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Il silenzio di Galeria

I rampicanti e il muro su cui crescevano erano talmente intrecciati che era difficile distinguerli. Il verde delle foglie e il grigio delle pietre erano scoloriti, quasi volessero somigliare le une alle altre. Sembrava che quei ruderi abbandonati da tempo attendessero pazienti che ce ne andassimo per restare in pace. D’altro canto, anche io non vedevo l’ora di svignarmela da Galeria.

Eravamo arrivati da poco e Barbara avrebbe preteso di infilarsi in ogni angolo. Dovevo ammettere che era suggestiva quella città fantasma che lei mi aveva convinto a visitare. Da qualche mese si era fissata con i luoghi misteriosi. Io la assecondavo, tutto sommato era una scusa per andarsene in giro il fine settimana. In quei viaggi però, mi ero scoperto più suggestionabile di quanto volessi ammettere.
– Ti dai una mossa? – mi rimproverò, qualche passo avanti a me. Sembrava essere a suo agio su quel terreno pieno di buche e di insidie nascoste. Al contrario mio, che mi spostavo cauto nell’eccessivo timore di farmi male. La guardai, sbuffando.
Si stava arrampicando su un ammasso di tufo che una volta doveva essere un’abitazione. Rimasi a godermi la sua espressione concentrata mentre sceglieva l’appiglio migliore. Fissava le rocce mordendosi il labbro inferiore. Quando non si rendeva conto di essere osservata, era davvero meravigliosa. Lo sguardo tradiva un carattere che spesso tendeva a nascondere, come se avesse paura di mostrare cosa veramente albergasse dentro di lei. Io ero più attratto da quel suo lato misterioso che dal borgo fantasma, pieno solo di rovine. – Hai paura che qualcuno rientri in casa? – scherzai, sorridendo – abbiamo tutto il pomeriggio per girovagare. –
– Col tuo passo rischiamo di perdere tempo fino al tramonto senza vedere niente! – Uno degli appigli che aveva scelto si rivelò poco stabile, cadde e si portò via una grossa quantità di terriccio. Il piede che poggiava sopra a quel frammento traditore si spostò nel vuoto per qualche secondo quindi rimase sospeso nell’aria. Barbara era riuscita ad afferrare ciò che rimaneva del bordo di una finestra. Istintivamente sollevai una mano, come se potessi sostenerla a distanza e avessi il potere di aiutarla senza poterla toccare. D’altronde da quell’altezza non rischiava che un paio di lividi. Fui contento che non si accorse del mio gesto, più volte si era lamentata del fatto che io ero troppo protettivo nei suoi confronti, anche quando non ce n’era nessun bisogno. Quel comportamento la faceva sentire stupida.
– Vedi ad avere troppo fretta che succede? – la schernii, approfittando di quel momento per avvicinarmi. Superai un tronco crollato mentre lei spiccava un salto dalle macerie. Me la ritrovai di fianco e avrei voluto toccarla, stringerle il braccio per farla restare accanto a me su un terreno così infido. Era ricoperto da una quantità smisurata di foglie, nonostante fosse estate. Sembrava che la natura volesse celare qualcosa di orribile ai nostri occhi. Il timore che quello strato spesso e impenetrabile alla vista nascondesse insidie mi rendeva sempre all’erta. Fosse profonde, radici. O semplici siringhe. Chissà quanti tossici venivano da queste parti, attratti dalla atmosfera poetica e decadente. Quel tappeto denso assorbiva completamente i rumori dei nostri passi e ciò mi rendeva irrequieto. Il silenzio era profondo. Avevo l’impressione che l’aria inghiottisse qualsiasi fonte di rumore, isolandoci all’esterno.
– Chissà se riusciremo a vedere Senz’affanni, dovrebbe apparire più avanti percorrendo questo sentiero! – mi disse ad un volume di voce troppo alto per i miei gusti. Barbara non sembrava essere impressionata, io invece avevo difficoltà a parlare e se proprio dovevo sussurravo appena. Avevo la sensazione che ogni parola pronunciata restasse appesa, non si dissolvesse nelle nostre orecchie una volta ascoltata.
– L’unico fantasma che vedrai oggi lo hai davanti agli occhi. Galeria, la città abbandonata. – Rimproverai me stesso per l’enfasi esagerata che avevo dato alla frase, soprattutto al nome di quel luogo. Come se fosse un’entità viva che potesse ascoltarci e che andasse trattata con il massimo rispetto.
– Misteriosamente e all’improvviso. Per fondare una nuova città poco distante. Tutto molto razionale, non c’è che dire. Sulla guida c’è scritto che si sentono un sacco di rumori strani, non l’hai letto? – chiese lei, camminando spedita.
– Si, meglio di te. Dice che non è altro che l’Arrone che scorre, lo sai! – aggiunsi. Probabilmente cercavo di convincermi anche io che non c’era nulla di sovrannaturale in quel luogo, anche se qualcosa dentro di me era in un continuo stato d’allerta esagerato. Tutto sommato il peggio che poteva capitarmi era inciampare in qualche dislivello improvviso sul terreno.
– Sei davvero banale, togli tutta la poesia! – si lamentò lei mentre spostava un ciuffo di capelli biondi che le erano finiti davanti al viso. Poi riprese ad avanzare, con una sicurezza che le invidiavo, tra le tante trappole nascoste. Reali o immaginarie che fossero.
Non ero per niente sicuro di come fossero andate le cose, duecento anni prima. Anzi, più restavo in quel luogo spettrale più avevo l’impressione che non eravamo soli. Sentivo che c’era qualcosa che non andava. Da qualche parte all’interno del mio corpo, dalle vene o dal sistema nervoso arrivava un allarme silenzioso che non riuscivo a decifrare. Non avevo voglia di parlarne con lei, temevo di sembrare uno stupido fifone.
– Ma figurati, ancora credi a queste stupide leggende, che ti aspetti un lenzuolo svolazzante? – balbettai, stando ben attento a non alzare troppo la voce. Davvero iniziavo a credere che qualcuno o qualcosa potesse ascoltarci.
Si arrestò e si voltò verso di me scuotendo la testa. Il suo volto in quell’istante è vivido nei ricordi come se fosse una polaroid appena scattata. Con quell’aria di disapprovazione, era davvero bellissima.
– Banale! E anche fifone, guarda come sei pallido! – ritornò a canzonarmi, quindi si voltò e riprese a camminare più velocemente. Con pochi passi mi aveva distanziato. Avanzavo con difficoltà, attento a cosa calpestavano i miei piedi. Per quanto provassi ad accelerare, non riuscivo a starle dietro.
– Ehi aspetta! – la chiamai, ma scomparve dietro una curva del sentiero che percorreva la città. Un edificio a due piani che rischiava di crollare da un momento all’altro interruppe il mio contatto visivo con lei.
Un albero catturò la mia attenzione per un istante. I rami erano nudi e solo una foglia resisteva. Era rossiccia, di un colore più scuro delle altre. Ci misi un istante a capire cosa mi inquietava. Le striature che partivano dalla base e si allargavano verso l’estremità sembravano rivoli di sangue. Cadde in terra, sommandosi alle altre.
Ero preoccupato per Barbara e cercai di recuperare terreno. Scavalcavo pezzi di legno caduti sperando di non finire in qualche buca nascosta dall’erba alta. Per un secondo riuscii a scorgerla prima di essere bloccato da un tronco che ostacolava il sentiero.
Non ce la facevo a raggiungerla, La distanza tra noi aumentava. Alzai gli occhi e li posai sul campanile, una delle poche costruzioni che non dava l’impressione di dover cadere da un istante all’altro. Era ciò che restava della vecchia chiesa.
Poi lo vidi, oltre un muro di pietra. Era come se il mio sguardo avesse messo a fuoco un punto che fino ad un momento prima era indefinito. Una volta reso palese non era possibile guardare altrove. Sembrava che l’aria si concentrasse fino a disegnare una forma. Un fantasma. Sembrava sbiadito, anche se si riuscivano ancora a distinguere i colori dei suoi abiti. I tratti del volto erano sfocati, non si riconosceva un viso vero e proprio. Suonava uno strumento a corde e immaginavo cantasse, perché apriva e chiudeva le labbra ma io non riuscivo a sentire nessuna parola. Forse Senz’affanni piangeva per la sua donna, come raccontavano le leggende. Sapeva che lo guardavo, muoveva le labbra ma le mie orecchie non registrarono alcun rumore. Strinsi le palpebre e cercai con insistenza i suoi occhi.
Tutto cambiò per sempre.
All’inizio credetti di essere altrove. Senza alcun preavviso, il silenzio opprimente era stato sostituito da una confusione inaspettata che mi stordì, mozzandomi il respiro. Immaginai di trovarmi al centro di un grande e chiassoso mercato, poi riuscii a distinguere meglio i suoni che mi circondavano. Grida di dolore, pianti disperati. Prima di concentrarmi su ciò che stava accadendo, cercai di capire dove fossi finito. Il luogo era lo stesso: riconoscevo il paesaggio e la dislocazione degli edifici. Ma erano diversi. Solide abitazioni avevano preso il posto delle antiche rovine. Vedevo panni stesi alle finestre e la gente entrava e usciva da porte che fino a qualche secondo prima non esistevano. Anche il sentiero davanti a me curvava come prima ma non era ricoperto di foglie e di erba. Mi osservai le mani e non le riconobbi. Erano più lunghe e magre delle mie. Mi toccai il volto e trovai una barba pungente che non avevo mai avuto. Guardai intorno a me per capire cosa stesse succedendo e mi resi conto che tutto era opaco. Mi strofinai quegli occhi nuovi, ma non cambiò nulla. Era rimasta quella sensazione di urgenza, l’allarme silenzioso che arrivava dalle mie viscere. Indossavo una camicia sporca e strappata, troppo larga per quelle spalle strette. Azzardai un passo e trovai le gambe deboli, ma nonostante tutto ressero il mio peso. La pelle era calda, la mia schiena era percorsa da brividi. Sentivo una fame immensa, pareva non avessi mai mangiato. Allo stesso tempo percepivo un’energia innaturale scorrermi nel corpo, come se al posto del sangue nelle vene circolasse qualche fluido sconosciuto che mi bruciava dall’interno e mi rendeva più forte. Sapevo ancora che quella creatura misteriosa era nascosta da qualche parte. Percepivo la sua presenza con più nettezza dello spettacolo terrificante che offrivano i miei cinque sensi.
L’odore forte e dolciastro mi aveva colpito subito, ma solo in un secondo momento mi ero reso conto di cosa fosse. Non avevo avuto il coraggio di credere ai segnali che il mio olfatto mi lanciava, ma bastò alzare gli occhi, concentrarmi con quella vista sfocata su ciò che mi era attorno.
Temetti di essere precipitato direttamente all’inferno. Ovunque guardassi, c’erano delle colluttazioni: uomini e donne che si avventavano tra loro; alla mia destra una ragazzina che non doveva avere più di dieci anni staccò con un solo morso il naso ad un robusto giovane; un vecchio senza capelli e con una barba lunghissima continuava a percuotere a mani nude la testa di un individuo che era già morto da tempo. Registrai solo in un secondo momento che l’assassino indossava una tonaca. Avrei voluto far qualcosa per interrompere quella carneficina ma sapevo che da solo non potevo nulla. I cadaveri erano ovunque. I violenti massacratori erano un numero sparuto ma dotati di una aggressività e di una forza spropositata. Li accomunava una particolarità: avevano gli occhi completamente rossi.
Mi sforzai di non cedere la follia che mi circondava anche se sarebbe stato così facile arrendersi. Dovevo trovarla. Non avevo idea di come si chiamasse ma sapevo che sarebbe stata familiare a quegli occhi. Dovevo arrivare prima degli altri o non me lo sarei mai perdonato.
Nonostante la misteriosa energia che sentivo scorrere dentro di me non era facile camminare in un corpo diverso. Era più alto del mio, i punti di equilibrio erano cambiati. Quando mi arrischiai a compiere qualche passo fui incerto sulle ginocchia. Mi sentivo un lattante che si alza in piedi per la prima volta. Ma sarei avanzato, perché non potevo trattenermi oltre. Se fossi crollato in terra avrei rotolato e strisciato, ma dovevo raggiungerla.
Mi girava la testa per la puzza di sangue di cui l’aria era pregna. E poi quelle urla strazianti. Rispetto agli altri avevo l’impressione di muovermi al rallentatore. Una follia misteriosa aveva infettato la città. Mi era stato rivelato il mistero di Galeria. Per un istante temetti di impazzire.
Mi sentii trasparente, poi le mie mani tornarono quelle di sempre. All’improvviso, così come ero andato, ero tornato nel mio corpo. Ne ebbi subito la consapevolezza, era come indossare un paio di vecchie scarpe. La rapidità del cambiamento mi aveva lasciato senza fiato. Di nuovo i ruderi diroccati e l’innaturale silenzio, lo preferivo alle urla strazianti che ero stato costretto ad ascoltare. Ora avevo un’idea precisa di come fossero stati quegli edifici e chi li avesse abitati. Non era semplice riprendersi dalla visione e dall’orgia di corpi martoriati. Non tutto era cambiato. Il mio corpo restava troppo caldo. La gola era secca e bruciava, desideravo bere dell’acqua fresca. E ancora la fame. Immensa.
Provai a chiamare Barbara a voce alta, ma dalla mia gola uscì soltanto un mugolio roco. Sentivo le tempie martellare un dolore discontinuo, tutto continuava a girare attorno a me sempre più velocemente. A malapena seguivo il sentiero. Dovevo recuperarla al più presto, quel luogo era maledetto. Le persone dagli occhi rossi non erano semplicemente malate, qualcosa le aveva rese pazze. Amici, genitori, parenti, mariti, mogli, figli che all’improvviso colpivano coloro che amavano. Solo gli assassini si erano salvati dalla carneficina. Li immaginavo che edificavano altre case. Non troppo lontano, per essere sicuri che nessuno tornasse ad abitare quei luoghi maledetti e abbandonati. Avevano coltivato campi, cresciuto i piccoli rimasti orfani, creato dal nulla una nuova città. E dimenticato. Cancellato dalla storia quell’episodio che li rendeva colpevoli.
Rischiai di scivolare in una buca nascosta dalla vegetazione, mi salvai aggrappandomi a un muro coperto di piante. Dovevo sbrigarmi. Decisi di aiutarmi anche con le mani ed iniziai a correre come un animale. Fu quasi una liberazione. Il mondo iniziò a roteare meno velocemente con tutti e quattro gli arti piantati in terra. Riprovai a chiamare il suo nome, uscì dalle mie labbra soltanto un respiro rabbioso.
La cercai tra i resti delle abitazioni, sapevo com’erano prima che intere parti crollassero e avevo visto chi ci aveva vissuto, alcuni erano morti uccisi davanti ai miei occhi. Non mi capacitavo dell’enormità di quella carneficina, da quel poco che ne sapevo non esistevano malattie che provocassero comportamenti così violenti.
La terra che stavo toccando e calpestando nascondeva segreti. Forse nelle grotte sotterranee e impenetrabili dove l’Arrone scorre solitario. O nascosta in un anfratto di qualche necropoli etrusca non ancora ritrovata, magari più a valle. Ero certo che da qualche parte si nascondesse quella creatura che più volte avevo percepito durante la breve spedizione. Me lo diceva il sangue che circolava nelle vene e nelle arterie, gli organi interni, il mio cervello, il sistema nervoso: ogni parte di me vibrava e mi comunicava la presenza di quell’essere antico. Immaginavo bastasse un suo movimento, un sussulto durante il suo sonno secolare per creare scompensi a tutti coloro che si trovavano nei paraggi. Non potevo vedere quella mostruosità che si celava nelle viscere della città abbandonata, ma percepivo il suo sguardo, due occhi da rettile grigio cenere, fissi su di me. Avevo percepito il suo fetido alito sul viso quel giorno, lui lo sapeva e ne godeva nei suoi perversi sogni.
Barbara era seduta su una grossa roccia sovrastata da un leccio. Probabilmente si era affaticata e stava aspettando che la raggiungessi. Era di spalle, i lunghi capelli ricci le nascondevano quasi completamente il collo. Non si accorse che mi stavo avvicinando. Non riuscii a toccarla, di colpo scomparve davanti ai miei occhi. Le pietre sconnesse divennero case, il silenzio si trasformò ancora in confusione, l’odore di terra in quello del sangue.
Ancora nel passato. Il passaggio mi prese alla sprovvista e sono sicuro che se non avessi già avuto le ginocchia e le mani in terra sarei crollato. Mi diressi verso una porta, sapevo che lei era lì dietro. Ero talmente stordito che mi scontrai con un individuo, non mi ero accorto della sua presenza finché non ne sentii il contatto. Rimasi terrorizzato quando mi resi conto che aveva gli occhi rossi: non ero in grado di scappare con quel corpo traballante e troppo alto. Temetti il peggio, ma lui si limitò a sorridermi per poi voltarsi, avventandosi su qualche altro malcapitato.
Ignorai quella colluttazione, come tutte le altre: nonostante il mio senso di colpa non potevo aiutare quella gente: dovevo raggiungerla. Ora sapevo che si chiamava Laura. Ero arso dalla febbre e dalla sete, in preda alla confusione. Dentro di me percepivo scorreva ancora quella forza sovrumana. Facendomi largo tra i cadaveri, entrai nella casa e finalmente la trovai. Era sgradevole, con i capelli radi e la pelle pallida. Mi ripugnava toccare quel corpo orrendo.
Si voltò di scatto e mi fissò con un’espressione che mescolava sorpresa e terrore. Mentre mi avvicinavo, compresi. Non avevo bisogno di scrutare la mia immagine nello specchio appeso al muro. Mi maledii. Non ero tornato per salvarla. La bloccai, non aveva scampo chiusa tra quelle quattro mura. Pregava di essere liberata mentre le stringevo i capelli e avvicinavo il suo viso al mio. All’inizio soffrii anche io: cercavo di ribellarmi al mio atroce destino, mi concentrai per allargare le dita e lasciarla libera ma una forza invisibile non me lo permise. Poi qualcosa si mosse dentro di me e provai una sensazione nuova e perversa. Era completamente in mio potere e potevo fare di lei ciò che desideravo. E tutto d’un tratto volli che quella donna disgustosa cessasse di esistere. Spinsi violentemente la sua testa in avanti ed il suo volto arrivò davanti alla mia bocca già aperta. Mi maledii, sconvolto da ciò che ero diventato. Con un ultimo sussulto di volontà, prima di stringere i denti sulle sue carni, chiusi gli occhi e pregai di non essere testimone di quell’omicidio. Fui accontentato.
Silenzio e odori differenti. Nel presente, di nuovo. Fui grato al fato per avermi risparmiato quella scena, ma la felicità durò solo un istante. Ascoltavo il mio respiro lento, mentre cercavo di riprendermi. Con cautela aprii le palpebre e guardai verso l’alto. Un gesto istintivo, una parte di me evitava di spostare gli occhi verso il basso. Ero seduto per terra e al di sopra della mia testa lo spettacolo era straordinario. Da una parte un vecchio frammento di muro aveva resistito al tempo e alle intemperie. Solo una metà, il resto era crollato. Dall’altra un albero grosso e nodoso che negli anni era cresciuto in maniera disordinata. Uniti formavano un arco affascinante, metà legno e metà pietra, che io osservavo da sotto. Al centro la pietra ed il legno sembravano fondersi assieme. L’albero continuava verticalmente verso l’alto, con i suo rami tesi in ogni direzione. Nonostante lo stupore per quella meraviglia, ero consapevole che c’era un’ultima scoperta per me. La più terribile.
Sulle mie gambe percepivo un peso. Qualcosa scorreva sulla mia caviglia. Qualcosa di caldo. Un liquido denso mi sporcava le labbra. Ero finalmente sazio. Per qualche istante scelsi di non dar peso a quegli indizi e assecondare la voce nella mia testa che mi ripeteva che non dovevo abbassare lo sguardo per nessun motivo. Sperai che se avessi resistito abbastanza a lungo quell’incubo sarebbe finito, Barbara mi avrebbe rimproverato di rimanere indietro e gli avvenimenti degli ultimi minuti sarebbero svaniti nella mia memoria come un sogno sgradito al risveglio. Resistetti per diversi minuti. Non accadde nulla. Capii che sarei potuto restare così all’infinito ma nulla avrebbe cancellato l’orrore. Tremai e sentii il mio cuore battere più forte. Decisi che era arrivato il momento di guardare e ci volle uno sforzo smisurato per tenere aperte le palpebre. Non avevo memoria di aver mai dovuto affrontare un tale peso. Una parte di me si ribellava, non voleva prendere coscienza ed avrebbe preferito scappare via con gli occhi chiusi, a tentoni come un cieco. L’altra, quella più curiosa – o semplicemente più pazza – ebbe il sopravvento.
Era difficile riconoscerla con il volto così orribilmente deturpato. La gola era aperta e di tanto in tanto usciva ancora sangue, lo stesso che mi colava sul mento e sulla caviglia e che colorava di rosso tutto attorno a noi. Non mi trattenni e piansi, stringendo a me il corpo senza vita di Barbara. Quella forza incredibile se n’era andata e mi sentivo spossato. Usai le ultime energie rimaste per urlare contro quella creatura, la maledii sperando di svegliarla. La volevo affrontare e tutto il mio dolore sarebbe bastato per distruggerla per sempre. Continuai dopo il tramonto. Anche quando tutto fu buio e non potevo più vedere gli occhi sbarrati della ragazza che continuavo a stringere. Finché non ebbi più fiato in gola. Nessuno rispose. Nella antica città fantasma di Galeria regnava di nuovo un penetrante silenzio.

Immagine presa da:
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9 pensieri su “Il silenzio di Galeria

  1. Ottima l’atmosfera sospesa.
    Invece di maledii avrei usato maledissi, mi sembra meno arcaico.
    “Pregai di non essere testimone” non mi sembra appropriato, visto che già sei dentro l’azione.
    “Penetrante silenzio” l’aggettivo non mi sembra appropriato.
    Complessivamente ho avuto l’impressione di essere in un dipinto di Hieronymus Bosch o di Peter Bruegel: se li guardi da lontano percepisci una grande, orribile, confusione; da vicino ogni particolare è altrettanto orribile quanto più netto e decifrabile.
    Comunque complimenti per la fantasia ( è quella che a me manca…..)
    Nicola

    1. Grazie per il commento e per i suggerimenti Nicola e soprattutto per aver letto questo racconto che è parecchio lungo. E’ un gran bel complimento vedere il mio racconto paragonato a un quadro di Bosch o di Brugel! Per quanto riguarda i suggerimenti, rileggo il tutto con calma e vedo cosa credo sia meglio modificare. Per la fantasia, un po’ gli stimoli tocca pure andarseli a cercare secondo me: in questo caso c’era un concorso gratuito chiamato “Creep advisor”, si voleva fare una sorta di guida dei luoghi misteriosi con dei racconti horror. Il mio racconto non è arrivato tra i finalisti ma partecipare è stato uno stimolo a scrivere un racconto del genere.

  2. Che bello il paragone col quadro, Nicola! A me sembra davvero calzante! E mi ha fatto vedere alcune scene descritte dal racconto di Marco sotto un’altra luca…grazie per questa chiave di lettura!

    1. Grazie, sono contento che ti sia piaciuto 🙂

      Per quanto riguarda Galeria ci sarò sicuramente andato con Alessandro, ma mi ricordo poco (abbiamo visto davvero troppi posti 😛 ). Mi sono un po’ aiutato con le foto su internet, specie per il finale.

  3. Oh oh, questo me lo ricordo.
    Ma non mi ricordo come l’avevo commentato. Comunque sia, l’ho riletto e lo ricommento.

    La prima parte prende avvio abbastanza lentamente, crea una specie di confusione dei sensi. Ci sono dei dettagli nello stile che mi fanno pensare a un certo tipo di letteratura dell’orrore e fantastica, quella classica, ottocentesca, gotica. Letto in questo senso, il creare l’orrore in ogni dettaglio preparando l’atmosfera (nella prima parte) ci sta. Per mio gusto avrei preferito un approccio più sottile all’inizio e dialoghi un pochino più “veri”. Ma va pure detto che il protagonista vero è Galeria stessa (bellissima e originale la scelta, e molto più reale di qualsiasi ambientazione più esotica).

    Invece da quando entra in scena Senz’Affanni in poi (suggestivo, sia il personaggio che come lo hai presentato) è tutto in crescendo. I tempi sono quelli giusti, prende sempre di più man mano che si va avanti e le descrizioni sono vivide. Finale cinematografico.

    A volte ho avuto l’impressione di leggere un Dylan Dog del primo corso (sarà per i riferimenti di cui sopra). Mi ha risvegliato belle sensazioni.

    1. Wow, che bel commento!
      Si, ho un po’ “imitato” quel tipo di stile di cui parlo (l’ho fatto anche col racconto più recente, quello sui pirati), poi magari ho esagerato 🙂

      Per il finale ho usato un posto che esiste davvero, quello dell’immagine che ho scelto.

      Ti dico una cosa parecchio brutta: non ho mai letto Dylan Dog (a parte cose veramente sporadiche che si contano in una mano)

  4. Un racconto ricco di avvenimenti, da una realtà conosciuta al passaggio ad un mondo parallelo sconosciuto, Dantesco, ricco di particolari che fanno scorrere la lettura e la fantasia, tutto sembra che sia una situazione provvisoria, sensoriale, ma alla fine tutto e tramutato in realtà da horror, un vero incubo.
    Complimenti alla notevole fantasia.

    1. Grazie Renata per i tuoi complimenti. Sono molto contento che sottolinei l’aspetto sensoriale perché ho cercato, per quello che ho potuto, di renderlo più credibile possibile. Credo che sopratutto nelle storie con elementi fantastici sia importante “ancorare” il lettore a elementi di realtà.

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