piano sequenza

Piano sequenza

Ho sempre saputo che la grande vocazione della mia vita sarebbe stata fare film. Non come attore, dell’apparire non mi è mai importato granché, sarei stato un regista. Avrei diretto grandi pellicole, con alle spalle importanti produzioni e cast di rilievo. Ne avrei girati a decine ma già sapevo quale sarebbe stato il primo: un film sulla vita di mio padre.
Emigrato in America quando aveva poco meno di vent’anni, riuscì a inventarsi una professione dal nulla, passando attraverso ogni avversità che essere solo, in un paese straniero, porta con sé. Imparò la lingua in pochi mesi e dopo un’altra manciata si guadagnò un posto di lavoro al Ritz, dove fece una vera gavetta. In pochi anni passò dall’essere l’ultimo degli uscieri al ricoprire il ruolo di direttore. Militari, scrittori, politici, star del cinema e della musica, passarono tutti dalle sue stanze. Fece arrivare in America anche i genitori e le sorelle, li guidò alla scoperta di questo nuovo Paese pieno di opportunità e sistemò tutti: gli fece avere una casa, un lavoro, alle sorelle persino un marito. Gli hotel di tutto il mondo se lo contesero e lui li accontentò tutti, o quasi. Percorse cinque continenti e frequentò l’alta società di tutta Europa, stringendo amicizie con persone provenienti da luoghi talmente lontani da non sapere nemmeno dove si trovassero. Il suo peregrinare durò finché non conobbe mia madre, a Roma, dove rimase per il resto della sua vita. Di questo ha sempre parlato con leggerezza, rispondendo ogni volta con un sorriso a chi gli chiedeva se rimpiangesse la vita di un tempo. “Ovviamente no”. E aggiungeva: “una stanza d’albergo è sempre una stanza, in qualsiasi paese sia. Quello che ho trovato qui è stata un’intera casa”.
A vent’anni di lui mi restavano tre bauli pieni di diari e di fotografie, oltre alle lacrime di mia madre che non si è mai rassegnata alla sua precoce scomparsa e al rimpianto di non averlo ascoltato di più. Per questo, decisi che al centro del mio primo film ci sarebbe stato lui.
Dopo il liceo scelsi di frequentare il DAMS e mi laureai poco oltre i tempi e con una media discreta. Finita l’università non era il momento di fare sul serio: anch’io volevo vedere il mondo, aprire la mente a tutto quello che solo a vent’anni puoi vedere, sentire, capire. Raccolsi tre amici della facoltà e con lo zaino in spalla salutai mia madre. Il giorno della partenza, quando avevo già quasi un piede sulla scaletta del treno, prendendomi il viso tra le mani mi disse:
“Sono fiera di te. Stai ripercorrendo le orme di tuo padre e ti sei pure laureato”.
Sorridendole appoggiai la fronte sulla sua, chiusi gli occhi e respirai a fondo. Mi sforzai di imprimere per bene nella mente ogni ruga, vecchia e nuova, che si affacciava sul suo viso.

 

Girai due anni. Lungo la strada persi di vista un paio degli amici con cui ero partito ma ne guadagnai di nuovi. Lavorai in molti posti diversi: vagando tra bistrot di Parigi, lavanderie di Dublino, pub di Londra e ristoranti italiani di Madrid. Ovunque fossi, alla fine di ogni giornata di lavoro mi sedevo davanti alla finestra della casa del momento e pensavo al mio film. Riflettevo su quale fosse l’attore che potesse meglio interpretare mio padre, pensavo alla scena iniziale, alle battute di chiusura, al titolo che avrebbe avuto. In una di quelle sere mi arrivò una telefonata di mia zia. Chiamava dall’America, diceva che mia madre era malata e che non ce la faceva più da sola.
“Perché non me lo ha mai detto? Ci sentiamo almeno una volta ogni tre giorni!” chiesi alla zia. “Preferirebbe morire pur di non mettersi tra te e i tuoi sogni, Paolo, lo sai.” rispose lei.
Aveva ragione. Feci in fretta le valigie e dopo due giorni ero a Roma, a casa. Dissi a mia madre che non ne potevo più di fare il vagabondo, avevo bisogno di mettere radici. Non so se ci abbia mai creduto.
Ero contento di starle vicino, di poterle essere utile, anche se mi faceva male vedere come ogni giorno perdesse brandelli di autonomia. Era come osservare un bambino piccolo: ogni mattina lo guardi e ti accorgi che ha fatto un passo avanti, pronunciando chiaramente parole che solo ieri non conosceva. Ma esattamente al contrario.
In quegli anni non avevo tempo di pensare al film. Era un’idea che restava sullo sfondo, mi consolava nei momenti più duri, la tenevo come rifugio. Non importava che dovessi passare le mie giornate ad alleviare i dolori della mamma e le serate a preparare cocktail in un locale per ricchi ragazzini annoiati. La mia carriera mi avrebbe aspettato, del resto anche Tarantino non era nato regista. Dovevo pensare a lavorare: le cure e l’assistenza di cui aveva bisogno mia madre stavano rosicchiando tutto quello che papà le aveva lasciato. Volevo evitare di vendere la grande casa di Piazza Caprera, non volevo farle perdere anche questa illusione.
I miei sforzi non servirono a molto. Poco dopo il mio trentaduesimo compleanno mia madre morì. Ci misi un po’ di tempo a realizzare che ero rimasto solo. Anche se fu un sollievo saperla finalmente libera, iniziavo a fare i conti con il fatto di non avere nessuno a cui badare. Tornai al mio film, il primo di una lunga serie. Ora finalmente potevo dedicarmi alla mia vera vocazione, mi dissi. Negli anni dei viaggi e in quelli della veglia ne avevo collezionate di storie da raccontare.
Dopo il funerale, me ne restai chiuso per giorni in casa a guardare i più grandi classici della storia del cinema. Uscivo solo per prendere e riportare i film in videoteca. Casablanca, Il Padrino, Le Iene, American Graffiti, La Stangata. Da ognuno prendevo una frase, rielaboravo un’inquadratura, riadattavo un personaggio, fondendo ciascun elemento in quello che nella mia testa stava diventando sempre più concretamente il film su mio padre.
Mentre riconsegnavo Quarto Potere, con la convinzione che sarebbe stato il turno di Via col Vento, notai che il ragazzo della videoteca era stato sostituito. Al suo posto c’era una giovane donna, immaginai avesse all’incirca la mia età. Lo scoprii presto: mi colse di sorpresa, dicendomi che il suo turno stava per finire e mi invitò a uscire per bere un caffè. Che diventò un aperitivo, poi una cena e un abito bianco indossato pronunciando le parole “Lo voglio”.

 

Ero convinto che l’ingresso di Giada nella mia vita mi avrebbe costretto a ripensare ai miei tempi e ai miei spazi. Le parlai della vocazione cinematografica, che approvò e incoraggiò. Le spiegai che avevo bisogno di un lavoro serale per potermi dedicare al film di giorno, e lei capì. Trascorrevamo insieme un paio d’ore, quelle che intercorrevano tra la fine del suo turno in videoteca e l’inizio del mio al pub. A volte con qualche amica veniva a trovarmi al locale, ma l’ambiente non faceva per lei, così rinunciò. Le stava bene così. “Dovremo resistere quel tanto che basta affinché tu possa sfondare come regista. Vedrai che dopo il primo film la strada sarà in discesa”. Sapeva leggermi dentro.
Arrivò mio figlio Marcello, poi fu il momento di Luisa. Finché furono piccoli la nostra alternanza in casa ci fece comodo, e Giada non chiese più del film. Mentre i bambini dormivano io potevo lavorare, buttavo giù scene, abbozzavo dialoghi, facevo ricerche sulle case di produzione a cui avrei potuto mandare il mio copione. Quando Giada rientrava mi preparavo, apprestandomi a iniziare il mio lavoro reale, quello con cui compravo latte e pannolini.

 

Festeggiai i miei primi quarant’anni: i bambini ormai andavano a scuola e Giada iniziò a notare che tutto quello che c’era del film era un mucchio di fogli scarabocchiati riposti nel secondo cassetto della scrivania. Cominciò a fare domande e io iniziai a dare sempre meno risposte. Nel frattempo dal bancone di un pub ero passato al bancone di un bar, pur mantenendo gli stessi orari. Per qualche mese inventai che per sostituire un collega dovevo iniziare a lavorare due ore prima. Io e Giada ci incontravamo sulla porta e riuscivamo a malapena a farci un passaggio di consegne sui bambini.
Una sera tornando a casa la trovai vuota. Lessi sulla lavagna in cucina che potevo trovare sia Giada che i bambini a casa dei suoi, ma senza troppa fretta, tanto sarebbero rimasti lì a tempo indeterminato. Non ne fui sorpreso, anzi. Mi stupì che fosse successo solo in quel momento. Dopo lunga meditazione, conclusi che quella era un’opportunità. Da quando mi ero laureato era il primo vero momento in cui potessi dedicarmi solo a me stesso e alla stesura del film.
Rilessi gli appunti e buttai via tutto. Era necessario ricominciare: si apriva un nuovo periodo della mia vita, una seconda maturità, e dovevo rivedere il mio progetto in quell’ottica. Per tre anni non feci altro che lavorare al bar di notte e al film di giorno. Vedevo Marcello e Luisa due volte al mese, nei weekend. Questa era l’unica distrazione che mi concedevo, anche se a fatica. Ero totalmente preso dal mio progetto, lo vedevo concretizzarsi ogni giorno di più: la mia creatura stava finalmente prendendo forma.

 

Era il 4 marzo del 2002, avevo quasi cinquant’anni ed ero pronto ad inviare alle case di produzione il mio lavoro. Il copione era nero su bianco : c’era tutta la vita di mio padre. La fatica fatta per inserirsi in un Paese totalmente nuovo, il successo fulminante, la sistemazione dell’intera famiglia, i viaggi intorno al mondo, l’incontro con mia madre, la sua morte. Ce l’avevo fatta.
Quel giorno spedii quindici dattiloscritti, tornai a casa e aspettai. Avevo preso un periodo di ferie per riprendermi dallo stress degli ultimi anni e godermi l’attesa.
Non fu una buona idea. Avevo tanto tempo per pensare e nessuna notizia a cui prestare attenzione. Le ferie finirono e ripresi la mia solita routine, con quel tarlo che non mi lasciava mai in pace. Dopo quattro mesi ottenni una risposta. Nella lettera di accompagnamento al copione avevo concluso scrivendo:
“So di non essere più giovane, ma ogni esperienza della mia vita mi ha portato a scrivere questo copione. Del resto, anche Tarantino prima di diventare un grande regista ha fatto molti altri lavori.”
La riposta che mi arrivò fu la seguente: “La ringraziamo per l’invio, ma lasci stare Tarantino.”
Fu l’unica risposta che ricevetti.

 

Rimasi per circa venti minuti a fissare la cassetta delle lettere. Il portiere dovette chiamarmi molte volte prima che riuscissi a riscuotermi. Salii le scale del palazzo con una lentezza tale che mi sembrava di avere due enormi palle da carcerato appese alle caviglie. Provai tutte le chiavi prima di trovare quella giusta, alcune le provai anche due volte. La chiave della porta era quella nera, l’unica del mazzo ad avere un colore diverso, ma in quel momento non riuscivo a vederlo. Sentivo nelle orecchie l’eco delle battute che avevo scritto, mi accecava il riflesso delle luci di scena che avevo immaginato avrebbero illuminato il viso di mio padre sul set.
Aprii la porta e iniziai a muovermi di stanza in stanza. Vidi mia madre, seduta al tavolo della cucina. Intenta a cenare davanti alla televisione, in una mano la forchetta, nell’altra il telefono che le portava la mia voce proveniente da lontano. Vidi Giada prepararsi per uscire, davanti allo specchio del bagno. Pochi gesti precisi la rendono ancora più donna, mentre io dormo nel letto pieno per metà. Vidi Marcello e Luisa giocare sul tappeto accanto al mio tavolo da lavoro. Marcello insegue Luisa che ha da poco imparato a gattonare. Le calpesta per sbaglio una mano, facendola scoppiare a piangere: “Shhhh, zitta! Non vedi che papà sta lavorando?”
Vidi mio padre. La sua intera vita mi passò davanti confondendosi con quella racchiusa nel mio copione. All’improvviso non vidi e non sentii più niente. Solo un rumore di fondo, che mi pareva nuovo, attirò la mia attenzione. Ci misi un po’ a capire cosa fosse: il pendolo di papà stava suonando le cinque. Da quando era morto non mi ero mai accorto che fosse ancora lì.

Fotografia di Magale (Flickr)

2 pensieri su “Piano sequenza

    1. Mi fa piacere leggere il tuo commento perché mi dà l’idea che sia riuscita a rendere proprio ciò che volevo dire. Grazie per aver letto e commentato!

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