L’immobiliarista indossava un completo blu notte sopra una camicia dal bianco abbagliante. Entrò nel corridoio buio e si infilò nelle varie stanze, inseguito dal cigolio delle tapparelle che si acciambellavano nell’oscurità dei cassoni. Anna si guardava attorno come un gatto che, addentrandosi in un territorio ignoto, appoggia lentamente la zampa prima di alzarne un’altra. Dietro di lei, Marco controllò di sfuggita l’orologio. Alla morbida ombra si sostituirono i muri bianchi e spogli che rispecchiavano il vuoto delle camere.
Sorridendo, l’immobiliarista attese che arrivassero in soggiorno, in fondo al corridoio, per decantare i vantaggi dell’immobile.
“È un appartamento molto luminoso. Questa camera e la matrimoniale qui a fianco…” Indicò con la mano. “…sono esposte a est. C’è sole tutta la mattina.” Spalancò la doppia finestra del soggiorno, come per dimostrare quanta luce sarebbe entrata. “I proprietari hanno cambiato gli infissi l’anno scorso” precisò. Anna osservava le pareti gessose cercando di immaginare la stanza già ammobiliata, ma percepiva solo il vuoto. Il pavimento di marmo chiaro e gli infissi bianchi ne amplificavano la sensazione. Era come galleggiare in uno spazio che si dilatava e poi si contraeva, senza permetterle di stabilirne le dimensioni. Marco fissava le punte degli alberi che oscillavano fuori dalla finestra. Non distolse lo sguardo neppure quando Anna chiese se potevano misurare la stanza per capire come sistemare i loro mobili.
“Certo!” L’immobiliarista si mise da parte come se volesse darle più spazio. “Abbiamo tutto il tempo che volete.”
Anna estrasse dalla borsa un taccuino e un metro avvolgibile contenuto in una scatolina color topo, con un pulsante giallo, che le stava nel palmo della mano.
“Mi aiuti, per favore?” chiese a Marco, che prese l’estremità del nastro giallo. Lei svolse il metro. “Se mettiamo qui il divano, poi non ci sta il tavolo…” disse rivolta ai due uomini.
“Vicino alla finestra c’è più luce” suggerì l’immobiliarista. “Il tavolo poi andrebbe lì.” Indicò a destra.
Ad Anna la stanza vuota sembrava a momenti enorme, a momenti troppo piccola per i mobili che possedevano.
“Cosa ne dici?” chiese a Marco. Lui non rispose subito, guardò da una parte e dall’altra.
“Misura.”
E di nuovo prese il capo del metro e lo fissò all’angolo della parete mentre lei tirava il nastro sul muro. Poi Anna controllò il taccuino dove aveva disegnato la disposizione originale dei mobili. Era la prima di una serie di piante, tracciate con il righello, ma non perfettamente in scala, per cui certi mobili erano sproporzionati rispetto alle misure indicate. Sopra il disegno, c’era scritto soggiorno in una calligrafia tutta della stessa altezza.
Marco sbirciò l’orologio.
Anna si guardò attorno cercando di visualizzare l’arredamento. Nel taccuino, aveva disegnato anche i rettangoli delle stanze dei precedenti sette appartamenti che avevano visitato negli ultimi cinque mesi, ma dagli schizzi non era riuscita a decidere come adattare i mobili ai differenti spazi. Solo la seconda camera da letto era libera da vincoli: sarebbe stata ancora vuota.
“Avete già tutto l’arredamento?” chiese l’immobiliarista.
“Pensiamo di comperare la cucina e la stanza…” Anna cercò lo sguardo di Marco, che però si era distratto a osservare qualcosa fuori dalla finestra.
“Comunque…” L’immobiliarista sorrise. “I mobili si possono anche cambiare…”
“No.” Anna attenuò l’irruenza della risposta. “Sì, certo. Ma la banca non concede più il mutuo al 100%, dobbiamo integrare noi, è un costo…”
Nei primi quattro anni che aveva convissuto con Marco, Anna aveva arredato l’appartamento dove vivevano – in affitto e già ammobiliato – con i loro mobili, comperandoli uno alla volta, e relegando in garage quelli in dotazione, anche se avevano dovuto parcheggiare l’auto in strada. Marco la prendeva in giro perché ci metteva troppo a scegliere, tuttavia quei sabati pomeriggio alla ricerca del letto matrimoniale, del tavolo del soggiorno, del divano, e via via di altri mobili, terminavano sempre in una cena in ristoranti dalle luci soffuse scoperti da Marco. Accarezzandosi la mano attraverso il tavolo, brindavano all’acquisto, se c’era stato, e fantasticavano sulla loro vita futura. La sera stessa, facevano l’amore.
Era stata un’idea di Anna quella di acquistare una casa loro. Aveva ottenuto un contratto a tempo indeterminato e il lavoro di Marco non avanzava più carponi, ma sgambettava appresso ai clienti.
“Con una camera in più per il bambino…” aveva detto.
“Sei incinta?” aveva quasi gridato Marco.
“No, no” si era affrettata a tranquillizzarlo. “Però, prima o poi…”
“Certo.”
Marco continuò a essere scrupoloso come sempre nell’indossare il preservativo, Anna pensò alla stanza in più come lo studio di Marco, eventualmente la camera del bambino. Dei sabati vennero dedicati alle visite degli appartamenti, ma non si concludevano più con le loro cene romantiche. Di questo si dispiacevano entrambi, convinti che il lavoro li impegnava troppo ormai.
“Devo andare” annunciò Marco dopo aver guardato l’orologio. “Sono già in ritardo.”
“Non ti eri preso la mattinata?” chiese Anna.
“Fai tu, che problema c’è?” La salutò con un bacio frettoloso. “Poi mi dici.”
“Se aspetti, ti accompagno in auto…”
“Ho bisogno di un po’ d’aria.”
Anna rimase ad ascoltare i suoi passi scendere le scale di marmo, finché non sentì sbattere il portone del condominio.
“Vuole misurare anche la camera matrimoniale?” chiese l’immobiliarista, come per rimediare alla partenza di Marco. Anna gliene fu grata, ma si vergognava di discutere con lui dove posizionare il letto, l’armadio e il cassettone, così presero solo la metratura della stanza che riportò sul taccuino. “Se vuole le invio la planimetria dell’appartamento via mail…” si offerse lui. Lo ringraziò, ma sapeva che non sarebbe riuscita a ricavarne molto.
Nel tragitto per arrivare al parcheggio, domande senza risposta le tamburellavano in testa come una grandinata. La camera matrimoniale era spaziosa, ma l’altra camera non era minuscola anche come studio per Marco? Ce l’avrebbero fatta a sostenere un’altra spesa per installare il condizionatore? Un solo bagno era comodo per lei e Marco? E se in futuro fossero stati di più? Dovevano anche risolvere come disporre i mobili. Sarebbe più facile cambiare casa, pensò, se tutti gli appartamenti avessero delle stanze standard, con le stesse metrature per tutti i soggiorni, le camere da letto, i bagni, le cucine.
*
Alle tre si ritrovò con gli occhi sbarrati a fissare l’oscurità, distesa accanto a Marco che le dava le spalle, un’invalicabile catena montuosa nera. Dov’era il metro? Il suo metro avvolgibile. Sentiva come se una mano al centro del petto la spingesse giù, il respiro le si era fatto corto, esitante. Avrebbe voluto precipitarsi a frugare nella borsa, ma temeva di svegliare Marco.
“È solo un metro” avrebbe minimizzato. “Ne compri un altro dai cinesi. Dormi!”
Voleva quel metro, il suo metro.
Facendo attenzione sgusciò fuori dalla coperta. In cucina, accese la luce della cappa per non disturbare Marco. Prima rovistò nella borsa, poi svuotò il contenuto sul tavolo di vetro: chiavi e monete tintinnarono sul piano. Il metro non c’era. Neppure nelle tasche del cappotto o dei jeans.
Si sentì perduta, come se stesse girando a vuoto in un labirinto senza riuscire a imboccarne l’uscita. Doveva svegliare Marco, chiedergli aiuto. No. Si concedeva solo la domenica mattina per alzarsi tardi. Calma, si disse, respira profondamente. Probabilmente aveva dimenticato il metro nell’appartamento: avrebbe chiamato l’immobiliarista per recuperarlo. E se l’avesse perso nel parcheggio? Mentre prendeva le chiavi dell’auto…
In copertina foto di Maurizio Donazzon



