le_confessioni_di_H (1)

La confessione di H.

Dovete immaginarlo così, il Dr. Henry, mio padre: paonazzo e schiumante di rabbia, stretto nel suo panciotto elegante, papillon nero su colletto bianco, che stringe tra le mani il bastone nel desiderio di spezzarlo e inveire mentre lascio cadere la boccetta di liquido verde sul pavimento, mandandola in frantumi.
Mio padre, il dottore più stimato della City. Convocato sei volte dalla Regina per guarirla dalla tosse cronica. Dovete immaginarlo così come ho sempre fatto io, durante la sua perenne assenza.
Sono stato allevato come un recluso, invisibile, all’ombra dell’amore per la moglie e i suoi figli.
Marybeth Howard, donna d’alta classe, dalla bellezza statuaria, aveva partorito senza mostrarne segni due figli in salute, ch’erano divenuti presto la ricchezza di mio padre.
Judith, segnata da un cosmo di lentiggini, possedeva al tempo stesso timidezza e forza e Patric, piccolo di casa, che ricordo lagnarsi nella culla per gran parte dell’infanzia.
Non si fraintenda: Marybeth è sempre stata una madre dalle notevoli qualità.
Era riuscita a trasmettere a sua figlia quell’educata regalità tipica dell’alto lignaggio, capace di elevare chi vi si trova vicino e spingerlo al meglio di sé stesso, con la naturalezza con la quale s’insegna la ricetta della pasta di fave.
Henry, dal canto suo, ci aveva donato ogni agio messo a disposizione dal mondo moderno.
La nostra casa, eretta con il miglior legno delle foreste inglesi, contava due piani e due ali unite da una grande scalinata di lustro ciliegio.
Il marmo che mi gelava i piedi nelle scorrazzate notturne specchiava i grandi quadri d’oro incorniciati nell’androne, raffiguranti volti di grandi scienziati, famose scene di caccia e regali personalità del passato.
Sì, Marybeth era la donna che ogni uomo sogna di sposare e Judith e Patric i figli che chiunque desidera avere.
Solo io, dimenticato e solo, ho dovuto lottare per emergere.
Il mio primo ricordo importante appartiene allo studio di mio padre, sepolto nel ventre della cantina e immerso tra gli alambicchi e chiaroscuri di forme curiose.
Ereditato il vezzo per la scienza, mi deliziavo dei luminosi composti rinchiusi nel vetro, saggiando il sapore della conoscenza.
M’interruppi all’arrivo di mio padre che con prepotenza mi scacciò dalla stanza.
Nonostante le sue proteste sapevo di aver scelto la mia strada.
Tempo dopo, saltuariamente, operavo in sua vece. Mi trovavo tra le mani i pazienti che lui stesso aveva preparato per me, pronti a sottoporsi a ogni medica tortura nella speranza d’una guarigione, di un miracolo scientifico, al quale raramente giungevo.
“Non esistono sbagli ma solo occasioni per migliorare” soleva dire mio padre, il dottore.
Aveva coniato un nomignolo per me. Mi chiamava ‘Signore’, pur di non condividere il titolo che sapevo di meritare quanto lui.
Capitava che tornassi a casa e trovassi Marybeth intenta a leggere in biblioteca o a curare le sue piante nel giardino. Immersa nei colori vividi della vita, la sua pelle s’illuminava d’ogni sfumatura del sole. I capelli castani stretti nello chignon, la gonna lievemente alzata a liberare le caviglie.
Nulla rivelava la sua età; né i suoi seni, invitanti come mele rosse che chiedono solo di esser colte, né i suoi fianchi, stretti in un corpetto saggiamente scelto per educarne le forme.
Una notte, quasi senza volerlo, mi ritrovai nel suo letto.
Potevo sentire il suo respiro accennato solleticarmi le labbra.
La baciai con dolcezza e lasciai andare le mani sul suo ventre. Intontita dal sonno ricambiò i miei gesti ma giunta al sesso, bramante di piacere, s’accorse del mio essere diverso.
Nel buio, i suoi occhi riflettevano una candela lontana, due perle di luce che mi scrutavano dentro.
Non mi fermai e lei neppure. Sfogai quello che serbavo dentro riversandolo in lei, toccando piaceri mai sperimentati. I suoi gemiti riempivano la stanza così come le mie mani le sue cavità e lo stesso i miei denti, le unghie, il membro.
La incontrai più volte. I suoi desideri maturavano cercando di stare al passo con i miei.
Ero certo, ormai, che ogni sua carezza verso mio padre cercasse la mia mano. Ogni bacio la mia lingua.
Marybeth e la sua innocenza perduta.
Nel mezzo dell’amplesso posai le mani sulla sua schiena. Ne seguivo le linee premendo con il pollice ogni muscolo, iniziando dalla cresta iliaca per proseguire verso la fascia lombare. Indugiai sul processo spinoso, e sfiorai il muscolo erettore, la fascia sottospinata, la scapola, il trapezio. Ciascuna fibra cantava il suo verso di lussuria. Giunto alla base del collo cominciai a sollecitare pressione. Il suo corpo contratto era scosso dallo sferzare del mio ventre mentre la presa stringeva e stringeva e stringeva. Il suo orgasmo rantolò in un gorgoglio sommesso mentre affannavo e sbuffavo e le donavo il mio seme con la forza d’un ariete.
Lasciai il suo letto coperto di sudore, soddisfatto.
Lei non si svegliò più.
Henry la trovò cadavere dove l’avevo lasciata. Marybeth, la duchessa della City, spentasi troppo presto a causa di un malore taciuto dal marito, che in segreto cercava di curare.
Sentii le domande serpeggiare tra i colleghi e amici, ma le autorità credettero alla versione.
Di certo mio padre era giunto alla conclusione che sacrificare sé stesso non avrebbe riportato in vita sua moglie, ma con altrettanta certezza era arrivato a pensare male di me, a sospettare l’insospettabile, a credere all’assurdo.
Dovete immaginarlo così, mio padre: paranoico, teso, ossessionato dall’idea d’essere sull’orlo della pazzia.
Il grido del freddo andò a farsi più acuto mentre i torrenti cambiavano fauna, come un serpente si libera della sua pelle marcia.
Se Marybeth avesse commissionato a Dio un dipinto di se stessa, Judith ne sarebbe stata il risultato.
Le lentiggini continuavano a ornarle il sottile naso alla francese e la sua pelle liscia come seta pregiata splendeva al sole quanto quella della madre, nei giorni in cui curava il suo giardino.
Ad occuparsi di Patric, ora un frugoletto scorrazzante che correva spinto dal peso della propria testa, mio padre aveva assunto Poola, una grassa domestica negra dal ventre ampio e i seni esagerati, che aveva imparato ad allevare bambini dai suoi otto fratelli prima e dai suoi otto figli poi.
Io tornavo a casa sempre più di rado.
Mio padre, il dottore, preoccupato dalla mia mancanza di giudizio e mosso dalla sfiducia nelle mie azioni, mi somministrava un farmaco di sua invenzione che mi provocava più sonno di quanto ne volessi e un malessere costante che sentivo d’odiare.
L’unica cosa che avesse il potere di destarmi, puntualmente nelle tarde ore successive al tramonto, quando le strade di Londra son battute solo dai loschi figuri della notte, era lo stridulo lamento d’un gatto, rifugiato sotto il portico da più tempo del concesso.
Uno di quei miagolii mi diede forza e mi alzai.
Sopportando il marmo glaciale del soggiorno, indossai sciarpa e giacca per soffermarmi sul cappello, dono inutilizzato di Judith a mio padre, adagiato accanto ai suoi immancabili occhiali.
Nascosto dall’ampio copricapo, presi il bastone e uscii.
L’animale era ben visibile accanto a un cespuglio, sul ciglio della via. I suoi occhi spiritati mi osservavano sconvolti mentre il suo lamento si ripeteva ritmico e atono.
Chinandomi sulle ginocchia, richiamai la creatura con la mano, fingendo di offrirle del cibo.
La mente scientifica cara a mio padre vigeva sull’imperativo della risposta semplice, della causa e
dell’effetto. L’animale disturbava il mio sonno e in mano tenevo un bastone. L’equazione era di facile soluzione. Non appena fu alla portata del mio braccio, calai l’arma sul cranio della bestiola. Il rumore fu secco come quello di un sacco che cade da breve altezza. Dopo altri due colpi accostai il pomello al viso. L’ariete scolpito nell’argento sembrava abbeverarsi del sangue del gatto, assorbendone la vita.
“Cos’hai fatto?” Chiese Judith inorridita alle mie spalle.
Mi voltai con un gesto felino, curvo sulla schiena e con gli occhi sgranati. La figlia di mio padre era in piedi sul portico, coperta solo dalla vestaglia leggera sgualcita dal vento sulle gambe.
Perfino in quel momento di terrore, la sua schiena era eretta con fiera postura. Di certo sarebbe cresciuta come la madre voleva, diventando la grande donna al fianco d’un grande uomo.
I capelli rossastri ondeggiavano al buio, sferzandole le guance.
Scattai e la presi per il collo. Una mano sulle labbra per impedirle di gridare. Il bastone cadde in terra e prese a rotolare mentre le gambe di lei cedevano alla mia forza, piegandosi. Il suo collo era così morbido che ogni stretta ne richiamava una più forte. Le dita turgide quanto il mio strumento. Volevo rubarne la vita come il bastone aveva fatto con il gatto. Trasferire in me il suo orgoglio, le sue passioni.
Svenuta, la trascinai nel retro tirandola per la caviglia. Le ore di sonno forzato mi avevano donato una potenza inaspettata. Scavai la fossa in poco tempo e la richiusi sotto i fiori del giardino, ora curati da anonimi giardinieri che avrebbero annaffiato la giovane Judith nei mesi a venire.
Tornato in casa forzai il cassetto del suo scrittoio e cominciai a comporre la sua lettera d’addio.
Mio padre cadde in terra quando la lesse, non potendo credere che Judith lo avesse abbandonato per
fuggire con un amore segreto.
Dovete immaginarlo così, mio padre: desideroso di credere a banali menzogne piuttosto che a innominabili verità.
Affranto dalla povertà della sua anima, Henry perse quel controllo che ancora sognava di avere.
Dimenticò il mio veleno. Si dimenticò di avere un figlio, di Patric, e della badante che viveva la casa più di quanto riuscisse a fare lui, lasciandomi da solo a prendermene cura.
La natura primitiva di Poola fu semplice da sottomettere. Ben presto le sue faccende si spostarono dal pavimento alla mia persona e non nego che, seppur con l’umore di chi scende da un purosangue per cavalcare un mulo, trovai sollazzo anche nel suo esotico corpo di schiava, così scuro da confondere le bruciature, così bizzarro nel modo in cui si apriva alle ferite.
Dev’essere stato questo che mi spinse a indugiare a lungo su di lei, sottraendola alla mansione di
bambinaia il tempo di consentire a Patric d’esplorare la casa senza freni, giungendo alla cantina e al
laboratorio di mio padre, dove, per gioco o per sfida, ingoiò una fiala di acido.
Trovare il corpo sfigurato fu troppo per mio padre.
La sua mente era come una possente locomotiva alimentata a rami secchi. Troppo sottile per non spezzarsi se sollecitata a lungo.
Chissà se la consapevolezza di ciò che sono gli è giunta come un fulmine, squarciando il cielo delle sue certezze, o se è stata una lenta marea, che prima di potersene accorgere lo ha già risucchiato nel suo vortice; fatto sta che non ha spostato nemmeno il cadavere del figlio prima di correre a riempire le sue provette e scaldare gli alambicchi.
Lavorò tutto il resto della notte, o forse due, per produrre la boccetta verde ch’era pronto a inghiottire.
La cura per quel che riteneva uno sgradevole errore: la malattia dei miei natali.
Deve aver sollevato il liquido fino a portarlo alla bocca, prima che lo fermassi.
Troppo tardi, papà, ci sono qui io.
Il tuo caro figlio.
Dovete immaginarlo così, il Dr. Henry, mio padre; paonazzo schiumante di rabbia, stretto nel suo panciotto elegante, papillon nero su colletto bianco, che stringe tra le mani il bastone nel desiderio di spezzarlo e inveire mentre lascio cadere la boccetta di liquido verde sul pavimento, mandandola in frantumi.
Dovete immaginarlo come ho sempre fatto io, perché quando arrivo io lui non c’è mai, e ora non ci sarà mai più.
È tempo di portare il mio dono fuori da questa casa, ben oltre l’ospedale e la città.
Eh sì!
Questo mondo sembra fatto apposta per me!

In fede,

Mr. Hyde

Copertina e racconto di William Bersani

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Come esponente delle scimmie vestite, m’interrogo sugli inesistenti problemi dell’uomo moderno, intento a sfuggire ai quotidiani orrori che stritolano gli sprovveduti e premiano gli sciacalli.
Rifuggo la coerenza come un valore sopravvalutato e perseguo la compassione come virtù dimenticata. Ho la capacità di fiutare le utopie da un miglio di distanza, cosa che mi aiuta nel seguirle, e ho allergia per l’irrazionalità, se non condita con la giusta dose di sentimento.
Facile alla commozione, oltre il sostenibile, modello un’anima che troppo facilmente sa come tramutarsi in pietra.

3 pensieri su “La confessione di H.

  1. Come già detto in fase di lettura pre-pubblicazione, il racconto mi è piaciuto molto. Non avevo mai letto cose tue e sono stata coinvolta sia dalla storia che dal tuo modo di scrivere. Trovo il tuo stile accattivante e il connubio con un’atmosfera incalzante come quella descritta dal racconto lo amplifica facendolo rendere molto bene.
    La copertina secondo me è meravigliosa, forse la più bella che ti ho visto realizzare finora (senza nulla togliere alle altre).
    Grazie per essere stato nostro ospite e per aver creduto in questa nostra piccola utopia, dandoci una mano a realizzarla fin dalle sue origini, anche il altro ruolo. 🙂

  2. L’ho riletto dopo qualche giorno e continua a piacermi molto il tuo racconto, William. Il generale apprezzo molto il modo in cui scrivi e le parole che scegli, ti si legge proprio volentieri! In particolare “La confessione di H.” ha una tensione che rimane sempre viva fino alla fine, quando si scopre l’identità del narratore, una rivisitazione molto ben riuscita. Ti faccio ancora i miei complimenti! Mi aggiungo ai ringraziamenti per il supporto al nostro piccolo progetto!

  3. Voler paragonare Hyde a un figlio è l’aspetto della rivisitazione che ho apprezzato maggiormente. La sofferenza – o la scusa – di un amore negato mettono in luce il mostro, portandolo a compiere nefandezze come nel testo originale.
    La parte “incestuosa” è particolarmente raccapricciante, specie se un lettore non ha capito chi sia realmente H.

    Un forte abbraccio e alla prossima!

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