Sotto il tavolo di Riccardo Meozzi illustrazione di Gianmarco De Chiara 2020

Sotto il tavolo

Fatto sta che adesso era lì.
Si chiese se avesse già premuto il campanello e avvicinò ancora il dito, ma all’ultimo si trattenne: se avesse suonato una seconda volta sarebbe parsa impaziente, e forse li avrebbe messi in imbarazzo. Decise di attendere due minuti – addirittura provò a impostare il timer sul telefono -, ma la porta si schiuse all’improvviso.
La bambina che comparve doveva avere all’incirca tre anni. Non disse nulla, solo si portò una mano alla bocca e si mise a ciucciare l’indice e il medio.
«Ciao. La mamma e il papà sono di là?»
La bambina mosse la testa su e giù e con uno scatto velocissimo si tolse la mano dalla bocca e la nascose dietro la schiena. Per un istante restarono entrambe zitte, assorbite dal contemplarsi, e lei si disse che poteva bastare così, che aveva fatto fin troppo, ma non appena l’ebbe pensato la bambina scappò via ridendo e lei si ritrovò sola sulla soglia di una casa che non aveva mai visitato.
Una voce la chiamò. Lei ascoltò il suo nome frantumarsi nell’aria e lo ripeté piano, assorbendone l’antichità che risaliva all’Antico Testamento. Fece passare un altro secondo e quando sentì la voce chiamarla ancora mosse un passo oltre la soglia e si chiuse la porta alle spalle.
Per lei era importante, in una casa, che oltre la porta d’ingresso ci fossero almeno dieci metri di spazio libero: un corridoio d’aria, un luogo dove emettere respiri neutri e decongestionanti. Lì, invece, si trovò davanti un muro bianco che proseguiva verso destra e si trasformava in un budello spoglio, dove il solo protagonista era un canterano ingombro di chiavi e cianfrusaglie. Fece qualche passo. Subito fu assordata dal rumore dei suoi tacchi bassi sul pavimento; un’occhiata le confermò che le piastrelle erano vecchie di cinquant’anni. Si lasciò guidare dalla voce e dalla luce della stanza che le stava di fronte. Muovendosi in quella direzione contò altre tre porte, tutte chiuse, tutte in un legno scuro segnato da piccoli graffi, segni di incidenti domestici passati e ormai del tutto dimenticati.
La stanza in cui entrò era una cucina dove, disposti secondo un ordine certamente inalterabile, vi erano un angolo cottura, un mobile che faceva da dispensa, un tavolo e un divano posto proprio sotto la finestra. Guardò tutto con attenzione sperando di dimenticarlo presto e poi, senza nemmeno accorgersene, si ritrovò a consegnare la pansé che aveva portato a un uomo che non aveva mai incontrato.
Così, con le braccia vuote, di colpo le cedette una caviglia e ondeggiò.
«Tutto bene Matilde? Comunque piacere, sono Marco, il marito di Arianna. Mi sa che non ci siamo mai visti. Tu non eri al matrimonio, giusto?»
Matilde lo immaginò nudo, intento a scopare Arianna, poi vestito, al mattino, prima di andare al lavoro e infine in auto, bloccato nel traffico della tangenziale.
«No amore, non è potuta venire. Lavorava già negli Emirati».
Arianna le venne incontro e la strinse. Con lei, appollaiata sul suo braccio, c’era anche la bambina. Matilde abbracciò il corpo dell’amica, ma evitò di toccare quello della figlia; però ne sentì l’odore, o forse sentì quello di Arianna, anche se – pensò – non erano molto diversi.
Staccandosi, Matilde si chiese se uscendo dall’albergo avesse indossato abbastanza profumo, che era il suo unico vezzo oltre all’anello. Lo comprava in aeroporto, cinque o sei confezioni per volta, rendendosi conto solo poi della folle cifra che aveva appena speso, cifra che per qualcuno avrebbe potuto coincidere con l’affitto di un mese. Ma per lei, quelle boccette in vetro blu che allineava sotto lo specchio del bagno, erano più indispensabili del cibo: le permettevano di cancellare l’odore della sua pelle, l’odore che si era portata dietro dall’Italia e di cui aveva paura di puzzare quando, alle riunioni settimanali, si sedeva accanto a Paul. Ed era quel profumo che Paul cercava sul suo collo quando, nell’appartamento messo a disposizione dall’azienda, avevano finito di scopare. Era il profumo della loro storia e dei festeggiamenti che facevano, nudi e ubriachi di vino e di cibo, quando una trivellazione andava a segno e scoprivano un nuovo pozzo sul fondo dell’oceano. Era l’odore che si era scelta, e quando veniva cancellato da un altro, un piccolo panico l’avvolgeva e la gettava in uno stato d’irrequietezza così profondo; allora l’unica cosa che poteva fare era tornarsene a casa e aspettare il sonno indotto dai sonniferi.
La cena durò poco. Marco e Arianna le chiesero cos’era tornata a fare in Italia e come si viveva negli Emirati. Con un risolino le dissero perfino che, a vederla, doveva guadagnare piuttosto bene. Matilde, osservando prima uno e poi l’altra, sorrideva e si mostrava accondiscendente; rispose a quel che poté, e continuò a parlargli con benevolenza finché non li vide prendersi la mano e guardarsi di sfuggita.
«Posso fumare?» chiese allora.
Marco si alzò e, invece di risponderle, sollevò la bambina da terra e fece per portarla fuori dalla cucina. La bambina, che fino a un secondo prima stava giocando con bambole e pupazzi, ululò tutto il proprio disappunto.
«Ma no», disse Matilde, «lasciatela qua. Sennò quando la rivedo?»
«Deve dormire», le rispose Arianna. «È già tardi per lei».
Matilde sentì distendersi il sorriso che le comprimeva la faccia e, in un impeto di lucidità, capì di essere ubriaca. Vide Arianna, che fino a quel momento aveva sorriso, imbruttirsi e fare cenno a Marco di mettere giù la figlia. La bambina, di nuovo sdraiata a terra, si nascose sotto il tavolo e si mise a giocare. Debolmente, in una continua fiumana di parole, raccontava storie alle bambole e ai pupazzi, e in breve Matilde si ritrovò a prestare più attenzione a lei che ai due adulti.
Le chiacchiere di Marco e Arianna le giungevano infatti scostanti, rifrante: si erano conosciuti dopo che lei, Matilde, era andata a lavorare all’estero e tutti e due non avevano amici e non sapevano che fare. Avevano iniziato a frequentarsi e allora, in poco tempo, erano andati a vivere insieme e dopo poco ancora, per forza di cose, si erano sposati e avevano avuto lei, la bambina, che li aveva costretti a fare un’altra po’ di economia e a cercare casa in un quartiere più periferico e a buon mercato.
Matilde tentò di concentrarsi su di loro per tutto il tempo in cui li osservò muovere le labbra, ma ci riuscì solo alla fine, quando ormai parlavano di amore, della fortuna di essersi incontrati, e dicevano che le cose funzionavano comunque bene e che la vita era una. Poi, nel momento in cui la sua concentrazione raggiunse il picco, si accorse di avere ovunque su di sé l’odore di quella casa, di Arianna e Marco, della bambina, del cibo che aveva mangiato, e che del suo amato profumo non restava neanche il più piccolo sentore.
Allora il panico iniziò a crescerle nella bocca dello stomaco; si accese un’altra sigaretta, la seconda in venti minuti. Il panico migrò poi nel petto e nelle braccia, dove le tolse il sangue dalle dita; prese a fumare di pancia, in fretta, con l’obbiettivo di arrivare al filtro prima possibile e congedarsi. Ma Marco e Arianna continuavano a parlare e la bambina era ancora sotto il tavolo e così, con finta calma, Matilde spense la sigaretta sul portacenere e appoggiò le mani sulle cosce. Pian piano portò le mani sotto il tavolo e, una volta che fu certa di non essere vista, si sfilò l’anello con l’ametista che le aveva regalato Paul e, stringendolo fra pollice e indice, lo tenne sospeso. Poi aspettò di sentire le dita piccole e unte toccarla e sfilarle l’anello dalle mani, e nell’attesa sorrideva e pensava al profumo nelle boccette blu.
Immaginava di tornare in albergo, di lavarsi con cura e, prima di distendersi, di profumarsi tutto il corpo e ingollare un paio di stilnox per prendere sonno con il sorriso, ma non fece in tempo a pensare tutto che le dita piccole e unte la raggiunsero, agguantarono l’anello e si ritirarono.
Matilde aspettò ancora, e più aspettava più il panico scemava. Quanti giorni mancavano al suo rientro negli Emirati? Cosa aveva in programma per il mese successivo? E mentre pensava ai progetti e ai nuovi carotaggi la squallida casa si riempì di rantoli sempre più forti ai quali fecero seguito piagnistei isterici mescolati a urla.
«È stata davvero una bella serata», disse.

Copertina di Gianmarco De Chiara

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Racconto di Riccardo Meozzi. 1994, è nato a Città di Castello, in Umbria. Vive fra Bologna e la città natale. Ha pubblicato racconti su Verde Rivista, Crapula Club, Pastrengo rivista e agenzia letteraria, Narrandom, Tre Racconti, Malgrado le Mosche, Spazi Inclusi, In fuga dalla bocciofila, Grado Zero. Ha una rubrica narrativa intitolata “Tutte le mie vite” su Il loggione letterario. Nel 2019 il vincitore del Premio Letterario dell’Unione Europea Giovanni Dozzini lo ha inserito nell’antologia “A casa nostra, lontano da casa”, pubblicata da Aguaplano libri. È stato ospite dell’edizione 2019 di CaLibro Festival.

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