elettroshock, TSO, malattia mentale

Pozzo di luce

“Una delle malattie più diffuse è la diagnosi.”
(Karl Kraus)

Se apro bocca, spavento le occhiate dei camici uguali e di chi mi circonda. Le mie parole sono un canto improvviso e mai di un saluto. Desidero abbracci senza essere sfiorata, desidero la soluzione sul perché vengo fraintesa.
Chiudono le finestre la notte, ma il profumo di gelsomino vince. Credo. Chiedo conferma dell’inizio della primavera a Enrica acciambellata nel letto – anche se assai diverse, siamo però gemelle di naso, di pasticchette e di pigiami. Enrica sta zitta e sbava.
Fai una bolla di sapone per un sì e un rumore tuo per il no. Aspetto fiduciosa. La sento russare; gratto il ginocchio e forse l’orecchio, di sicuro sorrido ai fiori dietro al muro. Inutile. I camici chiudono prima le porte delle finestre.

Dondolo, dondolo, basta agitarsi in fretta e sei tu l’altalena.

Mia madre piangeva ed erano mie le guance innaffiate, povera stellina, doveva difendersi e barattò i suoi capelli per del fil di ferro. Per aiutarla presi un paio di forbici e ritagliai da un lenzuolo l’uomo di casa che ci avrebbe protette. Lo feci più alto di me, pelato in testa e in petto. Avrei dovuto mettergli delle castagne nelle tasche o dei sassi per piedi, allora sarebbe stato pesante (pesante eccome), abbastanza da restarci aggrappata, e ora starei ancora lì.
Enrica grugnisce e si mette le dita nel naso quando le giuro che potrei schierare un esercito dai letti.
Dammi le forbici, DAMMILEFORBICI. Dopo il canto, il silenzio.
Se apro bocca… l’ho già ripetuto vero? Scusa. Sono divertente, resta con me, posso indicarti unicorni di forchette, sorprendenti abissi di pochi centimetri e gli assorbenti sottochiave. Scordati del marzapane, è tutto sottochiave, sottofarmici, sottoragione. La loro. Abbasso la palpebra, alzo la palpebra. In una c’è il nuovo e il meraviglioso, l’altra fa la spia. Quale scegli?

Dondolo, dondolo, basta non smuovere il serpente o ti morde la corrente.

Oggi c’è Vittorio. Sono fortunata. Vittorio sta troppo attaccato alla pancia però custodiamo un segreto.
È il nostro segreto. Dice. Mi sventaglia con le mani e superiamo i lucchetti.
Gli uomini pensano a una cosa sola. Povera mamma. Sbagliato. Sono io quella che pensa solo a una cosa. Punto.
Siamo fuori. Mi tocca fra le gambe e manca troppo al momento della pipì; o a quanto pare no, visto che pure lui si abbassa i pantaloni. Sento la corteccia dell’albero baciarmi la faccia e l’erbetta di campo solleticarmi le caviglie mentre Vittorio mi massaggia dentro i vestiti. Il mondo al di là delle pareti bianche è un gran lavoratore. È molto indaffarato e non può badare a me. Il mondo fuori è un milione di schiene e di steccati. Schiudo le palpebre e le immagini mi colorano gli occhi; imito la croce con la testa: su/là; sinistra/sotto e sotto le foglie, le vene. Vittorio mi stringe i polsi come se stessi per cadere; il vento continua a soffiare senza condizionatori; dai rami cade la forfora e – putacaso fossi un dottore – si depositerebbe sulle spalle; nei cespugli ci sono gli animali attenti al loro futuro; e poi le api con cui bisogna star fermi. Ah! E gli uccelli cantano e volano. Sì, riescono a farlo. Tutto normale, non è strano. Davvero. Anche io canto e ascolto te lo sei scordato? A uscire, la pipì, di solito, ci mette pochissimo, invece Vittorio è lento. È costretto pure a sputacchiare dei versi strani per schizzarla fuori. Anche lui ha un tarlo nella testa, però non faccio la spia o non mi portano più via. E poi… meglio così, ho più tempo di respirare le nuvole.
Sapessi spiegare quanto amo qui-qua. In ogni caso una cosa la so. Lo chiamano parchetto e a me sta bene, certo i parchi di solito sono verdi, questo è più sul marroncino tipo la terra. È un parchetto stempiato tipo Ugo.
Ugo.
Mi agito pensando a lui e Vittorio si preoccupa della mia agitazione, facendomi tremare per il suo sguardo inquieto fuori posto, senza posto, mal riposto.
Schizzata, calmati. Sussurra il suo alito. Condensa l’orecchio.
Canto: Non ci voglio andare, Ugo non voglio vederlo, UGONONVOGLIO.
Le fronde degli alberi sono scosse da battiti d’ali che arcobalenano via da me. Piume sui serpenti, piume di innocenti.

Dondolo, dondolo, basta farsi le treccine e addio medicine.

I camici uguali arrivano a prendermi. Ci ho rimesso. Per oggi ciaociao lacrime di resina e pozzanghere scivolose.
Vittorio è in vacanza. Nessuno me l’ha detto però o Vittorio ha mangiato la mensa, si è tinto i capelli e fatto crescere le tette oppure è un’altra. Infatti. Si chiama Marcella. Marcella è grassa, occupa troppa aria e nasconde cosa c’è oltre la sua ciccia. Mi accompagnerà al giardino? È un bel problema. La metto alla prova. Le spiego della pipì e solleva la tazza del bagno. Tonta. Allargo le gambe per il segreto e lei grossa statuina. Sembra Enrica. Forse il segreto di Vittorio è diverso dal segreto degli altri? E dovrei conoscerli tutti?
Lo ammetto, sono distratta. Talmente concentrata a escogitare il modo più semplice per stamparmi ben bene il Marcellavolere che sto già accarezzando il parchetto. Marcella è distante quattro impronte e sorride. Ha le gengive in evidenza. Sacripante che schifo! Rimostranza al Direttore. Scrivo spesso lettere. Eliminano le forbici e le penne per creare guardiani e armi. Le scrivo con le unghie, la particina bianca, quella morta che non fa male se se ne viene via grattando. Le lettere sono al sicuro sulla parete della camera senza chiodi o altro che possa far male a un indossa pigiama come me. Sotto la pelle, sottoricette, sottogiudizio. Il loro. Certo una parete è difficile da imbucare quindi dovrà venirle a leggere lui. Ovvio che non stiamo sempre in camera! Io conto le carrozzine, spolvero la biblioteca, metto lo scotch opaco sulle finestre… Enrica? Enrica è vuota e può volare via. È malata. Per questo le mettono le cinghie.
Hahaha, no scema, parlo dell’altra stanza, quella senza i letti e con tutto il resto, così il Direttore ha la sua solitudine.
Con chi parlo? Lasciata dove? In un pozzo?
È il tuo posto speciale bambina mia, il tuo posto speciale. Non più mamma, adesso c’è il pozzo. Il pozzo di luce.

Dondolo, dondolo, basta evitare la scacchiera e la paura non si avvera.

È successo di nuovo. Ho conficcato troppo forte le dita e mi è venuto lo smalto rosso.
Uh-ho. Marcella si agita proprio come Vittorio e io ho ancora tanto bisogno di schiena contro schiena con l’albero. Resto calma secondo le avvertenze e la convinco che, dopo il trucco femminile sulle dita, la maniera giusta di vestirsi sposa gli uomini. Avvolta in un viticcio d’edera ricamo un abito in pizzo. Tessuto, trasparenza, tessuto, trasparenza e poi le confido: tagliuzzati i peli.
Ride.
Tonta. Non è gratis Marcella, stasera pretendo le mele gialle.
Ascelle bagnate. Stanotte ho meditato e sono scattosa. Una botta al cerchio e una a Ugo. Meno per meno, meno, più per meno, meglio. Grazie. L’importante è bruciare le divisioni, ho pochi tesori da condividere e, se proprio sono costretta a farlo, li regalo al primo che smette di annuirmi con gli occhiali.
Agata?
Chiamano. Cercano Enrica.
Agata, vieni bellissima, facciamo una passeggiata.
Enrica, spalmata sul materasso, diventa sempre più piccola e sparisce, io in movimento, tradita dai piedi. È semplice: a destra, passi-passi-passi, finestrone, mattonellette rosse e parchetto, a nonadestra… Stiamo andando a nonadestra.
Ripasso: domandano sul “vedere qualcuno”? Rispondo no. Domandano sul “sentire qualcosa”? Rispondo sì, cioè no. “Domanda che non capisco”? Rispondo sorriso.
E se c’è il trabocchetto, rispondo?
Scaldo l’alito nelle guance e lo soffio sulle mani. Posso fermarli. Stavolta testa ancorata al muro e hop-hop batticuore.
Ugo spunta troppo presto dal corridoio e stringo le natiche. Ha i denti divorati dai morsi…
Controllate se ha rimediato anelli e collanine e toglieteglieli.
…che mette in mostra come un museo e una bocca finta di parole andate a male. Ugo si sfida da solo e vince perché ai vecchi la realtà si è stufata di aggiustarli.
Agata giochiamo dopo, la dama non è un solitario, continua a camminare.
La sua fortezza è la scacchiera, io? Pedina già mangiata. Voglio afferrargli il colletto e sputargli addosso odio come fossi un drago ma graffio la sedia vuota.
Ragazzi si è aggrappata, datemi una mano a staccarla.
Vengo sollevata. Girano la maniglia e canto: NONVOGLIO. Ad attendermi lo stregone in camice bianco. Affonda l’ago e fuggo nel posto sicuro.

Dondolo, dondolo basta…

Basta, vi prego.
Inutile. Ho gli sbadigli. Sgomito ma, per quanto possa sbracciare, le braccia rimangono due e la spuntano loro. Mi costringono distesa a vedere il soffitto senza stelle mentre continuo a cantare: È stata Enrica, prendete Enrica. Smetto quando finiscono di legarmi alle cinghie. La pipì di Vittorio era gelatina calda e finiva sulle gambe, questa è fredda come miele e finisce sulle tempie.
Agata adesso ti diamo la gomma da masticare, tu mordi forte, va bene?
La gomma è troppo grande e giusto un gigante riuscirebbe a chiudere la bocca, invece le palpebre, quelle sì che diventano insopportabili e impossibili da tenere sveglie.
Dimenticherò i brividi sul corpo trasmessi dal letto di metallo, le macchie confuse di volti in mascherina, i bip dei macchinari, l’incandescenza delle lampadine e lo scoppiettare di lampi in miniatura dentro i cavi di serpente.
Arriverà la luce e cavalcherà la scossa, luce che vedrò a occhi chiusi e che mi accecherà i sogni con il suo dolore.

Copertina di Matteo “ShannoSauro” Vettori

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *