copertina di Magale

La festa di San Cataldo

La mia Serena sembrava una bambola di porcellana, quel giorno. Sarebbe stata benissimo insieme alle altre, riposte in file ordinate, sotto chiave nella vetrina del soggiorno. Forse così si sarebbe salvata.
Insieme al vestito bianco da cresimanda aveva accettato di indossare solo due fiocchi rosa, a legarle la vita e i capelli, e un paio di scarpe in vernice nera. Io e la nonna le avevamo proposto altre soluzioni, più eleganti e appropriate, ma non ne aveva voluto sapere.
“Questo è il massimo che posso concedervi, care signore“.
Era il modo in cui ci chiamava quando ci sentiva alleate a sue spese.
“Tredici anni e un’opinione precisa su tutto” le rispose mia madre, prima di capitolare.
Me la ricordo bella, Serena, con i capelli biondi – uguali ai miei da ragazza – e gli occhi chiari di suo padre: aveva preso la parte migliore di entrambi. Solo la sua cocciutaggine ci era estranea.
Ma non era solo bella, la mia bambina, era anche un’eccellente studentessa. Durante tutte le scuole elementari non ci eravamo mai accontentati di un voto inferiore al 9, e le aveva fatto bene. Era stata lei stessa, quando Suor Marcella le aveva dato un 8 in matematica, a richiedere una seconda interrogazione. E raggiunse il suo standard.
“Non sarei mai tornata a casa se non fosse stato altrimenti” mi disse quella sera, mentre sparecchiava la tavola, in tono di confidenza. Le sorrisi orgogliosa.

Si era svegliata all’alba di domenica, buttandomi giù dal letto e concedendomi a malapena il tempo di prendere un caffè, tanta era l’urgenza di iniziare a farsi acconciare i capelli. In qualsiasi modo glieli sistemassi, non era soddisfatta.
“Tesoro, sei meravigliosa. Nessuno ricorderà i dettagli della tua pettinatura ripensando a oggi!”
“Certo che sì.” rispose tagliente “Sarò in prima fila, mi scatteranno decine di foto, vuoi che risulti la femmina più sciatta del gruppo? E poi non sei tu che hai aspettato questo giorno per anni?”
“Sì, amore, è vero, ma… non penso sia l’acconciatura a renderti una cristiana migliore…”
“Ah no? E allora come mai tu e la nonna avete insistito tanto per l’abbigliamento? A che servono il vestito bianco, i fiori, le spalle coperte quando si entra in chiesa?” mi domandò con una nota di sfida.
“Servono a rendersi più degni agli occhi del Signore. Ma quello che conta…”
“Appunto. Perché dovrei accontentarmi di essere più degna? Io voglio essere impeccabile. E se mi stavi per dire che ciò che conta è quanto il nostro cuore sia puro, lo so già. Te l’ho sentito ripetere ogni giorno, per tutta la vita.” rispose sbuffando. “Non ti capisco! Vuoi sempre il meglio per me, tranne oggi?”
Quello era stato il tenore delle nostre conversazioni dal giorno in cui aveva saputo la data della Cresima. Serena aveva reso l’8 maggio un incombente cerchio rosso sul calendario, preceduto da tante piccole croci che aumentavano di giorno in giorno. Cadeva all’inizio della festa patronale, particolare che accrebbe lo stato di allerta di Serena: l’evento avrebbe attratto ancora più attenzione, ripeteva ogni volta che a cena si sfiorava l’argomento, e per questo si sarebbe dovuta preparare con il massimo impegno possibile.
“Tesoro non starai esagerando?” azzardò una sera suo padre. Lo trafissi con lo sguardo.
“Giovanni, ma che ne vuoi sapere tu di queste cose…” intervenni.
“Beh, la Cresima l’ho fatta anch’io a suo tempo, e…”
“Ma per una ragazza è diverso” lo zittì mia madre.
Posò la forchetta sul piatto e rimase in silenzio finché Serena non ebbe finito di mangiare, poi si alzò e si congedò accennando al desiderio di raggiungere i suoi compari in piazza.
“Speravo che potesse aiutarmi a ripetere la parte in cui il Vescovo ci interrogherà sulle promesse…” disse Serena visibilmente delusa appena il padre uscì.
“Lo sai com’è fatto, la sera ha da fare. Ma non ti piacciono le nostre serate tra donne?” le risposi.
“Il padre di Aurora la sera sta a casa” ribattè Serena.
“Si vede che il padre di Aurora ha una moglie più comprensiva e disponibile” sentenziò mia madre, lanciandomi un’occhiata d’accusa.
Quella sera Serena andò a chiudersi in camera sua e, poggiando un orecchio alla porta, la sentii ripetere le formule di rito, più e più volte. Ero fiera della mia bambolina.
Qualche ora dopo, quando suo padre rientrò, non gliela feci passare liscia.
“Era proprio necessario?” gli sussurrai da sotto le coperte non appena lui e la sua scia di profumo entrarono in camera da letto.
“Di cosa parli?”
“Dovevi proprio mortificarla così?”
“Io? E tu, allora, dovevi proprio sminuirmi in quel modo? E poi cosa avrei fatto questa volta per mortificarla, sentiamo?” mi provocò alzando la voce.
“Parla piano” risposi in un bisbiglio, tirandomi a sedere sul letto “Ti voleva accanto per esercitarsi, stasera. Non potevi rimanere a casa una buona volta?”
“Sarei dovuto restare per provare le battute della Cresima con nostra figlia? E’ per questo che mi vuoi a casa?”
“Beh, che c’è di male?”
“Non è una recita di fine anno, Annamaria! E’ una Cresima, in cui Serena dovrà dire sì e no quattro frasi!”
“Lo so. Io lo so, cosa credi? Ma se per lei è importante potresti anche rinunciare alle partite a carte in osteria, per una sera.”
“Le partite a carte… certo. Ma tu hai capito che…”
“Io ho capito che ti piacciono le carte, e finché questo non ci porterà via cose importanti, come i soldi, non c’è bisogno di aggiungere altro” decretai voltandogli le spalle.
“Annamaria io così non posso continuare, e nemmeno le mie carte. Mi capisci?”
“Senti Giovanni, adesso la priorità è Serena. Lei deve stare tranquilla e godersi il suo momento. Dopo la Cresima ne riparleremo” conclusi spegnendo l’abat-jour.
Cadde a sedere sul letto, sfilandosi le scarpe. “Prima è stata la Comunione, poi c’era il lutto per la morte di tuo padre, dopo la Quaresima, ora questo. Quand’è che ne parleremo sul serio?”
“Vedremo, Giovanni, vedremo.”
“Sì, ma quando?”
Di fronte alla sua insistenza mi inalberai.
“Senti, Giovanni, dobbiamo affrontare un nuovo scandalo proprio adesso che Serena si è convinta a fare la Cresima? Proprio ora che siamo tornati normali, agli occhi della gente del quartiere? Se non ci fosse stata lei sarebbe stato diverso, ma le cose stanno così.”
“Davvero? Senza Serena sarebbe stato diverso?” chiese lui incredulo.
Non risposi. Riaccesi la luce e aprii il Vangelo sul comodino; era l’unico modo per calmarmi, più ero agitata e più passi leggevo. Potevo sbollire la rabbia ed essere una cristiana migliore, con un solo gesto, e bastò questo pensiero a farmi sentire meglio.
“Non dici altro?” tornò lui alla carica.
“Giovanni, per me puoi giocare a carte quanto ti pare, basta che torni a casa ogni notte. Ti sembra chiedere troppo?”
“Onestamente sì. Io e lei…”
“Che io sappia le carte sono un gioco da uomini, e questo è tutto ciò che voglio sapere. Buonanotte” conclusi spegnendo la luce.
Allungai la mano per prendere il Rosario e sgranarlo sotto le coperte, un valido conforto in alternativa alle Letture, in mancanza di luce. Certe volte, durante le discussioni con lui, lo sgranavo nella mente, e le preghiere mi risuonavano così forti da farmi sembrare le frasi di Giovanni lontane e ovattate.

Con suo padre avevo mantenuto il punto, per non dargliela vinta, ma alla quarta sera consecutiva che Serena passò chiusa in camera decisi di intervenire.
“Amore, perderai la voce se continui così”.
“E’ un momento importante, mamma. Non è quello che mi hai sempre detto tu, tutte le volte che non avevo voglia di andare a catechismo?”
“Sì, piccola, hai ragione ma…”
“Mamma, questa volta non abbiamo una seconda possibilità. Qui se mi danno 8 non posso chiedere un’altra interrogazione”.
La guardai allibita. “Ma tesoro, nessuno ti darà un voto…”
“Ne sei sicura?” domandò guardandomi negli occhi. Mi domandai cosa la facesse sentire così insicura, così vulnerabile al giudizio. A ripensarci oggi, avrei dovuto chiederglielo. Chissà se avesse già una risposta pronta. Di certo l’avrebbe avuta, ne aveva una per tutto. Ma soprattutto chissà se avrebbe cambiato le cose.
“Bambina mia, con papà abbiamo deciso che al rinfresco puoi invitare chi vuoi.”
“Davvero? Non avevamo detto di non fare le cose in grande, per risparmiare un po’?”
“Sì amore, ma è la tua festa, il tuo grande giorno, e capita raramente un’occasione così importante.” la rassicurai “La nonna ci darà una mano e vedrai che ce la faremo.”
Rimase in silenzio per qualche minuto. “Va bene, ci penserò, grazie. Buonanotte mamma.”
“Buonanotte, piccola mia” le rimboccai le coperte.
Serena prese a leggere il libro che teneva aperto sul comodino.
“Non dimentichi nulla?” le chiesi perplessa.
“Ho già letto il passo di questa sera, mamma, appena sono salita in camera”.
La guardai sodddisfatta.
“Serena, lo sai che contiamo molto su di te, non è vero?”.
“Lo so, mamma. Lo so.” rispose abbozzando un sorriso.
Ci riflettè una settimana e scelse solo due persone: Ester, la sua migliore amica del momento, e Giorgio, il fidanzatino storico a cui era stata fedele dalla prima elementare.

La Cresima di Serena sarebbe stata un evento importante per tutta la famiglia, anzi per l’intero vicinato: era stato difficile tenere all’oscuro chiunque ci conoscesse dell’avversione di Serena per il catechismo, e ora sembrava un miracolo che quel giorno fosse arrivato senza troppo scompiglio. Potevamo finalmente riprendere a camminare a testa alta per le vie del quartiere, non saremmo più stati i genitori della ragazzina indomabile e un po’ strana.
Per anni si era opposta al catechismo. Durante tutto il periodo della preparazione alla Comunione, all’avvicinarsi del giorno delle lezioni metteva il broncio, fingeva malanni, adduceva scuse legate allo studio, fino a capitolare di malavoglia di fronte alla mia inflessibilità. C’erano stati momenti in cui la sua creatività aveva toccato picchi inimmaginabili: un giorno all’uscita da scuola mi ero fermata a parlare con le mamme di alcune sue compagne di classe, finché una delle loro figlie non era venuta a dirci che Serena non si trovava più. Battemmo palmo a palmo tutte le classi, il cortile principale e quello interno, la palestra, gli spogliatoi e il refettorio. Col crescere dei minuti e delle ore facevo sempre più fatica a respirare. Più volte dovetti sedermi per riprendere fiato e controllare i tremiti. Il pensiero di vivere senza Serena mi atterriva, mi appellai a tutti i Santi che riuscii a ricordare affinché potessi riabbracciarla. Mentre faceva buio, dopo oltre tre ore di ricerche, la trovammo al terzo piano, rannicchiata sotto la cattedra dei bidelli.
“Almeno ho evitato un altro di quei pomeriggi di noiosi bla bla bla”, aveva ribattuto sorridendo di fronte alla minaccia di una sonora punizione.
Aveva fatto pace con l’idea solo a metà del secondo anno di preparazione alla Cresima: da un giorno all’altro aveva smesso di protestare, senza spiegazioni apparenti. Gli unici cambiamenti che ricordo di quel periodo sono l’arrivo di due nuovi compagni di classe di Serena, provenienti dal nord Italia, la morte di Suor Vincenza – maestra di catechesi per almeno tre decenni – prontamente sostituita dal giovane irlandese Padre Aidan e l’inizio delle “serate tra donne”, in virtù delle sempre più frequenti partite a carte del padre. Allora ritenni superfluo perdere tempo a capire il motivo della resa, mi limitai ad apprezzare il risultato. Oggi non posso fare a meno di rimproverarmi tanta cieca accettazione.

Dopo aver raggiunto un accordo sull’acconciatura, risolta con una semplice coda alta tenuta insieme dal nastro rosa, la mia Serena sembrava più tranquilla: testarda e decisa come sempre, ma senza il velo d’agitazione ad offuscarle lo sguardo come da un mese a quella parte.
Fino al sabato precedente il tempo era stato incerto, alternando momenti di sole a scroscianti acquazzoni, ma affacciandomi alla finestra mi sembrò l’inizio definitivo della primavera. Lo presi come un buon auspicio.
Avevo preparato per Serena un coprispalle da indossare in chiesa ma non ne volle sapere.
“A San Cataldo passa il freddo e viene il caldo, mamma, non ti ha insegnato niente la nonna?” disse ammicando a entrambe mentre attraversava il salone per specchiarsi un’ultima volta “Non vorrai che esca dalla chiesa tutta sudata e mi buschi un malanno al primo soffio di vento?”
Evitai di insistere, non era il caso di perdere tempo in discussioni simili. Aveva salutato a malapena Giorgio ed Ester, pronti ad aspettarla in cucina davanti alla TV. La guardai chiudersi intorno al collo la catenina col ciondolo a forma di cuore, per poi passarsi un velo di lucidalabbra e lisciarsi la gonna, con movimenti da giovane donna sul punto di sbocciare.
“Non esagerare, lo sai cosa penso delle ragazzine della tua età con la faccia impiastricciata dal trucco…”
Mi chiesi per quanto tempo ancora sarebbe stata la mia bambina.
“Mamma, ti sei incantata? Sei pronta?”
Alla voce stizzita di Serena mi riscossi. Feci il giro della casa per chiamare gli altri a raccolta e avviarci verso la chiesa. Controllai per l’ultima volta che ogni cosa fosse al suo posto per il rinfresco. Avevamo optato per un buffet sobrio, nessuno avrebbe pensato che fossimo tirchi quel giorno: Taranto sarebbe stata un gran ristorante a cielo aperto per la festa del Patrono e si sarebbe mangiato e festeggiato fino a tarda notte. Avremmo motivato così la nostra scelta se qualcuno avesse osato un’obiezione. Anzi, l’avrei annunciato io stessa, decisi, tanto per fugare anche i dubbi inespressi. Meglio prevenire, diceva la mia cara nonna.
“Allora? Andiamo?”
Serena aspettava sulla soglia con impazienza crescente. Non vedendoci pronti aprì la porta di casa e incrociò le braccia, sperando che servisse da incoraggiamento. Ci mancava solo che iniziasse a tamburellare col piede sul pavimento.
“Aprila di più, come pensi che possa far passare la carrozzina della nonna?”
Serena fece scivolare di lato la sacca che ne ostacolava l’apertura. Spinsi con maggiore forza la sedia a rotelle ma non c’era ancora sufficiente spazio.
“Vuoi portare quella roba in camera tua? Quante volte te lo devo dire!” le urlai spazientita.
Serena abbassò lo sguardo, rimanendo per un attimo indecisa sul da farsi, poi sparì dal mio campo visivo con la sacca in mano, e finalmente riuscii a portare fuori la nonna.
Chiudemmo casa e ci avviammo a piedi verso la chiesa, distante solo poche centinaia di metri. Serena non disse una parola per tutto il tragitto e mi chiesi se non fossi stata troppo dura con lei, vista l’occasione. Arrivati davanti alla chiesa provai a incrociare il suo sguardo, per darle un ultimo incoraggiamento, ma non ci riuscii. Si lanciò verso il portale, oltrepassandolo a grandi passi per raggiungere i suoi compagni di catechesi, già disposti in fila. Ci sistemammo nella prima panca libera, cercando di stare più vicini possibile a Serena. Mancava qualche minuto all’inizio della cerimonia e mi guardai intorno in cerca dei nostri invitati. Erano venuti tutti, lieti di partecipare a un momento che per tanto tempo avevano creduto non sarebbe mai arrivato.
Mi concentrai sulla mia bambina. La guardai pregare e muoversi davanti al Vescovo senza commettere errori nè passi falsi. La ascoltai pronunciare il suo nome e le risposte di rito, a fianco del padre come testimone, con voce chiara e sicura. La guardai accogliere l’unzione cresimale assumendo un’espressione seria e concentrata. Non si voltò mai a guardarci, era pronta per farcela da sola. Fu impeccabile.

Al termine della messa raggiunsi lei e suo padre per abbracciarla e complimentarmi, ma trovai un’accoglienza piuttosto fredda. Io e suo padre eravamo stupiti e un po’ delusi, dopo tutto quel prepararsi e ripassare ci aspettavamo una gioia traboccante, invece ci restituì solo tiepida soddisfazione.
“Serena, ma non sei felice?” le chiese suo padre.
“Certo, papà. Ho fatto il mio dovere. Ho riconfermato quello che voi avete scelto per me e sono stata perfetta.” accennò un sorriso.
Lui mi guardò, aspettando che aggiungessi qualcosa, ma non sapevo cosa dire. Come sempre, Serena mi aveva spiazzata. Mi limitai ad abbracciarla.
La gente radunata in chiesa si stava attardando tra le navate, formando piccoli gruppetti con al centro i cresimati. Andammo a salutare degli amici di Serena, qualcuno ci fermò per farci i complimenti, e per qualche minuto persi di vista mia figlia. La cercai con lo sguardo tra tutte quelle ragazzine vestite a festa, e mi sembrò di scorgerla in compagnia, dietro a una colonna. Quando si accorse che la stavo fissando smise di parlare e mi venne incontro.
“Vi aspetto a casa” mi disse.
“Non mi sembra il caso tu vada da sola, tesoro. Chiedo a papà di prendere la nonna e andiamo tutti insieme.”
“Non preoccuparti. Da oggi sono grande.”
“Ma…”
“E ho la forza del Signore ancor più salda al mio fianco, non è vero, mamma?”
Le sorrisi, confusa dall’ironia che mi sembrò di scorgere nella sua affermazione.
“Va bene, Serena. Vai avanti, ti raggiungeremo tra poco.”
Se avessi saputo che quelle sarebbero state le mie ultime parole per lei, avrei aggiunto un saluto più dolce. Le avrei detto quanto le volessi bene, quanto fossi orgogliosa di lei; le avrei parlato del senso che la sua nascita aveva dato alla mia esistenza, delle speranze che suo padre e io nutrivamo per il suo futuro, di quanto ci aspettassimo dai suoi studi, dalla sua vita. Ma forse Serena tutto questo lo sapeva, era talmente intelligente da leggermelo sempre negli occhi. E quel giorno, come gli altri, non dissi altro.

Quando arrivammo a casa, mezz’ora più tardi, Serena non c’era. Chiedemmo a Giorgio e a Ester se ne sapessero qualcosa, ma erano stupiti quanto noi. Nelle ore successive suo padre ipotizzò che a casa non ci fosse mai arrivata, ma io ero convinta di sì. Quando ci interrogarono e mi chiesero perché ne fossi così sicura, non lo seppi spiegare. La cercammo a partire dai luoghi a lei più familiari, per poi entrare in ogni bottega a chiedere se l’avessero vista, mostrando a tutte le bancarelle della festa una sua foto recente. Le ricerche andarono avanti fino a notte inoltrata, vedendo sempre più persone schierate al nostro fianco, pronte a battere a tappeto ogni quartiere di Taranto. Si unì anche il Vescovo, prendendo persino in considerazione l’idea di fermare la processione prevista per quella sera. Dopo essersi consultato con la Diocesi convennero che non fosse opportuno: ci spiegarono che bisognava tenere alta la speranza nei cittadini, e togliere loro il piacere della tradizionale processione in mare avrebbe danneggiato ancor di più il morale.
Secondo suo padre l’avevano presa sulla via del ritorno dalla chiesa. Mia madre ipotizzò che qualcuno potesse averla seguita fin dentro casa, per poi portarla via con la forza. Qualcuno sostenne che potesse aver sorpreso un ladro, intrufolatosi in casa approfittando della confusione della festa patronale, e che lui si fosse trovato costretto a farle del male. Io non sapevo cosa pensare. Non riuscivo a decidere quale fosse l’alternativa migliore.
La cercammo a lungo per terra e per mare. Ci allargammo andando oltre i confini del quartiere, scendendo giù verso la spiaggia. Passammo al setaccio anche le barche addobbate a festa, esplorando palmo a palmo tutti i lidi della città. Pregai di ritrovarla viva, pregai che chi l’avesse presa si mettesse una mano sulla coscienza e ce la restituisse in buona salute. Pregai che riuscisse a fuggire dal suo aggressore, perché di quello si era trattato, decisi.
All’ora di cena, sfiniti nel corpo e nell’animo, ci riunimmo a casa nostra, mentre le forze dell’ordine e i volontari proseguivano le ricerche. Pregammo insieme, alternandoci perché le nostre voci potessero essere ascoltate e le nostre preghiere si amplificassero l’un l’altra.
“San Cataldo, aiutaci tu…”
“No, mamma, San Cataldo no” scattai per fermarla.
“Ma è il nostro Patrono, Luisa, chi altro potrebbe esserci di maggior aiuto?” intervenne Giovanni.
“San Cataldo si invoca per guerre, epidemie e morti improvvise. E oggi non è giorno di nessuna di queste.”
I presenti abbassarono gli occhi e ripresero a pregare, ognuno per sè, a bassa voce.
Pregai perché suonassero alla porta e ce la restituissero. Pregai perché uscisse fuori dal suo nascondiglio e ci ridesse in faccia, puntandoci il dito e prendendosi la sua rivincita. Arrivai a pregare perché ce la riportasse il mare, viva, come accadde al nostro San Cataldo, naufrago sulla costa. Ringraziai il cielo per averle dato il tempo di realizzare un ultimo desiderio, la sua Cresima perfetta, prima di sparire. Aveva dalla sua parte la conferma delle promesse battesimali, almeno questo l’avrebbe protetta. Pregai perché di questa protezione non ne avesse bisogno. Pregai finché non mi riscossero i fuochi d’artificio della festa, in quel momento simili ai ritocchi di una campana a morto.
Mi ritirai in camera di Serena, colta dal desiderio di restare sola con qualcosa di suo. Quando accesi la luce la stanza era in ordine, raramente l’avevo vista così. Mi parve addirittura stonare con le circostanze. Cercai la sacca che quella mattina le avevo tanto bruscamente chiesto di portare lì, ma non la trovai. Mi sedetti sul letto di Serena, in preda a un improvviso mancamento. Vidi Giovanni affacciarsi alla porta della camera.
“Ti senti bene? Stai tremando” mi chiese.
“No che non sto bene” risposi tagliente. Poi lo guardai “Giovanni, hai ragione tu. Serena qui non è mai tornata.”
“Hai cambiato idea? Prima sembravi così sicura…”
“No, è come dici tu. Se fosse riuscita a tornare a casa, perché sarebbe dovuta uscire di nuovo?”
Ci fissammo a lungo. Venne a sedersi accanto a me.
“Eh, Giovanni, perchè? Perché sarebbe dovuta uscire di nuovo?” lo incalzai, sentendo scricchiolare la diga che avevo tenuto su da quando Serena era sparita.
Lui non rispose. Mi prese le mani tra le sue e rimanemmo seduti a lungo.

E’ l’ultimo ricordo chiaro che ho di quel giorno. E’ l’ultimo ricordo nitido che ho di molti anni a seguire. La nostra vita cambiò, da quella festa di San Cataldo: le cene divennero più silenziose e le “serate tra donne” furono le uniche serate che ebbi. Giovanni finiva a malapena la cena, trascorrendo sempre più tempo in compagnia delle carte, ma tornava a casa puntuale, ogni notte, e non avanzò più nessuna pretesa. Per avanzarne una avrebbe dovuto rivolgermi la parola, cosa che faceva sempre più di rado. Nelle settimane in cui andarono avanti le ricerche gli si imbiancarono completamente i capelli, iniziò a farsi crescere la barba e riprese a fumare. Quando gli feci notare il modo in cui danneggiava la sua salute, mi attribuì la colpa anche di questo.
Presi l’abitudine di dare una mano in chiesa, dapprima solo la domenica mattina, per poi ritrovarmi a gestire buona parte delle questioni organizzative e ad affiancare il novello Padre Giorgio nella conduzione di un intero corso di catechesi per adulti.
Ogni volta che percorro la strada tra casa mia e la chiesa non posso fare a meno di chiedermi cos’abbia pensato Serena in quell’ultimo sprazzo di normalità. Mi chiedo se abbia capito a cosa stesse andando incontro, se il pensiero di me e suo padre pronti a festeggiarla le abbia dato più conforto o più sofferenza.
Alla messa della domenica Giovanni e io ci presentiamo sempre puntuali, solidi, perché sia evidente la forza della nostra unione. La gente del quartiere ci saluta con dissimulata pietà e ostentato rispetto, ma non basta a coprire i bisbigli che si levano subito dopo il nostro passaggio.
Serena non tornò. O non ce la restituirono, come preferisce dire mia madre. Quando prego per lei, la vedo sorridente, nel suo abitino bianco, con i capelli tenuti su dal loro fiocco rosa. Le scarpe di vernice nera le immagino solo un poco meno lucide.
E ho iniziato a pregare anche San Cataldo, chiedendogli che come Patrono dei forestieri possa proteggere la nostra bambina, sola, nelle mani di chissà chi. Sempre che sia ancora viva.

Foto di copertina di Magale (Flickr)

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Un pensiero su “La festa di San Cataldo

  1. Era da un po’ che non leggevo qualcosa su Spazinclusi, ma ci ritorno sempre volentieri. In questo tuo nuovo racconto è cambiato qualcosa nello stile ma anche nella scelta dei contenuti, non so dire cosa. Ma come sempre mi trascina a leggerlo in una tirata. Bellissimo, come sempre, e che fa scavare nel profondo.

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