Vincenzo Senza

Vincenzo Senza

Senti un po’, l’hai visto di recente Vincenzo? Ma tu l’hai capito come fa a campare?
Io manco so se veramente si chiama Vincenzo, come dicono tutti: Vincenzo il barbone, Vincenzo di via dei Quattro Denari, Vincenzo Senza. Eh sì, perché non c’è un nome per chi sta nella sua situazione. O magari esiste e sono io che non lo conosco. Uno che non vede lo chiami ciecato, se non sente è sordo o sordomuto quando nemmeno parla, chi cammina male è uno storpio e via dicendo. Ma tu come lo chiami uno senza braccia e gambe?
Di solito sta vicino alla drogheria di Ernesto e indossa sempre un vestito pulito. Se ne sta appoggiato al muro come se niente fosse, come se fosse giusto. Ma se rimane tutto il giorno lì come fa per i bisogni, con rispetto parlando? Deve prendersi il coso per pisciare, no? O se la fa seduto come le femmine, almeno abbassarsi i calzoni. Io se passo in via dei Quattro Denari me le pongo sempre queste questioni. Mi vengono i pensieri brutti, mi immagino senza un braccio, anche quello inutile, il braccio del diavolo, e già sento il cuore che mi batte forte. Mi devo concentrare su altro, ad esempio gli occhi marroni di Teresina, per farmi passare quella sensazione.
Ecco perché mi fa paura Vincenzo e quando cammino per via dei Quattro Denari passo sempre dall’altro lato della strada. Mi fermo davanti a lui, osservo per minuti e ore la gente che lo scavalca, schifandolo. Chi lo calcia, chi lo insulta, qualcuno gli sputa anche in faccia. Non li posso criticare, lo schifo anche io, per quello resto lontano. Uno che sta per strada dev’essere sicuramente sporco anche se non si vede. A me vuol fregare perché porta sempre la cravatta rossa, sono sveglio io! Mica sarà sempre poggiato, chissà che malattie si busca quando casca a faccia avanti in terra. E chissà perché è mutilato, magari ha una malattia che si attacca. Però, anche se lo schifo, un po’ sento che gli voglio bene a Vincenzo Senza. A distanza, ma ci soffro quando lo trattano male. Penso che è un’infamità e qualche volta lo dico pure, perché è giusto, ma a bassa voce per evitare i portaguai. Mi fa rabbia perché Vincenzo Senza fa le magie e non solo perché si prende il coso senza mani.
Spesso sorride e canta.
Che già sorridere nella sua condizione per me è un incantesimo gigantesco, ma che ne so, magari è solo matto. La cosa importante è che canta! O meglio non è che canta proprio, perché pure zio Oreste dice che lo fa e a Natale tutti i parenti gli chiedono di farci sentire qualcosa, ma zio Oreste quando comincia conto i minuti sperando che si azzitta. Vincenzo è un’altra cosa. Se è nuvoloso fa uscire il sole con la voce che ha. Io non so come si dice una cosa così bella, è che lo devi proprio sentire oppure non si può immaginare. Quando fa le canzonette allegre ti viene da saltare e da battere le mani, tutti – anche quelli che lo insultano – hanno gli occhi che ridono, ti aspetti che da un momento all’altro scende Gesù Cristo in persona per ascoltarlo da vicino. Se poi canta qualcosa di triste, sento sciogliere qualcosa dentro di me e mi fa venire nostalgia. Penso a mamma, a Franchetto che se n’è andato a Milano e ovviamente a Teresina. Viene voglia di abbracciare tutti quelli a cui tieni e anche gli altri. C’è stato un giorno in cui è stato tanto bravo, cantava qualcosa di antico, si capiva dalla melodia. Io non è che lo dico tanto per dire, ma giuro che tutti si sono abbracciati, pure i maschi coi maschi. Mai vista, anzi sentita, una cosa del genere. I giovanotti che passavano si stringevano le ragazzine uscite dal collegio e dopo, quando la voce di Vincenzo Senza si fermò per riprendere fiato, se ne andarono assieme a fare all’amore giù al fiume. Che poi se ce l’avessi io quel dono, farei i miliardi nei cabaret, arriverei pure a Parigi. Anche se non avrei mani e piedi, sarei ricchissimo. Chissà perché lui preferiva starsene buttato come un oggetto in quella viaccia schifosa di quartiere, dove passano solo gli squattrinati.
Altre volte racconta storielle e barzellette, divertentissime, da pisciarsi sotto, con rispetto parlando. Giù a carabinieri, italiani, francesi e tedeschi con un solo paracadute oppure chiede come si chiama l’idraulico cinese e il meccanico tedesco. Detto così non sembra un granché, ma io non le so raccontare, manco quelle facili. Rideva Ernesto quando si affacciava dal negozio, ma con lui è semplice, sghignazza sempre. Si spanciava pure Egidio il musone, che sembrava si doveva sentir male, piegato in due. Anche i violenti, mentre lo picchiavano ridevano. Risate grasse, secche, genuine, maliziose, ahahah uhuhu, ma continue. Dovevi scappare lontano per riprendere un po’ di fiato. Ma c’era altro, ancora più incredibile, e pure se è difficile devi credermi! Rideva anche il barboncino della signora Adelaide e il gatto nero randagio, quello che di solito fruga tra la spazzatura vicino alla trattoria Rugantino. Ma di più, te lo giuro! Mi è volata una mosca davanti agli occhi e rideva pure lei!
Oppure quando Vincenzo raccontava, sembrava esser stato dappertutto! L’Indocina, il Guatemala, la Rodesia! Dopo che lo ascolti ti sembra di esserci stato pure tu, ti riecheggia negli orecchi il soffio del vento che smuove granelli di sabbia nel deserto; respiri il dolce profumo delle piante carnivore, dai colori vividi e talmente grandi che potrebbero divorare un uomo in tre secondi; percepisci sulle mani il legno ruvido degli alberi della gomma. Per non parlare degli animali poi! Giaguari e licaoni, barracuda e caimani, tutti li conosceva, meglio dei libri di scuola! Rimanevo incantato mentre parlava di terre sconosciute e misteriose, di popoli dalle usanze stravaganti e di fiumi mai sentiti prima. Anche quelli che lo deridevano, mentre gli sputavano in faccia, lo sentivano interessati.
Come faceva Vincenzino Senza a tornare a casa non riuscivo proprio a immaginarlo. Mio cugino Fernando dice che la sera passa Suor Caterina a prenderlo. Suor Caterina è giovane ma è più brutta di mia nonna, ha gli occhi storti, il naso con tre gobbe, un viso pieno di peli ispidi e le gambe grosse. Forse per quello ha preso il velo, non ha il comportamento delle suore, sempre acide e pronte a trovare scuse per bacchettarti sulle mani o sulle chiappe, con rispetto parlando. Suor Caterina è dolce e quando mi vede mi regala sempre una caramella all’anice. Secondo Fernando lei se lo porta a casa Vincenzo e lo usa come amante. Lo sbatte, sempre con rispetto parlando, per tutta la notte e lui poverino è costretto perché quando non ce la fa più gli fa bere un intruglio che glielo drizza ancora. Poi all’alba lo lava, lo veste e lo riporta a via dei Quattro Denari. Io non ci credo tanto a questa storia perché mio cugino è famoso per cantar palle però sarei contento di sapere che quel poveraccio ha un posto dove passare la notte e una femmina con cui far l’amore, pure se brutta come suor Caterina.
Qualcun altro, Goffredo mi pare, giura di averlo visto strisciare sulla strada, veloce come una lucertola e agile come una biscia, allontanandosi in un lampo verso la chiesa. A me farebbe schifo strusciarmi per terra e forse ho ragione a stargli lontano. Augusto invece mi ha detto che un amico suo gli ha detto che a una certa ora passa un cane, lo prende per il colletto della camicia e lo porta via, non si sa dove. Ignoravo come tornava a casa ed ero tanto curioso: pensavo alla suora e al cane e certe volte non ci dormivo per scegliere quale situazione era meglio per Vincenzo Senza.
Qualche tempo fa, prima di natale, perché mi ricordo che faceva freddo e mi battevano i denti, papà mi disse che aveva trovato un lavoro e la notte avrei dormito da solo. Era la mia occasione, se mi beccava mentre uscivo col buio ci pigliavo tante botte che il giorno dopo non mi potevo nemmeno sedere. Per una volta potevo fare come mi pareva e così, aspettato che usciva mio padre, corsi verso via dei Quattro Denari. Vincenzo era ancora lì, da solo: i negozi erano chiusi e tutti con quel freddo preferivano starsene al calduccio che in sua compagnia. Non c’erano nemmeno quei cafoni che lo umiliavano sempre. Già faceva pena così, ma immaginati come mi sono sentito quando ho visto che faceva! Non cantava, non recitava barzellette e nemmeno raccontava aneddoti, anche perché non c’era nessuno, a chi parlava? No, stava piangendo come un disperato. Le lacrime gli rigavano le guance e gli occhi, che avevo sempre visto pieni di vita, erano arrossati e spenti. Mi fermai al solito posto, dall’altra parte della strada.
“Vieni qui, ti prego!” mi disse. Quelle parole, nel buio della città vuota arrivarono forti anche se lui aveva appena sussurrato.
“Perché?” presi tempo. Ero davvero incerto, da una parte volevo parlare con lui e chiedergli tante cose, dall’altra lo schifavo perché stava in terra e per le malattie. E se era vero che strisciava? Quanta zozzura aveva addosso?
“Devo parlarti ma faccio fatica da così lontano. Lo so che ti disgusto – sospirò – ma sei un bravo ragazzo, non mi picchi e non sputi come gli altri. Ti fermi ad ascoltare le canzoni, i racconti e le barzellette. Forse pensi che io sia un essere umano, dopotutto”.
Il problema non me l’ero mai posto, a dire il vero. Però se da una parte mi faceva schifo per lo sporco e le malattie, dall’altra mi ci ero affezionato. Forse aveva ragione. Avanzai qualche passo e lo studiai, tanto non passavano automobili a quell’ora. Sembrava pulito, io sapevo che stava lì dalla mattina ma pareva uscito da qualche minuto, appena lavato e sbarbato. Mi avvicinai.
Le sue labbra si allargarono in un fantasma di sorriso ma non smise di frignare. Quei singhiozzi, devo essere onesto, facevano male al cuore. “Ti hanno menato?”
Scosse la testa e quindi mi fissò. Da vicino i suoi occhi erano di un azzurro ancora più intenso, anche se annacquato dalle lacrime. “Piango per te, amico. So che dopo stanotte non ci vedremo più”.
Mi chiesi se oltre alle braccia e alle gambe a Vincenzo Senza mancava qualcosa pure nella testa, magari era scemo nel cervello. Ma mi sembrò inverosimile, ragionava sempre bene. “Ma no, ora che ti ho parlato passerò più spesso a farti compagnia! E magari calcio i deficienti che ti umiliano!”
Lui abbassò lo sguardo e diventò ancora più triste. Ma possibile che con tutti i problemi suoi, lui piangeva veramente per me? Nessuno lo aveva mai fatto, manco la povera mamma. “Se dici così, sarà anche peggio”.
“Perché sei mutilato?” gli chiesi, giusto per cambiare argomento. Era difficile peggiorare il suo umore, tanto valeva soddisfare le mie curiosità.
“È successo in guerra, tanti anni fa”.
“In quale guerra?”
“Conta? Ovunque ci giriamo c’è una guerra, in ogni angolo e in ogni vicolo, caro mio. Anche adesso!”
Dovevo ripensarci a quella frase, non l’avevo capita. Ma ero contento perché per la prima volta qualcuno mi parlava così, in confidenza. Uno saggio, era evidente, mica uno qualunque.
“Una volta ero un ballerino di flamenco, ho girato il mondo grazie alla mia abilità. Le donne mi si gettavano ai piedi, ognuna voleva giacere con me. Sono stati tredici anni intensissimi, e ora posso solo vivere del ricordo di quei giorni meravigliosi e delle avventure che ho vissuto!”
Ero stupefatto: prima viveva grazie alle gambe e alle mani! E chi se lo sarebbe aspettato da Vincenzo Senza?
“Come campi ora? Nessuno ti dà niente qui per strada, ce l’hai un tetto per la notte? Però sei sincero, non mi dire bugie, sarò zitto come un pesce!”. Pensavo alla suora, magari aveva pudore di raccontarmi. Ma mi spiazzò ancora.
“Per me è impossibile risponderti, dovrei saperlo io per poterlo fare!” pianse il pover’uomo.
“Scusa ma per i bisogni come fai, con rispetto parlando?” Mi fidavo ma volevo capire.
“È incredibile quello che mi succede. Se te lo racconto mi giuri di crederci?”
Misi le mani in bella mostra per dimostrargli che non incrociassi le dita. “Giuro, mi casca addosso un fulmine se tradisco!”
“Ogni volta che mi addormento, mi risveglio qui, lavato, la barba fatta, indossando abiti diversi e puliti. Sento la pancia piena come se tornassi da un pranzo di matrimonio ma dopo essermi liberato delle mie necessità. Ho dimenticato l’ultima volta che ho messo davvero il cibo in bocca, capisci? Ricordo appena qualche sapore: la carne arrosto, l’insalata, i pomodori. Il resto l’ho perduto” mi confessò singhiozzando.
Ci pensai un bel po’ prima di rispondere, volevo essere sicuro di aver capito bene. Sembrava assurdo ma avevo giurato. E poi erano incredibili tutte le altre cose che avevo visto quando c’era lui attorno, forse era veramente magico. “Quindi te campi con niente! Ma è fantastico, nel tuo stato eri morto da tempo senza questa magia”.
“Beato te che sei sicuro sia un bene questa assurdità!”alzò le spalle. D’altronde poteva fare solo quello e poco altro, oltre a parlare.
“Ti credo!” gli dissi per farlo contento ma quello continuava a piangere e io avevo finito le poche parole che conoscevo per consolarlo. “Ti tornerò a trovare, promesso!” aggiunsi sempre con le dita in bella mostra.
Lui si limitò a scuotere la testa. Io tornai di corsa a casa, avevo già rischiato abbastanza, ma ne era valsa la pena: mi ero fatto un nuovo amico.
L’indomani mi svegliai in una giornata grigia e piovosa. Mi preoccupai subito per Vincenzino Senza, magari si stava buscando tutta la pioggia e io gli avrei portato un ombrello cosi si poteva riparare. Poi però pensai che era fastidioso uscire perché non mi volevo bagnare e che era uno furbo lui, mica era la prima volta che c’era tempaccio, sapeva come proteggersi. Il giorno successivo papà mi affidò delle commissioni e mi hanno occupato tutto il tempo. Quello dopo ancora non ricordo, ma ci sarà stato qualche altro impiccio. Insomma, vuoi che non vuoi io in via dei Quattro Denari non ci sono più passato. Avrei voluto tanto, ma c’è sempre da fare. Lui aveva torto, domani magari no, ma vedrai che prima o poi ci ritorno laggiù. Ho pure trovato un bastone per scacciare i fetenti che lo torturano.
Per quello ti chiedevo, ma l’hai visto di recente Vincenzo?

Immagine presa da Pixabay

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