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Nico in the Jungle #1

“Salve, sono Nico”.
Mostro il palmo della mano, le dita amichevolmente aperte. Dovrei apparire disinvolto, il peso tutto su una gamba e l’altro piede, boh, su un trattore o sulla testa mozza di Winnie the Pooh.
“Mai a gambe aperte” mi ha detto la coordinatrice “ché sembri un caporale”.
E allora mi alzo dalla sedia Lilliput con le mani cordialmente nelle tasche, e dondolo un po’ sui talloni come un tredicenne al primo appuntamento.
Più giù un po’ troppo in giù – le signore stanno affondate nelle seggioline, le borsette strette alle ginocchia e i menti sorridenti protesi verso di me.
“Ciao Nico” dicono in coro.
Questa fratellanza da alcolisti anonimi mi imbarazza un po’. Sono tutte belle, qualcuna sorprendentemente attempata ma tirata a lucido, e il mio radar personale capta bigiotteria costosa e capelli freschi di phon. Tutte sanno di profumeria e cristalli liquidi, l’aula sembra una serra.
“E’ una scuola del centro, la nostra” mi sussurra la coordinatrice sperando di pilotarmi altrove lo sguardo.
Gli occhi mi cadono allora sui miei tasconi mimetici, un camouflage ottimo per mimetizzarmi fra i cartelloni dell’autunno, e sulle mie vecchie Adidas che han fatto chilometri tra i baretti delle Piazze.
Ma forse le signore si staranno chiedendo dei capelli.
“Mi raso” dico accarezzandomi il cranio lucido e abbronzato.
Mi accarezzo sempre così, da dietro, coi polpastrelli che cercano le sopracciglia e la mano che tiene la testa come una palla da bowling.
Le signore sorridono cortesemente, la più vecchia dietro l’ostia d’argento che porta al medio, la più giovane, quella con la testa riccioluta come Napo orso capo, con un pizzico di malizia.
In un’altra vita ci proverebbe, mi dico con un certo orgoglio.
“I piccoli sono ancora un po’ perplessi” riprendo “perché non hanno capito che Dio ha creato i bianchi, i neri, i gialli. E i calvi”.
Qua e là ci sono delle risatine che mi infondono un po’ di coraggio.
“I piccoli credono che i miei capelli stiano sotto una cuffia di pelle. Tentano disperatamente di sfilarmela, e mi vengono a guardare dentro la maglia per cercare dove nasconda le tette”.
Certe mattine neppure io son proprio sicuro di non averle. Dopo che ne ho tirato su uno dopo l’altro ed aver permesso loro di asciugarsi il naso sul mio collo, sempre con la mano che mi fruga nella maglia, dentro mi sento un po’ morbido, come inflaccidito.
“Per le prime ore Nico si tiene il berretto per non turbare nessuno” aggiunge la coordinatrice.
Io alzo gli occhi verso la collana di uccellini di carta che pende dal soffitto: su quest’argomento abbiamo già ampiamente litigato.
La mia divisa da pusher, come l’ha definita lei, è rigorosamente inamovibile se in classe non c’è almeno un tot di gradi. E’ per via della sinusite che accuso da quando sono stato assunto. Sono stato perentorio: “Buongiorno arrivederci non stia in pensiero è un bambino splendido un vero angelo” il tutto dentro il mio tabarro.
Ma torniamo alla riunione.
Metto le mani sul taschino del camice bianco ma decorato di improntine impresse con tempera, acquarelli, colori a spirito, oltre che materie organiche delle più dubbie nature, e pronuncio con enfasi: “Prometto di prendermi cura dei vostri bambini, di soffiare loro i nasi tutte le volte che mi sembra stiano annegando e di pulire i sederini come si deve”.

Dopo il giuramento le signore si sono alzate dalle seggioline massaggiandosi le ginocchia. Alcune sono passate a stringermi la mano e mi sembrava che mi guardassero come un esperto. Una di loro mi ha confidato che il suo scoiattolo – bambino dell’ultimo anno? – non vuole rinunciare al vasino. Ho fatto un gesto come a dire “Bazzecole,” e siccome era una di quelle carine, le ho detto che avrei dato un occhio al piccolo, per vedere quanto utilizzasse i nostri bagnetti. Intanto guardavo di sottecchi coordinatrice perché in riunione di staff avevo cassato– l’avevo proprio affondato, dai – quel coso, quel tabellone dove avrei dovuto indicare le cacche di giornata con a fianco le iniziali di chi le aveva deposte. Le mere iniziali avrebbero dovuto essere a beneficio della privacy – ancora qualche mamma vivesse la cosa con spirito competitivo – e il tabellone per quelle fra loro che usano la peretta come forma di punizione corporale. L’ho studiato all’università che le madri lavoratrici lasciano un vuoto che il figlio cerca di colmare trattenendo le feci. E allora: non vai al gabinetto con regolarità? Eccoti un bel clisterino alla glicerina gusto malva. Che ti serva di lezione, non si colpevolizza la mamma. Regala alla tua mamma in carriera una cacca morbida e fragrante come torta al cioccolato.
Reminiscenze di psicologia dell’età evolutiva e robaccia simile, potrei farci degli spot per addetti ai lavori e per chi faccia di temi quali parti anatomiche, funzioni corporali, rumori e rumoretti, l’oggetto preferito delle sue conversazioni.
“Ma maestro sei stato tu? A me sembra che sei stato tu. Ehi, è stato il maestro a fare quella…”
Che ne volete sapere, tutti voi mangia-minestrine, del kebab che mi son fatto fuori ieri sera? Che se solo mi siedo sui vostri cessetti da puffo potrei cagare fiamme come un Churchill Crocodile.
Questa sì che sarebbe una storiella golosa, di quelle che incollano le chiappe alla sedia, ma di sicuro i bambini ci farebbero dei disegnini. Tutta una serie di fiamme e nubi gassose da appendere in corridoio, e la riccioluta, in quell’altra vita dove non è madre e io maestro di suo figlio, non ci proverebbe più.

Ero sceso dal Lurido perché non mi andava di cucinare.
E’ un kebabaro, il Lurido, chiamato così perché affetta la carne, riempie le pucce, risponde al telefono, carica la stufa, si soffia il naso, senza mai pensare di lavarsi le mani, e compensa l’alta concentrazione microbica a manciate di peperoncino. Un po’ più appetitoso del sapone liquido, un po’ meno impersonale: vuoi mettere le manate sulle spalle che ci scambiamo noi avventori con le lacrime agli occhi e i fazzoletti quando il naso comincia a colare? Il Lurido, con l’erogatore dei tovagliolini rigorosamente vuoto e lo spiedo che gira dalle sei del mattino, sorride come un filosofo da dietro il bancone. Un adulto così simile a come è stato da bambino, per me che traffico tutto il giorno con salviette igienizzanti, kleenex, pettinini a denti fissi – eccolo lì, un pidocchio grosso quanto un paramecio, ah no è una briciola di parmigiano che il compagno ti ha messo sulla testa, ah no scusa, è neve, nevica qui dentro, non vi siete mica accorti brr…– un adulto così, è quasi terapeutico.
Quindi che il Lurido sternutisca, pazienza: sul cartellone vicino alla porta della classe ho scritto N-A-S-O, ovvero caverna misteriosa e piena di delizie.
Alzi la mano chi fra voi grandi – grandi veri intendo – non si sia mai eccitato per l’odore di una donna. Non il profumo, Channel, Gautier: l’odore.
A essere bravi ci si potrebbe fare una mappa coi vari odori di una femmina, i miei bambini potrebbero farne un cartellone.
L’altro giorno uno di loro – forse Ermanno – mi ha detto che le ascelle di sua madre sanno di latte. Peccato non poterlo verificare; quando la mamma è venuta a prenderlo io ho detto soltanto: “Ha mangiato tutto ma non ha voluto i fagiolini” e lei se ne è andata affranta, lasciando nell’aria un afrore tutto artificiale di muschio bianco e orchidee.
Di Serenella farei volentieri un cartellone, poi direi ai bambini: “Vedete il disegno di quella bella donna tutta nuda? Adesso giochiamo a freccette. Sforacchiamo la mia ex!”
Ma le femminucce vorrebbero sapere chi è, chi non è, e mi interrogherebbero di nuovo sul perché non sono fidanzato.
Sebbene tutte loro siano fidanzate con me e mi riempiano le tasche di pegni d’amore, desidererebbero al mio fianco una donna che sappia fare il caffè e un pollo un po’ più tenero di quello tutto abbozzato dai morsi dei piccoli.
Ho provato a raccontare che Serenella non è che cucinasse proprio, perché studiava – sempre col naso nei codici, quanti sabati sera mi ha fatto sprecare – però sapeva fare toast sontuosi con la sottiletta, la maionese e qualche volta la foglia di insalata. Mi hanno chiesto se si metteva i tacchi, e Serenella no, solo scarpe basse, per lo più sportive.
“Allora non era una donna vera” hanno concluso.
A trovarla un’altra così. Anzi no: “Non ne voglio un’altra, voglio solo lei” ho detto alle bambine.

Le ho telefonato per raccontarle del nuovo lavoro e invece ho finito per dirle che da quando mi ha lasciato non ho più fatto l’amore.
Il che non è vero, ma non l’ho più fatto come lo facevo con lei, quindi non ho detto una bugia, ho semplicemente fatto un’ellissi, come quella dei bambini quando raccontano alle mamme cosa fanno all’asilo.
Avrei potuto giustificarmi così, quando lei mi ha rinfacciato che sa benissimo che scopo con Carolina, perché l’altra mattina ci ha visti uscire da casa mia e infilarci nel bar qui a fianco. Invece, come fosse una spiritosaggine, ho risposto che la mia moka fa un caffè che sa di guarnizione. Lo dovrebbe sapere bene: non eravamo andati insieme da Troni per comprare la macchinetta di quell’attore, come si chiama? Quello che si è sposato sul Lago di Como.
Serenella mi ha preso a male parole, ha detto che sono un bambino che si è sempre rifiutato di crescere. Bambinone ecco come ha detto.
“Cambiando discorso. Che lavoro è che avresti trovato?” mi ha chiesto bruscamente.
A quel punto non potevo mica raccontarle che ero stato assunto come maestro d’asilo. Le ho detto che mi avevano preso come toelettatore per cani.
E’ stato come dar fuoco alle polveri, e io sono un kamikaze, me lo diceva sempre che avevo gli occhi che bruciavano come quelli di un kamikaze palestinese, e io sapevo che stavamo per fare l’amore. Ma non quella volta.
“Con la tua laurea?” è saltata su “con tutte le comunità e le cooperative che ci sono. Non venirmi a dire che non avresti trovato un lavoro. Uno straccio di lavoro. Part-time! A chiamata! Tutti quegli anni sul groppone di tuo padre a raccontargli la frottola dell’impegno sociale. Tu nel sociale, tu egoista che non sei altro. Preferisci togliere le pulci ai cani. Bravo!”

Bravo.

Ho allontanato il telefono rendendo la sua voce remota come fossimo sotto acqua, poi ho appoggiato gli occhi ai palmi delle mani e ho pensato a Cloe, quando mi ha chiesto se poteva cantare la canzone di Frozen. Gliel’avevo sentita fare decine – di migliaia – di volte e così l’ho messa sulla cattedra e le ho detto: “Il palco è tuo”. Lei, una biondina con le fossette su una guancia sola, ha cominciato con la sua voce un po’ tremolante, e l’inizio non era male, tutti i bimbi zitti, ma poi…
Poi la catastrofe, Cloe si volta verso di me con gli occhi pieni di lacrime e mi fa: “Me la sono dimenticata”.
E aveva uno sguardo così deluso, come quello che avrebbe avuto Olaf nel perdere il suo naso-carota, con tutti quei fetenti alti due soldi di cacio che stavano già cominciando a ridacchiare, che me la sono messa sulle spalle e ho detto: “Assieme!”
E l’abbiamo cantata tutta, io che non sapevo le parole e lei che le sapeva benissimo, e dopo si è fidanzata con me e mi ha regalato come pegno un tarallo di quelli che rimangono sotto i tavoli in mensa, tutto colorato coi pennarelli.
Se Serenella potesse immaginare quanto il prossimo descritto in un manuale universitario sia diverso da quello che ti sta a cavalcioni sulle spalle!
Lei non lo sa che un bambino non è un librone di mille pagine e duemilanovecentosessantanove articoli. E’ un amplificatore emozionale. Un ripetitore ad alta frequenza. Un meccanismo parossistico. Un’idrovora di energia psichica.
Cloe ha detto che la prossima volta canteremo la canzone di Winnie the Pooh, quella non la fa piangere.

A proposito. Ho attaccato vicino alla cattedra un rotolo di carta assorbente. Basta che i bambini si avvicinino non che chiamino “Maestroooooooooo! Vieniiii!” ogni volta che si ritrovano una caccola sulle dita e io gli do uno strappo o due, a seconda della gravità.
Anche chi piange ha diritto a questi strappi, ma se piange con troppi strilli prima si deve dare una calmata nell’apposito angolino che ho costruito con i cubi morbidi. Una specie di stanzetta delle lacrime, dove si può anche urlare e battere i piedi senza essere sgridati.
Quindi chi piange in malo modo fila là dentro, e se si sfoga per benino ha diritto di chiamare “Maestroooooooooo! Vieniiiiiiiiiii!” Perché posso capire che a un certo punto non è questione di caccole ma di coccole.
Allora, anche se ha ancora le guance rosse e il fiatone, lo prendo sulle mie ginocchia che hanno lo stesso potere rilassante del sedile di un’Audi A5. “Al tuo posto” dico poco dopo dandogli un buffetto sulla nuca e quello, ormai dimentico della scena da Regan prima dell’esorcismo, si siede al banco completamente ubbidiente.
Questa arrendevolezza improvvisa, il rimettersi a chi di fatto l’aveva confinato in un bugigattolo, se devo essere sincero, mi fa un po’ pena.

Ci sono altre cose che mi danno questa sensazione, come di panetto di burro che si squaglia dentro il petto. Ermanno l’altro giorno scappava come Speedy Gonzales perché il lupo – che neanche a dirlo ero io – lo inseguiva feroce. Causa una fottuta stringa, Ermanno ha fatto un allungo ed è finito con la testa contro il termosifone, uno di quelli vecchi con la piega sui tubolari, e si è inciso un po’ la fronte. Niente di che, eh! ma sanguinava. Cazzo se sanguinava.
“Una ferita di caccia” gli ho detto ansimando perché ero corso a cercare i ghiaccetti in cucina, e poi il ghiaccio secco quando la cuoca mi aveva mostrato il freezer vuoto e mi aveva spiegato che ci voleva la cassetta del primo soccorso.

Quindi la corro a cercare e rovisto dappertutto, maledico la cuoca che si è spiegata male, la trovo. Riparto e mi ricordo solo quando vedo grembiulini gialli in ogni dove, che sono schizzato via lasciando la classe da sola e in preda al panico, panico puro da Squalo capitolo primo. Ho dovuto riacciuffare bambini scappati in tutte le direzioni prima di potermi battere la confezione del ghiaccio sintetico sul ginocchio e spiccicarla sulla fronte di Ermanno.
Ansimavo ancora un po’ quando spiegavo la dinamica dei fatti alla coordinatrice e alla madre dell’infortunato, piegandomi in continuazione a tirare su i piccoli che volevano essere rassicurati perché avevano visto il sangue e i grandi che volevano vedere da vicino la macchia rossa che Ermanno mi aveva lasciato sul camice.
“Guido” mi corregge la madre. Si stratta della riccioluta.
“Mi scusi, i grembiulini sono tutti uguali” ho risposto con la gola stretta vedendo sfumare la possibilità di averla in un’altra vita.
“Lo porto al pronto soccorso” ha detto cacciando il piccolo dentro il cappotto. “Di sicuro oltre ai punti gli faranno una Tac. Spero non sia da ricovero perché stasera abbiamo una cena”.
Le sopracciglia della coordinatrice si inarcano verso di lei e poi si inchiodano su di me, come quelle delle altre maestre che ci osservano dalle soglie delle aule.
Ho ancora addosso tutta una nuvola di biasimo quando la riccioluta, dopo essersi diligentemente annotata sul suo taccuino di Prada gli estremi dell’assicurazione, infila la porta.
“Ho sbagliato tutto” tento di dire.
“Fila!” strilla la coordinatrice indicandomi il suo ufficio.
Lì mi siedo sulla sedia inquisitoria ricapitolando mentalmente i miei peccati lupo, stringa ghiaccetti – e prima che lei dica qualsiasi cosa, tipo inaffidabile o, si sa mai, bambino non cresciuto, appoggio i gomiti sulla scrivania, e giuro che non lo so perché, proprio non lo so, ma scoppio in lacrime. Un pianto dirotto.
Qualsiasi cosa volesse dirmi fino a quel momento la coordinatrice non me l’ha detta. Ha dato un colpo alla porta per risparmiare quest’ulteriore strazio ai bambini e mi si è seduta accanto.
“Beh?” mi fa.
Un buon modo per cominciare, beh.

Grande cubo blu sulla tangenziale, scritte gialle: l’Ikea. L’idea è scacciare dai pensieri la vergognosa scena con la coordinatrice che è stata materna e severa al tempo stesso, e che come ogni buon padre perdona ma non del tutto se no ci ricaschi. Ne sono uscito con gli occhi così gonfi che tutte le colleghe hanno capito che avevo pianto.
“Ti ha sculacciato?” mi ha fatto una di loro.
Ora vorrei trovare un pupazzo per Guido, di qualunque forma purché non lupo, ché diventi il suo migliore amico e che gli ricordi che è tutto bene quel che finisce bene, pazienza punti, tac, alcool che brucia ecc..
Nei cestoni ci sono cagnolini dal pelo sintetico, una volpe dal muso lungo e un serpente in tre taglie con la lingua di fuori. Prendo questo, metto giù quello.
Alla fine riempio la sporta gialla di tutti i peluche che riesco a stivarci, con l’ispirazione di diventare un buon maestro, tipo Gesù Cristo, e iniziare un laboratorio sulle favole di Esopo.
Mi sento energico, a casa butto i pupazzi in lavatrice, metti caso si portino dietro qualche allergene che faccia venire le macchiette, e poi scarico più o meno tutti ad asciugare nella vasca, col serpente che si spenzola dalla doccia. Sono sul punto di fare qualche foto, sempre per il laboratorio, quando suonano.
“Chi cazzo è?” mi chiedo scavalcando un coniglio che sta sgocciolando sul tappetino.
“Io”.
Solo lei direbbe io.
“Ho passato lo sscritto” annuncia appena le apro. Ha le guance accese e gli occhi lucidi di chi ha brindato più di una volta. “Volevo dirtelo”.
“Congratulazioni” rispondo freddamente.
“E’ che ho passato tanto di quel tempo a preparare l’essame con te, che è un po’ come se lo avessi passato anche tu. No?”
“Tu studiavi. Io guardavo la TV.
Mi domando perché non mi senta contento che Serenella si sia precipitata a dirmi dell’esame. Se ne sta nella cornice della porta come una Madonna dentro la teca, con i calzoncini corti sopra le calze spesse e gli stivali di pelle che abbiamo comprato insieme ai saldissimi di fine stagione. La sua meravigliosa cascata di riccioli ramati sulle spalle del Barbour.
“Che c’è?” mi chiede mettendomi una mano sulla camicia “non ti fa piacere che ssono venuta?”
Parla impastando le esse quando beve un bicchierino di troppo, Serenella. E quando è così, è incline ai rapporti sessuali, come me dopo che litigavamo.
Tutti quei boli di rabbia che ho ingoiato, penso assaporando il gusto prugna del suo rossetto, tutta quel patetico bisogno di sentirmi immediatamente perdonato.
E’ già a seno nudo, le ho sfilato la maglia insieme alla canottiera insieme al reggiseno.
“Ma mi ssembri trisste. Sscusa, prima vorrei passare dal bagno”.
“Il bagno è pieno di animali feroci” rispondo cadendole sopra.

Ho sognato di darle la caccia in mezzo alla giungla, cercandola dentro una vegetazione cavernosa, spostando foglie grandi come padelle che mi sbattevano sulla faccia, e districando le caviglie da liane pelose. “Dovesssei?” urlavo.
La giungla ribolliva di suoni e di odori, crepitava da tutte le parti di insetti e animali che strisciavano, fiori che scendevano dai rami, esseri che si nascondevano nei tronchi ma niente. Serenella non c’era.

“Avvocato”.
“Quasi” dice rivestendosi. Ora la sua s è magra e un po’ astiosa perché pensa la voglia prendere in giro.
“Lo so che devi ancora fare l’orale” mi affretto a dire “ma insomma, hai già fatto un bel passo”.
Si sta facendo la coda cacciando in un elastico fluo i riccioli che fino a poco prima strofinava sulla mia pelle. Non sopporto che non mi guardi ma mi vergogno di essere nudo.
“Sere” dico con la voce strozzata. Lei si volta. Ha il suo colorito normale, si è pettinata bene con pochi gesti e ha sollevato le punte del colletto. Non una piegolina sulla camicetta, non una sbavatura del mascara, neppure un orecchino mezzo sfilato. Niente di niente di niente di niente che mi provi che è la stessa con la quale ho appena fatto l’amore.
Ha la bocca di nuovo prugna e dritta, come quella che correggo sempre nei disegni dei bambini.
“Devo andare a tagliare le unghie ai cani” dico.

In un lampo ho infilato jeans e giubbotto, e l’ho lasciata in casa che si tirava su la lampo degli stivali. Sul marciapiedi mi sono calcato in testa il mio berretto da pusher.
Stasera mi sbronzo, ho giurato a me stesso.
La mattina seguente mi sono trascinato all’asilo il sacchetto pieno di pupazzi e un gran mal di testa.
“Ti faceva male la testa ieri?” faccio a Guido grattandogli una patacca dal grembiule “Oggi anche a me”.
“E dove ce l’hai il taglio?” mi chiede lui per niente convinto. Penso ai cinque shottini e a quanto mi sono costati.
“Nel cervello” rispondo.

Mi hanno operato, i bambini, e mi sembrava di stare di nuovo nella giungla. Animaletti che mi guardavano dai banchi, musetti a punta, musetti tondi, code e codini, cubetti di gomma piuma al posto delle noci di cocco, colori psichedelici ovunque. Forse è stato l’odore della coccoina o i polpastrelli freschi che mi esploravano il cranio, le rughe della fronte, i lobi occipitali, i lobi delle orecchie. Chi cercava il taglio, chi cercava i punti, chi i capelli. Alla fine lo hanno trovato: eccolo eccolo attento no sì che dobbiamo fare piano glielo togliamo che gli fa male povero maestro piano amici ho paura ma è morto ma dorme sorride che bello ecco così così già così ecco ecco.

Ho illustrato alle colleghe il progetto sulla lavagna treppiede. Mi son preso un foglio nuovo, senza annotazioni di nessuna. In cima ho scritto G-I-U-N-G-L-A. Ovvero: natura selvaggia. Al riparo nella fitta vegetazione sta l’animale feroce, l’animaletto piccolo, il saprofita – guardo con la coda dell’occhio se qualcuna ride – i fiori carnivori, i funghi allucinogeni. “C’è tutto nella giungla” concludo girandomi “quindi c’è posto per tutti”.
Le colleghe sembrano più che altro interessate ai disegni di pennarello che ho sulla testa.
“Mi hanno estratto un proiettile” taglio corto “ora mi sento molto meglio”.
“Sinceramente avrei preferito Esopo” dice la coordinatrice “se dovevamo tirar in ballo gli animali”.
“Esopo è fuori moda. E’ anemotivo Esopo. Voglio andare sull’emozionale”.
Tutte le colleghe annuiscono perché quest’anno le emozioni fanno tendenza.
“E gli animali non tramontano mai” concludo accarezzandomi il cranio e sparpagliando ovunque le suture.

“Se tornassi indietro non studierei più. Direi: papà, ma mi vedi? Guardami per favore. Mio papà non mi guardava e mi ha costretto a fare il liceo”.
“Costretto?” fa la coordinatrice spennellando la carta pesta. Stiamo preparando un po’ di banani e si è messa i guanti per darmi una mano. Si è anche sbaffata la guancia di colore, ma non glielo sto a far notare perché prima ha detto: “Ma dammi del tu, una buona volta! Non sono così vecchia” Quindi siamo in modalità amichevole.

“Va be’, ci siamo capiti” le rispondo “Ha detto che voleva che facessi il liceo”.

“Ah”.
“Dall’alto in basso, così dai l’idea del tronco. Prendi bene.”.
“E cosa avresti voluto fare?” Adesso il colore ce l’ha anche sulla bocca, peggio di certe mie uccelline. Si è accorta che me ne sono accorto e le scappa da ridere.
“Ma non lo so, qualcosa di più creativo. Mi piaceva disegnare”.
“E lui temeva che diventassi fumettista”.
“Esatto, te lo vedi che dice: mio figlio? disegna fumetti. Sono orgoglioso di lui. Orgogliosissimo che…”
“E ora, cosa dice?”
Mi chino a raccogliere una foglia e l’attacco con le puntine. Do una bella spruzzata di lucido e faccio tre passi indietro per osservare il risultato. Perfetta: sembra coperta di rugiada.
“E chi glielo ha detto, a mio padre, che faccio il maestro d’asilo”.

“Lo sa mia mamma” dico davanti alla carbonara “ma le ho fatto giurare di non dirglielo”.
E’ una situazione un po’ strana, non avrei mai pensato di entrare in questa cucina né di mangiare la carbonara assieme, tra di noi solo il macina pepe e la formaggiera. In cucina ci sa fare. L’uovo è perfetto, né crudo né stracotto.
“E tu pensi che lei non gli abbia detto niente?” mi chiede “e lui non ti domanda nulla, come paghi l’affitto, come fai con la spesa?”
Alzo le spalle avvitando gli spaghetti accanitamente. “Penserà che spacci”.
Lei tira le labbra. E’ ancora una bella donna, ha un qualcosa negli occhi che ricorda il caramello. Se la dovessi disegnare metterei subito, uno, due, tre pallini colore del miele.
“Nicola”.
“A no, ti prego” le faccio perché se mi chiamano per intero è per rimproverarmi “sei stata gentile ed invitarmi a casa, fai veramente una carbonara professionale, ma non dirmi niente per favore”.
“Ce n’è ancora”.
Quando è arrivato suo marito col borsone del calcetto stavo guardando il finale di Paura d’amare, abbracciato ad uno dei cuscini del divano. Il punto dello spazzolino da denti.
“Buonasera” gli dico “è un film bellissimo”. Frankie ammette di avere quarantatrè anni, io tiro su col naso.
Il tipo mi squadra da capo a piedi.
“Il ragazzotto” sento che bisbiglia alla moglie di là in cucina “rimane anche a dormire?”
Io intanto mi sistemo il plaid sulle gambe. Chiara, che fino a qualche giorno fa chiamavo semplicemente la coordinatrice, dice:“Si chiama Nicola, il ragazzotto”.

“Capisci Nicola?” Gilberto ha questo vizio un po’ antipatico di finire tutto quello che dice con capisci.
“Capisco, ma non vuol dire che la pensi come te. D’accordo?”
“Dici sempre d’accordo” dice Gilberto arrotolando l’asciugamano e rimanendo completamente nudo sulla panca “sei insicuro, ragazzo mio”.
“Vado ad asciugarmi i capelli” gli rispondo ma Gilberto mi costringe a sedermi di nuovo accanto a lui e ricomincia a parlare piegato sulla pancia pelosa.
“La scopi e te la levi dalla testa. Cinquanta cento volte, capisci? Tanto mi sembra che non sia una che disdegna. Nel senso: ce ne sono di quelle che non lo fanno se non in una situazione regolare, ma questa mi hai detto che te lo prende anche se. E così ti aiuta, no? Perché alla fine” dice stringendo e aprendo il pugno “che altro vuoi? Una volta che viene a letto lo fai come ti pare, senza starci tanto a pensare, perché se si lamenta ce la mandi. E lo fai che lo fai che lo fai fino a che ti nausei. Capisci?
Alla fine ti stanchi sempre, io e Chiara dopo tutti questi anni quante volte credi che lo facciamo? Ogni tanto, tanto per”.
Non riesco a distogliere gli occhi dalla sua pancia tutta sblusata sulle ginocchia, e vorrei dirgli: “Credo ben! Che Chiara non ti voglia. Ma ti sei visto?”
Purtroppo essere adottato da lei, bella donna senza figli che cucina benissimo e ama chiacchierare con i piedi sotto un plaid di lana – parla bene, dolce, senza pungere mai, ironica, energica – ha significato essere adottato anche da suo marito e dalla sua squadra di calcetto. In spogliatoio, quando vedo tutti quei culi smunti e grinzosi, quelle cosce di pollo ruvide e blu di varici, beh, sento un’incredibile nostalgia per i culetti paffuti dei miei bambini che mi viene sempre di dargli un pizzicotto. Non ‘ste quattro acciughe rinsecchite con l’otre sul davanti. Diventerò anche io così? mi chiedo davanti allo specchio.
“Ciao Gilberto” dico issandomi la borsa sulla spalla, “vado avanti”.
Gilberto si gratta il ginocchio. “Wè, ricordati di domenica, alla brace ci pensi tu”.
Dopotutto non è un tipo cattivo.
“Capito?” sento che mi grida dietro.

Dopo il calcetto passo sempre sotto casa di Serenella. Se vedo la finestra della cucina illuminata mi sento sollevato: studia. Lei e i suoi codici, i piedi sulla sedia di fronte, è un quadro che conosco.
Se è tutto buio è uscita.
Se è illuminata la stanza da letto non me la sento di immaginare oltre. Di costringerla a ricoprirsi e a mentire: stavo leggendo un libro. Io che, preso dalla smania, corro di camera in camera dicendo dov’è? dov’è? Come se dovessi stanare uno scarafaggio, e rovescio le coperte e guardo sotto al letto e vedo il libro sul pavimento, aperto, interrotto. Oppure un uomo nudo, con le lenzuola stropicciate attorno alle gambe.
Il calore della partita mi si è completamente gelato addosso, mi tiro su la zip fino al mento e riprendo a camminare dopo un ultimo sguardo verso la cucina. Stasera posso sentirmi consolato da quell’occhio giallo nella notte.

*****

Sara Gambolati. Di Padova, ha fatto studiato tutt’altro e lavora non nel settore, legge da quando ha finito Pinocchio edizione integrale e scrive racconti da poco. Si ispira alle storie che sente allo sportello, nella sala caffè, sul tram che finiscono un file criptato intitolato Operazioni di saccheggio.

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Fotografia di Sara Gambolati

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