Il corridoio dei pensieri abbandonati

Il corridoio dei pensieri abbandonati

Il corridoio era lungo, stretto e con un soffitto basso, tanto che alzando un braccio lo si poteva toccare. L’uomo con la chitarra era solo, ma tra poco si sarebbe riempito di gente che lo avrebbe percorso per andare a prendere la metro o sbucare sulla piazza. Le note sostituivano le persone, risuonavano sulle pareti e sembravano camminare fino a sparire, scendendo verso le scale mobili o salendo all’aria aperta. La custodia vuota rivelava che il musicista era arrivato da poco. Lui non si interessava ai soldi, aveva un importante lavoro da svolgere. Anche se non li poteva vedere, sentiva il corridoio pieno di frammenti di pensieri, sparsi un po’ ovunque: per terra e incastrati nello spazio tra il pavimento e il muro. Era normale per un posto affollato e temeva che la maggior parte riguardassero lui.

“Con questo mal di testa ci mancava solo la musica”;
“Chissà che vita fa, magari è più felice di me… se arrivo tardi anche oggi chi lo sente il capo!”;
“Un altro cazzo di barbone, toccherebbe bruciarli tutti”;
“Ma che suona? Mai sentita ‘sta roba, non gli do nemmeno una moneta!”.
L’uomo con la chitarra era convinto che quando ristagnavano troppi frammenti di pensieri poi succedeva qualche guaio: rompevano tubature – erano frequenti le pozze dovute al soffitto gocciolante – o si trasformavano in polvere, immondizia, più raramente in una forza che tratteneva le scarpe dei passanti frettolosi, facendoli inciampare. Nei casi peggiori diventavano gassosi e restavano sospesi, creando una strana atmosfera: chi camminava aveva l’impressione di fare più strada, si affaticava o si innervosiva. I pensieri abbandonati, se non cancellati in fretta, marcivano in uno strano combustibile capace di fare esplodere litigi, rancori, piccole cattiverie.
Quando andava bene, la musica riusciva a cancellare i pensieri persi per caso. Ma le persone che gli passavano davanti non ascoltavano davvero, tenevano basso lo sguardo per evitare quello del musicista, infastiditi dall’idea di dover lasciare dei soldi nella custodia. Diventava lui stesso fonte di pensieri che si aggiungevano a quelli già impigliati da qualche parte. L’uomo con la chitarra aveva iniziato a chiedersi se fosse davvero d’aiuto o non peggiorasse la situazione. Sapeva che il suo era un lavoro fondamentale, almeno per il corridoio di cui si era nominato responsabile. Alla fine arrivava qualcuno che si fermava a godere della sua musica. Vide un ragazzo dalla pelle scura e per un istante sperò, ma lo sconosciuto gli sorrise, lasciò una moneta e continuò per la sua strada. Maledisse la fretta e si concentrò sulle corde, doveva essere più bravo perché la gente si accorgesse di lui. Dalla direzione della metro notò una figura che rallentava avvicinandosi. Era un ragazzino, probabilmente di ritorno dalla scuola. Arrivò davanti al musicista e si appoggiò al muro ad ascoltarlo. Non conosceva le canzoni, a volte non ne capiva nemmeno le parole, ma il cadenzare preciso e il legame così stretto tra voce e strumento lo affascinavano. Chiuse gli occhi e si lasciò andare.
L’espressione del ragazzino cambiò e l’uomo con la chitarra fu certo che tutte le paure del giovane, i suoi sensi di colpa e le ansie dell’adolescenza in quel momento fossero scomparse. L’abbandono del suo ascoltatore rivelava che per il ragazzino aveva importanza solo la musica, tutto il resto era distante: si sentiva al sicuro. Poi toccò anche a lui, lasciò il comando alle sue dita che erano partite per un assolo improvvisato. Funzionò. Sentì che tutti i pensieri abbandonati nel corridoio erano stati cancellati da quella forte emozione. Sorrise, stupendosi di quanta forza avesse un singolo individuo in equilibrio con se stesso. Si chiedeva spesso cosa sarebbe successo quando in tanti fossero riusciti a raggiungere contemporaneamente quello stato d’animo.
Era un lavoro molto più grande di lui, che si limitava a tener pulito quel piccolo pezzettino di mondo. Si era reso conto che negli ultimi anni le persone erano più scontrose e diffidenti, camminavano di fretta, anche se era convinto che poche fossero realmente in ritardo. Ciascuno aveva i propri fantasmi e a forza di non parlarne mai si erano talmente ingigantiti che chiunque si sminuiva rispetto agli altri e preferiva starsene in disparte piuttosto che confrontarsi.

Il ragazzino si staccò dal muro, infilò le mani nelle tasche, alzò le spalle e fece un sorriso colpevole al musicista, quindi si allontanò, senza lasciare niente nella custodia.
“Bottino magro eh? Ma davvero le conviene venire qui invece di cercarsi un lavoro vero?” chiese un signore brizzolato, in giacca e cravatta, che aveva assistito alla scena. Non aspettò alcuna risposta e si allontanò.
L’uomo con la chitarra si fermò un istante e sospirò, quindi riprese a suonare: il signore brizzolato aveva abbandonato un sacco di brutti pensieri lungo il corridoio, c’era ancora del lavoro da fare.

 

Illustrazione di Erika Romano

3 pensieri su “Il corridoio dei pensieri abbandonati

  1. In questo racconto c’è un’atmosfera che mi prende ed è come guardare tutto nascosti da qualche parte in quel corridoio (sotto la custodia della chitarra o sotto lo sgabello o incastrati insieme ai frammenti dei pensieri abbandonati).
    Grazie.

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