L'uccello d'acqua

L’uccello d’acqua

Il vecchio toglie la barra di legno che s’incastra giusta nel muro, in due nicchie sui lati, vien via soltanto se sfili prima a destra. Spinge un’anta del portone che dà sul retro, poi l’altra. Quell’odore si stempera là fuori, c’è un vento ancora freddo, ma non troppo, lo si sente con le orecchie.
Il vino ha riposato, s’è fatto nelle botti, il vino per tutto l’inverno è stato filtrato in vasche diverse e il fondo delle botti è stato ripulito per riempirle di nuovo. Botti di legno, vasche di cemento e acciaio, poco vino, soltanto per dire che lo si è fatto, che è venuto buono, è sincero e lo puoi bere volentieri. Vino barbera da viti vecchie cinquant’anni.
Il bambino segue il vecchio, è la sua piccola ombra, trattiene il fiato nella cantina di luci scure, non sopporta quell’odore. Il bambino guarda scegliere le bottiglie di vetro, di colori che nessuno vuole mai, nessuno usa a scuola, vuote e girate all’ingiù per non prendere polvere, si sa.
Il vecchio sale su di una scaletta di legno, prende un sacchetto di plastica bianca, pieno bozzuto, lo apre e annusa. Son tappi di sughero nuovo, bin, loro non sanno di cantina, non ancora, bin.
Il vecchio raccoglie un tubo di gomma rossa, va verso il lavandino fuori, apre l’acqua, la fa passare nel tubo per un po’, lo svuota, lo mena nell’aria, lo riporta dentro.
Il vecchio sposta la scaletta, uno due tre scalini, appoggiandosi alla botte grande, apre la porticina d’acciaio in cima, con la mano sull’orecchio buono si protende a sentire che tutto sia fermo. Tuffa là dentro un capo della gomma facendolo pescare nel liquido scuro, scende la scaletta tenendo l’altro capo.
Il bambino guarda il vecchio prendere una damigiana impagliata, la fa ruotare, è vuota ma pure se ora è leggera si fa così sempre con loro.
Il vecchio si infila in bocca il capo del tubo rosso, dove c’è una striscia bianca, anzi due per lungo. Il vecchio tira una volta infossando le guance, tappa col dito, due volte succhia con forza, una pausa, tre e quattro e il liquido scurisce la gomma, vien fuori con forza. Il vecchio bestemmia prima di mettere il tubo nel collo della damigiana. Il liquido scuro zampilla, con la pressione della botte in alto ne vien fuori un bel po’, ravvivando l’odore. Con la mano tremante il vecchio doma la bestia, la testa del tubo è ora ficcata nel collo di vetro. Il vecchio guarda il piccolo ridere, ride anche lui col suo sibilo, ora ridono insieme.
Il recipiente è quasi colmo, il vetro verde si adombra, si chiude la gomma strozzandola, un’altra gomma, verde a rete come un serpente, per pescare dalla damigiana. Il serpente ha una testa che s’apre schiacciandola, sull’entrata delle bottiglie fa passare il liquido nel vetro verde chiaro, verde scuro, marrone dorato, colori vecchi, uniformati dal liquido. Tutte le bottiglie stanno ora in fila sul battuto di cemento.
Ecco l’uccello d’acqua, la cosa più bella là dentro. Tre piedi s’allargano sul battuto, il becco lungo va su e giù e spinge col suo dito di ferro, spinge il sughero che ha inghiottito, schiacciato in gola. Lo spinge nella gola dei suoi piccolini, le bottiglie di vetro piene di liquido scuro.
La bottiglia vien fuori finita, si può riporre in alto sugli scaffali di assi tenute con catene di ferro ai lati del muro. Etichetta non ce n’è, si sa l’annata, si sa che è buono, c’è solo quello.
Quattro cinque dieci venti piccolini buoni buoni imbeccati del loro verme, poi uno singulta, il dito di ferro è frenato, il becco si alza di nuovo e cade pesante, ma il piccolo di vetro nuovamente singulta, scappa, cade e si rompe.
Il vecchio bestemmia, non come prima. Il bimbo, cui sono affidate le bottiglie per essere imbeccate, si spaventa, i suoi occhi si fanno grandi. Subito il vecchio si ricorda d’essere suo nonno e ride per farlo ridere, non è niente, capita, almeno una tutte le volte capita. Il bambino si quieta, i due spostano l’uccello d’acqua. Compare la vecchia scopa di saggina, si pulisce d’intorno spandendo l’odore, ai dì, attenzione alle dita, non prendere il vetro rotto con le manine.
I due ora riprendono il gioco con più attenzione. Il vento entra in cantina, il vento li riscalda. Il tramonto è ancora veloce, l’odore va e viene, la botte si svuota, le bottiglie si riempiono dello stesso colore. L’uccello imbocca i suoi piccoli. I due non parlano, i due respirano insieme.

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Racconto di Paolo Battaglino

Nasce a Carmagnola nel 1977, vive a Guarene. Laureato in Medicina a Torino, ora lavora come Medico del Lavoro e al Toro Settore Giovanile (scudetto Primavera in bacheca!). Dj di Radio Europa 76, scrittore di racconti e redattore di Carie. Si può definire esistenzialmente granata e grande consumatore di mandarini.

Illustrazione di Federico Salemi

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