La macchina

La macchina

 

Paura di essere due
sulla via dello specchio:
qualcuno che dorme in me
mi mangia e mi beve.

A. Pizarnik

 

 

 

Lo avevo seguito per giorni. Non era stato difficile. Paul (l’altro Paul) aveva quasi le mie stesse abitudini. Sveglia presto, doccia veloce, otto ore di lavoro alla Factory, il laboratorio del professor Blackworm. Poi il bar di Mario, la corsa in auto sulle colline, le due ore quotidiane di addestramento solitario in quel mattatoio abbandonato appena fuori città. Era come avere un gemello. Tutto uguale. Tale e quale a me, con una sola differenza. Ma quella differenza era la ragione di tutto. Quella differenza era tutto.
Arrivò il momento. Avevo atteso abbastanza. Decisi che avrei adoperato un pugnale. Una pistola no, doveva essere un atto intimo, speciale. Certo non sarebbe stato semplice: fisicamente Paul era sicuramente al mio livello, e l’adrenalina avrebbe potuto dargli quel qualcosa in più che bastava a sopraffarmi. Dovevo essere cauto e letale.
Lo raggiunsi al mattatoio. Era il tramonto. Cadeva il sole, e tutto intorno a me le ombre si allungavano, si stiracchiavano prima di scomparire inghiottite in un’ombra più grande, un’ombra invincibile. Il pugnale mi pesava fra le dita. Entrai nel caseggiato da una finestrella quadrata che Paul (come me) lasciava sempre aperta. Lo spazio bastava appena. Strusciai la pancia su frammenti di vetro e viticci d’edera. Finalmente riuscii a farmi largo nel locale polveroso. Mi drizzai in piedi: le braccia e le spalle formicolavano per lo sforzo. Mi ritrovai immerso nell’oscurità. La finestrella era troppo angusta per lasciar passare più di un filo di luce morente.
Il pavimento era lercio, coperto da vecchie macchie di sangue, calcinacci, buste della spazzatura mezze mangiate dalla polvere. Dal soffitto pendevano catene arrugginite e pesanti carrucole, leggermente sospinte da un refolo di Ostro. Ampi tavolati di metallo, vetri rotti, siringhe usate, uno scolatoio per il sangue e i resti di una catena di montaggio ferma da anni completavano lo scenario. Poco lontano, Paul saltava con la corda. I suoi sbuffi scandivano lo scorrere dei secondi e il battito del mio cuore.
Durante un allenamento ci si dovrebbe concentrare solo sul proprio respiro, ma io sapevo cosa stava passando per la testa di Paul, mentre saltava con quella maledetta corda. Pensava alle bestie quando vengono macellate, e ai poveri cristi, perlopiù immigrati pagati due soldi, che avevano passato anni della propria vita a uccidere, immersi fino alle caviglie nel sangue e nella merda. Anche io ci pensavo spesso, a quei poveracci finiti poi per strada senza neppure quello schifo di lavoro. Ma quel giorno mi riusciva più semplice identificarmi con la vittima.
Mi avvicinai, con il coltello in pugno. Non so come uccidano i macellatori, perciò scelsi i reni: con un colpo secco spinsi la lama d’acciaio nel corpo di Paul. Sentii la lama lacerare cotone, pelle e muscoli. Un rumore simile a quando si trinciano le ossa di un pollo arrosto. Qualcosa nello stomaco mi si svuotò. Una vertigine leggera. Lui ebbe un sussulto, tremò, si voltò verso di me. I suoi occhi morenti si spalancarono, percorsi da un brivido di orrore.
« Ma tu… sei me! » disse, in un soffio carico di sorpresa.
« Mi dispiace. Non sai quanto. »
Paul lanciò un lungo sospiro e si afflosciò. Per sicurezza gli tastai il polso. Niente. Era finita.
Per diversi minuti non riuscii a far nulla. Avevo ucciso me stesso. Alla fine fu il cigolio di una catena a scuotermi dal mio torpore: prima di tutto vomitai ben bene. Poi spogliai il cadavere e indossai i suoi abiti (il suo sudore sulla pelle mi fece un effetto strano). Infine, seppellii Paul nel pezzo di terra scura appena fuori il macello, un quadrato di terra dura contornata da cespugli e alberi morti che scavai praticamente a mani nude.
Montai in macchina. L’auto di Paul era di una tonalità di blu leggermente diversa dalla mia. Per il resto, niente di nuovo. La città non sembrava diversa. Nemmeno io sembravo diverso. Eppure lo ero.
Quando arrivai a casa era ormai notte fonda. Con cautela infilai la chiave nella toppa ed entrai. Aveva lo stesso odore di casa mia. L’arredamento era un po’ diverso, poca roba (una tappezzeria che non avevo mai visto, un divano sconosciuto). Per prima cosa infilai la tuta sporca di sangue in lavatrice. Nel caso, le avrei detto di essermi ferito con un vetro. In mutande, salii le scale. Dischiusi la porta della camera da letto. Lisa, l’altra Lisa, una Lisa che non era morta investita da un’auto pirata a un isolato da casa, dormiva serena. Quanto mi era mancato il suo lieve russare, quanto mi era mancato il suo profumo. La sua pelle era tiepida e mandava un odore di febbre. Le accarezzai i capelli con dolcezza. Lei si svegliò per un attimo e mi guardò. Dopo molti secondi di silenzio disse: « Hai qualcosa di strano. »
« Che intendi? »
« Niente, mi sarò sbagliata. » mugugnò lei, ancora mezza addormentata. « Nella penombra mi è sembrato che i tuoi occhi avessero un colore diverso. Avrò visto male. »
Mi stesi accanto a lei e dormii come non avevo mai più dormito da quando l’avevo persa.
Il giorno dopo fu tutto come sempre. Sveglia presto, doccia veloce, un bacio a Lisa e poi dritto alla Factory, dove il professor Algernon Blackworm, luminare nel campo della fisica quantistica, stava per portare a termine un esperimento destinato a cambiare la storia. Grazie ad un macchinario di sua invenzione lo scienziato intendeva superare la “schiuma quantica”, la barriera fra le diverse dimensioni del multiverso. Il mondo scientifico lo derideva da venticinque anni. Io ero la prova vivente che quel matto aveva ragione da vendere.
Lasciai l’auto al posto di Paul. Mostrai il cartellino di Paul. Presi la tuta da lavoro di Paul, lo straccio di Paul, il secchio di Paul. Salutai i colleghi. Stavo per mettermi al lavoro quando il dottor Metzger, uno scienziato affabile, mi venne incontro gioviale agitando la pipa.
« Allora Paul » disse. « Hai ripensato alla nostra proposta? Credimi, è davvero un peccato che tu abbia rinunciato… saresti un pioniere, il tuo nome finirebbe sui libri di storia! »
Rinunciato? Ah, già. In questa dimensione Paul non aveva ragione di fare da cavia per l’esperimento con la Macchina. E ora che ero lui, non ne avevo nemmeno io.
« Grazie doc, ma questa realtà mi va benissimo così com’è » risposi. « Alla schiuma quantica, preferisco la schiuma dei miei detersivi. »
Mi diedi da fare con la ramazza, su e giù per i corridoi dell’immenso caseggiato. Dopo circa un’ora incontrai il professor Blackworm, con la sua inconfondibile zazzera bianca e il camice azzurro aperto sull’addome prominente da forte bevitore. Si trovava accanto alle immense colonne d’acqua che refrigeravano il supercalcolatore elettronico, cuore e anima della Macchina. Stava parlando con un ragazzo che non avevo mai visto. Il professore lo chiamò per nome solo una volta. Un certo Giles, o Miles.
« E come farei a tornare in questa dimensione? » stava chiedendo il ragazzo. Il tale aveva il volto scavato e l’aria smarrita di chi si farebbe somministrare uranio per via rettale per trenta dollari. Ce ne sono tanti, di questi tempi.
« Beh, noi supponiamo che le dimensioni che compongono il multiverso siano tutte simili, differenziandosi per pochi insignificanti dettagli. »
« Volete dire che anche lì… »
« Ci sarà un professor Blackworm, e ovviamente una Macchina. Che potrai usare per… viaggiare ancora. »
« Va bene, accetto. »
A suo tempo avevo usato le stesse identiche parole. “Va bene, accetto.” Così, come se niente fosse, dopo un paio di settimane di addestramento, ero stato infilato nel Tubo di Derringer. Disteso su un lettino reclinabile, terrorizzato a morte, ero stato collegato alla Macchina, ricoperto di elettrodi, e avevo atteso col cuore in gola la fine del conto alla rovescia. C’era stata una luce intensa e la sensazione d’essere sparato con un obice fino ai confini del mondo. Ed eccomi qui.
« Il ragazzo ha fegato » borbottai al prof, quando rimase solo. « Se solo sapesse che per voi valiamo meno di una scimmia ben addestrata. »
Blackworm mi guardò con astio per qualche istante, poi si ricordò che il mio volto irregolare gli faceva simpatia e, non senza una certa fatica, si addolcì.
« Oh, beh, è solo la mia seconda scelta, come puoi immaginare… non ha la prestanza fisica né la forma mentis… »
« Non gli avete detto che probabilmente neanche l’altra Macchina, ammesso che esista, avrà un sistema di navigazione. Miles, o Giles, potrebbe trovarsi sperduto nel multiverso, in un mondo simile al suo ma al contempo differente, alieno. In quel caso non potrà far altro che continuare a provare, cambiare un mondo dopo l’altro a casaccio, nella speranza di poter trovare, un giorno, la dimensione giusta. Quella in cui poter essere felice… »
« Ti trovo diverso, Paul. Che ti è capitato? »
« Niente, professore. Sono soltanto felice. »

Da quel giorno sono passati otto mesi. Miles, o Giles, non è entrato nella storia. Qualcosa è andato storto e la Macchina l’ha smembrato in un trilione di miliardi di atomi. Di lui non restò che una poltiglia di protoplasma sul divano reclinabile della cabina. Indubbiamente questa Macchina era diversa da quella (perfettamente funzionante) che mi ha portato sin qui. Pochi insignificanti dettagli, aveva detto Blackworm. La differenza fra la vita e la morte.
Per il resto, con Lisa non va poi così male. Anche se a volte mi guarda in modo strano e pare sospettare qualcosa. Anche se a volte, a un certo punto della notte, mi capita di svegliarmi, improvvisamente consapevole di mille insignificanti differenze fra la mia lei e lei. Consapevole di dividere il letto con una sconosciuta.
« Coloro che amiamo, in fondo, non sono che estranei » mi disse una volta un’altra Lisa, in un altro universo. Forse è solo il rimorso, che mi fa vedere tutto nero. Non so.
Di tanto in tanto, quando sono solo, soprattutto quando mi alleno, al tramonto, al mattatoio, mi sento osservato. Niente più che un pizzicore sulla nuca, quando cade il sole e le ombre si allungano prima di scomparire.

*****

Racconto di Manuel Crispo

Manuel Crispo ha pubblicato racconti su riviste come «Alibi», «Grado Zero», «Tre racconti». Nel 2016 rilascia in rete, scaricabile gratuitamente, il romanzo Don Cristo. Con Nero Press Edizioni pubblica le storie del ciclo di “Rin Tin Tin Tabasco”: Si muore soli a Meow York City (2016), Coccolati a morte (2016), L’inverno esiste solo per chi ne ha paura (2017), Delitto a Ratten Island (2017).

Immagine di Federica Crispo

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