Noi puffi_Donazzon_Spazinclusi_definitivo

Noi puffi siam così

Lo chiamavano “puffo” perché era alto un metro e trentacinque, e tutte le volte gli si contorceva lo stomaco sentendo quel nomignolo. “Ma sei un puffo” volevano convincerlo, “non è un’offesa.” Simone allora cambiava discorso.

Francesco, Christian e Tito si ritrovavano al bar Centrale le sere e la domenica pomeriggio, tollerando Simone, il puffo, per l’occasione di fare battute sul sesso con le ragazze. Un sistema efficace, tanto è vero che Francesco si faceva custodire dal barista un raccoglitore con i tanga delle sue conquiste, i loro nomi, le date di quando ci faceva sesso. Francesco mostrava il gesto della pistola: il pollice era il puffo, l’indice il pene. Oppure raccontava la barzelletta del puffo. “Per favore, tieni in mano il puffo” diceva alla ragazza. “Ora pizzicagli il naso, ai puffi piace, non lo sapevi? Ah, scusa, non ti avevo detto quanto sono alti i puffi, non gli hai strizzato il naso, ma…” Le ragazze ridacchiavano, anche se nessuna avrebbe mai scelto Simone per una relazione che non fosse una vaga amicizia. Solo una volta, dopo che il terzetto se n’era andato, Simone era rimasto a chiacchierare con una ragazza. Alla fine aveva scoperto che era già fidanzata e lavorava con i disabili. Lui però non era disabile. Non l’aveva più rivista.

Simone frequentava Francesco, Christian e Tito perché altrimenti non sapeva con chi uscire. Desiderava furiosamente una ragazza, ma non una puffetta come gli proponeva Francesco, oppure una bella gnoma del bosco, come aggiungeva Christian, che si scompisciava ogni volta dalle risate alle buffonerie di Francesco. Quando si sentiva schiacciato dalla solitudine, pensava che se non trovava una ragazza avrebbe pagato una prostituta, ma poi si faceva prendere dagli scrupoli, e alla fine non concludeva nulla. Solo una volta, percorrendo in auto il viale delle prostitute, il Terraglio da Treviso a Mestre, si fermò accanto a una ragazza con i capelli lunghi neri, non troppo alta.

Buonasera. Quanto? Cioè… quanto costa?” chiese Simone.

Per scopare, novanta euro. Pompino, cinquanta.”

Va bene… grazie. Ci penso” disse. Ormai aveva perso tutta la sua determinazione, voleva solo scapparsene lontano.

Non ti piaccio?” chiese la ragazza.

No, no… lei è… è molto bella…” farfugliò. “Mi dispiace… La prossima volta, magari…” Avviò lentamente l’auto. La prostituta rimase appoggiata al finestrino, così accelerò finché non si staccò e poté immettersi nella corsia. Dallo specchietto retrovisore vide che gli mostrava il dito medio.

Quella sera sarebbero andati in una nuova discoteca, annunciò Francesco. Sembrava più gentile del solito, e quando Christian punzecchiò Simone con la storia delle puffette, gli disse di lasciarlo in pace. Andavano a ballare per divertirsi assieme, tutto qui. Tito sembrò sollevato: scuoteva la testa a disagio quando Francesco esagerava a canzonare Simone.

In discoteca, mentre Francesco e Christian si scatenavano, Tito guardava dimenarsi un gruppetto di ragazze, senza decidersi a scendere in pista. Trascinando i piccoli piedi come in una marcetta, Simone cercava di seguire il ritmo della musica, finché Francesco lo accompagnò al bar a ordinare un gin tonic invece della coca cola che avrebbe preferito.

Carburati per bene, che poi ci dai dentro!” disse Francesco. Gliene offrì un altro, che Simone non riuscì a rifiutare. Così, per l’alcol e l’ora tarda a cui non era abituato, si stravaccò su un divanetto, addormentandosi.

Ehi, Pisolo, ti vuoi alzare?” gridò Christian strattonandolo. Ancora confuso dal sonno, Simone sbatté le palpebre, accecato dalle luci colorate. Francesco, Christian e Tito gli stavano di fronte, in controluce, come tre imponenti, oscure divinità. ‟È ora di tornare a casa.” Scese dal divano e si accodò al terzetto come un cagnolino che segue il padrone: in testa Francesco, poi Christian, Tito con le mani in tasca, e Simone che spalancava gli occhi e sbadigliava per svegliarsi.

Mi hanno rubato il portafoglio!” disse Simone alla cassa, tastandosi più volte le tasche dei pantaloni.

Ti sarà caduto. Va’ dentro a cercarlo” disse Francesco. ‟E vedi di non starci troppo.”

Sollevò i cuscini del divano dove si era disteso e si accucciò per tastare il pavimento nascosto dal mobile, ma non trovò nulla. Controllò due volte il percorso per andare in cassa, anche se era passata talmente tanta gente che sembrava improbabile ritrovare il portafoglio. Tornò a testa bassa dal terzetto.

Niente.”

Francesco, Christian e Tito avevano già pagato le drink card e attendevano in atrio, vicino all’uscita.

Qualcuno potrebbe prestarmi i soldi per la card?” chiese Simone. ‟Domani passo al bar e glieli restituisco.” Nessuno di loro ne aveva, lo informò Francesco per tutti, avevano i soldi contati quella sera, gli stipendi non erano ancora stati pagati. Simone non ne era convinto, ma non sapeva come controbattere, e forse Francesco aveva detto la verità.

Dobbiamo proprio andare, domani ho il turno delle sei” disse Francesco. Chiese al buttafuori cosa succedeva se qualcuno non poteva pagare la drink card.

Quando arriva la titolare deciderà lei.”

Se vogliono tenerti qui, ti daranno un passaggio a casa. È tuo diritto, no?” disse Christian. A un cenno di Francesco uscirono dalla porta a vetri della discoteca. Li vide allontanarsi verso la Golf stringendosi addosso i giubbotti, nuvolette di vapore bianco si innalzavano ad ogni respiro. Provò un brivido di freddo.

Simone, nell’atrio assieme alla cassiera e al buttafuori, lanciò un ultimo sguardo al parcheggio illuminato dalla luce polverosa dei neon, poi si sedette su uno sgabello dondolando i piedi. Aveva pure dimenticato il cellulare nel cruscotto dell’auto.

Sul rettilineo prima dell’inizio del paese, Francesco, con il gesto teatrale del prestigiatore che fa apparire il mazzo di fiori dal nulla, alzò in alto la mano per mostrare il portafoglio di Simone. Uscì quasi di strada da quanto si sbellicava dalle risate. Christian rideva piegato in due, battendo le mani sulle cosce. Tito, dal sedile posteriore, si unì alle risate, proponendo poi di tornare a recuperare Simone. “Sei scemo?” sbottò Christian. “Non se ne parla neppure” tagliò corto Francesco. I due continuarono fino a casa a rilanciarsi battute su cosa avrebbe puffato Simone. Puffava aiuto al Grande puffo. Puffava come il Puffo brontolone: “Io oodio la discoteca!”. Si puffava di aspettare e protestava con il puffafuori: “Porca puffa, non si puffa così la gente! Non potete puffarmi qui, devo andare a puffare domani. Brutti puffi di puffa! Teste di puffo! Mi avete rotto i puffoni!”.

Tre e mezza. Simone scese dallo sgabello, fece una camminata per sgranchirsi le gambe, e chiese al buttafuori di rientrare in sala a cercare il portafoglio. Il buttafuori, immobile davanti al corridoio d’accesso alle sale, lo scrutò per la durata di un interminabile sguardo inquisitore. Uno scatto della testa in direzione delle sale sancì la sua approvazione. Dopo aver cercato inutilmente, frastornato dalla musica e dalle luci colorate, Simone tornò in atrio, intrufolandosi tra i gruppi di ragazzi che stazionavano al bar. Si arrampicò sullo sgabello accanto alla cassa ad aspettare.

Tre e quarantacinque. Quattro. Quattro e un quarto. La titolare non era ancora arrivata. Simone iniziò a lamentarsi, intenzionato a far valere i suoi diritti, anche se non sapeva bene quali fossero. Il buttafuori gli lanciò un’occhiata.

Tra poco arriva la titolare a ritirare l’incasso della serata.”

Stava per ribattere, quando entrarono i rapinatori, i volti coperti da passamontagna. Uno di loro puntò la pistola su Simone e il buttafuori.

A terra” urlò. ‟Subito, cazzo!” Il buttafuori, mostrando le mani aperte, si piegò lentamente sulle ginocchia. ‟Anche tu, nano. Muoviti, cazzooo” sbraitò contro Simone che si dimenava per scendere dallo sgabello.

Un altro rapinatore spaccò il vetro davanti alla cassa con una mazza. Allo schianto, la cassiera indietreggiò per ripararsi dalla grandinata di schegge, coprendosi il volto con le braccia. Il terzo rapinatore le strillò di sbrigarsi a prendere i soldi.

I soldi! Apri questa cassa di merda!” urlava. La ragazza, inebetita, se ne stava seduta immobile sulla poltroncina girevole. L’uomo l’agguantò per la camicetta e le diede due sberle. Con le guance infuocate, la cassiera aiutò il rapinatore ad arraffare le banconote.

Simone, incollato al pavimento freddo, sbirciò verso l’alto per vedere cosa stesse succedendo.

Che cazzo guardi? Sta’ fermo, nano” abbaiò il rapinatore che lo teneva sotto tiro, mollandogli un calcio al fianco che lo lasciò senza fiato. Stringendo i denti, Simone girò la testa verso il buttafuori che lo guardò come se dicesse: “Dovevi stare fermo, non hai sentito cosa ti ha detto?”. Con una smorfia di dolore, Simone ricambiò lo sguardo: “Che male!”. Il buttafuori alzò un sopracciglio. “Tutta questa scena per un calcio?” diceva l’espressione del suo viso.

I rapinatori si precipitarono fuori dall’atrio. Si sentirono sbattere le portiere dell’auto che schizzò via facendo stridere gli pneumatici. Il buttafuori scattò in piedi afferrando il cellulare per telefonare al 113. Simone si alzò con lentezza, tenendo una mano sul fianco dolorante. Aggiustandosi la camicetta, la cassiera sembrava stesse per piangere.

Non dimenticherò mai quello sguardo” disse Simone al poliziotto che stendeva il verbale.

Di che colore erano gli occhi?” chiese l’agente. Suo malgrado, Simone fu costretto ad ammettere che non se lo ricordava. Non ci aveva fatto caso, tutto era successo così in fretta. Cercò di rimediare fornendo altri dettagli utili all’indagine: il rapinatore che lo teneva sotto tiro era molto alto. “Altezza normale” lo corresse il buttafuori, “un metro e ottanta, corporatura robusta.” Simone ricordava che aveva una voce profonda, ma non si distingueva bene perché parlava attraverso il passamontagna. L’agente chiese di che colore fosse il passamontagna. “Scuro” gli sembrava. “Blu” precisò il buttafuori, “e i rapinatori parlavano con un’inflessione veneziana.”

Era arrivata anche la titolare, Valeria, piercing di diamante all’ombelico e seni prepotenti tra i volant della camicia bianca. Chiese a Simone se si fosse fatto molto male, indicando la mano che teneva al fianco. Doveva sapere se denunciare il sinistro all’assicurazione. In tal caso era meglio andare al pronto soccorso per il certificato medico, ma sarebbe stata una scocciatura aspettare delle ore per una visita da codice bianco.

No. Non è stato un calcio troppo…” disse Simone.

Meglio” lo interruppe. Il buttafuori le spiegò che avevano trattenuto Simone perché non aveva soldi per pagare la drink card.

Con uno svolazzo della mano, Valeria fece capire di lasciar perdere. ‟Piuttosto” ordinò a Simone, “scriva nome e cognome, indirizzo e numero di cellulare su un post-it. I dati potrebbero servire per l’assicurazione. Vada comunque a farsi visitare dal medico. Senza aspettare troppo.”

Volevo chiederle un favore” disse Simone. ‟I miei amici sono andati via, posso avere un passaggio fino a casa?”

Prenda un taxi. Ah… non ha soldi. Dove abita?” Non abitavano distanti. ‟Venga con me. Parto adesso.” Simone la seguì alla Porsche nera.

La cintura… Si metta la cintura” disse Valeria prima di partire. Anche se non la metteva mai perché gli segava il collo, Simone eseguì l’ordine. Per dieci minuti non dissero nulla. Sprofondato nel sedile di morbida pelle nera, Simone osservava di sottecchi la donna aspirandone il profumo che aveva saturato l’abitacolo. Una libellula blu sulla spalla di Valeria faceva capolino dalla camicia che le lasciava scoperte le braccia lisce. I capelli dalle mèche chiare erano raccolti in una crocchia morbida, un pendente d’oro e tre brillantini ornavano l’orecchio destro. Valeria si girò verso di lui.

Hanno… i rapinatori hanno portato via molto?” chiese Simone, imbarazzato per essere stato scoperto a osservarla.

Tutto l’incasso, undicimila euro. Naturalmente siamo assicurati.” Seguirono altri dieci minuti di silenzio.

Mi fermo in quel bar a far colazione” disse Valeria. ‟Viene anche lei? Anzi, diamoci del tu. Scusa, non ricordo il tuo nome.”

Simone” si presentò. ‟Mi dispiace, non ho soldi.”

Sì, dimenticavo. Non importa, offro io.”

Simone si limitò a prendere un caffè macchiato, mentre Valeria ordinò un cappuccino, una spremuta d’arancia e un krapfen alla crema. L’agitazione le metteva sempre una gran fame, spiegò.

Oderzo. Terrore alla discoteca Smeraldo per la rapina nelle prime ore del mattino di ieri. Tre rapinatori a volto coperto, armati di mazza e pistole, hanno brutalmente malmenato la cassiera e un cliente, un nano, facendosi consegnare l’incasso della serata. Poi sono fuggiti a tutta velocità in direzione Cessalto assieme al quarto rapinatore che faceva da palo. Il bottino è stato valutato attorno agli undicimila euro da Valeria Franzin, titolare della discoteca e di altri quattro locali nella Marca trevigiana. La Polizia indaga nell’ambiente della malavita veneziana.

Sabato sera, fiaccato dalla stanchezza e dalle emozioni, Simone non passò al bar a riprendersi il cellulare dimenticato nella Golf. Francesco lo chiamò al telefono di casa domenica a pranzo.

Ehi, sei diventato un puffo da prima pagina! Il puffo eroe che puffa il crimine. Ho il tuo cellulare, era nel cruscotto. E ho trovato anche… indovina… il tuo portafoglio!”

Non poteva essergli caduto prima di entrare in discoteca, pensò Simone. Per pagare i gin tonic aveva tolto la drink card dal portafoglio e l’aveva rimessa in una tasca diversa quando Francesco aveva insistito a offrirglieli. Gli avevano fatto uno scherzo. Bastardi! Potevano almeno tornare indietro a dargli un passaggio.

Uhm… grazie.”

Che entusiasmo! Passa al bar più tardi che festeggiamo. Offri tu però, eh?”

Quando arrivò al bar, Francesco e Christian erano spaparanzati al solito tavolino davanti a due birre, mentre Tito, di spalle, smanettava ai videogiochi.

Ecco il nostro puffo eroe, il piccolo grande uomo. Racconta com’è andata” disse Francesco.

Non posso fermarmi, ho un impegno” disse Simone.

Quanta fretta. Cos’è ‘sta storia degli impegni? Siediti, racconta.”

Mi dispiace, devo andare. Posso avere telefono e portafoglio?”

Ma che hai?” chiese Christian mentre Francesco sghignazzava. ‟Guarda, ti abbiamo trovato una ragazza.” Gli tese la stampata di una nana in giarrettiere e mutandine di pizzo che lo succhiava a un tizio nudo, un bestione peloso, facendola sembrare ancora più minuscola.

Portafoglio e telefono” ripeté Simone distogliendo lo sguardo dalla foto.

Ecco qua, che palle!” Francesco sogghignò. “Come si dice? Non si ringrazia per averti tolto la seccatura di rifare i documenti?”

Sì, va bene. Io vado. Ciao.”

Attento a Gargamella” disse Christian, mettendosi a ridere assieme a Francesco.

Simone uscì dal bar furioso con se stesso, con quella testa di cazzo di Francesco, quel leccaculo di Christian e con Tito, che pensava solo agli affari suoi.

Arrivò troppo presto in discoteca.

Buonasera, come va?” salutò allegramente il buttafuori che gli fece un cenno con la testa.

Una bella paura ieri sera. Come sta?” chiese Simone alla cassiera.

Siamo qua.”

Non c’è la titolare, Valeria?”

No, arriva dopo a ritirare l’incasso. Dovrebbe saperlo.”

Volevo ringraziarla del passaggio.” Non sapeva più cosa dire. Per fare qualcosa decise di entrare in discoteca, ma stavolta mise in una tasca il portafoglio e nell’altra venti euro assieme alla drink card.

In pista c’erano solo quattro ragazze dalle lunghe gambe flessuose che spuntavano da sotto le ridottissime minigonne. Guardando tutti in cagnesco, ancheggiavano dentro mezza piastrella al ritmo della musica pompata dal dj. I maschi attorno, ognuno con un bicchiere in mano, erano ipnotizzati dai desiderabili corpi femminili. Simone iniziò coraggiosamente a ballare, guardato dalle ragazze come una macchia di sugo su una camicia bianca. Dopo un po’ si stufò, ordinò un analcolico al bar e rimase a sorseggiarlo fino alle quattro, seduto su un divanetto a contemplare le ballerine assieme alla tribù di fiacchi cacciatori.

Quando uscì dalla sala, la titolare era già andata via, gli disse il buttafuori. Aveva aspettato per niente.

Di ritorno dalla discoteca, vide la Porsche nera parcheggiata di fronte al bar dove Valeria gli aveva offerto il caffè. Decise di fermarsi per salutarla. Era seduta a un tavolino davanti agli avanzi di due colazioni.

Ciao, sono passato in discoteca per ringraziarti del caffè e del passaggio…”

Non occorreva. Comunque, grazie.”

Un tizio sui trentacinque anni, chiodo in pelle nera e stivali a punta, uscì dalla toilette e si avvicinò. Lo stesso sguardo tagliente del rapinatore. Congelato dal terrore, Simone risentì la fitta per il calcio ricevuto.

Vado fuori a fumare” disse l’uomo a Valeria. Simone non era sicuro fosse la voce del rapinatore, però fremeva per svignarsela al più presto.

Aspetta, ho finito” disse Valeria, ma quello proseguì verso l’uscita. ‟Coglione” mormorò. Uscì dal locale con Simone che, sgambettando a testa bassa, passò accanto all’uomo che fumava.

In auto, al sicuro ma ancora spaventato, Simone continuava a sbirciare lo specchietto retrovisore per accertarsi che nessuno lo seguisse. Si chiese se i due fossero in combutta per imbrogliare l’assicurazione. Forse però Valeria era stata abbindolata, il tizio l’aveva frequentata per ottenere le informazioni necessarie per la rapina ed era rimasto con lei per non creare sospetti. Poteva anche aver sbagliato persona, dopotutto la rapina era durata pochi minuti, seppure gli fossero sembrati un’eternità. C’era un’unica certezza: se era il rapinatore allora l’aveva riconosciuto. Lui era il puffo.

Lunedì, in previsione di dover rifare i documenti, aveva chiesto un giorno di ferie, e ora che aveva ritrovato il portafoglio non aveva impegni. A dispetto dell’agitazione per il presunto rapinatore, dopo pranzo si addormentò sul divano.

Lo svegliò il citofono. Chi poteva essere? Non veniva mai nessuno a trovarlo. Si girò dall’altra parte per rimettersi a dormire, ma il citofono squillò ancora. Si alzò per andare a rispondere.

Sìì?”

Silenzio. Solo il ronzio dei vecchi cavi.

Chi è?”

Silenzio. Ragazzini che si divertono con i campanelli, pensò. Riattaccò. Il citofono strillò ancora, un lamento prolungato di qualcuno che teneva il dito sul pulsante. Rispose infastidito.

Avete finito con gli scherzi? Adesso scendo a prendervi.”

Ciao, nano. Non preoccuparti salgo io” disse una voce roca.

Chi è?”

Silenzio.

Non aprì, ma il portone era difettoso e gli altri inquilini se ne fregavano se restava aperto.

Chi è?” gridò Simone.

Una brava donna mi ha aperto. Ora vengo a prenderti, nano.”

Simone abitava al quarto piano, ma non era segnalato sul campanello all’entrata: se qualcuno saliva doveva controllare ogni piano per trovare il suo appartamento. Poteva telefonare alla Polizia, ma quando sarebbero arrivati? Non aveva neppure la sbarra, bastava un cacciavite per aprire la porta, come era successo alla signora del primo piano. Si era riproposto di installarla, ma aveva sempre rinviato perché costava troppo.

Si vestì in fretta e, con circospezione, uscì sul pianerottolo deserto. Con il cuore che rimbombava nel piccolo petto e le gambe molli, chiuse la porta cercando di non fare rumore. L’ascensore stava salendo. Primo piano, secondo, terzo… Terrorizzato si precipitò giù dalle scale e, arrivato con il fiato corto nell’atrio, si lanciò fuori dal condominio, allontanandosi rapidamente.

Nella concitazione non aveva preso il giaccone, fu costretto a entrare nei negozi del centro per ripararsi dal freddo. Dopo aver girovagato senza sosta per tre ore guardandosi le spalle, era sfinito. Decise di tornare a casa. Non avrà aspettato lì per tutto il tempo, cercò di rassicurarsi. Quando arrivò al pianerottolo capì che se n’era andato: davanti alla porta c’era un nano da giardino in frantumi. Raccolse i cocci e li gettò nella spazzatura, solo dopo si accorse che era l’unica prova che aveva. Avrebbe dovuto recuperare i resti dal secchio, ma ormai li aveva già toccati, c’erano sopra le sue impronte. Era esausto e infreddolito, e si sentiva ancora più insignificante, oppresso dalle alte stanze buie dell’appartamento che aveva condiviso con la madre. Si era occupato di lei fino alla sua morte. “Sei l’unico senza famiglia” gli avevano detto i fratelli, “e poi ti resta l’appartamento.” A fargli compagnia c’erano i vecchi mobili silenziosi e gli armadi vuoti che puzzavano di chiuso. Si buttò sul letto vestito e si addormentò.

Fu molto sorpreso quando due giorni dopo Valeria gli telefonò.

Ciao, Simone, ti ricordi di me? Valeria, la titolare dello Smeraldo di Oderzo. Ti telefono perché ho una proposta di lavoro da farti.”

Risentire Valeria lo fece sprofondare nel pozzo delle emozioni degli ultimi giorni: paura, dolore, ansia, sfinimento. Era una trappola? Che idiozia! Non stava recitando in un telefilm poliziesco.

Che lavoro?”

Vediamoci al bar, quello della colazione. Stasera alle dieci. Preferisco parlartene di persona.”

Non sapeva cosa pensare, fino all’ultimo fu in dubbio se disdire l’appuntamento.

Quando entrò nel bar vide l’uomo. Stesso chiodo in pelle nera ed espressione imbronciata dell’ultima volta. Era davvero una trappola. Ormai anche quello l’aveva visto e pareva fissarlo come un predatore che assapori il suo pasto.

Valeria arriva tra poco” disse, la voce arrochita dal fumo.

Bene… sì… beh… certo” disse Simone gesticolando. Gli pareva che lo sguardo duro del tizio gli penetrasse nella mente per leggergli i pensieri. ‟Sì… ho sentito Valeria… per il lavoro… sì, cioè… magari sono interessato… però io lavoro già… chiaro… bisogna vedere in che orario… cioè… devo anche chiedere se… voglio dire, se mi danno dei permessi in caso…”

Aggrottando la fronte, l’uomo lo inchiodava con lo sguardo. Quando arrivò Valeria, sembrò sollevato di poter uscire dal bar per andare a fumare.

Dammi una sigaretta, amore, la fumo dopo” disse Valeria. Quello ne estrasse di malavoglia una dal pacchetto e gliela porse. Lei gli sfiorò leggermente la mano.

Simone si rassicurò, Valeria gli sembrava meno pericolosa.

Gestisco altri locali oltre la discoteca di Oderzo” disse Valeria. ‟Conosci il Flower? È una lap dance a Roncade. Ci sei mai stato?”

No, non era mai stato in una lap dance.

È un locale per una serata trasgressiva. La clientela è di tutte le età, ci sono le ballerine che si esibiscono in spogliarelli integrali. Proponiamo serate a tema, Sexy Halloween, Prosecco e porcelline, Spritz party, e spettacoli erotici con pornostar internazionali; ma anche addii al celibato e al nubilato, feste di laurea e di compleanno con la ballerina che esce dalla torta, come nei film.”

Simone non capiva perché Valeria gli parlasse del Flower. Valeria gli allungò un biglietto omaggio per l’entrata e un privé, e gli disse di andare a vedere il locale, poi si sarebbero sentiti di nuovo per il lavoro.

Il Flower non era molto diverso da una discoteca, era solo più piccolo, e c’era un’unica sala con al centro la pedana sopraelevata a forma di T, circondata da una balaustra di tubi d’acciaio. Luci blu e rosate creavano un’atmosfera sensuale. I clienti erano tutti maschi, in branco o almeno assieme a un amico, Simone sembrava l’unico da solo. Un tavolino basso era riservato a suo nome. Il gruppetto di ragazzi lo guardò con ostilità perché dovettero spostarsi dal divano per lasciargli posto, e il loro risentimento aumentò quando una ballerina si diresse proprio verso di lui.

Ciao, sono Kiki” lo salutò. Era altissima sui tacchi da venti. Simone si trovò davanti agli occhi il perizoma nero. Alzò lo sguardo seguendo la guêpière di tulle che velava appena i seni, fissando gli occhi scuri della ragazza oltre la bocca color fragola. Era eccitato e imbarazzato.

Valeria mi ha parlato di te” disse la ragazza.

Mentre Simone pensava a qualcosa da dire, un ragazzo seduto sul divanetto a fianco si intromise.

Attenta che quelli piccoli ce l’hanno grosso…”

Tu invece…” gli rispose.

Te lo faccio vedere, se vuoi” continuò l’altro.

Tu viene al privé, allora. OK?”

La ragazza se andò sculettando, dopo aver salutato Simone. Gli occhi dei suoi vicini si incollarono alle due bocce ondeggianti tra le quali scompariva il filo nero del perizoma.

Simone rigirò tra le mani il biglietto che gli aveva dato Valeria. ‟Privé… privé…” bisbigliò muovendo leggermente le labbra, come una litania. Cercò con lo sguardo Kiki, non l’aveva più vista. Riapparve, per allontanarsi subito dopo verso il corridoio dei privé, seguita da due uomini.

Quando iniziò lo spettacolo della famosa pornostar di Conegliano, Nadia Ballarin ex-Miss Prosecco 2014, tutti si accalcarono verso la pedana al centro del locale. I più fortunati conquistarono il posto accanto alla balaustra, gli altri allungavano il collo per rubare alcune istantanee del suo mezzobusto siliconato. Non vedendo nulla dietro la solida barriera di maschi, Simone salì su un divanetto. La pornostar scivolava avanti e indietro sulla pedana mentre, prima timidamente, poi con maggiore spavalderia, i privilegiati vicino al bordo allungavano le mani per accarezzare l’agognato corpo femminile. Dalla consolle, il presentatore esaltava lo splendore e la sensualità delle forme di Nadia, raccomandando di stare calmi e di sfiorare appena la sua pelle luminosa.

Simone rivide Kiki. Scese in fretta dal divano, tenendo il biglietto omaggio in mano, ma altri lo precedettero e la ragazza scomparve ancora nel corridoio dei privé. Lo spettacolo erotico procedeva oltre la calca eccitata. Simone sentì le incitazioni del pubblico che inneggiavano a un certo Michele, preso di mira dalla pornostar con qualche esibizione.

Si sentiva fuori luogo, ancora più solo. Decise di andarsene.

Ehi, alle tre fanno pasta e fagioli per tutti” gli gridò un ragazzo fuori dalla sala, vedendo che stava per lasciare il locale.

‟Ah… ho già mangiato” disse Simone. L’altro sembrò dispiaciuto. ‟È gratis” aggiunse. Simone gli disse che doveva proprio andare, sarebbe stato per un’altra volta. ‟Alla prossima, allora. Mi raccomando!” lo salutò rientrando in sala.

Simone bevve con avidità l’aria gelata della notte e si diresse verso il parcheggio. Seduto in auto, si disse che era un coglione, sì, un autentico coglione. Gli veniva da prendersi a pugni dalla rabbia per aver perso quell’occasione. Stringendo il volante come se volesse sgretolarlo, continuò a ripetersi quanto coglione fosse finché non arrivò a casa.

Allora come ti è sembrato?” chiese Valeria quando si rividero al bar.

Bello, davvero” disse Simone. Valeria gli si avvicinò, la stoffa della camicetta comprimeva i seni gonfi facendone risaltare l’attaccatura, sembrava dovessero esplodere a momenti. Simone si sforzò di guardarla negli occhi.

E il privé? Non ho chiesto a Kika se ti è piaciuto.”

Bellissimo.”

Gli spettacoli erotici servono a scaldare l’atmosfera del locale” disse Valeria. ‟Pensavo che potresti fare un numero con una ragazza dove mimate… sì, fate finta di avere un rapporto. Vi strusciate e basta… non devi fare nulla veramente, solo stare al gioco. Perché è come un gioco… devi prenderlo come un divertimento.”

Simone era stordito. ‟Ma io non ho mai…”

Non ti preoccupare se non sei mai salito su un palco” lo interruppe Valeria. ‟È facile… Faremo una prova prima del tuo debutto.” Gli sorrise.

Simone moriva dal desiderio di stare accanto a quei lisci, profumati, sensuali corpi di donna, anche se sapeva che per farlo doveva interpretare ancora la parte del nano.

Ci posso pensare?”

Valeria si mostrò delusa dalla risposta tiepida.

Ci mettiamo d’accordo per il compenso…” disse.

No… ” disse Simone. ‟È che… è una cosa nuova per me. Devo pensarci un attimo.”

Basta che non ci metti troppo. Domani mi chiami, d’accordo?”

Sì, certo, domani. Ma non volevo… cioè, sono molto interessato… davvero… e ti ringrazio tantissimo della proposta.”

Valeria lo salutò, lasciandolo riflettere davanti alla tazzina da caffè vuota.

Era seduto sul vecchio letto matrimoniale dei suoi genitori con il portatile aperto su YouPorn quando suonò il campanello di casa. L’erezione iniziò a declinare. Il campanello trillò di nuovo impaziente. Scese dal letto senza infilarsi neppure i pantaloni della tuta, deciso a respingere qualsiasi scocciatore.

Ciao nano.” L’eccitazione si volatilizzò. ‟Aprimi, voglio solo parlarti.”

Vai via” strillò Simone.

Hai visto che fine ha fatto quel bel nanetto di gesso?”

Chiamo la Polizia.”

Davvero?”

Chiamo la Poliziaaa!”

E che gli dici? Che hai trovato un nanetto davanti alla porta?”

Adesso li chiamo.”

Fissò la porta come se dovesse affrontare lo sguardo gelido del rapinatore e rabbrividì dal freddo, a gambe scoperte e con solo una maglietta addosso. Il cellulare era sul comodino in camera, ma cosa poteva dire? Che uno dei rapinatori della discoteca di Oderzo lo minacciava? Avrebbero potuto proteggerlo? No.

Dei colpi alla porta lo fecero sobbalzare.

Sono qui nano del cazzo, ti decidi ad aprire? Apri. Voglio solo parlarti.”

Si guardò attorno terrorizzato, un insignificante strato di legno lo separava dal rapinatore.

Aiutooo” urlò. “Aiutooo! Mi vogliono ammazzare!”

Silenzio. Poi un rumore di qualcosa che si rompeva. Andò a rintanarsi a letto, sotto le coperte, tremante per il freddo e la paura, tenendo il cellulare in mano come fosse un talismano contro i mali del mondo. Un’ora dopo decise di andare in Questura.

Vorrei fare una denuncia. Vogliono uccidermi, mi minacciano. Quelli della rapina alla discoteca di Oderzo, lo Smeraldo. Io ero lì. So chi è uno di loro.”

Chi è?” chiese l’agente.

Il fidanzato della titolare, Valeria. Lei non c’entra, anzi mi ha offerto un lavoro. Non so come si chiami il rapinatore, ma l’ho riconosciuto dallo sguardo.”

Che lavoro le ha offerto?”

Ehm…” Prese tempo. ‟Un lavoro in un altro locale della signora, come…” Cercò la parola adatta. L’agente lo scrutò indagatore.

Insomma, mi ha minacciato” riprese Simone. ‟Sa dove abito, è venuto davanti alla mia porta di casa. La porta di casa, capisce? E mi ha messo per due volte un nano da giardino… cioè i cocci di un nano sul tappeto d’ingresso. Ecco qui se non mi crede, ne ho portato qualcuno.” Estrasse da un sacchetto di plastica dei frammenti di gesso dai colori vivaci. L’agente li osservò senza toccarli.

C’è stata effrazione? È entrato in casa?”

No. Le ho detto che mi ha lasciato due nani rotti… i pezzi. È una minaccia.” L’agente non sembrava convinto.

Ho riconosciuto il rapinatore. Vuole farmi del male” ripeté Simone esasperato.

Li abbiamo arrestati i quattro della rapina” disse il poliziotto. ‟C’è oggi sul giornale. Forse non l’ha letto.”

Ma… siete sicuri?”

Prendiamo lo stesso la sua segnalazione. Se vuole può sporgere denuncia contro ignoti.”

Non denunciò nessuno. Mentre si trascinava a casa, squillò il cellulare. Era il tizio dei nani, ma stavolta Simone sentì un rumore familiare di sottofondo, un’astronave che esplodeva colpita da un meteorite infuocato. Un videogioco, in un bar che conosceva bene.

Bastardi!” urlò Simone al terzetto, entrando nel bar. Gli altri clienti si girarono stupiti.

Siete stati voi a…” quasi si strozzava a parlare, tremando tutto, i piccoli pugni contratti, ‟…a farmi lo scherzo con i nani.”

Che cazzo stai dicendo?” disse Francesco serio. Christian, che tratteneva a stento le risate, gli fece eco: ‟Che puffo stai puffando?”. Tito guardò Francesco come se aspettasse l’autorizzazione per potersi scusare.

Figli di puttana!”

Prese un casco da motociclista appoggiato su una sedia e lo scagliò in faccia a Francesco che per schivarlo alzò una mano. Christian scattò in piedi per protestare. Dolorante al polso destro, Francesco si alzò dalla sedia furioso. Tito cercò di rabbonire Simone dicendogli di stare calmo, che avrebbero discusso, che non occorreva prendersela in quel modo. Cercò anche di trattenere Francesco e Christian mettendosi tra loro e Simone per fare da mediatore, ma dovette spostarsi in fretta perché Simone lanciò a raffica quello che gli capitava sottomano: una bottiglia di birra, il posacenere di vetro, il vasetto con i fiori finti. Riparandosi la testa con le braccia, Francesco e Christian cercarono di avvicinarsi a Simone che urlava insulti, il volto rosso gonfio di rabbia.

Francesco si beccò una capocciata all’inguine, Christian e Tito morsi, graffi, calci. Ci vollero due ragazzi per trattenere Simone che si dibatteva strepitando, e Tito e altri tre che tenessero fermi Francesco e Christian che volevano vendicarsi dell’attacco.

Non avrei mai creduto che il puffo fosse così forte” commentò il barista il giorno dopo. ‟Comunque quei tre se la sono voluta.”

Simone era sempre nervoso prima dell’esibizione. Mentre l’aiutava a indossare il costume, Kiki gli aveva ripetuto di non preoccuparsi, e Tatiana gli aveva consigliato di fare come lei: pensare di essere un domatore nella gabbia dei leoni. Non si era ancora abituato, eppure Gongolo e Biancaneve era stato un successo. Era simpatico a tutte le ballerine. Simone era gentile, lo salutavano sorridendo, ci scambiavano qualche parola, e Kiki si confidava con lui sulla sua famiglia in Romania. Aveva tante amiche adesso.

Partì la canzone che gli indicava quando entrare in scena, poco prima che Kiki e Tatiana terminassero la scena lesbo. Simone uscì dal camerino infilandosi tra il pubblico che si fece da parte: due alti muri grondanti testosterone lo lasciarono passare fino alla scaletta della pedana. Era il Puffo voglioso, con una gigantesca protuberanza che sbatteva di qua e di là per far immaginare l’enorme pene eretto. Quando salì sulla pedana guardò il pubblico, un animale pulsante dalle molte facce, che lo incitava: ‟Puffati le puffe! Puffale, puffale!”. Inseguì Kiki e Tatiana travestite da puffette con una vaporosa parrucca bionda sotto il berretto bianco e il corpo ricoperto da lustrini azzurri. Mimarono un rapporto a tre, il pubblico urlava e lanciava battute al puffo. Simone si sentì orgoglioso. Lo prendevano in giro come sempre, ma sapeva anche che lo invidiavano perché solo lui era sul palco assieme alle ballerine. Il dj fece partire La canzone dei Puffi e Kiki e Tatiana, sculettando a tempo, cantarono il ritornello assieme al coro del pubblico: “Noi puffi siam così, noi siamo puffi blu, puffiamo su per giù due mele o poco più”.

La musica si interruppe. ‟Per favore, rimanete dove siete. È solo un controllo.” Il dj venne sostituito da un poliziotto dal piglio deciso. Le crude luci al neon, al posto dei faretti rosa e blu, sbiancarono lo stanzone sovraffollato facendo strizzare gli occhi ai clienti che si agitavano come galline in un pollaio: i più vecchi preoccupati di farsi schedare, i più giovani eccitati per l’avventura da raccontare agli amici. ‟Attenzione. Se collaborate faremo in fretta e ce ne andremo tutti via prima.” Le ballerine rimasero indifferenti, i controlli erano una questione di routine, Valeria era già stata avvertita.

Simone si guardò attorno spaurito, non era mai stato fermato dalla Polizia, neppure per una multa. Avrebbe voluto sbarazzarsi del grottesco costume da puffo, ma non sapeva come fare per non attirare l’attenzione. Sussurrando, chiese a Kiki cosa sarebbe successo dopo. La ballerina lo tranquillizzò: ‟Tu stai calmo. No problema, prendono solo tuo nome”. Forse poteva stringerle la mano per farsi coraggio, pensò Simone, ma poi decise che non era il caso.

Roncade. Irruzione delle Forze dell’ordine nel locale di lap dance Flower. Denunciata la proprietaria, una nota imprenditrice trevigiana, per favoreggiamento della prostituzione, e schedate le ballerine romene e ucraine. I militari hanno interrotto uno spettacolo di dubbio gusto a cui partecipavano due ragazze e un nano. La Marca gioiosa et amorosa di Signore & Signori conta quasi una cinquantina tra locali notturni, lap dance e club privé per scambisti, alcuni dei quali offrono solo una facciata legale ad attività di prostituzione.

Copertina: illustrazione di Pier Giuseppe Giunta

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Maurizio Donazzon
Sono nato a Treviso, nel 1961, e dal 2009 tengo corsi di Scrittura creativa presso l’Arci di Treviso, dove lavoro. Ho tenuto un Laboratorio sull’intervista da cui è tratto il volume Storie di vita migrante, Terra Ferma Edizioni, 2015, con dieci interviste di migranti.
Alcuni miei racconti sono stati pubblicati in antologie di concorsi letterari, altri sono presenti nelle riviste on-line WebSite Horror, Il Paradiso degli Orchi, Spazinclusi, Verde. Autore aggiunto presso Spazinclusi.

2 pensieri su “Noi puffi siam così

  1. Un racconto dal sapore amaro: tutti si approfittano di Salvatore e alla fine sta al gioco. Ha un buon ritmo che ti vien voglia di arrivare in fondo e sapere che fine farà il protagonista. I protagonisti sono lo specchio della nostra società all’insegna dell’apparenza, della solitudine e delle relazioni superficiali.

    1. Grazie per il tuo commento, Giuseppe. Il protagonista, Simone, cerca di sopravvivere come può, visto che è partito con uno svantaggio. Gli altri personaggi sono sicuramente lo specchio della nostra società, ma anche dell’umanità in generale, con difetti vari e qualche pregio. Saluti.

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