Tutti noi vorremmo uccidere Golia

Tutti noi vorremmo uccidere Golia #2

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“Candyland, hai presente? Ah Ah”.
Livio si teneva il cellulare sull’orecchio come da piccolo faceva con le conchiglie per ascoltare la voce dei paguri.
“Candyland, ci sei?” stava blaterando il paguro “bene, penso dovresti farci un articolo”.
“Io non scrivo articoli” obiettò Livio debolmente, passandosi la mano sulla fronte. Al posto di sua moglie le lenzuola sgualcite dalla notte. Forse Ornella era nel bagno.
“Invece dovresti. Sarebbe perfettamente in linea con il tuo precedente post che ha suscitato tanto interesse”.
“Ma di cosa diavolo parli?” chiese alzandosi e brancolando verso il corridoio. La vestaglia di sua moglie giaceva aperta sulla sedia. Aveva tutto l’aspetto dell’indumento di una donna che l’aveva tradito. Si chiese se la sera prima l’avesse picchiata.
“Ornella?” chiamò dietro la porta del bagno.
“Hai già bevuto a quest’ora?” gli chiese il paguro da dentro la conchiglia. “Fatti una doccia, vecchio mio, e dai una scorsa alle news della polizia locale, questa è troppo bella per non farci qualche ricamo. Svaligiare Candyland, ma a quale matto può venire in mente?”
Si trattava della caramelleria vicino alle Piazze. “Ce le hai presente le tipe?” gli chiese il paguro. In effetti c’era qualcosa nelle ragazze delle casse, nei loro petti soffici sotto le camicette color carta da zucchero, nelle bocche fragola e lampone, gli chignon neri e lucidi con un inserto rosso come un frutto spaccato a metà, nel profumo stesso che tutte si mettevano, da cheesecake rimasta un po’ troppo nel forno che ti urge liberare dallo stampo, spolverare di zucchero e subito assaggiare con la punta della lingua, insomma, c’era qualcosa di profondamente tentatorio in quel negozio. E la quantità di caramelle in colonne trasparenti che arrivavano fino al soffitto, accessibili attraverso buchi dove chiunque poteva infilare la mano e sentirla compressa da ogni lato da caramelle dure, gommose, flaccide, appiccicose, scivolose, ruvide di cristalli frizzanti, viola, blu, giallo fluo, a forme di cuore e orsetto, o più suggestive di qualcosa di anatomico – dita, bocche, lingue! –. Tale abbondanza produceva in chiunque una certa ebbrezza da trasgressione impunita. Affondare la paletta nelle vasche rischiava di diventare un’esperienza orgasmica. Una pornocaramelleria, era questo che il paguro stava dicendo, e Livio, nonostante il mal di testa, si rese conto di essere d’accordo. Ci aveva portato i ragazzi una volta, ed erano usciti tutti e tre stranamente felici.
“Dieci a uno che è stato un minore” disse il paguro.
A sentire ciò Livio ebbe un flash così forte che si dovette appoggiare allo stipite della porta e quando Ornella uscì dal bagno non ebbe la forza di dirle nemmeno una parola.

Il paguro pretendeva un post entro il pomeriggio, voleva rilanciare il blog per sondare un nuovo margine argomentativo. “Basta coi romanzi intimisti, basta con la nicchia che non ti legge nessuno” gli scappò detto ma Livio era troppo preso a visionare le immagini postate sul sito della polizia locale per dargli retta. Nelle foto non si vedeva niente, salvo le colonne di plexiglas rovesciate sul pavimento, il Colosseo di orsetti gommosi sfasciato a colpi di paletta e strisce iridate di zuccheri sintetici sul pavimento. Guardò preoccupato le impronte del ladruncolo, sembravano scarpe da ginnastica nemmeno tanto grandi. Di sicuro la polizia ora stava visionando i video delle telecamere a circuito chiuso.
“Lo scrivo, lo scrivo” urlò e il paguro riattaccò soddisfatto.

Ornella, intanto, piangeva di là nella cucina. Quella era l’unica stanza della casa che sentisse veramente sua, era un po’ il suo laboratorio: tutto quello che aveva cresciuto i suoi ragazzi e pasciuto suo marito era uscito da lì. In cucina erano stati sistemati i seggioloni e lo sdraietto di Matteo che sonnecchiava quando lei lavava i piatti. In cucina erano stati scaldati i pentolini di camomilla e riempite le borse di acqua calda, stappata la bottiglia di Dom Perignon quando Livio aveva firmato il primo contratto editoriale. In quell’occasione Ornella aveva cucinato per le loro due famiglie riunite, i grandi in soggiorno con le cognate che si passavano cortesemente i vassoi di tartine di tofu e i bimbi in cucina coi piattini di carta e i bicchieri colorati. Ornella si era seduta più volte con questi ultimi e si era fatta passare la coca-cola. Aveva ruttato e i bambini avevano applaudito.
Ora seduta sulla stessa sedia si osservava piangere nei forni a colonna e si trovava improvvisamente diversa: la faccia gonfia, la schiena infagottata nel maglione, le gambe appollaiate sulla tramezza di legno. Non era più la ragazzina che faceva la spola a piedi scalzi fra il soggiorno e la cucina attenta a non scompaginare l’impiattamento delle tartine. Non era neanche più la donna che girava la crema tiramisù canticchiando fra sé. Era invecchiata in una notte. E suo marito in tutto questo? Scriveva.

Scriveva una seconda apologia. In questo nuovo post si votò al suicidio con un impeto degno di Socrate. Ammise che era tutta colpa sua se Matteo era un bambino indisciplinato. Quando, alla materna, aveva chiuso la suora nello sgabuzzino, lui l’aveva forse sculacciato? Gli aveva solo chiesto se era certo di aver agito per bene. Matteo, nel suo grembiulino azzurro, aveva ammesso di no, e aveva allungato la manina verso la madre superiora, tutta concentrata a sfogliare l’agenda per trovare il numero dell’idraulico. La chiave era stata buttata nel water, Livio lo confessò pubblicamente e ricordò di aver pensato della madre che fosse eccessivamente permalosa. Abbastanza accalorato continuò ad autoflagellarsi. L’aveva mai ripreso per la media da encefalogramma piatto? Gli aveva sempre detto: l’importante è la salute, e anche fare qualcosa che piace. Per individuare quello che gli piaceva l’aveva iscritto a percussioni, arte e immagine dipingiamo il mondo, corso di ascolto di favole in pillole – il finale era a discrezione del genitore –, filodrammatica, karate, scuola di pasticceria per bambini. Matteo aveva imparato a fare nel forno ad acqua degli ottimi bignè ma si era arenato sulle mousse, aveva detto che i finali di suo padre erano noiosissimi, il kimono da sfigati e non aveva mai portato a casa né un attestato né una medaglia né una cintura colorata. Quando era nervoso si grattava con fare accusatorio la cicatrice del suo sesto dito. Livio ammise tutto ora che suo figlio era diventato un ladro. Si autoflagellò con sadismo per tutte le punizioni che non aveva inflitto e si purgò fino in fondo: se lui è cattivo è colpa mia perché non sono un padre in grado di amarlo. Dopo aver riletto, imprecò che in casa non fosse rimasto un goccio di liquore a parte l’Alchermes nello stipetto della cucina, e postò direttamente, senza far leggere al paguro. Fatto, pensò, ora suo figlio era completamente riabilitato.
Ornella con gli occhi pesti – ma allora l’aveva picchiata? – si affacciò nello studio per avvisarlo che Matteo era già rientrato da scuola. “Non ci è mai arrivato” disse Livio.
Ornella sembrò glissare e disse solo: “Si sente male”. Livio annuì e si voltò verso il monitor, non avrebbe retto a guardare lo zucchero sulla bocca del bambino e la sua espressione nauseata; tutta quella violenza contro cose che avevano l’unica colpa di essere buone. Guardò riflessa nel vetro della finestra la zazzera fulva che si innalzava come una palizzata sulla fronte pallida. Nello stesso istante in cui la testa spariva dalla finestra insieme a un conato di vomito, ebbe una stretta al colon, come se una mano gli stesse strizzando le budella, e si mise freneticamente a trafficare col mouse. Possibile che avesse postato quelle assurdità? Cristo, aveva praticamente scritto che era stato Matteo a svaligiare Candyland. Quando riconosci le sue impronte sulla perduta via, quando senti che i suoi piedi sono corsi frettolosamente verso il male. Avrebbe dovuto coprirlo, dare una mancetta alla polizia.
quando è tuo il figlio che stanno cercando.
mandarlo all’estero per un po’.
È ora di fare un passo avanti e di scudarlo col tuo corpo perché tu hai sbagliato per primo.
Ah Gesù l’aveva rovinato. Era rovinato. Lo erano tutti.
“La vuoi smettere, per un attimo?” strillò Ornella “perché fai finta di essere uno scrittore se dell’ultimo libro non hai venduto più di seicento copie? Cinquecento delle quali comprate da te” affondò con una certa crudeltà.

L’ingenuità di avere il conto in comune, Ornella ricordava perfettamente cosa aveva cucinato la sera che aveva scoperto il bonifico alla Ceda Editrice: spaghetti ai ricci di mare. Un calice di prosecco – due, perché lui si era scolato anche quello della moglie – e Livio si era addormentato serenamente davanti alla televisione. Lei l’aveva baciato sulla fronte, come faceva coi figli. Ora gli mostrò il palmo della mano, dove uno degli aculei dei ricci era penetrato provocando una piccola suppurazione. Lui aveva arroventato un ago sul gas e glielo aveva tolto. “Se me lo dicevi prima” aveva detto seduto sul bordo della vasca da bagno, e lei si era sentita fiera di essere una donna che non dice mai niente, soprattutto al marito di essere uno scrittore fallito. Oramai non si vedeva più nulla. A quel pensiero ricominciò a piangere. Le lacrime avevano preso a uscirle con una facilità allarmante.
Il marito l’afferrò per le spalle e la scosse più forte di quanto non volesse nel tentativo di intercettare il suo sguardo. Quello era un giorno epocale, pensò una parte remota della sua mente, quello in cui scopro che oltre ad avere un figlio ladro ho una moglie pazza. Ornella fece per schermirsi e lui strinse più forte le spalle del golf premendola contro il suo petto come a sedare una crisi isterica.
“Da quanto tempo non stiamo così vicini?” le chiese con voce bassa, arrabbiata, affatto giusta per il blog. Ornella rispose con un singhiozzo. Forse sperava che Livio l’abbracciasse e dicesse qualcosa di lieve per arrestare lo sbriciolamento che sentiva. Ma un guizzo nel monitor li distolse da loro stessi: era arrivato il primo commento al post.
Cattivone. Mi costringi a punirti. Preparati.

Livio lasciò andare i polsi di Ornella e riuscì a dire incredulo: “Ma come hai fatto…” prima di beccarsi una pizza in piena faccia, mollata a casaccio, più che altro sul naso che cominciò subito a pizzicare. Fin da piccolo, bastava toccarglielo, che si scatenava una tempesta di lacrime. Ora infatti sembrava piangesse, mentre frugava nervosamente nel cassetto alla ricerca di un fazzolettino. Ornella con la mano goffamente sospesa in un punto indefinito dello spazio – d’altra parte non l’aveva mai usata se non per contatti carezzevoli – con l’altra si frugò nel tascone della traversa dove cacciava tutto quanto raccattava fuori posto e ne trasse un calzino di Matteo che porse al marito. Livio lo prese non sapendo bene cosa farci, ma soprattutto cosa dovesse dire. Chiedere il perché dello schiaffo sarebbe stata una buona idea. Dunque si sforzò, ma gli uscì solo: “Stronza”.
“Cosa?” fece Ornella, il monitor alle spalle del marito che cominciava di nuovo a polarizzarla. Provò a concentrarsi sui rapporti sessuali in contesti schizofrenici che aveva visto al cinema e sul vitino 38 dell’amica francese. Non capiva perché stesse alimentando una parte di sé che fino al giorno prima non sapeva neppure di avere e perché invece di accanirsi sul marito non soccorresse piuttosto il figlio, accasciato contro lo stipite della porta. Proprio la situazione di quest’ultimo fornì a Livio un diversivo; non era mai riuscito a sostenere lunghe discussioni, senza scivolare sull’emotivo ridicolmente incapace di esprimere i propri pensieri. La parolaccia era stata la prima avvisaglia di questa involuzione. Prevedibile la rappresaglia di Ornella: “Non ti mancano le parole quando presenti i tuoi libri, vero?” Ogni vero gli era sempre suonato come una sciabolata sul petto. In simili situazioni reagiva generalmente menando colpi sotto la cintura. Puntò allora il dito verso Matteo, un indice di dieci tonnellate, e disse: “Gli hai chiesto dov’è stato?”
Matteo neanche sobbalzò ma continuò nelle sue contorsioni. Abituato com’è all’impunità, pensò Livio in preda alla rabbia. “Chiedi a tuo figlio cosa fa quando fa sega a scuola” disse in tono più alto “neppure lo sai chi è questo tuo gioiello di figlio”.
“Papà” disse Matteo.
“Zitto, tu!”.
“Forse assomiglia a suo padre” s’arrischiò a dire Ornella. Il colpo di Livio le era arrivato e il pallone aerostatico del furore aveva cominciato ad afflosciarsi. Invece di pensare all’amica pensò a se stessa nel forno a colonna.
“Mamma”.
“Zitto, amore. Livio. Dimmi solo chi è lei”. E indicò il post.
“Dimmelo tu chi è”. Quello con cui hai passato la notte, ma questo non lo aggiunse “E, tu, raddrizzati, ne hai mangiate così tante che ti escono dagli occhi?”
“Non parlare di mangiare”.
“Ah no? Tutte quelle gelee, gli orsetti gommosi, marschmellow, rotelle, bruchi, ciucciotti frizzanti, happy cola, le frubidu, i puffi, le pesche…” Livio pensò che avrebbe continuato all’infinito pur di non dover arrivare al punto. “Le banane, le rossana”.
Finalmente la mattonella di grassi saturi abbandonò lo stomaco di Golia e andò a prendere possesso di una porzione di pavimento.
“Sembra un blob” gemette il bambino. Ornella pianse di nuovo.

“E se lo uccido?”
“Una soluzione drastica. Io proverei col dialogo”.
“Non è il tipo. E poi è complicato”.
“Un menagramo?”
“…”
“Un portasfiga, come dite voi ragazzi”.
“Ce le ho già le mie di sfighe. Comunque lo uccido senza dolore, giuro”.
“Chi è che soffrirebbe? Tu o lui?”
“…”
“Hai pensato a come fare? A come lo potresti uccidere”.
“Con i funghi, so riconoscere quelli velenosi, me l’ha insegnato mio nonno”.
“Dolorosetto. Hai giurato”.
“Allora lo ingozzo di dolciumi fino a che gli faccio venire il diabete, si può fare? Sarebbe una morte dolce”.
“Sarebbe un po’ lungo, mi sembra di capire che hai una certa urgenza. Non puoi dimenticarlo da qualche parte? In una strada che non conosce, così non riesce più a trovarti”.
“Seee! Mica è un coglione. Mi scusi. Stupido”.
Il dottore rise e si mise le mani nelle tasche, non portava nessun camice e questo non era un buon segno.
“Ci hanno separato alla nascita, e l’intelligenza se l’è presa lui”.
“Già, me l’hai detto. E senti, ora ti chiedo uno sforzo. Cerca di spiegarmi. Mi prende questa storia, ma mi chiedevo: a cosa ti serve Golia?”
“Leggevo un fumetto…”
“Me l’hai detto, è saltato fuori mentre leggevi. Ma secondo te, perché? A volte siamo noi a fare accadere le cose”.
“…”
“Perché piangi?”
“…”
“Non avere paura. Mi piacciono i bambini, li adoro, qualche volta sono veramente strampalati”.
“Più strampalati di noi?”
“Eh? Tu e tuo fratello gemello siete due principianti. Ho un paziente che si è rotto un braccio perché è saltato dal balcone e sua madre si è scordata di lanciargli i componenti”.
Matteo si asciugò il naso con la manica della felpa e il dottore sorrise. La faccenda della pornocaramelleria era troppo divertente. Il padre là fuori non la smetteva più di farneticare.
“Ti hanno mandato qui dal pronto soccorso. Han detto che stai benone, e che hai solo avuto una reazione a qualcosa che hai mangiato”.
“Il tiramisù” rispose Matteo storcendo la faccia.
“Quindi la mamma non è una gran cuoca. Ma il problema è che avete fatto un po’ di caciara, voi tre. Tu hai preso e te ne andavi per conto tuo, con la flebo attaccata e tutto il resto. Tuo padre che ti correva dietro, tua madre che piangeva. Dove te ne volevi andare? O forse dovrei chiederlo a Golia”.
“Quello ero io che non sopportavo più mio papà”.
“Perché, Matteo?”
“Perché continuava a dire alla mamma che avevo rubato. Sono innocente, lei mi crede? Una volta ho preso un ghiacciolo senza pagarlo, per una scommessa, ma metà l’ho sputato, e l’altro mezzo si è sciolto, quindi non vale. Non sono un ladro”.
“Anche Golia?”
“Gliel’ho detto che è uno sveglio. Quelli come lui le sanno certe cose. Che ci sono le telecamere, intendo. E poi non pesterebbe mai tutte quelle buone caramelle”.
Il dottore si chinò a guardargli le suole delle scarpe “Tutto a posto qui in basso, infatti” disse tranquillamente “Ho dato un’occhiata alle notizie siccome mi piacciono molto gli orsetti gommosi” continuò “e sul sito dell’ansa ho letto che hanno fermato il fidanzato geloso di una delle commesse. Tu e Golia mi sembrate un po’ troppo giovani per fidanzarvi”.
“Glielo dica a mio papà”.
“E si è inventato tutto?”
“Gliel’ho detto che è pazzo, perché non mette lui su questo lettino? Adesso cosa fa, mi lega?”
“Sento le pulsazioni perché sei agitatissimo. Dicevo che magari potevi, potevate tu e Golia, aver detto qualcosa che avesse particolarmente preoccupato tuo padre. Anche solo qualcosa da grandi, non lo so, dei commenti sulle commesse? Son così belle con quei seni che sembrano palloncini…”
“…”
“E tuo padre improvvisamente si è accorto che non sarai il suo bambino per sempre. Che tra un po’ il Matteo che conosce non esisterà più”.
“…”
“E tua madre? Anche lei era preoccupata?”
“A lei interessava solo dell’altra donna di papà”.
“Quindi ci sono dei problemi fra i tuoi genitori”.
“Chi è quella che ti scrive? Dove sei stata stanotte? Ti compri i libri da solo… è una normale operazione di auto… ma che ne so, io ero lì che vomitavo. E poi hanno detto che sono svenuto, ma mica era vero, Golia mi aveva detto buttati un po’ giù sennò quei due non ti cagano… E mi han preso uno da una parte e una dall’altra e han detto Gesù quanto pesa. Ma dico io, faccio la quarta elementare. Secondo lei sono grasso? Ma forse era perché mio papà diceva alla mamma che ero pieno zeppo di caramelle”.
“Adesso stai tranquillo qui che io parlo un po’ con i tuoi”.
“Che ho pianto non glielo dica”.
“Gli dirò che sei un bravo ragazzo” disse il dottore dandogli un buffetto sulla nuca “con dei bei capelli”.
“Quelli sono i capelli di Golia”.
“Già. Stanno sulla tua testa però”.
“Dottore, lei non è il mio vero padre separato alla nascita?”

“Andiamo?” Livio aveva un lembo della camicia fuori dalla cintura e la barba che cominciava a vedersi. Buttò nel cestino il bicchierino del caffè e guardò la moglie con la rassegnazione del parente di una vittima. Gli sembrava che fossero sospesi nell’attesa, lui e tutte le persone della sala.
“Il giovanotto vuole vederci”.
Ornella alzò gli occhi “E’ un dottore giovane, vuol mica dire.” rispose.
“Se mi devono dare una cattiva notizia, preferisco siano più vecchi di me.” Si avviarono verso l’ascensore senza guardarsi “Saggi. Dio non te lo immagini vecchio?”
“Non lo penso mai” rispose Ornella ricordando con vago senso di colpa che erano diverse domeniche che non portava i bambini in chiesa e che per stanchezza rinunciava alle preghierine della sera. Solo, prima di crollare sul cuscino ripeteva qualcosa che aveva imparato da piccola. Li metto nelle tue mani. Non pensava mai a Dio come a un corriere di sventura. Prendili tu. Neanche come un somministratore di castighi. Tienili stretti fino a domani. Dio era una specie di mano dentro una nuvola, come l’aveva disegnato da piccolo Matteo. E con un puntino di pennarello blu sul dito a guisa di anello. Una mano di donna, pensò Ornella. Dio nel suo universo e in quello dei suoi figli era una madre.

“Mattia mi piace moltissimo” disse il giovane medico.
Eccolo che sgancia, pensò Livio.
“E’ un ragazzo precoce, con una sensibilità molto particolare”.
Livio strinse le dita di Ornella, lasciandole la mano in grembo; il telefono che aveva in tasca singhiozzava di notifiche. Non sapeva esattamente cosa temere. La cosa più brutta che avesse dovuto ascoltare su suo figlio oltre al fatto che il sesto dito era una un’eredità paterna – a suo padre era venuto in mente: “Mia nonna una mondina eccezionale, aveva più dita di tutte!” – era che fosse monello e una futura bocciatura la calamità più probabile che potesse abbattersi sulle loro teste.
Ornella lo stava guardando. La luce che filtrava tra le stecche delle veneziane le addolciva un po’ quelle due rughe che le mettevano la bocca fra parentesi facendole brillare le pagliuzze dorate delle iridi. “Non puoi chiudere?” gli chiese. “Eh?” Livio si colpì la fronte col palmo della mano, poi il petto e i fianchi alla ricerca della tasca “Scusatemi,” disse “ecco, scusate, è il mio agente, adesso aspetta”. Passò il telefono alla moglie perché lo mettesse in borsa. Dal display i WhatsApp del paguro urlavano uno in fila all’altro. Ma perché non rispondi più? Scrivi alla figa. Mettici un po’ di pepe. Basta con la nicchia. E quando Ornella fece cadere il cellulare sul fondo della borsa in mezzo alle salviette e all’amuchina, ancora: ma cosa devo fare di più, mettermi le giarrettiere? Non dirmi che te l’ho servita sul piatto di argento. Ah ah.
Il medico tese una ciotola di caramelline verso la coppia, perché si sciogliessero un po’. La moglie stringeva la borsa al petto come un neonato e si toccava continuamente la punta del naso, il marito sembrava in preda a un attacco di colite. Si fecero alcuni commenti sulle temperature superiori alla media stagionale e le caramelle non furono toccate. “Ne abbiamo abbastanza per oggi, in un certo senso” disse il marito. Ci sarebbe da divertirsi con questi due, pensò il medico, se avessero un po’ di senso dell’umorismo. Cominciò quindi a parlare loro della paura.

“Allora?” strillò il figlio grande “dov’eravate? Non ero preoccupato”.
“In pronto soccorso. Matteo…”
“Lo sapevo che eravate lì, non ero preoccupato. Ma potevate fare prima o scrivere di più. Che ne so io che non dovevo preoccuparmi”.
Ornella lasciò cadere la borsa con un poff sulle piastrelle di marmo e andò ad abbracciare il figlio. Gli strinse la testa sul petto e lui per qualche secondo sembrò apprezzarlo, poi con la voce soffocata nel golfone riprese a protestare.
“La fai quella cosa che ha detto il dottore?” chiese Livio a Matteo. Il dottore aveva pensato bene di dare i compiti per casa, un temino.
“E voi?” disse Matteo guardando suo padre. Erano tutti nell’ingresso, in ordine sparso, tutti a dirsi e a chiedersi qualcosa.
“Io certo che lo faccio”. Un tema anche per loro, sull’individuazione delle loro peggiori paure, e poi aggiunse: “Stai veramente male con i capelli rossi”. Ma lo disse con una smorfia, la bocca che saliva solo da un parte, e tutti sorrisero, in ordine sparso.

Tema di Ornella. Un foglio pulito, bella calligrafia. In alto con la biro blu.
Paura di perdere i miei figli.
Sotto: solo il bianco del foglio.

Tema di Matteo con vari suggerimenti di suo fratello e diverse cancellature.
paura degli incubi dei mostri dei topi delle formiche rosse della farina che esce dal pacchetto del tappo del lavello con i capelli attaccati delle gomme appiccicate sotto il tavolo dell’acqua dello sciacquone che non si capisce dove va a finire del rumore dell’ascensore della chiesa con le candele di papà quando torna a casa e si siede sul divano e gli parlo e dice eh ma non mi ascolta come se non esisto di non esistere di essere il sogno di qualcun altro di papà quando è arrabbiato che fa finta di non esserlo di papà quando è triste che fa finta di non esserlo per papà quando è allegro perché ci potrebbe rimanere male per papà quando è felice perché prima o poi diventa triste della mamma
E dopo mamma andò a coricarsi sul divano con una gamba sullo schienale e la testa sul bracciolo ché suo fratello l’aveva chiamato per guardare Austin & Ally.

Tema di Golia, svogliato perché era morto: paura che nessuno mi vuole bene.

Livio invece non svolse il tema. Inviò al dottore, senza interrogarsi troppo sul perché, un suo vecchio racconto che si intitolava La couvade. Era la storia di un uomo a cui cominciava a crescere la pancia nel momento che scopriva che la sua compagna era incinta. Si ricordava di aver messo le mani sul pancione di Ornella, col mento sulla spalla, per riuscire a descrivere quello che si sente ad avere qualcuno accucciato dentro che dorme, fa le capriole attorno al cordone ombelicale e si succhia le dita. Quello che era riuscito a cogliere era solo un crepitio ritmico, insignificante. “Ha il singhiozzo” aveva detto Ornella con gli occhi che brillavano. Il racconto era rimasto inconcluso.
Ora, in salotto anche Ornella doveva essersi seduta a guardare Austin & Ally. Livio la sentì ridere col naso, poi sentì anche Matteo dire “Ma che scemo”. Si versò una generosa dose di amaro. Riempì anche un secondo bicchiere, come se qualcuno fosse seduto alla scrivania accanto a lui.

Tutti noi vorremmo uccidere il nostro Golia, scrisse. Se solo riuscissimo a vederlo, nascosto, mimetizzato com’è in tutto quello che facciamo. Se potessimo scollarlo da noi stessi e metterlo al muro. Per colpa tua, Golia, ho fatto asportare il sesto di Matteo che per lui era un ditino speciale. Per colpa tua non dico mai quello che penso fino in fondo a mia moglie e soprattutto non le chiedo mai cosa pensi veramente. Ho paura, Golia, ho una cazzo di paura che solo tu puoi sapere. Ho una rabbia, a volte, che se gli altri la potessero immaginare con che occhi mi guarderebbero? Golia, io non sono mio figlio piccolo che ha avuto il coraggio di mettersi la tua faccia addosso e portarti in giro per il mondo. Ti ha anche ucciso adesso, col bruco dell’Ikea, ma per non farti soffrire ti ha dato una pastiglia di sua madre. Mi spiace per te, ma era del semplice Multicentrum. Te ne sei andato da lui così, nel lampo di una risata. E’ splendido il mio bambino, Golia, diventerà un magnifico uomo. E io sono fiero di lui.

Spense il pc. Ripose la bottiglia. E andò a vedere Austin & Ally insieme agli altri. Non avrebbe chiesto il parere del paguro, non era il suo genere.

*****

Racconto di Sara Gambolati

C’era una volta un libro di favole della buonanotte. Poi Piccole donne edizione integrale, Anna Frank per la tesina di terza media, d’amore per non impazzire dietro l’aoristo, di qualsiasi cosa pure di mettere giù i codici. E giù a leggere scrivendo la tesi, vagliando i bandi di concorso e scorrendo le graduatorie. Coi piedi sul cruscotto in viaggio di nozze e con l’ecografo sulla pancia di quarantadue settimane; anche con la bimba sul petto, testina a destra libro a sinistra, poi cambio.Quando strilla al lavoro:il prossimo! e pensa a cosa leggerà in pausa pranzo. C’è sempre  un libro a tenerle compagnia. E allora perché non provare a scrivere?

Alcuni suoi racconti sono comparsi su Treracconti, Spaghetti Writers, Altri Animali, Senzaudio, Yawp e Carie.

Foto originale di Sara Gambolati

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