La domenica, Wilma

La domenica, Wilma

Racconto di Pietro Vizpara.

La domenica, Wilma, saliva in collina, saliva più in alto che poteva, senza mai fare una pausa, senza fermarsi nemmeno per bere o pisciare, perché s’era alzata a notte fonda per arrivare in cima al sentiero prima degli altri, fare colazione al bar e leggersi il giornale in santa pace. Wilma era fatta così: le cose – qualunque cosa – le piaceva farle bene, primeggiare e, una volta raggiunto l’obiettivo, godersela senza seccatori nei paraggi, chiaro? Non era misantropa, tutt’altro, perché io ho un marito e due cani, anche se ora stanno due metri sottoterra, ma questo non ti riguarda, piuttosto: è pronto il caffè?
La prima cosa che le piaceva fare, una volta arrivata in cima alla collina e fatta colazione, ma prima del giornale, che era il nipote del barista a portarlo, e prima di andare in bagno, che era in condizioni indecenti finché la moglie di Duilio non finiva di pulirlo, era fumarsi una sigaretta seduta in cima al fico, con lentezza esasperante, mentre la seconda cosa che le piaceva fare e che doveva essere un segreto per tutti, anche se non era così, era chiedere a Duilio di scattarle una foto.
Ma io non ci so fare, tentava di giustificarsi lui, prima di cominciare a darsi da fare, nel tentativo di trovare l’inquadratura giusta, quella che in uno scatto gli avrebbe permesso di prendere tutto quello che serviva: lo sguardo elusivo di Wilma insieme allo sfolgorio del mare dietro e al movimento impercettibile delle foglie davanti.
Il problema è che mentre Duilio armeggiava attorno a una vecchia macchina fotografica, con il sudore che gli colava sugli occhi e qualche mosca che gli si posava sul collo, succedeva sempre qualcosa che lo distraeva: una volta era una cornacchia che si posava su un ramo, un’altra l’arrivo trafelato del nipote o il tramestio del gatto in cima al tetto – e così il barista e tuttofare Duilio, nonché fotografo della domenica, adesso doveva aspettare, prendersi una pausa, rimandare, senza però dire niente, perché guai, il cliente è sacro, glielo avevano insegnato trentacinque anni prima, quando s’era permesso di rispondere per le rime a una cliente e ne aveva ricevuto in cambio un ceffone sul collo, il primo di una serie di avvertimenti che presto si sarebbero tramutati in minacce da parte del Bisonte (fondatore dell’omonimo bar) o, in sua assenza, del cane (pastore maremmano, per tutti: Stromberg).
Quella mattina, per esempio, era la moglie di Duilio a reclamare la sua attenzione, chiamandolo a voce alta, un po’ lamentosa, come era solita fare al mattino presto, soprattutto se la notte non aveva riposato bene, l’ennesima notte affollata di sogni terribili, ogni notte sempre peggio, mi sai dire perché, tesoro? Ma Duilio, che in quel momento aveva ben altro a cui pensare, nemmeno si voltava, e questo non va bene, doveva avere pensato Eliana, piazzandosi proprio sotto il fico, a gambe incrociate, parlando dell’incubo che le aveva tolto il sonno. Il solito cane, chiese Duilio, e la moglie, che non aspettava altro per sfogarsi un po’, disse che sì, era sempre il solito cane bianco, quello con gli occhi arrossati, il passo pesante, le dimensioni di un ippopotamo, una bestiaccia che aveva preso di mira i suoi capelli, divorandoglieli fino alla radice, prima di rotolarsi per terra, rantolare e morire soffocato da quella stessa matassa. Ogni notte c’era una bestia feroce nei suoi sogni, e il cane era solo l’ultimo di una lunga serie, disse Eliana: cosa sarà mai, tesoro?
Un corno sarà, commentava Wilma, che aveva una voce squillante, ci metteva niente a farsi delle nemiche, ultima delle quali, adesso, c’era Eliana Trebisonda. Era stato a quel punto che Wilma s’era messa a fare uno strano verso con la bocca, che Eliana interpretò come riso, e Duilio come singhiozzo, sbagliando entrambi, solo perché non guardavano bene, altrimenti avrebbero capito, perché scusi sa, ma quando scappa scappa, signora, che ci vuole fare, e poi è un tale piacere, farlo da quassù, lo facevo da piccola, quando andavamo in vacanza a Fiascherino, papà rideva, mamma s’arrampicava sull’albero per venirmi a prendere e zio Ermanno prima applaudiva e poi mi faceva una foto, bel tipo, vero? Era uno dei momenti più belli della nostra vacanza, peccato che l’ho capito tardi, diceva Wilma, solo dopo aver seppellito i miei genitori, lo zio e persino mio marito, che non ha nemmeno fatto in tempo a vedermi salire sugli alberi, perché è morto durante il viaggio di nozze, piuttosto: non vi sarete mica bagnati?
Wilma guardò giù e non vide nessuno e la prima cosa che pensò fu: dove sono finiti, quei due? Poi sentì un rumore alle sue spalle, si voltò e vide Eliana che s’arrampicava svelta sul fico, era giù sul secondo ramo, a meno di un metro da lei, mentre Duilio era appena uscito dal gabbiotto degli attrezzi reggendo in mano qualcosa.
A Wilma non servì altro per capire di essere in pericolo.
In quel momento Duilio pensava al Bisonte e a Stromberg e alla voce petulante della moglie e a tutta la sua vita grama che era stata una lunga sequenza di botte e minacce perché così va la vita, devi solo portare pazienza, non faceva che ripetere suo padre, ogni volta che lo vedeva tornare a casa e filare dritto in camera senza cenare, o sua madre, appena lo sentiva urlare al telefono con qualcuno o sbattere una porta, perché se prima erano stati i professori a farlo sentire l’ultimo della classe, dopo c’era stato il Bisonte, con la sua faccia perennemente arrossata, e Stromberg, che sembrava nato per azzannare qualcuno, e sua moglie, Eliana, che aveva la testa fradicia di piscio e adesso si sarebbe azzuffata con Wilma se lui non avesse iniziato a colpire il fusto del fico con l’accetta, ogni colpo una bestemmia, nonostante le urla di spavento delle due donne, ogni colpo un refolo di vento che gli solleticava la nuca, finché Duilio smise persino di guardare e tornò nel bar per lavarsi le mani e osservare dalla finestra del bagno il fico che precipitava giù per la scogliera così veloce da non sembrare vero.

Copertina modificata di MAcherry Design da Pexels

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Pietro Vizpara è nato a La Spezia, dove vive e lavora. Alcuni suoi racconti sono apparsi su riviste (Pastrengo, A4, Retabloid, ecc.) e su antologie (I nostri ponti hanno un’anima, voi no, Fazi Editore). Ha una fissa per la narrativa breve e per le lunghe camminate.

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