disegno Katowice monologo interiore

Tigre di carta

«I materassi sono delle mignotte mascherate da santarelline.»
Monika finge di ascoltare Goffredo mentre sproloquia le solite farneticazioni post-coito. Le biascica disteso sul letto sfatto a metà, con un calzino di flanella che gli si arriccia sul tallone e la zip dei pantaloni aperta come una bocca di piranha. Dai dentini metallici spunta un cazzo ormai floscio impiastricciato nel preservativo.
«Se ne stanno lì, giulivi, con il finto candore delle loro lenzuola e tu ti convinci…»
Il respiro di Monika è diafano, appena percettibile, mentre l’addome di Goffredo si espande e si ritrae sotto il peso del lardo e degli anni.
«…ti convinci e ti fidi delle loro promesse, della loro fedeltà a ore.» Ride Goffredo. Ride e tossisce, tossisce e rantola. Si gira sul fianco e stilli di saliva colano sulla barba bigia, una bottiglia vuota di rum ruzzola sul pavimento. L’altra testa, rigonfiata dal condom, ospita una nidiata di spermatozoi; a Monika richiamano, dal cassetto della memoria, le piccole meduse spiaggiate che trovava con la sorellastra, durante le vacanze nelle spiagge da cartolina di Sopot.
“Non toccarle o ti irriti.”
Ho toccato cose peggiori di una medusa e ho ancora le mani di fata. A te invece, sorellina mia, ti ha portata via il cancro. Il ricordo di Monika si accende e si spegne in un attimo, assieme alla luce della stanza.
Goffredo puntella un gomito e si issa con mezza faccia in ombra: «E invece ti fottono. Ti fottono bene. Ed è solo allora che ti accorgi che la verginella del cazzo, sotto le coperte che ne hanno visti di cazzi e inclemenze, sei tu. Tu putta-»
Monika sbatte la porta della camera. Le pale del ventilatore e la voce di Goffredo smettono finalmente di far rumore. Scalza, con i tacchi tra le dita di una mano e la sigaretta accesa nell’altra, sfila superando altre porte chiuse. Troppe. Cicche ammonticchiate sui battiscopa le uniche testimoni di amplessi consumati in fretta. Procede oltre l’ascensore guasto, infila le scarpe per guadagnarci in altezza e salute e sale le scale diretta ai lavatoi, appoggiandosi al corrimano scrostato. Unto. Ha un moto di disgusto, vorrebbe coprirsi con lo scialle dimenticato sullo schienale della poltrona nella suite di Goffredo ma, se non è costretta, non vuole tornarci. Spirali di fumo salgono dalla punta incandescente della Marlboro fino al soffitto chiazzato da muffe, in cerca di uno spiraglio da cui uscire; le piantane superstiti, nel rimarcare l’arrivo a un nuovo piano dell’hotel, irradiano una luce vaga, annebbiata dall’oppio del narghilè di Umur, il Turco e dal crepuscolo della notte di Katowice. I tappeti pakistani – ordinati da lei per pochi spiccioli da una delle tante ditte artigiane in fallimento – nascondono il pavimento sozzo; la carta da parati, rigonfia di umidità, non riesce nella medesima impresa.
“All’Orbital, il peccato è una questione di gusti.” Chiosava con un certo orgoglio l’ex tenutaria ai nuovi clienti.
A Monika, per sbarazzarsi di Kathleen, bastò percepire cosa l’hotel volesse da lei. E l’hotel voleva un appellativo che fosse, al tempo stesso, nome e simbolo.
“All’Orbital, l’inferno si è piazzato in alto.” Amava ripetere Kathleen alle nuove puttane.
Lei coniò un più sbrigativo: «Il Purgatorio ti resta dentro.» Il nomignolo aveva attecchito come la malerba e per tutti divenne il Purgatorio. Il Purgatorio promette il peccato e la perdizione alla stregua di un politico dal sorriso studiato, ma ci sono dei posti, al suo interno, dove anche l’anima dell’edificio concede una tregua. Monika ne conosce due e oggi vuole visitarli entrambi, cominciando dal più vicino. Devia dalla sua scalata ed entra nel bagno al terzo piano.
Sulle piastrelle, vicino al dosatore del sapone rotto, sotto lo sfarfallio dei neon, l’attende la decalcomania di Betty Boop. Era stata appiccicata sul muro da un fantomatico pittore durante il capodanno del ’58. Goffredo l’aveva chiamato per dare un’imbiancata – nello specifico, alle stanze di grido e alle toilette. In cambio chiudeva un occhio se lo pizzicava con l’altro pennello fra le cosce delle sue bagasce. Il pittore, dopo ogni scopata o rinfrescata, si divertiva ad appiccicare adesivi ma Betty restava la sua preferita.
«Ci sei rimasta solo tu, vero Betty? Sei l’unica superstite.» Monika aveva fatto la conoscenza di Betty il suo primo giorno di lavoro, quando le ragazze venivano vendute a peso e l’insegna luminosa manteneva accese tutte le lettere senza sforzo; e sarebbe rimasta a contemplare il tempo fare scempio della perfetta donna-cartoon, l’avrebbe vista seccarsi e farsi pulviscolo mentre le sue protette si toglieranno di dosso la nomea di schiave e saranno rinomate “le ragazze” in tutta la Polonia. Solo allora l’espressione di Betty, avrà un senso. Perché si staccherà, mollerà la presa da un mondo che l’ha usata, masticata e poi sputata.
Monika viene scossa da brividi, le labbra sussultano e gli occhi si riempiono di lacrime. Prima che le solchino le guance apre il rubinetto e si sciacqua il viso. Nello scolo, le lacrime si mischiano al rimmel.
Tira su la testa e, con sorpresa, lo specchio scheggiato riflette una ragazzina vicino al water. Avrà sì e no 16 anni. Stupita dall’apparizione, Monika riassume contegno e asprezza: «Da quanto sei qui? Mi stai spiando?»
La ragazzina si irrigidisce e scuote la testa. Resta con la cordicella dello sciacquone in mano nel gesto di tirarla. Ma non lo fa. «Scusi, io me ne stavo seduta e lei ha parlato perciò credevo ce l’avesse con me, ho aperto la porta e invece…»
«Mai, mai sederti su quei cosi se non vuoi trovarti con un’infezione alla passera.»
«Certo signora, ho capito signora, ho messo la carta tutt’intorno ma lei ha ragione devo stare…»
«Signora?» Monika scoppia in un risolino acuto «Ti sembro una vecchia?»
La sbarbatella arrossisce e china il capo. Monika la squadra, attraverso lo specchio: è carina. Di quelle bellezze acqua e sapone che tanto piacciono ai depravati. Ha il viso slanciato, lentiggini e orecchie affusolate da cerbiatta. Piuttosto piccolina, poco seno. Il culo non si vede ma le gambe sono dritte. È rimasta con le mutandine calate sulle caviglie. «Cos’è, tua madre non ti ha insegnato a scaricare dopo che l’hai fatta? Come ti chiami, ragazzina?»
Si presenta assieme allo scarico che scroscia e si riveste in tutta fretta: «Nadja.»
«Bene Nadja. Il mio nome già lo dovresti conoscere, se sei tanto disperata da venire a cercar gloria al Purgatorio.» Si volta. La perquisisce con lo sguardo. «Le mutandine tirale giù solo quando un cliente paga. Noi ti offriamo vitto, protezione e penicillina in cambio del 55% dei tuoi guadagni e della totalità delle tue scelte.» Le fa cenno di avvicinarsi. «Esci dal cesso. Fatti vedere. Brava, ora girati.»
Nadja piroetta incerta su se stessa.
«Hai fatto danza? Ora vieni qui, fatti ammirare.» È accanto a lei, di fronte allo specchio come in un confronto all’americana. Monika sa di perdere terreno sull’età ma la spunta su tutto il resto: è più alta, meglio truccata, più carnosa e prosperosa, occhi celesti contro classici castani. Il culo di Nadja è strizzato in shorts di jeans e non si sente di dare giudizi fino a quando non l’avrà visto nudo. Sulle gambe decreta un pareggio.
Nadja arcua le sopracciglia: «È tutto ok?»
«Perché lo chiedi?»
«Stava piangendo.»
Monika si aggrappa al bordo del lavandino. Un’unghia finta si spezza. «Non stavo piangendo.» Avanza e affronta il viso incredulo di Nadja. «E prima di mettere in giro strane voci, faresti bene a chiedere a ogni figlia di buonadonna che incontri chi è Monika e se ti conviene fartela nemica.»
Nadja accenna delle scuse e si catapulta fuori dal bagno con il solco delle natiche fuori dai jeans. Monika camuffa gli occhi arrossati con un po’ di rimmel ed esce anche lei.
«Dove cazzo eri finita? C’è la fila di sotto.» Umur la sorprende davanti all’uscio. Ha la solita espressione innocente che lo farebbe uscire immacolato da una retata della pula.
«Umur, adesso ti apposti davanti al bagno delle donne? Che c’è, non ti basta la fica che ti passo sottobanco?»
«E dai cazzo, Monny ! Non sono uno di quegli schifosi.» Si gratta il pizzetto rossiccio, ficca le mani in tasca e giocherella con il piercing sulla lingua.
Monika lo osserva e aspetta che l’uccellino canti, invano. Gli uomini di strada tendono a risolvere tutto con il “più”, con l’eccesso: chi è più alto, chi ce l’ha più grosso, chi ha il portafogli più gonfio o il cofano più lungo… Per reclutarlo due anni fa le è bastato mostrargli la potenza di una donna in ginocchio.
«E comunque faccio solo il mio lavoro, non mi prendo benefit extra.» Umur incrocia le braccia al petto.
«Benefit? Alla faccia! Ora frequentiamo l’alta finanza!» Monika gli tasta il bicipite e si allunga per solleticargli le basette con le unghie. In punta di piedi gli arriva al mento. «Quindi ieri il culo di Jennifer si è riempito da solo? No no, lo so, lo so, dev’essere quella nuova dieta a rilascio graduale di calorie.»
La faccia del Turco assume la stessa tonalità dei capelli: «Monika lasciami spiegare…»
«Devono essere questi nuovi yogurt ad alta pastorizzazione. La sai la cosa buffa? Dall’odore e dalla consistenza sembrava sborra, però mi sono detta: “Ma noo, figuriamoci se una mia ragazza, dopo tutto quello che ho fatto per lei, si fa rifilare la sifilide da un testadicazzo qualunque…” e poi ho visto l’anello.» Le unghie scendono a stuzzicargli il pomo d’Adamo.
«Monika…»
«Stai zitto.»
«Noi ci…»
«Non dirlo!» lo addita «O giuro che te lo stacco a morsi e ci tappo la bottiglia delle false offerte nella hall.» Smette di tormentargli il collo, si stacca da lui e siede su un panchettone scenico a ridosso del muro. Sfila le scarpe e inizia a massaggiarsi la pianta dei piedi. «Lo sai che fine ha fatto l’anello? Senti lascia stare, ne discutiamo in un altro momento. Sei venuto a cercarmi per lo smistamento?»
Umur annuisce.
Monika si sgranchisce il collo e chiude gli occhi: «Nomi.»
«L’avvocato butterato.»
«Natasha o Enrietta.»
Il Turco scribacchia sul suo taccuino consunto: «Jaroslaw.»
«Lo stagnaio?»
«Il muratore.» rettifica Umur.
«Controlla che nelle tasche abbia la grana oltre la latta. Poi accoppialo con una del turno di giorno.»
«Paul.»
«Pfui! Menagliela tu l’anguilla a quel manesco pezzo di merda. Non li tocca i miei angeli, mandalo via e trova una scusa qualunque per spaccargli il naso.»
«Dovevo giusto sgranchirmi un po’, oggi.» Ridacchia da solo. La visuale gli torna subito sul taccuino «Ray Charles.»
Monika applaude «Evviva! Finalmente una buona notizia. Prepara la suite con fiori freschi e, porco lo schifo in cui vivo, controlla la batteria di quella macchinetta per i video. La marea di soldi che abbiamo buttato per comprarla, con quest’estorsione forse ce la ripaghiamo.»
«Ok… ma chi gli do?»
«È mezzo orbo, dagli Ada l’incendiata. Perché mi guardi così? Soda è soda e la pelle cotta, sotto le mani, fa meno impressione.»
La penna scorre veloce sui fogli. Ultimati gli abbinamenti, Umur infila il taccuino nella tasca dei jeans.
Monika lo afferra «Bloccati un attimo. E Nadja?»
Il Turco la guarda inebetito.
«Quanti anni hai? 25? 23? E già perdi colpi? Vedi se non devo assumere Jaroslaw al posto tuo, almeno compreso nel prezzo mi ritrovo una bella veranda.»
«Monika cianci merda, non ti seguo.»
«Lo so bene, altrimenti saresti tu a dirigere la baracca.» E sapresti che Jennifer il tuo prezioso anello l’ha portato al Banco dei Pegni. Respira, la voce si distende «Nadja, la nuova ragazza. Devi estrometterla dal giro.»
«Monika, è la figlia di…»
«Eh! Siamo tutte figlie di dziwka.» sospira «L’ho beccata nel tuo bagno preferito. Niente giro, niente trastulli nella hall. Voglio riparlarle.»
«Monika…» Il Turco si gratta la fronte.
«E non te ne uscire con stronzate da apprendistato tipo “seghe coi piedi”. È confusa, spaventata, c’è speranza di farla desistere, potrei…»
Umur l’afferra per le spalle: «È la figlia di Filip, il fornaio.»
Il fiume di parole di Monika si arresta.
«È Nadja la garzona.» Umur scandisce garzona a chiare lettere.
«Cioè il fornaio, da bravo paparino protettivo, manda la figlia minorenne in un bordello a portare dei filoni di pane? E io dovrei credere a ‘sta balla?» si alza in piedi ravvivandosi la frangetta «Che San Michele gli faccia scoppiare gli occhi e il cazzo!»
Umur sminuisce con la mano: «Dai, non esagerare, gestiamo un luogo di piacere mica un campo di concentramento.» pizzica via un capello dalla spallina di lei «E poi c’ero io a tenerla d’occhio.»
Monika gli dà un buffetto sulla guancia: «Visto il culo di Jennifer, è proprio questo che mi preoccupa.»
Una risata e un commiato, consolidati nel tempo, sanciscono la fine delle consegne.
Umur imbocca le scale «Monika?» Si ferma. «Dovrò parlare a Goffredo?»
«In merito a cosa?»
«Di me e Jennifer.»
Monika spera che Umur stia ancora scherzando ma quando scorge la preoccupazione sul suo viso capisce. Capisce che deve agire. «L’hai detto a me» gli elargisce un sorriso abbozzato «E’ come se l’avessi detto a lui.» Sostiene la maschera d’allegria fino a quando Umur sparisce inghiottito dalla prospettiva. Solo allora si stizzisce e manda a chiamare Jennifer.

Monika entra ed esce dal lussuoso attico neanche fosse un eiaculatore precoce. L’ha dovuto pretendere spazioso senza che, in 14 anni di convivenza, scoppiasse mai il feeling tra di loro. Le finestre la disturbano maggiormente. Sono in grado di seguire, come il popolino alle esecuzioni di piazza, la morte del sole in totale apatia. Solo nel ristretto terrazzino abusivo, al di sotto dei lavatoi del postribolo, trova la pace dei sensi. I dipendenti lo tollerano, le ragazze lo evitano, persino a Goffredo è riuscita a vietarne l’ingresso. È il suo scarto edilizio sgraziato e buio; una pulce nera sul manto di lampioni di Katowice. In questa superficie angusta, ricca di infiltrazioni, crepe e vasi di gerani rinsecchiti, riesce a dominare la città che l’assedia. E proprio dal suo posto felice Monika è di vedetta con l’ultima sigaretta del pacchetto. Il vento alimenta il flusso dei suoi turbamenti interiori.
Nasciamo con un corredo di felicità già bell’impacchettato e sin dal primo vagito bramiamo altro. Con la scusa di essere esploratori del nostro destino nutriamo la paura dell’unicità. Siamo “Egofobici”. Preferiamo restare all’ascolto di stronzate convinti facciano al caso nostro, purché sovrascrivano i silenzi delle coscienze e delle aspirazioni. Persino lo spazio senza materia ci terrorizza. Abbiamo iniziato con paglia e fango a riempire i vuoti creati dalla natura, non c’abbiamo mai intravisto libertà, solo punti ciechi da cui venire attaccati. Riduciamo. Siamo ridotti. Pronti a tutto pur di sentire la presenza rassicurante di un limite, di un qualcosa che ci divida dal resto, anche se quel resto può essere la risposta. E allora cazzi nelle fighe, uomini nei castelli, corone sulle teste, shuttle su altri pianeti.
Giù nei viottoli la solita gente si contende i marciapiedi, chi stringe il collo di una bottiglia per annegare i dispiaceri, chi pregusta la stretta delle cosce di una squillo. La notte ciclopica, l’unica disposta a sorbirsi il suo sfogo. La luna la guarda attraverso i crateri calcati da Armstrong.
Un sorriso amaro le increspa la bocca facendole cadere il mozzicone. Lei un Armstrong l’ha incontrato. Era presente alle sue lezioni di filosofia teoretica all’Università di Varsavia. Non si chiamava Neil; aveva un altro nome, dimenticato come i titoli dei testi di quell’esame preparato e mai sostenuto. Si sente fragile, impreparata rispetto a quel globo che, con sagace maestria, inganna tutti mostrando sempre la faccia adatta a ogni occasione.
«E io? Per quanto ancora potrò mantenere la mia in ombra?»
L’arrotolarsi della veneziana la fa trasalire. L’arrivo di Jennifer – a cui deve requisire quanto ha ricavato dalla vendita dell’anello di Umur, prima di cacciarla a calci – non poteva capitare in un momento peggiore. Lei, tigre di carta, in che modo sarebbe riuscita a graffiarla?
«Mi hanno detto che potevo trovarti qui.» la voce è delicata, timorosa. Due qualità estranee a Jennifer.
Monika smette di darle le spalle. In un trench con due taglie di troppo c’è “visino da cerbiatta.” Si tormenta le mani ed è più vicina al finestrone di quanto lo sia lei al parapetto.
«È la seconda volta che mi cogli di sorpresa.» Monika sente la vergogna avvamparle le guance «Hai deciso di farmi venire un infarto?» È contenta di rivederla ma spera resti muta, senza pretese, carica d’innocenza.
Nadja ridacchia «Se lo raccontassi, nessuno mi crederebbe.» Arriccia il naso «La paura porta il tuo nome qui dentro. Lo so perché ho seguito il tuo consiglio e sono andata a chiedere alle altre.»
«Perché ci sei andata a parlare?» Non dirlo, non dirlo.
«Stamattina mi ero preparata un discorso ma poi mi sono detta….» con la punta del piede frammenta un pezzo d’intonaco caduto. «…che non sono brava coi discorsi.» si sbottona il trench. Sotto è nuda. «C’è posto per me?»
Monika ha una fitta al petto. Sperava di essersi sbagliata. Almeno oggi, almeno con lei.
Nadja trasalisce «Ti senti male?» il volto sbarazzino passa dalla preoccupazione al panico. «Tranquilla! Lo so che non stai piangendo eh!»
No, hai ragione. Stavolta vorrei piangere. Piangere per noi. Monika avrebbe voluto confessarle i suoi pensieri e invece le escono le solite frasi che ci si aspetta da una maitresse.

Copertina di Matteo “ShannoSauro” Vettori

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Un pensiero su “Tigre di carta

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