Racconto di Gianmarco Melone.
Chi non ha mai desiderato vincere così tanti soldi?
Papà rimesta il brodo di manzo senza staccare lo sguardo dal televisore, piccole circonferenze d’olio cambiano forma e si adattano al passaggio del cucchiaio. Il conduttore rivolge una domanda a un ragazzo con il piercing al naso. Il conto alla rovescia scandisce i secondi che lo separano dal guadagnare una montagna di soldi o dal perderla. Papà interrompe i movimenti circolari col cucchiaio e prende un lungo sorso di brodo, poi torna con lo sguardo al televisore. Persino i fiori appassiti al centro della tavola, curvi con i loro steli verso lo schermo, sono in attesa della risposta del concorrente. L’allarme della sirena interrompe l’attesa per segnalare la risposta errata. Il concorrente abbassa lo sguardo, scuote il capo e stringe le labbra, papà ripete gli stessi gesti come se i soldi persi fossero i suoi.
Mamma entra in cucina.
«Quanti soldi si è mangiato?»
Papà spezza il pane.
«Diecimila euro.» Scuote la testa e strofina la mollica di pane lungo tutta la ceramica del piatto fino a farla lucida.
Mamma sospira e si dirige verso il lavello.
«Ci avrebbero fatto comodo.»
Il suo sospiro rimbomba dentro di me. Se avessi un lavoro non sarei qui a consumare pane alle loro spalle, se avessi un lavoro potrei aiutarli. Con tutti i soldi che fioccano in questo gioco avrei potuto comprarla io la fabbrica, così quella dannata lettera non sarebbe mai arrivata. A causa delle attuali ristrettezze economiche che ci troviamo a fronteggiare, è con estremo rammarico che dovremo operare un taglio del personale. Che bel modo per dirci che ci avreste licenziato. Avreste anche potuto scrivere a trentacinque anni vi troverete a mangiare pane a tradimento a casa dei vostri genitori senza uno straccio di impiego. Maledetti.
Prendo un pezzo di pane, lo scrocchiare della crosta viene assorbito dalle risate del pubblico e dal saluto della nuova concorrente. Anche lei tenta di accumulare denaro per superare gli altri partecipanti e arrivare in finale. Sto per ingoiare il primo boccone, ma il suono della sirena irrompe anche per lei. Papà scuote la testa.
«Guarda tu che cazzo di programma, cinquantamila euro buttati per niente.» La sua voce diminuisce sempre di più fino a sussurrare parole incomprensibili.
Mamma si gira verso papà.
«Renà, se parli così basso non ti si capisce. Che dici?»
«Ma niente, stavo ripensando a Carlo, quanti anni sono passati da quando ha partecipato a questa trasmissione? Sette, otto?» Papà congiunge le mani come in segno di preghiera e le muove avanti e indietro. «Non riesco a spiegarmelo come ha fatto a vincere quel pazzo.»
«Guarda come si è ridotto però, mi fa pena.»
«Nessuno gli aveva detto di mangiarsi i soldi in scommesse o di indebitarsi.»
«Lo sanno tutti che ha speso i soldi per quella donna che prima lo ha svenato e poi lo ha lasciato.»
«Ma quale donna, Carlo era pazzo già da prima, a noi quei soldi sarebbero serviti, guarda qua.» Papà indica una crepa di fianco la finestra che si arrampica fino al soffitto. «Questa casa va a pezzi.»
In salotto, il telefono di casa squilla. Mamma si asciuga le mani sul grembiule per andare a rispondere, papà scatta in piedi e con la mano le fa cenno di fermarsi.
«Vado io, non ti preoccupare.»
Dal salotto si sente papà parlare a bassa voce.
«Sì, ho solo bisogno di qualche altro giorno, lo so, lo so.»
Mamma attorciglia il grembiule tra le mani, non lo lascia un momento. Resta con lo sguardo fisso oltre l’ingresso della cucina, verso il salotto.
«Mà, a chi lo abbiamo chiesto un prestito?»
Mamma molla la presa sul grembiule che si srotola in centinaia di grinze.
«A uno dei suoi amici, così mi ha detto.» Si avvicina e mi accarezza la guancia. «Ti hanno fatto sapere più niente per quel lavoro in cantiere? Qualche soldo in più non ci farebbe male…»
«No, ancora niente.» Magari mi avessero fatto sapere qualcosa.
Papà rientra in cucina e torna al suo posto senza parlare. La sua attenzione ritorna calamitata al televisore. Mamma gli prende il piatto vuoto e lo porta al lavello.
«Chi era al telefono?»
«Un amico.»
«Chiama spesso questo tuo amico, di che parlate?»
Papà stacca lo sguardo dal televisore e fissa dritto negli occhi mamma.
«Non ricominciare, non è serata.»
Mamma prende una mela e la porta a papà.
«Posso tornare a lavorare se ci serve qualche euro in più. Gisella mi ha detto che una cameriera al ristorante di suo marito è in maternità. Posso rimpiazzarla io, solo per qualche mese.»
Papà scuote la testa.
«Ancora con questa storia? Se tu vai a lavorare dobbiamo dare tua madre in affidamento a tua sorella e perdiamo la pensione d’invalidità. Quei soldi sono gli unici che ci danno ancora da mangiare.» Le indica la mela che gli aveva appena portato.
Mamma stringe le labbra, tutte le parole non dette e i sentimenti che le si avvicendano dentro sfociano in lacrime che precipitano rapide sul mento, si volta e prosegue nella pulizia dei piatti.
Mi sforzo di mangiare, prendo un altro boccone, ma vedere tutto quel denaro che sfuma tra risate e applausi mi fa passare l’appetito.
Il concorrente arrivato al gioco finale ha in palio centomila euro, ogni risposta sbagliata fa diminuire la cifra guadagnata, ogni risposta esatta la difende. Gli errori si accumulano, il montepremi cala a picco, papà sbuccia la mela senza guardare la direzione del taglio, ne esce un frutto sbilenco che mangia con tanto di buccia. La cifra finale è decimata, cinquemila euro rimasti per la domanda finale. Tutto o niente. Il concorrente risponde, chiude gli occhi e nasconde il capo tra le spalle come se stesse per ricevere un colpo. Il conduttore legge la risposta esatta e la mostra al pubblico.
Il boato è istantaneo, il coro di noo attraversa lo studio fino a fondersi al noo di papà. Il concorrente perde tutto.
Papà si alza e getta il torsolo di mela nel contenitore dell’umido.
«È arrivato povero e va via povero.»
Partono i titoli di coda, il conduttore saluta il pubblico con un grande bacio e se ne va tra gli applausi, la telecamera inquadra la sedia vuota in pelle nera della postazione di gioco. Nella fascia dei titoli di coda, un istante prima dello stacco pubblicitario per l’inizio del TG1, compare la risposta alla mia disoccupazione, alle tristezze dei miei genitori, per partecipare invia la tua candidatura al nostro indirizzo. Ho sempre avuto la risposta davanti agli occhi e non me ne sono mai accorto. Ripeto di continuo l’indirizzo per cercare di intrappolarlo nella memoria, allontano il piatto e mi alzo.
«Non ho fame.»
Mamma scuote la testa.
«Non hai mangiato niente. Sei sicuro?»
«Sì.» Questa cosa non può attendere.
Le do un bacio sulla guancia ancora umida per le lacrime, sto già dimenticando l’indirizzo, corro in camera e lo scrivo sul primo pezzo di carta che trovo. Domani andrò a spedire la mia candidatura, è deciso.
Al solo pensiero di poter partecipare al gioco il battito del cuore sale, la mente diventa una locomotiva di immagini e sogni, non riesco a stare fermo. Per stemperare decido di uscire a fare quattro passi. Attraverso il corridoio per raggiungere l’ingresso di casa, papà è tornato in salotto. È seduto sul divano, la televisione gli proietta in viso una luce bluastra. La cornetta del telefono è ancora alzata. Non vuole che mamma senta ancora altre telefonate per questa sera.
Fuori l’aria è mite, una serata perfetta per stare all’aperto, ma esclusi i soliti frequentatori del Bar Centrale, la piazza è vuota. La luna sbuca dal campanile su cui riposa la campana, in attesa come me del nuovo giorno. Carlo è seduto al suo solito tavolino al bar. Ha la barba incolta e il giubbino sporco di polvere, tra le dita una sigaretta arrivata ormai al filtro.
Mi siedo di fianco a lui, un odore acido di sudore e cibo per gatti lo avvolge, mi sorride e prende una boccata da quello che rimane della sigaretta.
«Carlè, raccontami di nuovo quando hai vinto al gioco, fammi rivedere la fotografia.»
Carlo tira fuori dal portafoglio la foto sbiadita della sua vittoria al gioco a premi. Il conduttore gli alza il braccio in segno di vittoria, entrambi sommersi da un mare di coriandoli dorati.
«Mi ricordo solo gli applausi e gli abbracci, non me lo ricordo d’essere stato ricco, nemmeno per un giorno…erano tanti soldi, troppi soldi.» Scuote la testa e gli occhi si fanno lucidi. «Mi ricordo solo dei riflettori, solo quello.»
A me invece tutti quei soldi farebbero comodo. Cerco di cambiare discorso, non voglio chiedergli cosa abbia fatto davvero con quei trecentomila euro.
«Carlè, voglio andarci anche io al programma, se mi prendono ti saluto davanti a tutta l’Italia.»
Mi sorride e prende un’altra boccata di sigaretta prima di gettarla nel posacenere straripante di cicche. Mi aspettavo potesse almeno darmi qualche consiglio su come farmi prendere alle selezioni o magari anche solo spiegarmi come accidenti è riuscito a vincere.
Proseguo la passeggiata, mi fanno compagnia pochi lampioni, le finestre aperte delle case e le luci dei televisori accesi. Magari in quelle televisioni vedranno il mio volto, mi vedranno difendere o perdere il mio montepremi.
Alla fine in televisione mi hanno visto tutti, non c’era persona in paese che non si fosse sintonizzata la sera in cui ho partecipato al gioco, la sera in cui ho vinto.
Il montepremi più alto della storia di tutto il gioco.
Le crepe sono scomparse, ma c’è troppo silenzio adesso. Papà e mamma sono intrappolati nelle cornici, come il ricordo di quel giorno che li ha resi orgogliosi di me. Sorridiamo tutti insieme mentre il conduttore mi alza il braccio per celebrare la vittoria. Quello è stato l’unico giorno in cui siamo stati davvero felici, perché varcata la soglia dello studio si è gli stessi di prima, a parte una montagna di denaro in gettoni d’oro in più.
Nessuno ti insegna come spendere tutti quei soldi, forse il problema è stato proprio quello.
Il gusto dolciastro dello spumante bevuto dietro le quinte per festeggiare diventa un’abitudine, l’argenteria in casa diventa indispensabile, cambiare macchina ogni due anni una necessità. Anche la parola lavoro diventa superflua perché quei soldi finiranno, sì, ma tra un anno, una mese, una settimana, mai domani.
Poi però finiscono davvero.
Quel denaro ha riparato le crepe nelle fondamenta di casa, ma non c’è cemento armato che regga per un uomo che abbia lasciato andare il proprio futuro in frantumi.
Il ticchettio dell’orologio a pendolo mi ricorda che una nuova puntata del gioco sta per cominciare. Esco per non cedere alla tentazione di accendere il televisore, voglio credere che non vincerà mai più nessun altro dopo di me.
L’aria è fresca, la luna gioca ancora a nascondersi nell’arco del campanile con la campana che riposa, sempre in attesa del domani. Alcuni passanti mi riconoscono e mi fermano per una fotografia, per farmi domande, altri mi lanciano un’occhiata rapida e bisbigliano tra loro. So delle voci che girano in paese, chi dice abbia speso tutti i soldi per una donna, chi sostiene abbia fatto degli investimenti sbagliati o addirittura che quel gioco sia tutta una finzione. Al solo pensiero di tutte queste chiacchiere non trattengo una risata. A chi me lo chiede rispondo con la verità, ma capisco dai loro sguardi che non mi credono.
Quei soldi un giorno c’erano e l’altro sono scomparsi.
Carlo aveva proprio ragione, non sono stato ricco nemmeno per un giorno in vita mia.
Copertina originale di Marina Cerquetti
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Gianmarco Melone, nato ventinove anni fa a Penne, un paese nel cuore dell’Abruzzo. Cresciuto con un pallone da calcio in una mano e un libro nell’altra. Da sempre in viaggio (in fondo i libri gli hanno insegnato questo), ora lavora negli Stati Uniti dove sta concludendo un dottorato di ricerca sul cancro ovarico.



