Copertina S. G.

La mamma è morta, chi si occuperà di noi?

Dieci giorni dopo il funerale programmarono un picnic sul Monte Grappa perché alcuni anni prima erano saliti al Sacrario tutti assieme. La gita sarebbe stata distensiva e insieme vagamente nostalgica. L’idea del pranzo all’aperto aveva stimolato la fantasia di tutta la famiglia; Giacomo sollevò con due dita una confezione di gocce di cioccolato: “Dobbiamo dotare di provviste un rifugio postatomico?” chiese alla moglie. Tra le cose ammucchiate sul tavolo c’erano un sacchetto di madeleine, dei panetti di burro salato, una scatola di mandorle spellate, il salino col tappo macina, mono-dosi di aceto balsamico e cucchiaini che la figlia gli strappò di mano. “Sono per il gelato!” strillò e nessuno osò contraddirla.
“Mia madre avrebbe portato anche il servizio di porcellana” disse Giacomo.
Le varie mani che imbottivano panini, riempivano borracce e schiacciavano quante cose più possibili sul fondo della borsa freezer si fermarono; la moglie rimase col thermos a mezz’aria e tutti assunsero un’espressione di rispetto. Giacomo fece un piccolo cerchio con gli indici e i pollici: “Quello delle bambole” specificò; gli altri risero piano e tornarono alle loro occupazioni.
“Non fracare troppo” disse la moglie a uno dei gemelli che stava pigiando le ciliegie in un barattolo di vetro. Giacomo avrebbe voluto aggiungere che sua madre non avrebbe mai usato una parola dialettale — non diceva mai spantassare, scoasse, inseminìo; le piacevano le espressioni come mare magnum e fare le veci — ma si accorse che nessuno più gli stava prestando attenzione; smise di spalmare la salsa al tonno e, dopo aver leccato la lama del coltello, si appartò in un angolo con le mani in tasca.
“Come stai?” gli chiese allora la moglie porgendogli il thermos da stringere.
“Bene” rispose lui e si costrinse a non pensare che ormai erano dieci giorni. “Sembra una vita” aggiunse e la moglie disse solo: “Già” e diede una vigorosa tirata alla lampo della borsa. Erano pronti. Marciarono compatti sui gradini dell’ingresso, svoltarono dove c’era il cartello col nome della via completamente coperto dal fogliame dell’acero, attraversarono senza guardare né a destra né a sinistra e salirono tutti sulla station wagon. Appena seduti i gemelli cominciarono a litigare furiosamente e la figlia si infilò gli auricolari. La moglie si collocò la borsa freezer fra le gambe con il cellulare già in mano e Giacomo alzò l’indice nel retrovisore per far smettere i bambini, per niente intenzionati. Il cane, almeno, disse: “Bau!” e lo guardò, come se capisse ogni cosa. Fu in quel momento che Giacomo si sentì veramente solo: si rese conto per la prima volta in dieci giorni che la madre era morta per sempre.
Aveva sempre temuto per la madre, fin da quando era bambino e, col naso appiccicato alla finestra, aspettava di veder spuntare dal fondo della via il suo cappellino rosso, di quelli che si portavano sulle ventitré. Le correva incontro a braccia tese e la copriva di baci, non lasciandole nemmeno il tempo di sfilarsi quel buffo cappello. Sei salva, mamma, pensava senza ma raccontarle la sua ansia: gli adulti alla meglio trovavano comiche le sue paure — la porta che non si apriva murandolo per sempre nella sua stanza, la finestra che non lasciava passare nemmeno un filino di luce come il coperchio di una bara — quando non minacciavano addirittura di togliergli la televisione.
“Tutta colpa dei cartoni giapponesi” sentenziava la madre con la vicina di pianerottolo, e la vicina, una signora anziana, scuoteva la testa con competenza sistemando i sacchi di immondizia: “Quei maledetti cartoni animati!”.
Ma non era colpa della televisione, era qualcosa di più sottile e costante che in un modo o nell’altro ritornava sempre nei pressi della madre; ci gironzolava attorno, aumentava o diminuiva proporzionalmente alla sua presenza. O alla sua assenza.
Oggi, guidando lungo la tangenziale, Giacomo si chiedeva perché fosse cresciuto con questa idea di sottrazione e pensò che, nonostante avesse aspettato tutta la vita quello che era successo dieci giorni prima, ancora si sentiva impreparato. Il funerale era stato completamente diverso da come se lo era immaginato: la luce, la musica, l’odore di fiori quando si apriva la porta e tutti si voltavano a guardare gli scoiattoli che zampettavano fra le ruote delle macchine. Le cose erano state troppo veloci, senza solennità. Giacomo era riuscito a collezionare una bella serie di gaffes: Ehi, Walter, che piacere rivederti; cara, guarda, c’è Walter con la moglie Gina. Ah, non sei la moglie? La figlia? Ma come ti sei fatta grande, tutta uguale a tua madre. La spilungona era effettivamente figlia della Gina? Per quanto si fosse sforzato di rintracciare quest’ultima fra i banchi, Giacomo non vi era riuscito e a metà funzione l’immagine allampanata gli era tornata pericolosamente in mente sul camino di casa della madre, qualcosa in tutto e per tutto simile a un ricordino mortuario. Aveva stretto tante mani, amiche e semi-sconosciute, anche quelle del figlioccio. Il figlioccio? Certo che mi ricordo che ti aveva tenuto a battesimo. Uno scricciolo con la vestina bianca. Era la Cresima? Scusa, certo, in effetti nelle foto eri cresciutello.
Il figlioccio — ben più vecchio di lui ­— era un tipo piuttosto lugubre che indossava un pastrano simile a quello che portavano, con una certa eleganza che Giacomo non aveva mancato di notare, gli impresari delle pompe funebri. Costoro dimostravano una sorta di familiarità con la materia che glieli aveva fatti sentire protettivi; li aveva guardati un attimo prima di salire al microfono col foglio tremante fra le mani. Aveva buttato giù alcune idee, la sera prima, in mutande mentre la moglie lucidava il piano cottura e i gemelli si erano arrampicati coi ginocchi sulle sedie. Questi ultimi, inaspettatamente, gli avevano dato alcune idee, piccoli ricordi che non aveva incluso nella commemorazione — inutile ricordare i galani che la nonna friggeva in pieno agosto, o i cric, i prut e altri rumoretti che faceva ogni qual volta si piegava — ma che gli avevano restituito l’immagine dolce della madre, negli ultimi giorni crudelmente soppiantata dall’ultima visione: una testa di capelli grigi, un cassetto metallico e un funzionario molto scortese. Dopo l’obitorio avrebbe voluto vomitare. Quando aveva ritrovato, nella vecchia casa, un libro aperto sul comodino, a pagina novantanove, e i ferri da calza ficcati a X dentro a un gomitolo, aveva pianto. Durante funerale invece si era trattenuto, non avrebbe retto a vedere se stesso disperato mentre sì, lo era davvero! Un deserto di disperazione, sconfinata e inconsolabile. La morte della madre aveva bucato l’eternità, uno spaventoso cratere sulla linea del tempo che minacciava di ingoiare il convoglio dei suoi giorni, e mentre guidava Giacomo ricordò come uno dei gemelli, a tre anni o giù di lì, si svegliasse di notte scalciando le coperte e urlando in lacrime: “La mamma è morta!” La mamma è morta, aiutatemi. In quel momento lo sentì immensamente vicino e si dispiacque moltissimo per lui e per gli altri due — come sembrava giovane la figlia maggiore con la fronte pulita appoggiata al finestrino — e Giacomo non disse l’ovvietà che soleva dire sempre quando vedeva i ragazzi in difficoltà: io sarò sempre accanto a voi. La verità era che un giorno lui non sarebbe stato più.
A questo punto si sforzò doverosamente di compiangere un po’ anche suo padre, mancato che lui era ancora studente. Ripensò a come glielo aveva detto la madre, stringendo l’orlo della gonna, le caviglie unite, piantate, saldate a terra. “Un’altra crisi, stanotte”. Le nocche bianche, una ciocca di capelli da lavare ravviata dietro l’orecchio, le labbra secche che quasi si spellavano; a parte questi particolari, di quella morte non ricordava niente. Né la salma, né chi avesse letto al funerale, se la Gina fosse venuta o il figlioccio col pastrano. Sentiva solo un vago senso di colpa per aver avuto di lì a pochi giorni la sua prima volta. Aveva mandato in malora la sua verginità con un’urgenza tutta edipica ed era stato sinceramente felice, in una stanza affittata con l’intonaco macchiato di umido. Quelle macchie sembravano rose e dalla strada entrava la luce gialla del tramonto e il profumo del Piovego. Era stato a lungo affacciato alla finestra, si era riempito i polmoni come per urlare a chi era giù in strada: “E’ morto il re, viva il re!”
Cristo Santo! pensò con orrore e inchiodò in piena tangenziale. La macchina sbandò, il retro coi ragazzi avanzò spaventosamente e si ritrovò sul davanti a guidare una fuga in retromarcia mentre lui fissava il muso di un tir dal parabrezza, sempre più vicino. Nessuno gridò, solo le cose si lamentarono: i pneumatici, i freni, i vetri dei finestrini. Il tir sferragliò scuotendo l’auto per tutta la sua lunghezza e continuò a suonare inferocito anche dopo averli superati. Mentre tutti boccheggiavano, il cane guaì.
“Gesù” disse solo la moglie con gli occhi spalancati.
“Papà” disse qualcuno dietro. La figlia si teneva il naso con la mano, già si vedeva il sangue fra le dita. “Papà…” e fu un coro tra chi piangeva e chi strillava, i guaiti, il clacson maledetto che ancora si sentiva in lontananza.
“Ma cosa…” disse la moglie e poi non aggiunse altro.
“Papà è qua” li rassicurò Giacomo “papà è qua” anche se nessuno lo stava ascoltando. “Adesso ci pensa papà” disse sterzando “prendiamo la prima uscita e corriamo al Pronto Soccorso”.
I gemelli, nello specchietto, erano due lenzuoli.
“Vuoi andare dietro con loro?” chiese Giacomo alla moglie.
“E dove dovrei mettermi” rispose lei fissando la strada. Sull’asfalto l’aria tremolava. La maglia della figlia stava cominciando a inzupparsi. Il cagnolino aveva cacciato il muso fra i sedili e abbaiava forsennatamente. Uno dei gemelli disse che gli veniva da rimettere e la madre, assurdamente, allungò una mano col palmo verso l’alto. Il bambino vi appoggiò la guancia e rimase lì, senza parlare.
Fu in quel momento che successe. “L’avete vista?” urlò Giacomo “tu l’ha vista?”
“Chi, Dio mio?” chiese la moglie con la voce che cominciava a farsi acuta e slacciandosi la cintura. Adesso forse voleva passare dietro e stiparsi in mezzo ai figli: “Cosa ti sta succedendo?”
Lui scandagliava con gli occhi lo specchietto; ostinato, euforico.
“Una donna” disse uno dei gemelli “intendi la donna?”
“Ma quale donna? Io non ho visto nessuno” rispose l’altro.
“Sul bordo, col braccio così”.
La moglie aveva gli occhi pieni di lacrime e cercava di pulire il viso della figlia. “Bambini, lasciate perdere le donne che vedete lungo questa strada, non fanno un bel lavoro. Fanno…” e le venne da piangere più forte perché non sapeva cosa dire. Questo non risparmiò lo scappellotto a uno dei figli quando specificò che era negra “Non si dice negra, negro, negri, siamo tutti uguali” e sul punto la madre non voleva sentire ragioni, neppure in un momento come quello.
“Ma se aveva la faccia scura” gridava il bambino calciando lo schienale del padre. “Era l’ombra del cappello” disse Giacomo con un’oasi di tranquillità che si apriva nel petto. Tutto stava miracolosamente rallentando. Il silenzio aveva riempito la campagna circostante, i tralicci dell’alta tensione erano affollati di immobili uccelli. La strada era vuota, sgombra dai pericoli e Giacomo ora si sentiva sicuro e perfettamente lucido. “Aveva un cappellino anni sessanta” disse. Non aggiunse che era rosso e che la donna lo portava sulle ventitré. Non voleva sconvolgerli troppo.

Racconto e immagine di copertina di Sara Gambolati

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