Il passato non è un luogo ospitale

Il passato non è un luogo ospitale

– Se vuoi puoi restare.
– Non posso. Mi dispiace. Domattina sono di turno. E poi non mi piace dormire fuori casa.
Lei, a piedi scalzi, con il trucco sbavato, abbraccia Salvo. Indossa una maglietta nera, stinta, in cui si vede ancora Madonna che ammicca. – Mi prometti che mi chiami?
Lui non controlla il suo corpo che a quelle parole s’irrigidisce appena. Sente gli occhi gonfi e la bocca impastata.
– Ma certo! – Sussurra. Poi esce, sale in ascensore, si volta indietro, le sorride e con la mano accenna impacciato un saluto mentre si chiudono le porte. Minchia, stavo soffocando. Non era male, ma la voce era terribile.
Sale in macchina. Gli occhi bruciano per la stanchezza. Musica e finestrino aperto per stare sveglio e guidare fino a casa. Poi potrà dormire beatamente. Domani è di riposo.
Si erano conosciuti un paio di ore prima in un locale dove, senza tanta fatica, con un pizzico di fortuna, entri solo ed esci in compagnia.
Salvo aveva avuto un turno pomeridiano di merda, non solo in senso figurato. Un paziente anziano, a cui era molto legato dai numerosi ricoveri e dalla somiglianza con suo padre, aveva avuto melena tutto il pomeriggio. Alla fine, era morto.
Nonostante si fosse lavato e cambiato la divisa, continuava a sentire addosso il fetore pungente e dolciastro di tutto quel liquido melmoso.
A fine lavoro con rabbia e tanta adrenalina in corpo decise di andare in quel locale, tanto a casa non lo aspettava nessuno.
Beveva raramente. L’alcol lo disinibiva e questa cosa lo infastidiva.
Fece un’eccezione, la giornata lo esigeva.
Guardando l’umanità volgare e disperata che animava il posto, si soffermò per qualche minuto di troppo su quella creatura: aveva qualcosa di inquietante. Era una donna imponente, capelli mossi rosso Tiziano, lineamenti squadrati come certe figure di Mario Sironi. Il vestito sgargiante e iridescente strideva con l’ambiente. Salvo è attratto dalle stonature, dai difetti, dalle disarmonie.
Lei lo aveva notato. Si capiva che ammirava l’aspetto un po’ imbolsito, la testa ingrigita e ordinata, la faccia crucciata e lo sguardo triste. Si avvicinò. Gli chiese qualcosa con fare affettato. Quella voce finta e monotona, dal timbro nasale, lo irritava. Il personaggio però, lo eccitava. Nella vita sessuale di Salvo c’erano state donne e uomini, fino a quel momento non aveva mai provato interesse per chi nel corpo era sia uno che l’altro. Era giunto il momento di aggiungere alla fallimentare vita relazionale fluida, una nuova tessera: Bea.
Come succede in queste occasioni avevano bevuto e avevano parlato. Ognuno aveva cercato di mostrare le cose più interessanti di sé. Salvo chiama questa fase: lo sfoggio del pedigree. Distrattamente le sfiorava le dita, poi le prendeva la mano curata, morbida e calda, gli piaceva, lo eccitava.
Man mano che chiacchieravano, sentiva montare la voglia di toccare quel seno granitico e la curiosità di vedere come fosse il suo coso fra le gambe. Che effetto farà vedere un uccello in tiro tenuto in delle delicate mutandine di pizzo. Una fantasia degna dell’obiettivo di Robert Mapplethorpe. Chissà, forse usa le braghette da uomo?
Probabilmente anche Bea aveva voglia di andare oltre le parole: poggiava decisa la mano sinistra all’interno della coscia di lui e con fare esperto la faceva scivolare vicino all’inguine senza sfiorare la parte centrale. Sicuramente quel tipo le piaceva, forse sperava di trovare la persona con cui avere una relazione vera.
Andarono a casa di lei. Salvo non ama far entrare estranei in casa.
Lui all’inizio era imbarazzato davanti a quel corpo materno dalle braccia possenti con un pene più lungo del suo. La situazione la sentiva, contemporaneamente, inquietante e attraente.
Invece Bea era a proprio agio.
C’era uno specchio in camera, rifletteva il loro amplesso. Salvo sbirciava, ma distoglieva lo sguardo immediatamente: provava vergogna del proprio corpo goffo.
Il letto cigolava ritmicamente – Sì. Continua… fammi tua! – Bea, ansimava e parlava a volume sostenuto, lui odiava tutto quel fracasso. Con una mano le avrebbe chiuso volentieri la bocca, ma la posizione non lo consentiva. Riuscì a concentrare l’attenzione sulle piacevoli sensazioni che stava provando il suo uccello. Raggiunse l’orgasmo. Lei lo seguì.

Squilla il telefono, si sveglia improvvisamente, ha un tuffo al cuore. Un attimo dopo si ricorda che è a casa e oggi ha il giorno libero – Minchia, ma chi è che chiama alle sei di mattina?
– Pronto, chi è?
– Salvatore?
– Si! Dimmi Cettina, cos’è successo? – Riconosce la voce della sorella. Il fatto che usi il suo nome per intero gli fa presagire qualcosa di grave.
La mamma sta morendo – si sente che aspira l’aria, riempie e svuota i polmoni, poi continua – stanotte l’hanno portata all’ospedale e poco dopo è stata rimandata alla casa di riposo in stato di incoscienza. Ho già scelto l’abito per vestirla quando sarà esposta. Se la vuoi salutare devi sbrigarti a venire. – Silenzio.
– Ma certo. Ora controllo i voli e vedo se c’è posto. Comunque, è già successo: pareva morisse e poi si è ripresa.
– No! Stavolta sta messa troppo male.
– Sei sicura vero? Non vorrei che finisse in una corsa inutile.
– Sta tranquillo, questa è l’ultima corsa che fai per lei.
– Ma tutte le volte stai a preparare l’abito. Nemmeno fosse la cosa più importante.
– Lo sai che sono esaurita. È tutto sulle mie spalle. Non voglio che alla casa di riposo possano pensare che l’abbiamo abbandonata. Se non ti piace come faccio, muovi il culo e ci pensi tu!
– Ti faccio sapere quando arrivo. Se ci sono novità cercami sul telefonino.
Trova il volo. Minchia, quanto mi costa sto viaggio? Meno male che il 27 si riscuote!
Guarda l’ora, si alza. Lo aspetta una lunga giornata. Inizia dalla doccia per vedere di eliminare odori e residui della notte.
Si sta asciugando velocemente e tra le chiazze non appannate dello specchio osserva la carne cadente: sull’addome è un’estroflessione circolare che rende i fianchi tondi, morbidi e lisci come l’impasto lievitato di una pagnotta.
Prova ancora rabbia e vergogna per quel corpo molle e sgraziato. Si ricorda quando era grasso, brufoloso e coi capelli unti. Il disagio a mettersi in costume da bagno.
Rinfila il pigiama per coprire le flaccide nudità: anche se solo, ha pudore a girare svestito.
Avverte il reparto che deve assentarsi. Prepara lo zaino con poche cose.

Salvo arriva alla Casa di riposo Sant’Agata accompagnato da Cettina. Con astio lo ragguaglia sugli ultimi avvenimenti e su tutte le incombenze che è stata costretta ad accollarsi.
Non è arrivato in tempo. La vede dentro una stanza spoglia, eccetto per alcune riproduzioni di pietà e di deposizioni. Le pareti color crema sono illuminate da una fioca luce al neon, che gli ricorda i languori dei pomeriggi invernali quando fa buio presto. L’unica nota vivace è il cuscino floreale colorato davanti alla bara, profuma di bocci carnosi e di fiori recisi.
La guarda, Eccoci qui. È finita la tua sofferenza di vivere rimuginando. Da morta hai perso l’espressione triste e arcigna. Sembri dormire rilassata, rinfrescata dalla ibernsalm, incurante del rumore fastidioso che emette, ricorda il motore di un vecchio frigo nel silenzio della notte.
Ora nella stanza c’è un via vai di parenti: facce da circostanza, occhi rossi, gonfi e lucidi di chi ha pianto.
Salvo ascolta, con espressione seria, annuendo a ogni elogio o aneddoto sulla poveretta. Minchia, che palle sta gente.
Si gira verso la cassa da morto refrigerata dov’è distesa, l’incarnato roseo come una vecchia bambola di biscuit gli fa ricordare il colore del corpo di Bea. Si ricorda delle sue tette troppo grosse e troppo finte, se pur tese e corpose, le trovava imbarazzanti come quelle di sua madre.
Non riesce a versare una lacrima, la cosa lo irrita.
É sicuro che Cettina abbia fatto un’abbondante colazione a base di ansiolitici e antidepressivi, che in una circostanza come questa, invece di farla sembrare una rintronata, le conferiscono l’espressione della figlia straziata. Come una prefica scolpita da Botero, quando arriva qualcuno si lamenta stropicciandosi occhi e naso. Accanto ha un cestino, già metà pieno, dove getta in modo metodico fazzoletti di carta appallottolati.
Lui, invece delle lacrime sente arrivare la salivazione. Sto per disperarmi veramente, se non vado a prendere un caffè freddo macchiato con la granita di mandorla!
Lentamente si avvicina alla sorella e le sussurra:
– Mi manca l’aria, ho un nodo alla gola, mi gira la testa, devo uscire a prendere un po’ d’aria. Cinque minuti. Ti dispiace?
– Vai pure. Se proprio non puoi farne a meno. Qui comunque, la mattina passa anche il dottore.
– Tranquilla, non è nulla di grave. Ancora non mi rendo conto di quant’è successo.
Esce lentamente, facendo finta di barcollare un poco, quanto basta per essere credibile. Adesso un bel caffè come si deve per rifocillarsi.
Fuori è una giornata calda e profumata di pollini e gas di scarico. Vicino c’è Savia, una pasticceria storica, un’istituzione. Vede un posto a un tavolino esterno, decide di concedersi un vero piacere: granita di caffè e mandorla. La gusta con voracità e un velato senso di colpa. Si accorge di due turisti intenti a mordere la scorza croccante del cannolo di ricotta, nel vano tentativo di non farla sbriciolare sul piattino. Clienti abituali divorano arancini al ragù mentre parlano di calcio e di “quel cornuto del sindaco, che si piglia i voti e non fa le cose”, accalorati nelle disquisizioni, non si rendono conto delle macchie rosse e delle tracce di formaggio filante che schizzano su barbe e magliette, proprio all’altezza delle panze prominenti. Dovunque giri lo sguardo vede bocche fameliche intente a mangiare tutte le specialità da tavola calda: tovaglioli che non riescono a contenere le leccornie bramate, esondano di ingredienti, mentre le labbra e il mento sono unti dai condimenti sapidi. Signore provenienti dal mercato con sporte traboccanti che spandono odori di carne, pesce, verdura e frutta di stagione, a passo svelto si avviano verso casa per cucinare. Tu cucinavi poco e male, non facevi la spesa. Papà andava al mercato. Io, da quando avevo undici anni, facevo la spesa al supermercato, poi cucinavo. Ecco cosa mi rimane degli anni passati insieme.
Sorseggia con gusto ciò che è rimasto della granita, ormai sciolta. Lo sguardo si posa su una cinquantenne che ha le fattezze della morta. Minchia, no. Mi ricordo anche il tuo corpo grasso e sfatto come una modella di Lucien Freud. Stavi seduta sul letto, nuda, mi chiedevi di agganciarti il reggiseno, oppure volevi che t’insaponassi la schiena quando facevi il bagno. Volevi uscire con me, dormire con me: senza giri di parole mi confessasti che papà ti faceva schifo e volevi che prendessi il suo posto.
Sente il bisogno di alzarsi e camminare, prima di rientrare e fingere di mortificarsi per la dipartita. Gira tra le stradine che tagliano Via Etnea. Scorge i segni del tempo che passa su ogni cosa.
Cammina e si sente investito dal rombare delle moto, dal suono dei clacson, dalle suonerie pacchiane degli smartphone e dalle voci sguaiate adoperate nel vano tentativo di sovrastare tutto quel casino. Vede i balconi con le cassine tirate giù per far entrare l’aria ma non la luce calda, piante grasse succulente e gelsomini inebrianti fanno capolino da vecchie ringhiere, intonaci scuri scrostati dal tempo e dall’incuria. Questa decadenza gli suscita nostalgia.
Rientra nella stanzetta sbiadita per presenziare alla veglia. Cettina è sempre nella stessa posizione, gli occhi gonfi e arrossati, naso tumido, tra le mani stringe dei fazzoletti di carta stropicciati.
– Scusami, ho perso tempo, non me ne sono reso conto. Vai tu, ora. Vatti a sgranchire le ossa e pigliare un poco d’aria fresca.
– Non mi pare il caso. Cosa penserebbe chi arriva e non mi trova?
– Dammi retta: esci! Ai parenti che vengono, ci penso io.
– Vabbè, cerca di non fare casini.
Rimasto solo, seduto, guarda il cadavere tenuto al fresco che adesso pare mostrare un sorriso ironico. Cosa mi vuoi dire? Che stai meglio da morta? Che in fondo la vita è solo fatica e sofferenza?
Scosta la tenda bianca, apre la finestra, non c’è una nuvola, sente la luce tiepida entrare nella stanza.
Prima della chiusura della bara, un ultimo sguardo: la pelle sta diventando grigia.
L’attenzione di Salvo è attratta da un capello bianco rimasto attaccato alla giacca della morta. Lo prende delicatamente tra il pollice e l’indice, lo guarda alla luce e ricorda un proverbio che sua madre usava spesso: “a menti è ‘n filu di capiddu”. La morta conosceva bene la fragilità, lui ha una dannata paura di diventare come lei, già ne scorge i segni.
Il luogo dell’eterno riposo è in una zona vecchia e caotica, che ha mantenuto inalterata nei tempi la fama di quartiere pericoloso. Il cimitero rispecchia il fascino degli opposti che si vive in città. Monumenti funebri sobri e antichi si trovano soffocati tra quelli di cattivo gusto e ipertrofici di ultima generazione.
Scelgono di tumularla nella tomba accanto a quella del marito: la pietra lavica delimita gli spazi, così sono vicini, ma distanti e speriamo che nell’aldilà riescano a punzecchiarsi meno. Abbiamo finito!

Fuori è buio, dalla finestra aperta si vede l’alone della luna, i due fratelli sono nella cucina accogliente della casa di famiglia immersi in un silenzio gelido, interrotto dal frinire dei grilli e dal rumore dei motori delle auto che di tanto in tanto passano. Da qualche anno è diventata il nido di Cettina. Vi si è trasferita da quando la figlia Sara studia a Milano, il marito l’ha lasciata perché aveva trovato la “scarpa giusta per il suo piede” e lei si nutre di pillole per non sprofondare. Salvo la osserva mentre riordina fogli e documenti, che la mattina, aveva lasciato frettolosamente sul tavolo. La vede brutta e sfiorita. Gioisce, nel rendersi conto che anche su di lei, nonostante sia più giovane, iniziano a disegnarsi le stesse rughe, lo sguardo triste e il doppio mento della madre: un marchio di fabbrica a cui nessuno dei due è riuscito a sottrarsi.
Vorrebbe urlarle che, in fondo, lei aveva sopportato il fardello della madre, solo per impossessarsi della casa. Invece resta in silenzio.
Cettina, stanca e sicuramente innervosita da quegli occhi che la scrutano, come concludendo un discorso:
– Senti, io sono stanca morta. Telefono a Sara e poi mi metto a dormire. Se vuoi mangiare qualcosa apri il frigo e ti arrangi. A che ora parti domani?
– All’una devo essere all’aeroporto.
– Bene, abbiamo modo di fare ancora due parole. Buonanotte.
Salvo guarda quelle stanze, oggi più vuote e silenziose rispetto a quando vi abitava, ha l’impressione di sentire ancora l’odore di fumo della stufa a legna, il profumo della pizza fatta in casa. Lo sfiorano immagini degli anni di scuola, quelli in cui provava a ribellarsi, le feste comandate, noiose e piene di cibo. Adesso non c’è più nulla del suo passato, sono rimasti solo i mobili antichi di famiglia, invasi dagli oggetti della sorella.
Pensa alla sua piatta quotidianità fatta di turni, bollette da pagare, solitudine e sessualità liquida. Si sente arido e rabbioso come i vecchi a cui pulisce il culo quando è al lavoro.
Trova quella calma silenziosa insopportabile.
Sente il brusio della città notturna. Avrebbe voglia di un’altra granita.
Anche se stanco, decide di prendere il suo bagaglio a mano e andare via. Non c’è motivo per restare.
Salvo sente il bisogno di perdersi tra le strade dov’è cresciuto, ormai cambiate. È in cerca di vita. Come se il tempo non fosse trascorso.

Racconto di Giuseppe Fabrizio Ernesto Coco
Copertina di Francesca Galli

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Giuseppe Fabrizio Ernesto Coco, 3 nomi e altrettante personalità, nato a Catania, il secolo scorso, vive a Firenze. Ha pubblicato alcuni saggi e testi divulgativi, sullo stile di vita etico, tra i quali Sowa Rigpa (Infinito Edizioni) insieme a Franco Battiato e Il pasto gentile (Infinito Edizioni). Spinto dal desiderio di avventurarsi nel mondo della narrativa ha frequentato dei corsi online della Scuola Holden e non solo. Alcuni racconti sono stati pubblicati su alcune riviste come Pastrengo e YAWP: giornale di lettere e filosofia, Nessuno legge, Sguardindiscreti, Blogorilla.

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