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Il museo che non c’è più

È stato durante il viaggio premio a Parigi con le zie, dopo gli esami di maturità, che ho visitato per la prima volta la Galleria del Jeu de Paume, sede a quell’epoca del museo degli impressionisti e dei post-impressionisti (ed ecco che aggiungo un’altra voce all’elenco già lungo dei miei debiti di riconoscenza verso le amate zie). 

Le prime ad accoglierci erano le ballerine di Edgar Degas. C’era una tale grazia in quelle raffigurazioni. Colpiva il realismo quasi fotografico con cui modellava o dipingeva i dettagli, come il tulle degli abiti da scena, ma dietro l’attenzione tecnica si percepiva una grande delicatezza, un affetto per i soggetti. Pensavo: “Fantastico! È il più grande di tutti”. 

Poi era la volta di Jacques Renoir – ad ogni autore era dedicata una stanza, uno spazio a sé stante – e il rosa aranciato sulle gote delle donne ritratte, i capelli arricciati, le loro espressioni dolcissime, come ne La liseuse, mi facevano innamorare. Nel Bal au Moulin de la Galette, l’allegria su quei volti e l’ebbrezza della danza mi contagiavano. Cambiavo idea: “No, è lui il più bravo”.

Arrivata a Claude Monet, mi rimangiavo tutto. I riflessi sull’acqua delle barche e del giardino in Régates à Argenteuil, i colori intensi, anticipavano il piacere che avrei provato nel museo dell’Orangerie, l’altra ala della struttura architettonica, dove l’immersione nel mondo acquatico delle ninfee di Monet sarebbe stato completo. Guardavo Les coquelicots e comprendevo l’intento dell’artista, che voleva rendere i fiori protagonisti, mentre relegava la donna e il bambino a figure secondarie, a personaggi sullo sfondo: una scelta semplice eppure così rivoluzionaria. E poi la serie su La cathédrale de Rouen: mi chiedevo se il mio sguardo impreparato sarebbe stato capace di cogliere le diverse sfumature della facciata al variare della luce e mi ripromettevo di andare a visitare la cattedrale. Non l’ho mai fatto.

In un’altra sala, un’intera parete era dedicata al famoso Le Déjeneur sur l’herbe, l’opera surrealista ante-litteram di Édouard Manet. Una donna completamente nuda siede perfettamente a suo agio sul prato insieme a due gentiluomini vestiti di tutto punto. Era emozionata a trovarmi di fronte a quel quadro, il primo che spezza le catene dell’ortodossia pittorica e apre la strada a tutte le sperimentazioni dell’arte a venire. Sono sicura che Magritte l’adorasse. 

Il piano superiore era dedicato al post-impressionismo. I colori accesi di Henri Matisse, le nature morte di Paul Cézanne (tra le cose per cui vale la pena vivere, diceva Woody Allen).

E su tutti Vincent Van Gogh. Rivedo l’Eglise d’Auvers-sur-Oise con le pareti irregolari, trasfigurata nella percezione contorta dell’artista, e in particolare un suo piccolo autoritratto: quelle pennellate così aspre, quasi violente, erano dolorose, immaginavo la sofferenza intensa che le aveva ispirate. E ancora il suo amico-nemico Gauguin, Seurat, Toulouse-Lautrec, Rousseau Le Douanier e tanti altri. Dalla Galleria del Jeu de Paume non sarei mai voluta uscire.

Conoscevo già l’impressionismo e il post-impressionismo, prima della visita con le zie? Non saprei dirlo, forse a scuola ce ne avevano parlato. Di certo, al ritorno, comprai il volume di Giulio Carlo Argan “L’arte moderna 1770-1970”. Se ora sfoglio le pagine dedicate a questi movimenti, mi stupisco di trovare sottolineature, note a margine, frecce per richiamare l’attenzione su osservazioni che avevo giudicate interessanti. La calligrafia è la mia, non ci sono dubbi. Di certo quindi la visita al museo mi aveva colpito, anche se non ricordo che mi avesse spinto a una lettura così impegnata di quei capitoli, a un vero e proprio studio. Forse in un’epoca in cui, iscritta al primo anno di medicina, ero alle prese con i primi esami, nelle pagine sull’arte avevo trovato sollievo all’aridità delle nozioni scientifiche. E la dimenticanza non mi sorprende, sappiamo quanto i ricordi, o i non ricordi, possano essere ingannatori: ci capita a volte di trovare i segni di un passato che certo è stato nostro ma che abbiamo dimenticato e ci sembra di leggere la biografia di un estraneo, di sfogliare un diario scritto da altri. 

Ho avuto occasione di visitare la Galleria altre volte, prima della sua chiusura; nei viaggi in giro per l’Europa degli anni dell’università, con il fidanzato dell’epoca, trovavamo sempre modo di passare per Parigi e una visita al museo dell’impressionismo era una tappa obbligata. E ogni volta lo amavo di più. Per l’arte, così come per la musica, la conoscenza ha un ruolo cruciale nell’evocare il piacere che da essa traiamo. Certo un quadro ci colpisce la prima volta che lo vediamo, ma rivederlo accrescerà quella sensazione e riconoscerlo colorerà più intensamente il senso di bellezza che ci trasmette. Solo allora cominceremo veramente ad amarlo. Rivedere è sempre più commovente che vedere.

Nel 1987 è stato inaugurato il Museo d’Orsay, nell’antica Gare d’Orsay restaurata da Gae Aulenti. Tutti i quadri della Jeu de Paume sono stati trasferiti nel nuovo museo e la galleria ora ospita esposizioni itineranti. Quando sono andata a visitarlo per la prima volta avevo grandi aspettative ed ero anche orgogliosa che a un’italiana fosse stato affidato un compito così importante. È stata una delusione: tutto mi è sembrato confuso, i quadri accostati gli uni agli altri senza un filo conduttore, in un percorso continuamente interrotto. Le magiche emozioni provate nelle sale della Galleria, in quegli spazi così larghi e dispersivi, era come se si diluissero. O magari non sono riuscita a capire il criterio con cui si era deciso di abbinare le opere. 

Sono andata a cercare in internet se esistesse una documentazione video della Jeu de Paume dei miei tempi: scioccamente, il web era di là da venire. Per fortuna ho un piccolo catalogo, comprato all’epoca; oltre a quello, l’unico documento ufficiale che mi rimane sono le didascalie delle foto sull’Argan: “Éduard Manet, Le dèjeneur sur l’herbe, Jeu de Paume”.

Io che guardo sempre dall’alto in basso quelli che in continuazione fotografano i quadri alle mostre, ora vorrei averlo fatto. Ma quando si visita un museo si pensa sia lì per sempre, che si potrà tornare ogni volta che vogliamo. Invece no, ora la Galleria del Jeu de Paume vive solo nella mia memoria. E ne scrivo qui per suggellare le immagini che ne conservo, per impedire che svaniscano.

In copertina una foto del catalogo della Jeu de Paume, di proprietà dell’autrice.

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