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La rissa

Racconto di Francesca Addei.

Sono le 20 e piazza Risorgimento si spegne una vetrina alla volta.

Il branco si avvicina, eccitato e rumoroso. Le ragazze sono chiuse in una piccola macchina ad aspettare che qualcuno porti la benzina: pare non abbiano dato ascolto alla lancetta che segnava la riserva. Forse era rotta; del resto stiamo parlando di una vecchia Fiat Cinquecento degli anni ’70: un miracolo che cammini ancora.

Inizialmente fingono di non vederli, come se fosse possibile non accorgersi di venti scimmioni che girano intorno alla macchina emettendo suoni gutturali come tentativi di approccio.

Dai, scendete, venite a prendere il gelato con noi”.

Le ragazze parlano fitte tra loro continuando a ignorarli, ma quelli non vogliono accettare un no come risposta: la macchina inizia a dondolare, spinta dall’energia malriposta del gruppo.

Nell’abitacolo crescono l’irritazione e la paura.

Quella coi capelli corti, alla guida, gira la manovella e abbassa il finestrino: “Lasciateci in pace, non abbiamo voglia di conoscere nessuno”.

Ma il branco non molla.

La danza si fa concitata e il cerchio sembra allargarsi e stringersi intorno a quella che, vista da qui, appare come una scatoletta pronta ad aprirsi al primo colpo. Le amiche restano attaccate ai telefoni, ma non hanno fortuna. All’improvviso si spalanca la portiera: la ragazza al volante sporge una gamba e un braccio e brandisce un bloccapedali di ferro. “Se non ve ne andate, ve lo spacco in testa!”. La mora, più riflessiva, le poggia una mano sul braccio.

Quelli ridono, fingono stupore, sghignazzano e grugniscono. Poi, piano piano, iniziano ad arretrare, a cominciare dal biondo più alto: “Ma che ve ne frega di queste due cesse, andiamo via!”.

Ma il Leader non ci sta. Non verrà rifiutato ancora una volta e pare deciso a prendersi ciò che vuole.

Stronza, vi faccio stuprare da tutti i miei amici”, minaccia.

Sembrano militari in licenza: capelli corti, profumo a buon mercato, vestiti nuovi e la smania di rimediare compagnia per le poche ore di libertà prima di tornare a dire “Sì, Signore”.

Le due amiche non hanno un piano, ma si vede che sanno coprirsi le spalle: una spinge, una trattiene; una incoraggia, l’altra prende tempo.

Si avvicina una Harley Davidson: alla guida un uomo col gilet di pelle, pantaloni neri, mani piene di anelli e braccia tatuate. Dietro, invece, uno che sembra uscito da un’università privata, con un abbigliamento sportivo che stride col centauro e la sua moto.

In un attimo cambia tutto: l’aria non è più immobile, tutto accade nello stesso secondo.

Le ragazze scendono dalla macchina e fanno per andare incontro ai due appena arrivati, ma non fanno in tempo. Il Motociclista affronta il Leader: lo sovrasta di venti centimetri, forse un fidanzato, forse un fratello.

Chiunque sia, un secondo dopo è già a terra, svenuto, steso sui giardini della piazza con la pancia di birra rivolta al cielo. Ha ricevuto un colpo secco con le nocche sulla tempia.

Il resto del branco scappa: resta solo il Leader. Ora lo scontro è uno a uno.

Il Motociclista dorme beato. Una delle ragazze gli si avvicina, lo osserva, vuole forse assicurarsi che sia vivo. Lo è. Lei si rassicura e volge lo sguardo al combattimento.

I due si studiano come in un film: saltellano uno di fronte all’altro. Il Leader sa colpire, ma il Damerino è veloce: schiva due, tre pugni; poi un colpo lo centra in pieno naso che si spacca e cola sangue su bocca e maglietta.

Il branco urla al Leader di smetterla, di andarsene, che finirà nei guai. Ma lui è furia cieca.

La ragazza al volante corre per la piazza, prova a fermare i passanti, urla, chiede aiuto. Ha in mano il telefono che squilla a vuoto. È incredula che nessuno intervenga.

I due combattono come se in palio ci fosse la vita stessa: calci volanti, pugni, urla, sangue. Poi arriva un’altra moto.

Ne scende un uomo basso e corpulento con una pistola alla cintura. Intima a tutti di fermarsi: è la Polizia.

Il branco si dilegua.

Il Damerino resta in piedi, maschera di sangue al posto della faccia. Con un gesto teatrale apre la borsa e tira fuori una maglietta di ricambio.

La ragazza coi capelli corti torna indietro correndo e urla al poliziotto che quell’uomo le ha minacciate di stupro mentre loro se ne stavano tranquille.
Il poliziotto la guarda con sdegno: “Senti, senza fare la melodrammatica, potevi chiamare la polizia, no?”.

Le labbra della ragazza tremano, vorrebbero piegarsi al pianto ma lei trattiene. Mostra la schermata con tutte le chiamate al 113 rimaste senza risposta. Lui fa spallucce.

Il Motociclista rinviene, si tocca la testa. La mora, con le spalle tornite che spuntano dalla canottiera, allunga una mano verso di lui e chiede come sta. Sta bene: non ha nemmeno un graffio.

Il Damerino, invece, si preoccupa: il giorno dopo ha un colloquio di lavoro e teme che una denuncia penale gli rovini la carriera. Salta fuori che il Leader è un Carabiniere in licenza e che anche lui rischierebbe grosso con una segnalazione.

Da lì in poi è solo un urlare: di chi è la colpa, chi ha iniziato, chi ha ragione.

Le ragazze svaniscono dal quadro. Nessuno chiede come stiano, nessuno si scusa per non averle ascoltate.

Non sono più parte della storia.

Uno dei poliziotti viene verso di me, forse vuole chiedere se ho visto qualcosa.

Io raccolgo in fretta il cartone che uso come giaciglio, prendo la busta con le mie cose e mi allontano, fino a sparire anch’io.

Copertina di Clopine Malausséne

***

Francesca Addei nasce a Roma e vive a Berlino dal 2013.
Non ama descriversi, né parlare di sé in terza persona, questo le rende complicato scrivere un’autobiografia.
La sua psicologa ultimamente le ha fatto stilare una lista dei traumi e ne ha contati dieci.

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