Il gatto

Il gatto

L’unico completo in armadio era quello del matrimonio, il marito però si era appesantito e non ci entrava più. Raffaella si era dovuta accontentare di quello che aveva in casa. Il dolcevita, poi, gli copriva la ferita alla gola. Pantaloni di lana e scarpe invernali lustre completavano l’abbigliamento. Non adatto per agosto, ma aveva scelto gli abiti più nuovi, comperati l’anno prima a una svendita.
Raffaella non smetteva di accarezzare il viso di Mario. Un addetto alle pompe funebri le si avvicinò, lei scosse la testa. Le concesse ancora qualche minuto. Fuori dalla camera ardente attendevano una folla di curiosi, qualche collega di Mario e pochi conoscenti del quartiere; non frequentavano parenti e non avevano amici. Dopo che gli addetti alle pompe funebri ebbero sigillato la bara, Raffaella la seguì nel bagliore afoso delle undici. Una giornalista di Canale 5 le si avvicinò cacciandole il microfono sulla bocca.
“Perdona chi ha sparato a suo marito?”
“La pena di morte ci vorrebbe per quell’assassino!” gridò mentre la gente si accalcava per entrare nell’inquadratura della telecamera.

Dalla finestra del loro appartamento, Mario e Raffaella osservavano la vecchia nella casa davanti al condominio. Stava uscendo dal portone che si apriva sul giardino ben curato, traboccante di varietà di piante delle quali conoscevano a malapena qualche nome. In un angolo, una sedia bianca di ferro smaltato all’ombra di due alberi che lasciavano cadere un mucchio di foglie sulla strada, mai raccolte da nessuno.
La vecchia indossava un vestito sbracciato, informe come un sacco, una triste macchia in mezzo ai fiori bianchi, gialli e rossi che esplodevano nel calore estivo. Il volto arcigno si aprì in un sorriso all’avvicinarsi di un gattone rosso. Si chinò adagio, allungando il braccio di pelle incartapecorita per accarezzargli il dorso arcuato.
“Quella strega lo tratta meglio di un bambino” commentò Raffaella.
“È il suo gatto…” disse Mario.
“Ma fammi il piacere. È una bestia, mica una persona.”
Il gatto, sbandierando la coda ritta, spinse la testa massiccia contro le gambe macchiate di vene blu della vecchia. Con miagolii lamentosi pretendeva le crocchette, girando su se stesso impaziente e strofinandosi con morbida forza contro le gambe magre della donna, che lo grattava sotto il mento e sul collo, offerti alle golose coccole.
“Sta sempre a dargli da mangiare. Non vedi che grasso che è?” disse Raffaella.
“È grosso.”
La coda del gatto era così folta che sembrava quella di uno scoiattolo. Cercando con insistenza le carezze, quasi non ne avesse mai abbastanza, il gatto continuava a farsela lisciare.
“Fa sempre i bisogni nel nostro cortile. L’avrò ripetuto cento volte alla strega. Poi tocca a me pulire, gli altri condomini se ne fregano.”
“Non lo può tenere a guinzaglio…” disse Mario.
“Gli metto i bocconi avvelenati. Voglio vedere…” Raffaella si allontanò dalla finestra. “Se tu fossi un uomo, avresti già sistemato quella bestia.”
“Cosa dovrei fare? Ammazzarlo?”
La vecchia versò nella ciotola le crocchette. Il gatto sprofondò il muso nel cibo, dimenticandosi della donna che gli accarezzava la schiena percorsa dai brividi.
“Lo rapiamo e chiediamo un riscatto alla strega” propose Raffaella. “Un rimborso per il lavoro che mi costringe a fare.”
Mario scosse la testa mentre sbirciava dalla finestra. La vecchia si raddrizzò a fatica, appoggiandosi al muro. Guardò con tenerezza il gatto che si rimpinzava di crocchette.
“Lo attiriamo con la carne, poi lo teniamo in magazzino nella gabbia dei canarini” continuò Raffaella. “Se miagola non lo sente nessuno, sono tutti in ferie.”
“Santo cielo” sbuffò Mario. Il gatto alzò la testa e si guardò attorno. La vecchia, che era rimasta in giardino per togliere qualche foglia secca alle piante, gli diede un buffetto. Con cura, il gatto iniziò a ripassare la zampa più volte dal muso alla nuca.

Togliendosi la tuta sporca in magazzino, al ritorno dal lavoro, Mario intravide la gabbia arrugginita dei canarini, incastrata sopra lo scaffale, tra altre cianfrusaglie che Raffaella gli chiedeva di tanto in tanto di gettare nella spazzatura per fare ordine. Infilò la tuta nella lavatrice e salì in casa.
Salutò, ma non ottenne risposta. Raffaella era alla finestra, Mario si avvicinò per darle un bacio.
“Lasciami stare, ho mal di testa…” disse Raffaella sfregandosi la fronte con la mano. “Tocca sempre a me pulire le schifezze di quel gatto, e con questo caldo puzzano da morire. Se non lo ammazzi tu, lo faccio io.” Guardò Mario con la faccia indurita dal dolore.
“Vado dalla vecchia a dirglielo…” disse Mario.
“Non serve a niente.”
“Allora pulisco io la prossima volta, basta che…”
“Lascia stare” tagliò corto Raffaella passandogli accanto per andare in camera da letto a distendersi. “Non mi ascolta nessuno in questa casa.” Mario rimase a guardare i due piatti vuoti preparati sul tavolo per la cena. Sentì Raffaella che diceva, a voce alta: “Se avessi tra le mani quel…”

Mentre ingoiava con avidità i bocconi di petto di pollo, il gatto alzò la testa per lanciare un’occhiata sospettosa alle due ombre che ora incombevano immobili vicino a lui. La coda frustò il ghiaino, le orecchie si drizzarono per captare il più lieve fruscio. La carne nel piattino era quasi terminata, da un momento all’altro avrebbe potuto svignarsela su un albero del giardino della padrona. Il ghiaino scricchiolò.
“Micio, micio, micio…” ripeteva Mario. “Buono, gattino… bravo. Che bravo gatto…”
“Ha quasi finito” sussurrò Raffaella.
Gli occhi, tagliati dalla sottile pupilla, scrutarono le ombre sempre più minacciose. Con le orecchie appiccicate alla testa, il gatto si raggomitolò pronto a sfrecciare via. A destra, il quadrato scuro di un telo gli bloccava il passaggio. Allungò con circospezione una zampa poggiandola senza rumore sul ghiaino, poi l’altra. Le ombre si ingrandirono.
Schizzò a sinistra, poi a destra cercando di imboccare uno spiraglio di luce. Qualcosa gli strattonò la coda. Si girò di scatto, ma il telo gli annerì la vista. Cercò di sgusciare fuori, graffiò, morse. Le unghie uncinate uscirono dal tessuto impigliandosi nella trama.
“Lo tengo! Prendi la gabbia!” gridò Mario. “Veloce che mi scappa… Sta’ fermo!”
Sotto il telo, il gatto si divincolava, miagolando cupo. Una botta sulla schiena lo fece contorcere per artigliare il nemico, ma era difficile difendersi rinchiuso come in un bozzolo.
“Mi ha graffiato” si lamentò Mario con Raffaella che portava la gabbia.
Si aprì un tunnel dove infilarsi. La luce dopo il buio era un’angusta prigione di ferro.
“Chiudi! Chiudi!” disse Raffaella.
Raffaella pungolò il gatto. La zampa guizzava attraverso le sbarre, artigliando solo l’aria.
“Sei contento adesso, brutto sporcaccione…”
Il gatto, con un brontolio minaccioso, si rintanò in un angolo della gabbia, che venne trasportata nel magazzino. Fissò con gli occhi fosforescenti la stanza che poi diventò buio, silenzio, tanfo di chiuso.

Raffaella prese delicatamente la mano di Mario.
“Guarda che graffio.”
“Brucia.”
“Sei proprio un bambinone” disse sorridendo. Gli versò del disinfettante sulla ferita, fasciò con cura la mano e poi gliela accarezzò. “Visto? È stato facile.”
“Adesso che facciamo?” Mario si sedette.
“Lo teniamo in gabbia.”
“Per quanto? Non dovremo dargli da mangiare?”
“Non morirà di fame. Non hai visto quanto è grasso?”
“Ma sporcherà. E i gatti miagolano, qualcuno prima o poi se ne accorgerà.” Mario guardò Raffaella incerto.
“Devi telefonare alla strega.”
Mario fece una smorfia. Teneva gli occhi abbassati guardandosi le mani grosse come il suo corpo pesante, per la costituzione e la routine dei pasti abbondanti. In un punto, la garza bianca si stava sporcando di sangue. Sospirò.
“Cos’è? Devo arrangiarmi da sola come al solito?” Gli piantò gli occhi in faccia. “Deciditi! Se tu fossi un uomo…”
“Non sono qui?” Si alzò, sovrastando di dieci centimetri la testa di Raffaella. La sedia, spinta all’indietro, raschiò il pavimento. “Dammi ’sto numero.”
Raffaella gli consegnò il cellulare e l’appunto dove aveva annotato il telefono della signora Rosa Galli. Il giorno prima l’aveva cercato nell’elenco telefonico.
“Ricorda di scegliere numero privato…” disse Raffaella.
“Non sono mica scemo…”
“Metti in viva voce.”
“See.”
Il telefono suonò a vuoto per quattro interminabili squilli. Mario aggrottò la fronte, ma Raffaella gli fece segno di aspettare. “È vecchia, ci mette del tempo a rispondere.”
Quando sentì la voce esitante della donna, fu sorpreso, rimanendo senza parole. La vecchia dovette chiedere chi era ancora una volta, mentre Raffaella gli faceva gli occhiacci.
“Ehm… Se… se vuoi il tuo gatto devi cacciare cinquecento euro” disse Mario cercando di alterare la voce.
“Come?”
“Abbiamo il tuo gatto… il gatto rosso. Se vuoi rivederlo devi darci cinquecento euro. Capito?” Raffaella annuì al tono di voce infastidito di Mario.
“Chi è? Chi parla?”
“Cinquecento euro in un sacchetto della spazzatura. Domani. Alle otto… alle venti. Mettili dietro il cassonetto all’inizio di Via Neri.”
“Non ho tutti quei soldi…”
“Se non ci dai i soldi lo ammazziamo” disse Mario alzando la voce. Raffaella sorrise.
“Non fategli del male, povera bestia…”
Mario stava per riattaccare, quando Raffaella lo bloccò per ricordargli di dire alla vecchia di non avvertire nessuno.
“E… non parlare con nessuno, altrimenti ti mando la pelle del gatto!”
Riagganciò con un sospiro di sollievo. Raffaella lo abbracciò. “Bravo, amore…” Mario era frastornato, come un bambino per la prima volta sul palco della recita scolastica, con gli occhi stralunati. Raffaella si staccò e si mise a ridacchiare, contagiando anche il marito. Finirono per sganasciarsi fino alle lacrime, piegati in due, dandosi pacche sulle cosce, senza riuscire a smettere.
La sera, timidi e maldestri, dopo molto tempo fecero l’amore.

Il giorno dopo, alle otto meno un quarto, Mario si appostò all’inizio di Via Neri, come se aspettasse qualcuno. Era uscito di casa di mala voglia, infastidito da Raffaella che dalle sei gli aveva ricordato ogni quarto d’ora dell’appuntamento.
Alle otto e cinque non si era ancora vista la vecchia. Attese altri dieci minuti. Trovò uno scontrino in tasca, una buona scusa per fermarsi al cassonetto per gettarlo via e sbirciare se dietro ci fosse già il sacchetto con i soldi. Niente.
Ritornò all’inizio della via e guardò l’orologio: le otto e mezza. Dopo dieci lunghissimi minuti, un uomo in tuta si avvicinò per gettare la spazzatura. Mario lo tenne d’occhio, cercando di non mostrarsi troppo incuriosito. L’uomo sembrò non notarlo.
Fece un altro giro vicino al cassonetto verso le nove, senza risultato.
A casa trovò Raffaella furibonda.
“Pensa di prenderci in giro quella strega?” Gli si mise davanti, la mascella tesa. “Ora la chiami e gliele canti per bene.”
“Dove sono i soldi?” disse Mario quando la vecchia finalmente rispose.
“Siete dei mostri senza cuore. Prendersela con un povero gatto… Cosa vi ha fatto di male?”
“Sei tu il mostro, se per quattro soldi lo fai ammazzare.”
“Mostri. Lasciatelo andare…”
“Credi che scherziamo?” disse Mario alzando voce. “Se non porti i soldi domani, il tuo gatto è morto.”
“Mostri.”
“Morto!”
Mario sbuffava come un toro, l’ampio torace si alzava e si abbassava. Non riusciva a star fermo, stringeva i pugni misurando la cucina a lunghi passi. Era arrabbiato, una sensazione nuova e potente. Raffaella lo osservò sorridendo, poi gli sfiorò una spalla e Mario si accorse con stupore che era accanto a lui.
“Non possiamo tenerlo per troppo tempo” disse Mario.
Raffaella rovistò nel cassetto delle posate e afferrò il trinciapollo d’acciaio che scintillò nel suo palmo minuto. “Andiamo” disse, cacciandolo in mano a Mario.
Nel magazzino ristagnava un fetore di escrementi e urina di gatto, così Raffaella si affrettò a spalancare la finestra per arieggiare. Il gatto era raggomitolato in un angolo della gabbia, la pelliccia del sottopancia, le zampe e la coda impiastricciate di sudiciume. Li tenne d’occhio, seguendo i loro movimenti, le orecchie appiattite. Mentre Raffaella puliva alla bell’e meglio la gabbia con un getto d’acqua, si rintanò ancora di più nel suo angolo.
“Muoviti… dai…” lo pungolò con un bastone per farlo alzare. Il gatto soffiò verso Raffaella, ma seguiva con lo sguardo anche Mario che si era posizionato dietro a lui. Si girò per tenergli gli occhi addosso, ma dovette ritornare a difendersi a morsi e graffi dal bastone. Protestò con cupi miagolii alle istigazioni di Raffaella, girando di scatto la grossa testa verso Mario, pericolosamente vicino.
Mario afferrò la folta coda che si divincolava come una serpente. Gli scivolò dalle mani. Al secondo tentativo riuscì ad agguantarla. Raffaella distrasse il gatto colpendolo con il bastone. La coda si contorse con furia mentre Mario tirava per raddrizzarla. La mise tra le lame del trinciapolli, alla congiunzione tra due vertebre. Tagliò. Uno schizzo rosso gli sporcò la maglietta. Rimase con la punta sanguinante in mano, mentre la coda guizzava sotto il gatto che, dopo aver cacciato un miagolio acuto di dolore, si mise disperatamente a leccare il moncone.

Mario uscì a imbucare nella cassetta delle lettere della vecchia la busta con la coda mozzata. Camminava con circospezione, tenendola sotto un sacchetto nero della spazzatura. Lanciò un’occhiata alla finestra di casa e vide muoversi, come per un soffio d’aria, la tenda che nascondeva Raffaella. Il segnale che non c’era nessuno per strada. Infilò la busta gialla nella cassetta, poi si impose una camminata tranquilla, ma quando rientrò in casa aveva il fiatone per l’ansia. Dovette sedersi per trovare la calma prima di telefonare.
“Ecco cosa succede se non paghi. Guarda nella cassetta delle lettere” disse tutto d’un fiato quando, dopo cinque squilli, la vecchia rispose al telefono.
Trascorso un tempo infinito, la donna uscì dal portone. Percorse il vialetto lastricato che attraversava il rigoglioso giardino e armeggiò per aprire dall’interno la cassetta della posta. Raffaella e Mario, spiando dalla finestra, la videro tenere in mano la busta, indecisa sul da farsi. Non aveva ancora chiuso lo sportellino della cassetta, si vedeva penzolare la chiave di riserva. La vecchia palpò la busta per indovinarne il contenuto. Si guardò attorno. Mario si ritrasse, ma Raffaella gli sorrise, la strega non poteva vederli da lì, c’era la tenda a nasconderli. La vecchia aprì la busta con difficoltà, rimanendo a osservarne l’interno. Fu solo quando si rese conto del contenuto che la scagliò via. Guardandosi attorno smarrita, barcollò tanto da doversi sorreggere al muretto, mentre si copriva gli occhi con una mano. Con passo malfermo si diresse in casa, chiudendosi il portone dietro e dimenticando lo sportellino della cassetta aperto con le chiavi inserite. La busta gialla era finita su un cespuglio di fiori rossi.
“A quella viene un colpo” commentò Mario. “Forse dovremmo…”
“No.”
Mario sostenne lo sguardo di Raffaella. Si incupì, di una rabbia che nemmeno lui sapeva se fosse diretta verso Raffaella, la strega, il gatto, la situazione o tutte quelle cose assieme. Afferrò il telefono e pigiò sui tasti il numero della vecchia. Il telefono suonò libero per cinque squilli. Riagganciò e compose il numero di nuovo. Dopo tre squilli riagganciò, digitò il numero e aspettò altri cinque squilli.
“Non risponde.”
“Telefoniamo domani” lo rassicurò Raffaella. Appoggiò la testa sull’ampio torace di Mario, cingendogli la vita con le braccia. Sentiva il tepore di quel corpo massiccio accarezzare la sua guancia per entrarle dentro e riscaldarla. Mario l’avvolse nel suo abbraccio, stringendola a sé.
Al buio, il gatto si rigirò nella gabbia angusta, lamentandosi con prolungati miagolii, poi si raggomitolò in un angolo a leccare la coda mozzata. Da un po’ sonnecchiava, anche se cominciava a sentire la sete e la fame.

Mario fu sorpreso quando rispose una voce maschile al telefono della vecchia. Non disse nulla, forse aveva sbagliato numero, conveniva riagganciare.
“Sei quello che se la prende con una povera donna?” continuò la voce.
Mario e Raffaella si guardarono.
“Deve pagare se rivuole il gatto” disse Mario, incitato a rispondere da Raffaella.
“Finiscila con questa storia o chiamo la polizia. Sei solo uno stronzo…”
“Sei tu lo stronzo” disse ad alta voce Mario. “Se vuole il gatto deve pagare.”
“Se fai del male al gatto di mia madre, non chiamo la polizia, ti sparo io. Sono una guardia giurata, coglione…”
“Coglione sarai tu!” Pigiò sul tasto per riagganciare.
“Chi cazzo crede di essere?” gridò a Raffaella, stringendo i pugni quasi a sbriciolare il cellulare che teneva ancora in mano. Una corrente elettrica gli agitava gambe e braccia facendolo gesticolare e camminare su e giù per la cucina come se fosse in gabbia. Raffaella gli diede ragione, felice che Mario finalmente reagisse, invece di essere sempre troppo accomodante, un uomo senza amor proprio.
“Chi cazzo crede di essere?” continuò a ripetere Mario in magazzino, prendendo a calci la gabbia. Il gatto, sbalzato sottosopra, si aggrappava alle sbarre con le unghie, rotolando assieme alla sua prigione, ammaccata dai calci potenti.
“Metti cinquecento euro domani alle otto dietro il cassonetto” disse in un fiato Mario al cellulare.
“Ho chiamato la polizia. Non avrai un cazzo…” rispose la voce maschile.
“Vaffanculo.”
“Libera il gatto e non ne parliamo più” disse la voce. “Hai già fatto troppi casini.”
“Vaffanculooo” urlò Mario. “Lo ammazzo quel gattooo.”

Mario infilò le braccia nella gabbia, indossando un vecchio montone e dei guanti di cuoio. Il gatto si contorceva per sfuggire dallo sportello aperto, ma Raffaella lo distraeva con il bastone. Piantò le unghie nel cuoio, ostinandosi a mordere e graffiare le braccia protette dal giaccone. Il bruciore delle unghiate aumentò la rabbia di Mario. Agguantò saldamente il collo del gatto e strinse. La gabbia sbatacchiava furibonda. Mario strinse. Il gatto muoveva la testa come se indossasse un colletto troppo stretto. Strinse ancora. Ora apriva la bocca come un pesce gettato sulla riva. I movimenti convulsi si affievolirono fino a spegnersi. Mario sentì il peso morto del corpo e della gabbia. La testa del gatto ricadde pesante da un lato, la lingua sporse dalla bocca.
Il tempo riprese a scorrere. Mario lasciò cadere la gabbia sporca e ammaccata sul pavimento. Si sfilò i guanti e cercò la mano di Raffaella. Il gatto sembrava un vecchio peluche sudicio.

Si tennero abbracciati stretti finché le labbra di Raffaella scivolarono su quelle di Mario. Finirono a letto a fare l’amore. Questa volta fu più soddisfacente, Mario era più determinato, più energico, più uomo.
“Cosa facciamo adesso?” chiese quando si ritrovarono a fissare il buio del soffitto.
“Lo buttiamo davanti al portone della strega.” Raffaella gli afferrò la mano che rispose alla stretta. “Va bene?”
“Sì, sì” si affrettò a rispondere Mario.

Alle due di notte, Via Neri era deserta e la casa della signora Rosa immersa nell’oscurità. Il lampione di fronte, bersagliato dai vandali, era stato rotto. I fiori del giardino riposavano tranquilli, le corolle chiuse come palpebre di occhi stanchi e, nell’angolo, le chiome dei due alberi erano una sola immobile macchia nera. Il fantasma della sedia smaltata di bianco sembrava emanare un debole bagliore.
Mario e Raffaella scavalcarono impacciati il basso muretto del giardino. Mentre Raffaella aspettava dietro gli alberi, Mario roteò il gatto tenendolo per la coda fino a che prese velocità, e lo scagliò contro il portone. Con un rumore sordo colpì il legno e rimbalzò per terra. Si nascose accanto a Raffaella. Erano eccitatati come ragazzini che stanno combinano una monelleria. Raffaella raccolse un sasso tra l’erba e lo scagliò verso la casa. Mario mirò al vaso di un rampicante che pendeva davanti all’entrata. Era difficile colpirlo al buio ma lo centrò, si sentì un rumore di cocci rotti. Ridacchiarono per la bravata, quando una sottile linea di luce strisciò una tapparella. Attesero dietro gli alberi. La luce si spense. Delusi, lanciarono due sassi contro la tapparella.
Nelle mani sporche di terra tenevano altre pietre pronte al lancio quando il portone si dischiuse cautamente. Per chi era in casa era difficile riconoscere il gatto morto sul vialetto, così il portone si aprì un altro po’. Mario e Raffaella lanciarono le pietre. Quello di Mario riuscì a infilarsi nel varco dell’ingresso, forse colpendo chi c’era dietro. La risposta fu un lampo e rumore secco.
Mario barcollò tenendosi la gola. Dalla bocca uscirono dei gorgoglii, come da un rubinetto intasato. Cadde in ginocchio. La mano non riusciva a trattenere il sangue che sgorgava dal collo, fuoriusciva tra le dita e si riversava sulla maglietta. Crollò a terra. Cercando di sorreggerlo, Raffaella si impiastricciò del liquido viscido, che bagnava l’erba tagliata con cura ed era assorbito dal terreno avido di umidità.
“Mario…” Raffaella scrollò il grosso corpo per farlo reagire. “Mario!” urlò disperata raccogliendogli la testa che ricadde all’indietro. “Mario…”

Copertina di Keeleydyer

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