Morte di una marea(Cover)

Morte di una marea

Cosa sa di noi il mare durante il tempo che gli stiamo lontano? Sbaglierò, sarò pure un venditore di fumo o di bolle di sapone, ma col passare degli anni mi sono abituato a vedere il mare come un essere pensante. Ho accumulato un numero sufficiente di prove a favore della sua esistenza: egli si nutre, si corica, si alza e va anche a lavoro. E quando gli gira uccide. È vivo. Ontologicamente vivo. Se non basta, posso pure dire d’averci parlato di donne.
D’altronde, rimasto solo coi miei quattro stracci, il tempo per arrovellarmi in facezie del genere non mancava. Vivevo gomito a gomito con una solitudine che rappresentava il conto da pagare per una vita zeppa di errori. Ed ero giù di corda. Sempre più di rado mettevo piede fuori dal letto, mi svegliavo già stanco, così tramortito che pure farsi la barba diventava un’impresa. Dunque passavo gran parte del giorno sdraiato a letto o per casa, la sera a guardare i bicchieri controluce e la notte a maledire le carte.
Accennavo alla mia solitudine. Questa febbre particolare, questa marea che presto mi porterà – ne sono certo – a farmi rinchiudere in sanatorio, si chiami davvero solitudine o follia o come cavolo vi pare, oltre che il risultato di una serie di sviste è stata fin da ragazzino un lato come un altro del mio carattere. Negli ultimi tempi però il lato si è fatto perimetro e il margine che mi separa dal mondo un fossato che neppure un incosciente come me proverebbe a saltare. Tutto questo, mi duole dirlo, dopo che Emma se n’è andata.
Da allora non è stato possibile tenere i demoni dietro le sbarre. Ho cominciato a marcare visita a lavoro, a schivare tutto ciò che non ha a che fare col vino rosso e col gioco, vecchi vizi che non invecchiano mai, loro sì fedeli – mica come lei. Di tutto il resto m’importa meno che di me stesso. E della mia ex? Cosa ne è stato di lei? Beh, sono qui per raccontarlo.

Dovevo parlarle. Sarebbe stato il mio ultimo tentativo per tornare assieme, o almeno l’ultimo della settimana. Così le telefonai e fissammo l’appuntamento al molo sud, alle sette di sera. Chi non c’è mai stato s’immagini una sassata di scogli che tentano invano di raggiungere le coste della Dalmazia per poi rinunciarci già dopo un chilometro. Tra le linee spezzate degli scogli una vena d’asfalto, una mezza carreggiata che promette a chi ne ha voglia, ai malinconici soprattutto, la più agrodolce delle passeggiate. Al termine di quella strada, dove il mondo finiva ai pesci, contavo di riprendermi Emma.
Dopo intere giornate di pioggia settembre era tornato in sé regalandoci una magnifica giornata di sole, la baia sembrava giovane e stupida come al principio dell’estate. In modo rettilineo uniforme il molo scivolava verso il mare aperto, in giro salutisti che correvano – scappavano dalle proprie ipocondrie, gatti pelle e ossa e coppie di quattordicenni a giurarsi amori eterni che non avrebbero superato la nottata. Sagome annoiate coi carnieri vuoti si contorcevano da sopra gli scogli agitando le canne da pesca, pescatori improvvisati a caccia di non so cosa. Il cielo, poco oltre i loro cappelli a visiera, brulicava di ferite, di piccole nubi color del sangue.
Camminavo scontrandomi col panorama celestiale, facendoci a cazzotti col mio umore di tutt’altra pasta: grigio e senza lo straccio di un orizzonte. Il molo appariva esile come un ago, l’ago d’una siringa piena, strapiena, lorda di umanità. Il mare ancora una volta mi sembrò un animale, una bestia alle prese col travaglio di sentirsi correre sulla schiena tutte quelle pulci umane, quegli occhi sbalorditi, quelle ferraglie di imbarcazioni. Un animale, sì. Il cui istinto mal sopito è quello di ammazzare gli uomini.
A metà del molo potevo dirmi al largo. Qui le onde sfilavano silenziose una dopo l’altra come farebbe l’orlo di raso sul pavimento. Un gruppo di ragazzini giocava a rincorrersi, il più alto e sbruffone seminava il panico tra i compagni mascherato da un sacchetto da panetteria calato in testa; qualche passo più avanti la bocca cucita di un vecchio coi baffi storti e lo sguardo travolto da qualcosa di insano. Seduto a gambe incrociate temperava con lo sferzino un bastone d’erica come se volesse ricavarci una lancia. Sembrava, quella dove camminavo, un’appendice deforme della città. Quel vecchio e prima di lui i bambini e prima ancora i pescatori, i corridori e le coppiette e il loro amore incappucciato di lattice – il mio malumore, già provato dalla fuga di Emma e dalle orde di creditori che mi volevano morto, toccò per un attimo il fondo scala, la mera disperazione.
Arrivai così alla fine del molo con un muso talmente lungo da inciamparci. Ma dovevo tirarmi su. Emma poteva essere lì attorno e io dovevo riprendermela. E per farlo occorreva forza d’animo. Perché gli uomini tristi ne afferrano di cose, ma mai quelle davvero importanti. Dov’ero adesso gli scogli paravano i colpi delle onde formando un ginocchio attorno ad un minuscolo faro di appena tre metri. Nel silenzio assoluto, nel vago presentimento d’una città ormai lontana e allo sbando all’altro capo della camminata, l’arsura di vita del mare sembrava ancora più folle. Non avrei avuto nulla da ridire se con una zampata l’acqua mi avesse sollevato portandomi con sé, nell’anima salmastra di quel mostro indolenzito che è il Mediterraneo.
Soltanto in quel silenzio sentivi chiara e toccante la sua giaculatoria. La sua divinità.
Durò sette anni la nostra convivenza: due di illusioni, due di quieta sopportazione, tutto il resto di agonia. Arrivati alle ultime battute Emma cambiò pelle. Era una di quelle donne – rare per la verità – che preferirebbero passare inosservate piuttosto che dare nell’occhio. E invece d’improvviso uscì dal guscio, cominciò a mascherarsi da cicala. Le gonne si accorciarono pericolosamente, i seni che a me mostrava in rare ostensioni a cadenza mensile presero a spiccare dalle camicette come se volesse farne beneficenza all’intera popolazione, poi il parrucchiere una volta a settimana, i profumi francesi, i tacchi appuntiti e altre corbellerie. Scemo com’ero credevo stesse diventando uno di quei baracconi che davanti all’evidenza delle prime rughe, dei primi smottamenti sui fianchi e sulle cosce, pur d’accaparrarsi lo sguardo compiaciuto del compagno ricorrono ai trucchi più pittoreschi in fatto di femminilità. Credevo insomma lo facesse per me, per farmi ingelosire, quando invece non si faceva sfiorare più, neanche a supplicarla in ginocchio sui ceci. Così cominciai a pensar male, e c’azzeccai. Aveva un altro. Chi? Lo stesso elegantone in abito scuro, la pelle molle sotto il mento come un sacco scrotale e il naso sporgente – quel che si dice una faccia da cazzo – lo stesso identico tizio che trovai girando attorno al faro. Emma invece non c’era. Unica donna nei paraggi una Marilyn con un occhio soltanto, dipinta frettolosamente su uno scoglio e lasciata incompiuta.
L’uomo in abito scuro indossava, seminascosta dalla giacca, un’orribile camicia a righe bianche e azzurre e talvolta nere, identica a quelle che mi regalava Emma. Sapevo poco di lui, certamente meno di quante ne sapesse lui sul mio conto. Dicevano fosse facoltoso e senza dubbio sicuro di sé, un uomo di mondo abituato a trattare con gente d’ogni tipo. E a spuntarla sempre. Uno di quelli che riescono a camuffare con una fetecchia di sorriso un disgusto viscerale in base al buon vento della convenienza. Appena mi vide iniziò a sbuffare e a grattarsi la nuca, infastidito pure dal solo sentirsi tra i piedi la mia ombra. Dopo un po’ si fece coraggio, rimediò un sorriso di benvenuto e venendomi incontro mi offrì la mano. Ricordo la fronte altissima, lucidissima, scontrosissima, le rughe appena nate di un quarantacinquenne, le sacche di pelle allungata sotto il collo, i capelli sale e pepe rasati sulle tempie e modellati in un ciuffo più sopra, un vero capitale rispetto ai quattro pilucchi che avevo in testa io. Nel complesso si dimostrava più alto di me, più rassicurante e meglio vestito. Il suo cronografo tempestato spuntava da sotto il polsino lanciando chiari segni d’una ricchezza in continua ebollizione. Sarebbe bastato quell’aggeggio o soltanto il suo ticchettio a oscurarmi. Non so se avete mai avuto l’impressione di trovarvi davanti a una fortezza.
“Farmagosta? È lei?” domandò. Ignorava come la sua stretta di mano mi stesse ammazzando.
“Chi le ha dato quella camicia?” gli feci, incazzato.
“Bella no?” disse, mettendoci pure una risata. “Identica alla sua!” Poi, facendosi ancora più insinuante e già vinto dalla voglia di ridicolizzarmi: “E non è la sola cosa che condividiamo io e lei, il gusto per le camicie…”. Qui si attorcigliò nel tentativo di limitare i danni della risata che gli stava scappando. Eccolo qua, il ladro di bambole. Chissà con chi dei due era fuggita Emma: con lui o col suo orologio da cinquemila sacchi?
“Dov’è lei?” gli chiesi. Quello si ricompose, si schiarì la voce e da quel momento in poi fu solo un’aggressione.
“Lei… Emma? Beh, forse non le è chiaro cosa sta accadendo, signor… Farmagosta. In certi casi si ricorre a quel detto: abbandonare la nave che affonda. Perciò lasci stare, eh? Da bravo… Lei non deve più cercarla. Se la tolga di mente, la rimpiazzi, si dia all’ippica, si faccia prete!”
“Avevo un appuntamento con Emma, non con il suo attaccapanni”.
“Se ci disturberà di nuovo, se la vedrò gironzolare dalle mie parti o insistere con le telefonate giuro che le faccio rompere il grugno. Conosco gente che per poco più d’una mancia caverebbe un occhio alla madre”.
“Anche se le scappano i soldi dal buco del culo, perché non prova lei, di suo, a rompermi il grugno?” Fece per sgranchirsi le dita, prima di cavarsela con la solita risatina.
“Glielo ripeto: per il suo bene, ci lasci in pace”.
“La vostra pace equivale alla mia rovina. Dunque lei è il capoufficio? Ahaha! Il capoufficio e l’impiegata di fiducia, la solita minestra riscaldata” mormorai, ridendo amaro. “Quando capii che aveva un altro avrei scommesso cento bigliettoni sul maestro di yoga o sul palestrato del piano di sopra, duecento sul mio migliore amico, che neanche so chi sia. La facevo meno banale Emma, ché banale non lo è mai stata. E invece… Comunque se telefono è perché ho qualcosa da dirle. Ci sono discorsi in sospeso”.
“Lei è sospeso, signor Farmagosta! Sulle nuvole più alte che vede” disse, oramai imbufalito.
“Non ci sono nuvole stasera, mi spiace” mentii io, ché qualche nuvola c’era e tutte sopra la mia testa bacata.
“Allora è attaccato a un filo. Non sa più a che santo votarsi, non è vero?” Voleva demolirmi e tutto perché cercavo un dialogo con una donna fuggita senza spiegazioni, da un giorno all’altro. E continuava a sputarmi addosso: “Un impostore, ecco cos’è!”
“E lei? Come si è arricchito? Facendo miracoli? Moltiplicando pani e pesci?”
“Ma la smetta! Come si definirebbe? Sentiamo, su! Come definirebbe chi porta all’altare una donna pur sapendo che quella stessa donna meriterebbe di meglio?”
“Che diavolo vuole saperne lei?”
“Un impostore, ecco…”.
“Lei è la dimostrazione vivente che per arricchirsi non occorre avere cervello ma soltanto un didietro colossale!”
“Si sta scomodi lì dentro, eh?” Con il mento indicò verso di me, all’altezza del cuore. “Cosa fa adesso? Dorme per terra? Beve? Si getta ancora ai pescecani, signor Farmagosta?”
“Pescecani…?”
“Lei gioca, non è così?”
Certamente. Giocavo, ed era uno schifo. Di più: da quando vivevo solo e male accompagnato alla solitudine giocavo il doppio di prima. Giocavo, perdevo e ricominciavo daccapo. Avevo questa pietra al collo e anziché liberarmene mi ci gingillavo. Eh sì, noi giocatori somigliamo agli alchimisti: siamo convinti di poter trasformare la nostra pietra in oro.
“Mettiamola così: Emma ed io ci siamo accordati sul da farsi. Credo sia la soluzione più ovvia per uno come lei, nonché l’unica maniera per darci un taglio”. Così allungò le mani dentro la giacca, ne uscì con un fruscio. Una mattonella di bigliettoni tenuti insieme da un fermaglio frivolo da bambina, una farfalla dalle ali decorate.
“Questo a patto che sparisca. Mi sembra onesto, no?”
Soldi in cambio della mia eclissi. Me li sbandierava sul naso. Sapevano di buono: di cosce carnose, di puntate fortunate al tavolo verde, di ristoranti all’aperto e ombrellini negli aperitivi. Di vita, del prezzo da pagare.
“Sparisca. Non voglio rivederla prima del giorno del Giudizio, né sentirla telefonare. Si conceda una vacanza, che so… vada a mignotte. O meglio, perché non si trasferisce ai tropici? Ecco, fossi in lei taglierei la corda. E pure di fretta, ché gli orologi dei creditori vanno sempre avanti”.
Il nervosismo mi impediva di afferrare il senso della proposta, eppure le dita s’allungavano verso quel sudiciume in filigrana. Stavo per rivelarmi in tutta la mia sciattezza – stavo, se così si può dire, al punto di allentarmi la cinta e lasciar cadere le brache. Toccai i soldi come si toccherebbe una fica. Non si percepiva nessun attrito. Erano tagli grossi, burrosi, un piccolo tesoro. Ma il fermaglio no, quello mi scoraggiava. Brillava come se fosse vivo, in grado di vedermi e tacciarmi. Emma sottoscritto quel gesto servendosi d’un suo fermaglio. Una lodevole sottigliezza.
Il suo uomo mi sventolò di nuovo la mazzetta sotto il naso: “Ha un’aria decrepita” mi fece. “Su, che le prende?”
Avvilito dalla sua chirurgica capacità d’osservazione afferrai i soldi, glieli strappai dalle mani. Un crampo allo stomaco, simile a una fucilata, mi piegò in due.
“Ah, adesso va meglio!” rise lui. Dopo una pacca sulle spalle e un buffetto aggiunse: “Sapevo che avrebbe accetto. Emma ne era sicura”. Già. Lei sì che mi conosceva. Quando vi sembrerà, ingannandovi, d’iniziare a conoscere una donna, a quel punto lei saprà già tutto di voi.
Con la morte nel cuore piagnucolai: “Affare fatto”.
“Niente più telefonate?”
“Già… Posso andare?”
“Non ancora”. Tornò a ispezionarsi le tasche. Nelle mie vene come nel mare, nel molo e in tutto il mondo visibile e invisibile, il silenzio assoluto, quello che precede e segue i funerali. Il silenzio dell’arreso. Quello della sconfitta.
Sorrise di nuovo: “Ecco qua” disse. Stavolta aveva in mano un mazzo di carte. “Lo confesso: ho ficcanasato tra i ricordi di Emma, per saperne qualcosa in più di lei. Tra le varie immondizie saltate fuori questa della mania per il gioco è la più curiosa. Certe volte la fragilità umana è davvero buffa, non crede? Eh? Davvero non le riesce smettere?”
“Saranno fatti miei”.
“Ma l’hanno ripulita decine di volte! In periferia e nel circondario è conosciuto come il più grosso pollo d’allevamento per i tavoli verdi della zona! Dica: quando le viene voglia di fare un solitario, chi è che vince?”
Mentre mescolava le carte ebbi la visione di dove voleva arrivare. In definitiva vidi scomparire quei soldi e le mie ginocchia, che non ne potevano più, crollare come ruderi millenari scossi da una ventata. E non potevo neppure contare sull’autocontrollo. Quando vedevo le carte vedevo la muleta. Finivo in balia. A quell’uomo sarebbe bastato attaccare una scarpa vecchia all’amo e io avrei comunque abboccato.
“Sa una cosa? Anch’io ho rischiato di rimanerci. Con le carte, dico. Come tutti i giocatori stravedevo per la mia fortuna. Potevo permettermelo, questo sì, ché non ho mai lasciato un assegno scoperto. Eppure è finita. Perché? Iniziavo a farmi troppi amici. Perdevo e gli amici si moltiplicavano. Sono un orso io, la gente quand’è troppa mi dà fastidio.
“Altri vizi da raccontarle non ne ho. Uno ci sarebbe, ma è sconveniente parlarne con l’ex compagno della mia donna”.
Mi pregò di tagliare il mazzo. Ne avevo visti di mazzi ma quello sembrava stregato prima ancora di cominciare. Dividendolo due o tre carte caddero tra i piedi del mio rivale. Feci per raccoglierle ma lui disse di lasciar correre.
“Piuttosto, ha mai pensato a noi? A com’è stupida la nostra carne? Peggio la trattiamo e più sembra goderci. Sono cose che danno da pensare queste… Ora, se non le spiace, prenda una carta”.
Esitai. I succhi gastrici stavano per tracimarmi dalla bocca e dalle palle degli occhi. Osservai quel rivolo di luce che ancora scorreva sull’orizzonte. Le ombre stavano per inghiottirlo. Ancora pochi minuti e il tramonto, già sporco di inchiostro, avrebbe ceduto il passo alla notte. “Nessuno mi vedrà”, pensai, “nessuno potrà giudicare”.
“Avanti! Una carta ciascuno. Se le capita la più alta le do il doppio di quello che ha già intascato. Ovviamente se perderà mi riprenderò i soldi e lei non dovrà più, neanche in questo caso, azzardarsi a romperci le palle. Ci sta? O le tremano le gambe?”
Sudando freddo abboccai. L’abitudine al gioco non è tra quelle che incallendosi si vuotano di ogni cruccio o tensione. Più giochi più ti divora l’ansia. Le prime volte facevo lo spavaldo: perdevo dal tramonto all’alba e di prima mattina me ne tornavo a casa fischiettando. Adesso, venticinque anni dopo i primi debiti, non sopporto più quella gogna. Adesso potrei morire d’infarto ad una tombolata tra pensionati. Non lo sopporto più. E ancor meno sopporto l’idea di smettere.
Alla vista della carta mi salì la pressione: Cristo, un due di denari! Allora guardai il cielo, dove le prime stelle ridevano amaro, e il litorale lontano, deforme sotto il buio appena nato, gli scheletri delle gru del porto, il mare, l’immensa tabula rasa che mi attendeva; guardai l’acqua che non riesce mai a liberarsi dal suo tormento, risalii con gli occhi di nuovo al cielo, alla luna, cercai di scovare il filo che lega le maree a Selene e quello teso come una lenza che legava il mio destino a un nonnulla. Poi il rivale pescò la sua carta. La spizzò, quando l’ebbe davanti agli occhi questi gli si intrecciarono. Lo vidi grattarsi di nuovo la collottola. Aveva pescato un asso. Un asso di spade.
“E va bene. Ha vinto lei” ghignò. L’ammissione gli paralizzò i muscoli del volto. Lo stesso uomo venuto lì per raccogliere i miei cocci e spargerli in mare aperto, adesso, incapace di tenere il conto dei suoi, riusciva a malapena a guardarmi in faccia. Coglievo la sua rabbia come si coglie una pera matura: senza alcuna fatica.
“Pietoso” mormorò. “Eh? Non è così?”
“Tiri fuori quei soldi”.
Girò ancora un poco sulla graticola. Cadendo dalle nuvole si sfilò dal polso l’orologio e controvoglia me lo accostò alle mani.
“Veramente avrei finito i contanti. Questo viene da Ginevra: vetro in zaffiro, oro bianco, rifiniture satinate. Tenga. Non perderà un secondo per i prossimi ottantacinque anni”. Infreddolito si alzò il bavero della giacca. Un vento gelido e malintenzionato, un cane sciolto di vento saliva ora dal mare cacciando via la tiepida aria settembrina. Iniziai anch’io a temere il freddo, ma non avevo alcuna giacca. Il mio uomo salutò. Andandosene controvento i capelli gli si scompigliarono a casaccio donandogli un’aria da disgraziato. Si allontanò guardando il cellulare e canticchiando una canzone conosciuta appena. Non sentivo altro che quella lagna spezzata qua e là dalle stecche poiché gli altri – i pescatori, i marmocchi, i corridori, gli innamorati – se n’erano già andati. Anche il mare non esisteva più. Come ogni notte non lo distinguevi da una voragine.
Aspettai che la sua voce sfumasse, dandomi così la prova d’essere a distanza di sicurezza. Poi tornai indietro. Avevo un insinuante mal di testa. Le lampade delle lampare barcollavano sulle onde e ogni tremolio sotto il cielo, ogni percettibile movimento mi dava le vertigini. In lontananza, all’inizio del molo, la marea stava divorando la spiaggia. Trovai un masso, stesi le gambe in mezzo a un insopportabile pasticcio di lische, di frattaglie, di bassi di lenza e teste di sugarello: resti d’una pesca da dilettanti. L’odore del pesce massacrato mi inquietò ancor più lo stomaco. Mi entrava in testa quell’odore, ficcandosi nelle narici come due ferri da uncinetto.
Pur di non rimettere provai a cercare un punto fermo. Scivolai più giù, quasi a contatto con l’acqua, su un metro quadro di scoglio a pelo con la superficie del mare, zeppo di muschi più viscidi di me. Ebbi allora la precisa, sardonica certezza d’essere solo. Compresi in ogni sua connotazione la vergogna, quella che colorava di verde i bigliettoni e d’un rosso patetico e sanguisuga la mia faccia. Ed ero libero, libero come i cessi pubblici di certe stazioni di provincia a cui si accostano solo i malintenzionati. La luna si sciacquò ancora nel pozzo oramai all’asciutto dei miei occhi e ogni cosa di qua e di là dal mare sembrava ottusamente bella. Tutto fuorché me.
Appena spalancai le mani il vento si ingollò i soldi. Con la coda dell’occhio vidi i bigliettoni galleggiare sull’acqua, oppure lo immaginai – era notte ormai, che potevo saperne? Il tonfo dell’orologio però non mi sfuggì. Senza più niente in mano mi sistemai i capelli all’indietro. Poi mi accasciai sullo scoglio. Un’ultima sigaretta, prima che il vomito salisse fin sopra le orecchie.

Copertina e racconto di: Nico Belgrano

*****

 Trentanovenne mai cresciuto del tutto, da sempre piegato su un foglio a immaginare chissà cosa, scrivo perché non posso farne a meno. Tra le tante, ho curato la realizzazione de I Gradini del Tempo, romanzo d’esordio del poeta genovese Fabio Martini (ed. La Cassandra, 2013).

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8 pensieri su “Morte di una marea

  1. Non mi è piaciuto. Soltanto qualche immagine, nuova e audace, lascia intendere le possibilità dell’Autore. Per il resto, luoghi comuni spesso forzati e nessuna originalità anche se tentata. Imbarazzante il giudizio su se stesso ” trentanovenne mai cresciuto del tutto, da sempre piegato su un foglio a immaginare chissà cosa, scrivo perché non posso farne a meno” Appunto !

    1. Se c’è qualcosa di imbarazzante è senz’altro il suo commento. Va bene la valutazione del testo, che avrà trovato pretenzioso o banale o retorico o come diavolo le pare (siamo nel campo minato dei gusti personali), ma la disinvoltura con la quale scade nel sarcasmo da due lire apostrofando il mio bisogno di scrivere come una calamità, o una forzatura, fa cadere le braccia. Tra l’altro prima riconosce all’autore una qualche possibilità, poi lo porta per il naso commentando due righette biografiche messe lì tanto per descrivere il mio rapporto con lo scrivere, che è mio, intimo, personale, quindi al di fuori di ogni discussione o sottolineatura a vanvera. Dev’essere uno dei tanti sapientoni autoreferenziali con la puzza sotto al naso e la verità in tasca, specie diffusa e ampiamente studiata, dunque non meritevole di ulteriori attenzioni. La saluto.

      1. Mi dispiace molto che lei abbia interpretato le parole del mio commento come sarcastiche e certamente non avevo motivo per definire il suo” bisogno” di scrivere come una “calamità”. Intendevo soltanto far notare l’inutilità ( a mio modo di vedere, una “diminutio” di se stesso ) di quelle ” due righette biografiche” appunto, “messe li ” tanto per descrivere” il suo ” rapporto con lo scrivere”.
        “Dev’essere uno dei tanti sapientoni autoreferenziali con la puzza sotto al naso e la verità in tasca, specie diffusa e ampiamente studiata, dunque non meritevole di ulteriori attenzioni.”
        Sono l’esatto contrario di come lei pensa che io sia: sono un principiante che non ha mai pubblicato nulla e che sta imparando a scrivere non più soltanto per se stesso ma anche per gli altri e mi sono presto reso conto di quanto sia difficile, molto difficile!
        Scusandomi per aver provocato il suo risentimento e la reprimenda dei curatori del sito, la saluto cordialmente in attesa di un prossimo suo scritto.

  2. Ciao Nicola, ti ringrazio a nome del collettivo per aver lasciato la tua opinione. Per noi e i nostri ospiti è importante avere riscontri, anche se negativi. Ci auguriamo che il nostro ospite colga anche il tuo spunto sulle immagini nuove e audaci, che anche secondo noi sono uno dei suoi numerosi punti di forza. Quali sono secondo te le immagini che maggiormente svelano le potenzialità dell’autore?
    Al di là dei gusti e delle valutazioni sul testo, che sono e devono essere assolutamente soggettive e personali, ci teniamo a puntualizzare che le righe citate non fanno parte del racconto ma sono la presentazione dell’autore, che come collettivo chiediamo a tutti i nostri ospiti. Crediamo che sia meglio evitare valutazioni su ciò che l’autore dice e scrive di se stesso, in quanto possono risultare spiacevoli. Ben vengano i commenti sui racconti, non sulle persone 🙂

  3. Ciao Nico.
    Eccomi qui a commentarti in una situazione di “alta marea” per citare il tuo racconto.
    I cambi di registro sono una delle cose che ho più apprezzato, danno una suddivisione del racconto che costantemente mi incuriosiva sul significato del titolo.
    Bello anche il conflitto con la donna (in carne) che passa in secondo piano quando si capisce che sono ben quattro le donne (di carta) che lo hanno soggiogato per tutta la vita.

    Mi spiace si sia generata una discussione che esula dal testo ma, se permetti, cerco di stemperare i toni citandoti Oscar Wilde: “Non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli.”

  4. “Cosa sa di noi il mare durante il tempo che gli stiamo lontano? Sbaglierò, sarò pure un venditore di fumo o di bolle di sapone, ma col passare degli anni mi sono abituato a vedere il mare come un essere pensante. Ho accumulato un numero sufficiente di prove a favore della sua esistenza: egli si nutre, si corica, si alza e va anche a lavoro. E quando gli gira uccide. È vivo. Ontologicamente vivo. Se non basta, posso pure dire d’averci parlato di donne.”

    Un incipit importante che lascia presagire una storia “importante”.

    ” Allora guardai il cielo, dove le prime stelle ridevano amaro, e il litorale lontano, deforme sotto il buio appena nato, gli scheletri delle gru del porto, il mare, l’immensa tabula rasa che mi attendeva; guardai l’acqua che non riesce mai a liberarsi dal suo tormento, risalii con gli occhi di nuovo al cielo, alla luna, cercai di scovare il filo che lega le maree a Selene e quello teso come una lenza che legava il mio destino a un nonnulla.”

    “Chi non c’è mai stato s’immagini una sassata di scogli che tentano invano di raggiungere le coste della Dalmazia per poi rinunciarci già dopo un chilometro. Tra le linee spezzate degli scogli una vena d’asfalto, una mezza carreggiata che promette a chi ne ha voglia, ai malinconici soprattutto, la più agrodolce delle passeggiate. Al termine di quella strada, dove il mondo finiva ai pesci, contavo di riprendermi Emma.”

    “E va bene. Ha vinto lei” ghignò. L’ammissione gli paralizzò i muscoli del volto. Lo stesso uomo venuto lì per raccogliere i miei cocci e spargerli in mare aperto, adesso, incapace di tenere il conto dei suoi, riusciva a malapena a guardarmi in faccia. Coglievo la sua rabbia come si coglie una pera matura: senza alcuna fatica.”

    “Compresi in ogni sua connotazione la vergogna, quella che colorava di verde i bigliettoni e d’un rosso patetico e sanguisuga la mia faccia. Ed ero libero, libero come i cessi pubblici di certe stazioni di provincia a cui si accostano solo i malintenzionati.

    Rosso sanguisuga ?

    “La luna si sciacquò ancora nel pozzo oramai all’asciutto dei miei occhi e ogni cosa di qua e di là dal mare sembrava ottusamente bella. Tutto fuorché me”
    Non mi pare che il protagonista abbia pianto. Poi, parlando di bellezza, cosa ( …e come) vede il protagonista “di là dal mare” ? e “Tutto fuorchè me”?

    Mi scuso ancora se ho creato problemi.

    Ecco, ho citato testualmente le immagini che trovo nuove e degne di nota. Quelle immagini che, secondo me, fanno intravvedere le potenzialità dell’Autore. Ma, tra una riga e l’altra, leggo pochissimo: una solitudine provocata dalla fine di una (banale?) storia d’amore ( appena accennata) , fine provocata (probabilmente) dal vizio del protagonista che pure riesce, inopinatamente, a”vendicarsi” del suo contendente; la delusione riguardo al “gusto dolce” della vendetta.

    1. Accetto ben volentieri le scuse da parte di Nicola – scuse che senz’altro sono sintomo di intelligenza. La nota biografica era ingenua e raccogliticcia, inutile negarlo, ma tant’è: una nota biografica. Se l’intento non era il sarcasmo (e giuro che l’intento era tutto fuorché chiaro) va benissimo, ok, ci siamo chiariti a sufficienza ed è inutile girarci ancora attorno. Sul racconto e sui punti evidenziati faccio queste specifiche:

      – Rosso sanguisuga: immagine non di facile traduzione. Come di un qualcosa diventato rosso perché assorbe sangue. Intendevo questo.
      – Pozzo oramai all’asciutto dei miei occhi: non voleva riferirsi al pianto, ma all’aridità dello sguardo.
      – Ogni cosa di qua e di là dal mare sembrava ottusamente bella: Ammetto che non è chiaro, tuttavia voleva dare un’impressione di lontananza (di là) e vicinanza (di qua). Comunque il protagonista si sta trascinando sugli scogli di un molo, quindi davanti a vista d’occhio ha il mare notturno, il litorale e le luci, gli scogli, le stelle, il cielo, le lampare, le sagome della città etc. Insomma ne vede (o intravede) di cose, cose che la velatura della notte rende più belle. Come se la notte ne falsificasse la reale natura.

      Mi spiace abbia inteso il racconto come un semplice carosello di immagini più o meno azzeccate e messe lì a nascondere una pochezza di base. Il senso del racconto è invece ben distinguibile e netto, e pure piuttosto immediato: un confronto rovinoso coi propri limiti e le proprie debolezze. Il resto sono sovrastrutture narrative. Ho cercato di dare al tutto le sembianze d’un duello all’arma bianca, riuscendoci o no non sta a me dirlo. In ogni caso, pur con tutte le critiche del caso, credo sia un racconto “compiuto”, che raggiunge appieno lo scopo che voleva prefissarsi. Credo inoltre che i racconti, in generale, debbano rinunciare alla tentazione di mettere troppa carne al fuoco, votarsi insomma allo specifico senza finire nel groviglio, ché di spazio ce n’è poco e far funzionare personaggi su personaggi e temi su temi in poco spazio, dando ad ognuno la giusta misura, è roba difficilissima e si rischia il marasma.
      Per il resto la ringrazio per l’analisi e per l’apprezzamento da un lato e la critica dall’altra, ritenendo quest’ultima una preziosa occasione di crescita.

      Saluti.

  5. Un racconto superlativo. Devo confessare che non sono riuscito fino all’ultimo a indovinare quale fosse il finale. Ottime le immagini che evoca, anche se qualche termine un po’ troppo “altisonante” l’avrei lasciato a casa. A rileggerti.

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