
Gordon gli premette la bocca da fuoco sulla fronte: «Da Mastino a Zanna Gialla.»
L’eco del secondo sparo non raggiunse i camerini del Pussy Lion. Eppure lì c’era un bambino che piangeva.

Fotografia di tpsdave da Pixabay 

3 pensieri su “Il muto #2

  1. Bello:cura dei particolari ambientali e dello sviluppo psicologico dei personaggi. Vivace la narrazione:da leggere tutto d’un fiato.
    Interssante il ri-acquisto della parola da parte di Victor nel momento dell’incontro con il bambino:Come se egli stesso ritornasse alla prima infanzia e cominciasse con l’uso della parola un nuovo percorso di vita.Mi viene in mente do Milani,che nell’opera educativa riteneva fondamentale “dare ai ragazzi la parola” (certo a un livello e significati più ampi di quello che è espresso nell’episodio di questo racconto)
    Grazie,Marco,A presto.

    1. Una rivisitazione veramente particolare! Purtroppo non ho letto nulla di don Milani ma sicuramente la parola è veicolo di educazione ed emancipazione.
      Grazie a te per aver condiviso questa sfaccettatura a cui non sarei mai arrivato.

  2. Secondo me, uno dei racconti più interessanti e meglio riusciti di Marco Simeoni, in cui riesce a fondere narrazione e linguaggio esprimendo il meglio delle sue potenzialità!

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