ilsalvataggio_cover

Il salvataggio

«Da quanto tempo è qui?» La domanda di Rosso suonò retorica all’intera squadra.
«Non lo so.» L’imbarazzo era evidente sulle gote del Dottor Alan Sergi «Vi ho chiamati appena l’ho vista.» Gli occhietti lucidi saltavano da un punto all’altro dello spazio come fossero in fase REM.
«Vive solo?»
«È diventata una zona di quarantena?»
«Risponda alle domande. Dalla documentazione in nostro possesso lei risulta assegnato al dormitorio Machiavelli, settore 7, alveare Rinascimento.» Rosso leggeva i dati dal piccolo palmare sul polso.
«Ho avuto i permessi per vivere in una casa appena tre… due giorni fa. Devo terminare l’iter burocratico.» Non aveva volti su cui posare lo sguardo. Il conforto di un sorriso di circostanza, un’occhiata di superiorità, persino un movimento del sopracciglio erano chiusi nelle tute di contenimento.
«Ha iniziato a colorarsi. Direi almeno sei ore.» disse Giallo mentre studiava la Porta. Nonostante la voce metallica, il timbro vocale femminile era l’unica nota discordante, per il resto, dallo scafandro all’attrezzatura base, era la fotocopia tridimensionale di uno dei cinque membri della “squadra epurazioni”.
Bianco prese Alan per il bavero. Il suono delle dita avvolte nel lattice che si serravano intorno al colletto ricordava la trombetta sgonfia di un clown: «La legge è chiara al riguardo. Se è immaturo per occuparsi di una casa dovrebbe vivere negli Alveari.»
«Potrebbe anche averla aperta, in sei ore.» insinuò Verde cercando un cenno d’intesa da Rosso.
«No, NO! Io sono… vi ho chiamato subito, appena l’ho vista, subito, ecco ho ancora il comunicatore in mano.» Alan allungò il braccio per mostrare al gruppo che lo asserragliava la sua buona fede sotto forma di comlink.
«Cosa c’era nella stanza prima?» disse Rosso.
«Nella stanza?» Alan deglutì voltandosi verso la voce: aveva una macchia rossa sulla spalla sinistra imbottita della muta; chi lo stava quasi strozzando invece, ce l’aveva bianca, la macchia. Il suo viso aveva raggiunto una tonalità simile.
C’erano sei persone in uno spazio angusto di un andito a elle, Alan però nel corridoio di quella trappola planimetrica sentiva solo l’odore di preservativi puliti e sudore.
«Lo ignoro.» annaspò in cerca di aria.
«Lascialo Bianco, ci servi calmo.» ordinò Rosso.
Alan cadde carponi appena fu liberato dalla stretta. Il respiro tornò regolare. Alzò lo sguardo verso i LED del soffitto: erano un’arnia luminescente e rassicurante. «Alla fine la tecnologia è la brutta copia della natura. Volevo solo essere diverso, avere uno spazio tutto mio, mai più semplice operaia ma ape regina.» Un triste sorriso gli increspò le labbra. Le iridi si contrassero nell’udire parole vacue, non sue.
«C’è entrato. Ci scommetto.» disse Verde. Le mani si serrarono sul lanciafiamme. L’accenditore oscillava fra il mostro ligneo e il proprietario della casa.
Blu stava piazzando le ultime cariche esplosive a ridosso degli stipiti della Porta. «Io lo conosco, è un Formatore.» inginocchiato nella sua tuta di contenimento era simile a un avvallamento argilloso accanto a un opera di Jackson Pollock con maniglia.
«Un Formatore? Dei! Ci sarebbe quasi da ridere. Tipo i casi su Vecchia Terra dove i genitori lasciavano i figli all’oratorio con religiosi pedofili» disse Giallo mischiando il mazzo delle sei carte Ogiua.
«E tu Blu lo conosci perché hai il culetto fresco d’accademia. Giusto novellino? Ti sto facendo l’occhiolino, giusto per informarti.»
«Sei uno stronzo, Verde.»
«Dovete proprio deridermi? Io sono qui.» disse Alan.
«Ancora per poco, se non ci dice cos’era la stanza prima che la Porta apparisse.» Rosso prese per le spalle Alan Sergi e lo costrinse a guardarlo nello scafandro. «È entrato, dottore? Ha aperto la Porta?»
Sulla visiera cromata di buio Alan vide il suo volto riflesso. Era distorto e irriconoscibile. Appariva simile a uno spettro emaciato e solo. La barba, fitta sulle guance, lo rendeva buffo. Assomigliava a un castoro terrorizzato in uno di quei cartoni animati per bambini.
Avrebbe perso la vita assieme alla casa.
La certezza della fine lo colpì alla base della coscienza. Il panico lo abbandonò e la mente tornò a oliare gli ingranaggi del raziocinio martellando una sola parola: sopravvivenza.
«Una Porta cerca sempre un essere umano. E per aprirsi, una Porta, deve vedere un viso. Mi sono svegliato stanotte, ho percorso il corridoio pensando a una nuova recluta e ai test da somministrargli, quando mi sono bloccato qui.» batté il piede sul linoleum, «Poi ho digitato il codice sulla parete: 478. La sezione di muro si è aperta, ho preso il comunicatore e vi ho chiamato. Sono rimasto qui, in attesa, per dieci minuti.»
«Sette.»
«Sette?»
«Abbiamo impiegato sette minuti per fare irruzione.» ribadì Rosso.
«Voglio porle un quesito: se io fossi stato tanto sbadato da ignorare il rigonfiamento dell’intonaco e l’odore di ozono tipico delle prime fasi di materializzazione avrei proseguito verso il bagno e…»
«La Porta l’avrebbe presa.» concluse il caposquadra.
«Sta mentendo! Non si ricorda cosa cazzo c’era nella stanza prima dell’arrivo della stronza multicolore.» urlò Verde.
Rosso si sentì toccare il braccio: «Ha ragione Verde, guarda i colori della Porta: saranno più di venti sfumature. Osserva lo spessore degli schizzi e la foggia dell’architrave; ha almeno 6 ore di vita. Prendendo per buona la dichiarazione del dottor Sergi dovrebbe esserci da meno di un’ora.»
«Sii piccola, così si parla! Mi arrapi un casino quando sei scientifica.»
«Piantala Verde.» Rosso si prese alcuni secondi prima di rivolgersi al dottore: «Sa spiegare la sua amnesia?»
«No.» La voce era rotta da singhiozzi. «So cosa significa questo; sono un docente di Esoterismo, ho insegnato a più di cento Epuratori e so cosa significa dimenticare il contenuto della stanza, ma io non ci sono entrato.» La visuale di Alan arrivava a stento alla macchia rossa, la testa era troppo pesante. Tanti sacrifici per essere arso vivo in una casa che lui, ora, sapeva di detestare.
«Perché ho comprata questa casa?»
«Perché sei un coglione snob e ti ci volevi masturbare senza essere spiato da altri. Lo epuro Rosso?» Verde iniziò a pompare liquido infiammabile nella manichetta.
«No. Lo portiamo al contenimento. Giallo fagli indossare una tuta. Colore grigio.»
«Mi rifiuto di indossare il grigio.» disse Alan.
«O così dottore o do luce verde e diventa cibo per i mendicanti.»
«Luce verde a Verde.» La risata sguaiata del piromane fece crollare ogni resistenza da parte di Alan.

«Le cariche sono piazzate e armate.»
«Ottimo lavoro Blu. Giallo hai finito di imbracare il dottor Sergi?»
«Ho quasi finito Rosso. La tuta ha difficoltà a modellarsi sulla sua fisionomia. Sto impostando le misure manualmente.»
«Ci credo. È un tricheco di lardo. Cos’è, troppe ore seduto su quel culo flaccido a insegnare, professore?»
«Verde, dubito saresti mai potuto essere un mio allievo.»
«Perché?»
«Ti sei mai chiesto da dove nasca la tua squadra? Voi rappresentate le parti della Porta. La Porta è cosciente e sente molto più di quanto potrai mai percepire. Tu servi solo per il lavoro sporco; siete ancora a poppare nei centri di accrescimento quando arrivano e vi prendono.» Alan avanzò verso Verde con la tuta che si modellava sul suo corpo come onde agitate nel mare in burrasca. La sua voce risuonava metallica nello scafandro con la stessa tonalità degli altri. «Vi scelgono a caso, lo sapevi? Per un Oracolo, tipo Giallo, spendono milioni e anni di formazione; per un Leader, al pari di Rosso, studiano e somministrano migliaia di test attitudinali prima di lasciargli in mano le sorti di altri professionisti. Per te, invece, usano la lotteria e poi sai cosa fanno? Ti abbrutiscono, tirano fuori il peggio, così quando devi spegnere una vita, tu sbavi e gioisci per il fuoco che hai creato. Mi fai pena, sei persino peggio di Bianco, lui almeno è solo un vuoto da riempire.»
Le braccia di Rosso si serrarono da dietro attorno alle spalle di Verde, impedendogli di arrivare alla gola di Alan.
«Vaffanculo! Conosci il tuo nome? Grigio. G R I G I O. Lo diamo ai condannati a morte quel colore. Sei morto, sei il primo a morire.» Sulla visiera interna di Verde si formarono piccoli schizzi di saliva.
«Verde basta! O ti faccio rapporto. E lei, dottore, un’altra parola e sarò io a ucciderla, responsabilità o meno. Sono stato chiaro?»
Alan annuì. Da fuori, il movimento della testa nell’ampio casco in fibro-plastica era impercettibile.
«Grigio?»
«Sì Rosso, ho capito.»
Rosso lasciò la presa dal compagno di squadra e fece due passi in direzione di Blu. Volse le spalle alla Porta: «Sturatevi bene le orecchie, qui non muore nessuno. Ricacciamo questa schifosa nel suo buco nero e fine dei giochi.»
Applausi e fischi striduli accompagnarono la proclamazione di trionfo.
Alan restò immobile. Rosso mentiva, qualcuno o qualcosa stava per morire. L’esaltazione del quintetto con i loro cori di giubilo lo faceva star male. Si trovava su un’altra frequenza, su una lunghezza d’onda troppo debole per tracciare una linea di demarcazione netta fra loro e lei: la Porta.
Voleva vederla.
Fissò in direzione del Leader e lo oltrepassò come fosse fatto di condensa. Era dedito all’insegnamento da più di 35 anni; aveva visto filmati, scansioni, rappresentazioni 3D e spettrografie di massa eppure, oggi, il giorno in cui stava per perdere tutto, la vedeva per la prima volta.
Era bellissima: gli intarsi visibili riunivano la calligrafia dell’universo, i colori cangianti sulla superficie lignea formavano schizzi che conflagravano in uno sciame di frammenti, in un Big Bang di calore e meraviglia. Gli esplosivi, ai margini della struttura, non le impedivano di mutare e cambiare, irridendo ogni legge fisica e del creato. Era la porta di Maria Stuarda, ascoltava i suoi primi vagiti e gli ultimi respiri, era Alcatraz per Rufus McCain e il confessore del suo assassino, era l’eresia di Akhenaton, il faraone monoteista…
«Alan deve arretrare di alcuni metri, stiamo per far brillare le cariche.»
«Io le conosco, le conosco tutte senza averle mai incontrate.» Palpitazioni convulse presero a pulsargli nella testa.
«Dottore cerchi di calmarsi, la tuta la proteggerà.» La voce di Rosso interruppe il flusso di coscienza.
«E chi mi proteggerà da voi?» Sentì svanire le forze e si appoggiò alla parete urtandola con la spalla.
«Verde, Bianco, allontanatelo.»
«Non capite. La perderò, fermatevi!»
«È tutto ok Grigio sei solo stato imbambolato, adesso stai zitto o ti narcotizzo.» Verde lo trascinò assieme a Bianco lungo la fine del corridoio, su un divanetto nel salone immacolato.
«Bianco resta con lui, anestetizzalo se necessario.»
«Affermativo.»
«Blu hai finito di equalizzare la detonazione?»
«Sì, capo. Vedrà, neanche un calcinaccio arriverà a sporcarle l’attrezzatura.» Blu contò i passi fino alla zona di sicurezza, premette due pulsanti ipodermici e le cariche brillarono. Detonarono a intervalli di tre secondi arricchendo il locale con una gragnola di intonaco, mattoni e legno. Il rumore e l’impatto dell’esplosione era attutito dalle micro-teche di contenimento.
Ma Alan Sergi sentì altro. Sentì le grida.
«Sta soffrendo, ASSASSINI!» Tentò di svitare l’enorme scafandro che gli imponeva la sua claustrofobia.
«Era stato avvertito.» Bianco fece pressione con le dita sulla schiena di Alan. La tuta rilasciò il sonno artificiale e Alan crollò.

La sezione infestata dalla Porta era un omaggio allo scempio. In tre metri quadrati lo sfacelo spiccava sull’ordine di un appartamento costruito con le più moderne tecniche architettoniche, per la salvaguardia dello spazio. I primi a prendere fuoco furono i colori; sublimarono in volute di fumo inglobate nell’aria. Poi l’esplosione divorò il resto come un nugolo di tarli affamati.
«BOOM! Shaka shaka boom,» le braccia e il bacino di Blu presero a muoversi in una danza euforica. «Ve l’ho detto ragazzi, solo un po’ di polvere da toglierci di dosso.»
«Un’epurazione da manuale.» constatò Giallo.
«Bel lavoro.» Rosso diede due pacche sulla spalla della nuova recluta.
«Il primo botto è sempre speciale, stasera ci penso io a te “Celeste”.» Sghignazzò Verde.
Il lieve cigolio prese a diffondersi lento nel corridoio, scandendo una marcia funebre.
Paralizzò Blu, attirò l’attenzione dell’intera squadra e svegliò Alan Sergi.
Proveniva da un moncone di legno che pencolava fra la giuntura della cornice ad angolo e il cardine in ottone annerito dal fumo. Sembrava una pinna caudale amputata in cerca dell’oceano.
«Perché fa tutto quel rumore?»
«Stai calmo Verde, siamo in un edificio con un sistema di ventilazione temporizzato. Sarà tornata la camera originale con il condizionatore acceso.»
«Giallo, nella stanza c’è un altro tipo di vento.» Blu si era avvicinato allo scheletro martoriato della Porta per mostrarne il contenuto: un water con getti autopulenti era incasellato in un ambiente cromo-terapico antidepressivo. Le suppellettili in cristallo, tanto erano trasparenti, davano l’impressione che fosse la casa a sorreggere le diverse creme, forbicine e prodotti per l’igiene personale con la sola forza di volontà.
«Ecco dove stava andando il nostro esimio dottore. Doveva farsi una bella pisciata.» Verde ricacciò la tensione giù nello scarico, riprendendo a ridere.
«Per un attimo ho creduto che la stronza fosse ancora tra noi.» Blu entrò nel bagno scavalcando i resti dell’intelaiatura del loro nemico. «Certo si tratta bene il Formatore eh! Sbaglio o è una doccia di purificazione?»
Alan Sergi vide l’intera scena da lontano, in un graduale scorrere di diapositive in bianco e nero. I colori sulle divise erano spariti rendendo il tutto indefinito: «È vicino allo studio.» sussurrò.
«Lei dovrebbe essere incosciente.» Bianco parlò ad alta voce per convincere se stesso.
«Il bagno…» le parole erano carta vetrata nella gola riarsa di Alan.
«Ragazzi, dovete proprio dirmelo quanto tempo riuscite a respirare dentro questa trappola, mi sembra di inspirare la mia stessa merda dopo dieci minuti che la indosso. Voglio aria vera.» Blu iniziò ad armeggiare con lo scafandro.
«Hai eseguito la scintigrafia sul pezzo sopravvissuto della Porta?» disse il caposquadra.
«Rosso, il dottore si è svegliato e sta tentanto di dire qualcosa.»
Rosso si voltò verso Bianco. Alan Sergi era disteso sul divano e si muoveva.
«Perché sprecare soldi dei cittadini? È riapparsa la stanza originaria.» Le dita di Blu sganciarono gli ultimi supporti e portarono alla luce il viso di un ragazzo dalla carnagione giovane e olivastra. Il sudore incollava una lunga ciocca di capelli neri sulla fronte che finiva a punta verso un naso aquilino in piena attività respiratoria. Era chiaro e distinto il suono del respiro, carico d’energia e soddisfazione per il primo successo professionale da artificiere.
Stava ancora sorridendo quando la Porta lo rapì. A colmare il vuoto lasciato dalla sua figura arrivò il vapore e l’odore salmastro di un mare lontano. Il casco, stretto fino a pochi attimi prima nell’incavo del gomito, cadde a terra a unica testimonianza della presenza di Blu nella casa.
Rosso non aveva assistito alla perdita del suo uomo. La sua attenzione, in quel momento, era rivolta a Grigio; ma riconobbe il suono, il risucchio del rapimento messo in atto dall’essere. Si morse il labbro fino a farlo sanguinare, il corpo fu colto da spasmi. «Perché non hai parlato prima?» Prese il primo calcinaccio a portata di mano e lo scagliò verso Alan, mancandolo. «Fategli indossare l’attrezzatura completa.» La voce, spenta, gracchiava i comandi per l’incursione.
«Andiamo dentro?» Verde abbassò il lanciafiamme a terra.
«Ve l’ho detto, ne usciremo vivi. Mettetegli l’attrezzatura, dobbiamo essere in cinque a entrare.» disse Rosso avvicinandosi a Bianco.
«Rosso aspetta. È una follia. Mi spiace per Blu, ma è lui ad aver fatto la cazzata, perché dovremmo rimetterci noi?» Verde incrociò le braccia al petto. «Mi oppongo alla decisione.»
«In quattro anni di carriera sono sempre uscito da una casa con l’intera squadra. Con me non si creano dispersi.» Rosso continuava a dare le spalle al suo incendiario.
«Ho chiesto una votazione.» ribadì Verde.
«Lo lasceresti morire?»
«Ti prego! Di colpo ti scopri paladino delle cause perse? Lo fai solo perché temi minacce al tuo stato di servizio. Lo sappiamo tutti della promozione in arrivo.»
«Molto bene, siamo un voto a favore e uno contro. Squadra esprimetevi: andiamo a salvare Blu o lo lasciamo al mostro?» Rosso indicò i resti abbrustoliti della Porta.
«A favore.» disse Bianco.
Giallo strinse nelle mani il mazzo di carte Ogiua. Fece scorrere il pollice sul bordo per saggiarne la consistenza. Era la sua arma ed era restia a usarla: «Perderemmo comunque una vita.» guardò Alan. «Contro.» Nel pronunciare quelle cinque lettere sentì le spalle molli e pesanti.
«Pareggio. Decisione presa, sbaracchiamo e filiamocela.» Verde raccolse il lanciafiamme e iniziò a sistemare lo zaino.
«Aspetta, non così in fretta. Anche lui può votare» disse Rosso.
Alan vide i quattro caschi rigonfi puntare nella sua direzione.
«Stai scherzando?»
«Rientra nella procedura, Verde.» Bianco rivolse i palmi delle mani al soffitto, «Grigio deve votare a favore se vuole aderire alla missione di soccorso,» soppesando la mano sinistra, «O contro se vuole abbandonare l’appartamento.» elevando, stavolta, la destra.
“Grigio, grigio, io sarò il Grigio lì dentro.” Il mantra di morte prese a cantilenare nei pensieri di Alan.
«Se voti a favore saresti il primo a sparire se succede un casino, hai studiato la lezioncina dottore o eri troppo impegnato a rovinare altre esistenze?» Il piede di Verde strusciò sul pavimento.
«Alan mi ascolti.» parlò Giallo, ma Alan cercò di immaginarla con la voce di sua madre. «Se dovessimo varcare quella soglia, lei smetterà di essere Alan Sergi e indosserà i panni di Grigio, altrimenti le carte Ogiua non funzioneranno. Inoltre all’interno della Porta ogni colore ha una funzione, lei conosce la sua?»
“Io sarò il Grigio lì dentro”
«Sarei il pedone, il pezzo sacrificabile. Ho paura. Blu è un estraneo, eppure i brividi di freddo che mi attanagliano l’inguine sono nulla rispetto al puro terrore se…»
La mente gli diceva no.
«A favore.»
L’anima gli diceva sì.
«Tre voti a favore, due contrari. Missione di salvataggio approvata.» disse Bianco.
«Dei! Nella casa di un pazzo suicida misericordioso dovevo capitare. Spera di tirare le cuoia dentro quel caos informe perché altrimenti ci penserò io quando ne usciremo.» Verde diede un cazzotto al muro continuando a imprecare sottovoce. «Neanche posso andarmene o mi friggereste il culo. La democrazia fa schifo.» La risata isterica crebbe d’intensità e sovrastò il lento cigolio della Porta per qualche secondo.

Si tenevano tutti per mano, in fila indiana, in procinto di attraversare la Porta. Bianco era il primo, Grigio chiudeva la fila. Un caleidoscopio d’emozioni congiungeva le sorti dell’intera squadra, emozioni che poggiavano la loro esistenza su aspettative e illusioni di un futuro prossimo quanto mai incerto.
Giallo pensava a quanti l’attendevano fino alle prime luci dell’alba, Rosso si convinceva delle scelte intraprese, Verde ribolliva di rabbia e umiliazione, Grigio era ancora intontito dallo stupore della sua votazione.
Bianco ritornava all’addestramento al muro, unico appiglio, unico alleato durante il periodo d’alienazione. Quando riemergeva dallo stato catatonico spesso veniva sfottuto: «Sbavi peggio di un ebete» «Sembri lobotomizzato» e altri epiteti per sminuirlo a semplice buco nero della coscienza, sorretto da gambe. Bianco li capiva, lui si sentiva un privilegiato; affrontava la Porta – il suo contenuto – senza esserne sfiorato. Smarrimento, voci dall’incomprensibile, mondi ignoti divenivano reali solo tramite i racconti postumi dei compagni di squadra.
Per lui c’era solo il muro.
Il muro bianco, con i suoi 47 mattoni. Aveva imparato a riconoscerli, a soppesarli con le loro discrepanze, la loro originalità. Lui contemplava il muro e il muro proiettava immagini, facendo sbocciare un mondo che apparteneva a lui e lui soltanto; e stava per incontrarlo di nuovo.
«Giallo, Bianco è andato?» disse Rosso.
«Si, è partito.» disse Giallo dopo aver scosso vigorosamente il tronco di Bianco.
«Ok, abbiamo il nostro schermo.»
I cinque membri si ammassarono fra i resti dell’impalcatura e finti sanitari in un bugigattolo mascherato da bagno che aveva rapito Blu pochi minuti prima.
«Blu» ripetevano in coro, le voci.
«BLUU!» Gridavano. Non più colore né nome ma connessione fra un mondo morente e un altrove sconosciuto, inesplorato.

Alan vide il mare e sentì vicina questa nuova realtà. Il viaggio, se così si può chiamare, durò la frazione di un battito, ma la portata di tale scoperta lo lasciò svuotato da ogni convinzione.
L’oceano era ovunque.
Era vasto, aggrediva l’orizzonte con l’apatico sciabordio delle onde uscendone vincitore. C’era un cielo? Un sole? Alan vedeva la superficie riflettente dell’acqua ma su cosa poggiassero i suoi piedi o da dove la luce provenisse, lo ignorava.
«È un mondo di specchi, una rifrazione liquida, scruta nell’animo umano…»
Rosso lo interruppe: «Sta zitto Grigio. Parla solo se interpellato.»
Reagendo ai versi umani, dalle acque nacquero mulinelli; quattro di essi crebbero in dimensione e mutarono in geyser. Lo zampillio delle sorgenti formava colonne di schiuma dal diametro sempre più vasto. I confini dei quattro geyser persero di significato nel momento in cui le sorgenti, continuando a espandersi, si incontrarono e si fusero in un unico elemento. Lo scrosciare dell’acqua era incessante e ricopriva le tute dei membri della squadra con una pellicola di condensa. Si trovavano di fronte a un sipario mastodontico in continuo movimento, a una cascata orfana di fiume, a una nuova forma di vita.
Blu uscì dalla cortina acquea con indosso solo epidermide. I capezzoli, i peli e il suo sesso l’avevano abbandonato facendolo assomigliare a un bambolotto di gomma. Il volto però, era identico al ragazzo pieno di aspettative all’interno della casa.
«È Blu.» disse Alan.
«No. Non lo è.» Giallo aveva posto le mani a coppa per proteggere le carte dagli schizzi.
L’acqua primipara si abbandonò al miracolo della nascita e generò un altro Blu dai getti di spuma. Poi un altro e un altro. Al quarto gemello cessò di esistere con la stessa velocità con cui era nata, riportando l’atmosfera a una quiete assoluta.
La Porta parlò: «Lui è Italo Simi.» dissero i Blu indicandosi l’un l’altro. «Noi siamo ciò in cui abitiamo.»
Ora c’erano cinque cloni in tute isolanti, immersi in una realtà difforme, ad affrontare la singolarità negli occhi di ciascun Blu.
Rosso alzò il braccio e strinse a pugno la mano destra: «Restituiscici Blu» ordinò.
«Ti soffoco.» disse Verde.
Alan tacque.
«Istruiscimi su di te.» concluse Giallo. Mescolò il mazzo ed estrasse la carta Ogiua: fra l’indice e il pollice dell’Oracolo l’interno della carta passò da un tenue colore lattiginoso a un verde acceso, poi, come una crisalide priva del suo ospite, si seccò e si disperse in cenere tra il lattice del guanto e la vastità del mare.
Verde gioì a pieni polmoni. Raggiunse Bianco e lo portò a contatto con il Blu più vicino: «Tocca a me. Non me ne frega un cazzo di cosa sei o cosa vuoi, devi lasciarci in pace, devi crepare.»
Parlò alla copia di un Blu, inveì contro la Porta forzandola a piegarsi carponi. Le serrò il collo alieno in una morsa fatale imprimendo rabbia nei polpastrelli. Il Blu boccheggiò alla ricerca di aria, il viso assunse tonalità cianotiche, gli occhi furono gli unici a levare una protesta silenziosa, prima di diventare vitrei.
Gli ansimi di Verde continuarono a espandergli il torace mentre il cadavere veniva trascinato via dalla corrente.
«Odio e violenza nascono in voi dettati da sofferenze indotte dai vostri comportamenti. Siete incoerenti. Vi volete incompleti. Annaffiate rami putrescenti e lasciate seccare gemme che germoglierebbero naturalmente nei vostri desideri, se solo seguiste la felicità.» I tre Blu superstiti si espressero in un’intonazione sincrona: «Perché giudicare un maschio se è attratto dal pene di altri uomini? Italo soffre per i risolini elargiti alla sua figura di spalle nelle docce del reparto di decontaminazione. Quanto dell’inespresso viene percepito? Quanto di ciò che deve essere fatto o detto è ciò che realmente vorreste fare o dire? Qui potete lasciare ogni pregiudizio, qui vige la verità.» La Porta allargò le braccia per stringersi con gli altri Blu: «Fidatevi.»
Rosso alzò nuovamente il braccio: «Restituiscici Blu.»
«Ti soffoco.» disse Verde.
«Istruiscimi su di te.» disse Giallo.
E giallo fu il colore con cui si tinse la seconda carta Ogiua estratta prima di dissolversi. I piedi dell’oracolo solcarono delicatamente la distesa d’acqua in direzione di Bianco: lo trasportò accostandolo alla Porta, sorretto per il torace, mentre lui, ignaro, viveva i suoi sogni.
«Ti avrei risposto anche senza l’imposizione, ve l’ho detto, qui vige la verità.» Uno dei Blu si sciolse dall’abbraccio e continuò a parlare da solo: «Le carte Ogiua provengono dal mio mondo. Erano un dono di pace prima che voi le trasfiguraste in uno strumento di guerra.» Si sedette sui talloni immergendosi nell’acqua fino al bacino: «Il vostro genere maschile può usarle.» concluse La Porta.
«I maschi… gli uomini?» Il sussurro di Giallo era un misto di incredulità e sgomento.
«Potrei dimostrartelo ma me lo impediresti, hai paura di perdere un vantaggio verso la tua razza che ti discrimina in quanto femmina. Chiedilo alla tua regnante. Lei era presente. A lei spiegai la creazione delle carte. Erano i tempi in cui comunicavamo liberamente, senza maschere, o almeno così credevo. Perché mi temono? Qui ogni parola scaturisce dai vostri pensieri, dalla vostra stessa natura.» Il Blu singolo interruppe il monologo e si tuffò sotto la superficie, allontanandosi senza muovere braccia o gambe con i lunghi capelli neri aperti a ventaglio come steli d’inchiostro.
«Mi ricorda le razze.» esordì Alan.
«Zitto Grigio. Ne manca solo uno, poi la stronza si cagherà sotto e ci restituirà Blu, Ogiua o non Ogiua.» disse Rosso.
«Il finocchio Blu.» ridacchiò Verde.
«Giallo. Altra estrazione.»
«Si, Rosso.»
Grigio.
Erano le carte a sancire la fine di Alan.
«Mi dispiace.» disse Giallo.
«Ti lasciamo Grigio se ci consegni Blu.»
“Rosso è un bambino” pensò Alan. Un bambino al parco giochi ai tempi di suo nonno che sta scambiando figurine con uno sconosciuto e lui era la figurina doppione, poteva valere niente per uno ma tanto per l’altro.
Fu sospinto verso la Porta, verso due Blu avvolti uno nelle braccia dell’altro. Rosso, Giallo e Verde si arrestarono al limite sicuro rappresentato dalla figura di Bianco, tolsero il casco al Formatore e lo spinsero via. Gettato in avanti urtò il palmo della Porta venutogli incontro: «Ora ti ricorderai, Alan. Ora sai cosa contiene la stanza. Io posso ridartela. Mi sento solo, in esilio, lasciali qui con me e ti ridarò tutto.»
E Alan ricordò. In cuor suo l’aveva sempre saputo.
Giallo stava per estrarre l’ultima carta. Blu, il vero Blu, era nudo accanto a Verde. Frastornato si copriva il pube, ritornato al suo posto legittimo. Forse l’euforia della vittoria, forse l’impossibilità di concepire che Alan non era un suicida ma un innamorato, li colse tutti in errore. Rosso era distante due metri da Bianco, ad Alan bastava sporgersi in avanti per toccarlo. Afferrò il suo biglietto di ritorno, cinse il braccio sotto l’ascella di Bianco e strinse, strinse forte.
Rivisse i tempi dell’accademia, quando combatteva i colleghi non nelle aule di facoltà a colpi di teorie e casi clinici, ma sul tatami della palestra. Era forte, era tornato giovane per quell’unica proiezione.
Seoi Nage.
Letteralmente significa: “Lancio caricando sul dorso.” Per Alan significava “Sto per riaverti.”
«Ma… cosa?» Rosso lanciò l’allarme, rigido come un cane della prateria. Gli altri membri della squadra fissarono il dottor Sergi eseguire una proiezione di judo.
«L’avevo detto io di farlo fuori.» biascicò Verde.
«NON SVEGLIARLO! Ti supplico ho dei figli.» La preghiera stridula di Giallo si disperse nel nulla.
Videro Bianco planare in aria passando sulla schiena di Grigio, mentre lui ruotava il bacino e scaraventava la loro difesa nello specchio d’acqua.
Bianco riemerse dall’oceano cercando il muro. Mettendo a fuoco i suoi compagni in un luogo diverso dalla sala di contenimento iniziò a urlare.
«Boom! Shaka shaka boom.» disse la Porta.

***

Greta stava ancora tossendo. Era certa di essersi svegliata con il buio della notte e adesso osservava l’alba incoronare un nuovo giorno. Suo marito era seduto accanto a lei, su una sedia vuota fino a qualche secondo prima, e le sorrideva. Quel sorriso era sbocciato così inaspettato da farle quasi dimenticare che stesse morendo. Poi vide l’esercito di pillole sul comodino e la flebo costantemente attaccata alla vena.
«Oh Alan, devo essere impazzita. Devi fermarmi. Sono tornata a essere una bambina piccola. Perché hai alimentato un mio sfizio? Perché hai comprato una casa?»
Alan si alzò dalla sedia e prese a stringerla forte. Indossava una tuta di contenimento bagnata e sporca.
«Ehi che ti prende? Vuoi fare il lavoro sporco al posto della malattia? Su su lasciami respirare, poi perché sei conciato così?»
Ma Alan non la lasciava. Il suo respiro si fece pianto e le inumidì le guance: «Sono andato sul fondo del mare a raccogliere la mia perla.»
«Alan smettila, così fai piangere anche me. È successo qualcosa? Siamo stati contagiati?» Respirava a fatica. «Io volevo solo provare cosa significasse vivere da soli, lontani da tutti. Volevo solo essere diversa, avere uno spazio tutto mio, mai più semplice operaia ma ape regina.»
Alan le baciò gli occhi, le labbra e la guancia umida della sua gioia, prima di parlare: «Farei qualsiasi cosa per te. È tutto a posto. Torna a dormire. Sarai la regina di questa casa per tutto il tempo che ci resta.»
La baciò un’ultima volta e uscì dalla stanza lasciando la porta… aperta.

Copertina di: William Bersani

4 pensieri su “Il salvataggio

  1. Caro Marco,ti confesso la mia poca conoscenza del genere fantascientifico,ma questo racconto mi ha interessata per la sua struttura. I fili del racconto
    sono ben tenuti insieme dai dialoghi e dal succedersi dei colori dei personaggi.
    Importante la porta nella sua funzione simbolica,che appare nitida alla fine.
    Un qualche artificio inventivo,coerente con la descrizione,mi sembra,onirica.Che ne pensi?

    1. Ciao Anna Maria.
      Il fatto che ti sia voluta accostare a un genere lontano dai tuoi interessi pur di leggermi è una cosa che apprezzo molto.
      Il dialogo è la chiave di volta per questo mondo complesso e totalmente inventato. Se avessi sperimentato una narrazione lineare mi sarei perso ancor prima di un ipotetico lettore!
      La porta è una sfaccettatura di simbolismi pari ai colori che sbocciano dalla sua intelaiatura.
      Il richiamo onirico c’è perchè spesso onirico fa rima con inspiegabile e quando ci rivolgiamo a qualcosa d’incomprensibile vogliamo ricondurlo subito sui terreni conosciuti della logica; se ciò non è possibile ci si aggrappa al sogno, ultimo baluardo tra finzione e realtà. Nel racconto volevo si capisse che ogni azione intrapresa nella prigione “onirica” della Porta avesse conseguenze nella vita “reale” dei protagonisti.
      Il salvataggio ha questo titolo perché è stato Alan Sergi a darlo, altrimenti poteva chiamarsi benissimo “I sacrificati”.
      Mi sono un po’ dilungato, ma è la prima domanda che mi viene posta sul blog e mi sono lasciato andare.
      Un abbraccio.

  2. Ciao Marco, questa volta mi sono divertita a leggere, un racconto molto fantasioso e allo stesso tempo contemporaneo per quanto riguarda i rapporti fra le parti, i nomi, fortissimi, cognomi quasi tutti all’italiana…. bella l’idea dei colori, abbigliamento e nome, senza cartellini….
    La porta… chi la varca, chi non la vede, chi ha paura a passare oltre, a mio parere è sempre bello vedere oltre la porta, per tornare in dietro si penserà.
    Buon lavoro.

    1. Ciao Renata,
      Le dinamiche fra individui ricalcano spesso gli stessi copioni, indipendentemente se il luogo si chiama Terra o meno. Apprezzo molto quando un lettore – o lettrice – si appropria dei miei scritti dandogli un senso personale.
      Rifacendomi al post precedente sulla sperimentazione, qui volevo anche creare un dialogo di gruppo convulso.

      A presto.

Rispondi a Renata Marcella Capriz di Cigliè Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *