Il giorno del matrimonio

Il giorno del matrimonio

Il giorno del matrimonio era arrivato senza che se ne rendesse conto.
L’uomo era sdraiato sulla spiaggia nonostante il vestito elegante, la giacca a mo’ di cuscino sotto la testa e le mani sul grembo. Il sole era alto nel cielo sgombro di nuvole. Una giornata di fine settembre. I pochi bagnanti rimasti si erano sistemati nella spiaggia libera adiacente allo stabilimento dove si sarebbe svolta la cerimonia. Le sdraio colorate e gli ombrelloni aperti conficcati nella sabbia creavano della macchie di colore sopra tutta la superficie della spiaggia. Il mare rifletteva la luce del sole.
Il cameriere arrivò da dietro svegliandolo, l’uomo si asciugò con il braccio la fronte imperlata di sudore, scottava e sentiva la faccia andargli in fiamme.
“Lei è qui per il matrimonio?” Disse il ragazzo con fare garbato.
Aveva il viso secco e allungato e la camicia bianca sgualcita che ballava dentro pantaloni troppo larghi per il suo fisico minuto.
“Qualcosa di fresco.” Rispose l’uomo coprendosi la fronte con la mano per osservarlo meglio.
“Gli invitati del matrimonio hanno l’open bar gratuito.” Disse ancora il cameriere “Però per usufruirne dovrebbe venire a consumare al bar”.
L’uomo si alzò scrollandosi la sabbia di dosso, si sistemò meglio che poté l’abito e con la mano si infilò la camicia dentro i pantaloni.
L’interno dello stabilimento era arredato in stile marino con dei tavoli grandi di legno verniciati di bianco, sopra ognuno di essi c’era una grossa conchiglia come centrotavola. Sulle pareti erano appesi nodi marinareschi e foto del lido in bianco e nero. Il pavimento in mosaico rappresentava figure di navi e pescatori.
Il rumore dei condizionatori riempiva l’ambiente insieme a quello del tintinnare di bicchieri sistemati dai camerieri. La radio della sala mandava una canzone tormentone dell’estate che stava per concludersi.
L’uomo si avvicinò al bancone e ordinò un drink fresco per dissetarsi, guardò l’orologio attaccato alla parete di fronte a lui: mancavano un paio d’ore al matrimonio. Il matrimonio della sua ex. Rigirò il pensiero nella mente per un paio di volte valutando i pro e i contro di quella giornata, poi il drink gli si materializzò davanti agli occhi e tutti i dubbi sparirono all’improvviso. Prese il bicchiere in mano, era freddo e se lo passò sulla fronte, prima a destra poi a sinistra, e ne ingollò una grande sorsata di colpo tanto che dovette fermarsi per respirare e mettersi una mano sullo sterno per il dolore.
“Non le hanno insegnato da ragazzino che bisogna bere le bevande fredde un sorso alla volta?” Disse una voce femminile dietro di lui.

 

L’uomo si girò lentamente, osservò una donna in abito bianco sedersi sullo sgabello vicino al suo.
Tossì due volte con la mano davanti girato di spalle. Lei gli diede qualche colpetto sulla schiena. Quel gesto, in un primo momento, imbarazzò l’uomo facendolo ritrarre. Si sentì come sollevato da tanta premura inaspettata e tossì ancora, ma stavolta per finta. La mano scomparve. Si voltò ancora verso di lei. La donna aveva accavallato le lunghe gambe abbronzate; erano nude e lucide sotto la luce del sole. Guardò per la prima volta il suo viso: aveva gli occhi grandi e castani, il trucco scuro a incorniciarli, qualche ruga di espressione che portava con classe e i capelli mossi raccolti in uno chignon al centro della testa.
Era sicuramente qualche anno più grande di lui, forse sulla quarantina portati molto bene. Una donna affascinante. Il suo corpo lasciava intuire che non avesse avuto figli, o che, se li avesse, era riuscita comunque a mantenersi in splendida forma da quello che riusciva a intuire.
“Visto che l’ho salvata da una morte certa” disse scoprendo i denti bianchi in un sorriso “potrebbe anche offrirmi da bere”.
L’uomo annuì, poi si schiarì la voce e, da ragazzino alle prime armi, allungò il braccio teso verso di lei presentandosi. Lei contraccambiò il saluto stringendo senza forza.
“Monica.”
“Gino.” Rispose l’uomo mentendo sul suo nome “Cosa prendi?”
“Un vodka lemon.” Rispose la donna, poi rivolta al barista “Con poco lemon e molta vodka.” Continuò mettendosi la mano davanti la bocca e sorridendo.
L’uomo finse di sorridere e controllò nuovamente l’orologio, poi si stirò le mani sopra i pantaloni. Quando arrivò il bicchiere di lei, alzò il suo e brindò alla salute, lei ne fece un altro indirizzato a quella giornata ma in tono polemico. Si chiese se fosse il caso di chiederle cosa ci facesse lì, se anche lei fosse un’invitata a uno dei matrimoni previsti, poi le parole gli restarono in gola ma finì per dimenticarsene.
Lei gli raccontò che era stata invitata allo stabilimento per il matrimonio del suo ex, lui l’aveva lasciata per una ragazza più giovane di lui, una ragazzina come l’aveva definita mentre mordeva un pezzo di ghiaccio del suo drink, poi attaccò a parlare di quanto caldo facesse in quella torrida giornata, di quanto fosse strano che a settembre potesse ancora esserci gente al mare e di altre cose che l’uomo non ascoltò. Parlava in continuazione, sembrava drogata di parole, tanto che lui si sentiva come il bersaglio di un pugile nettamente più forte. In balia di un fiume di conversazione non richiesta. Ogni tanto chiudeva gli occhi per una frazione di secondo, cercando però di non darlo a vedere, era assuefatto da quel blaterare di cui sentiva solo il rumore molesto ma non le parole. Per un attimo ebbe come l’istinto di alzarsi e andarsene, ma lei con il suo fare era come se lo avesse ipnotizzato.
Passarono quaranta minuti senza che potesse replicare e dirle qualcosa di lui. Quando finalmente fu il suo turno mentì sulla sua identità, non si chiese nemmeno il motivo di quel gesto, fu istintivo e rapido, come se una finta identità gli si fosse materializzata davanti asserendo di essere quella principale, l’unica che vivesse in lui.
Monica continuò a sorridere, poi gli poggiò una mano sul ginocchio e gli chiese di andare in spiaggia per fare due passi, lui accettò subito pur di prendere un po’ d’aria. Lei andò in bagno e l’uomo prese una banconota da venti e la porse al barista lasciando il resto come mancia. Il ragazzo sorrise e in uno slancio di confidenza fece l’occhiolino all’uomo.
Lui la seguì nel bagno virando verso la porta della toilette degli uomini.
Era piccolo, in legno marrone chiaro, sapeva di truciolato e agenti chimici, un lavandino unico per entrambe le toilettes e due porte; una per gli uomini con attaccato un cartello raffigurante James Dean, e l’altra con lo stesso cartello in A4 con l’immagine di Marilyn Monroe, dallo spazio libero sotto la porta poteva vedere le scarpe nere con il tacco alto di lei. Si chinò per osservare meglio ma, vergognandosi di se stesso, si alzò di scatto e si diresse verso lo specchio; osservò la sua immagine riflessa, aveva la faccia rossa e gli occhi gonfi. Fece scorrere l’acqua nel lavandino, il getto usciva freddo e copioso, si chinò e ci mise la fronte sotto, il freddo lo fece respirare e si rilassò, intorno a lui i rumori erano tutti ovattati, sarebbe potuto restare lì sotto per tutta la durata del matrimonio, poi però sentì lei, Monica, era nel bagno e singhiozzava, un verso simile a un lamento forzato, chiuse il rubinetto dell’acqua, lei allora si fermò cercando di trattenersi ancora di più ma ne uscì fuori un rantolo simile a quello di un’animale. Lui non parlò, non le chiese nulla, si avvicinò alla porta di legno e mise una mano sopra la foto di Marilyn, rimanendo in silenzio indeciso se bussare o no.
“Sei Gino vero?” Disse Monica con titubanza.
L’uomo allora fu indeciso se scappare o restare lì davanti, rispondere o aprire l’acqua di nuovo e infilarci dentro tutta la testa, fino a non sentire i rumori del bagno, del mondo. Fino ad affogare.
Lei non sentendo risposta aprì la porta, tirò lo sciacquone e sistemò l’abito, lui rimase a fissarla asciugarsi le lacrime dagli occhi, il trucco pesante che le era calato sul viso ed era andato a formare due righe nere che le partivano dalle palpebre e sparivano sul collo.
Incrociarono lo sguardo, poi lei gli si gettò addosso e poggiò la testa sul suo petto come se fosse la cosa più normale del mondo, lui mise il naso sulla nuca di lei, sentì il profumo dei suoi capelli e della lacca che li teneva duri e stretti nello chignon, la strinse con le braccia spingendola di nuovo dentro la toilette; fu un gesto istintivo più per paura che potesse entrare qualcuno da un momento all’altro e vederli legati in quell’abbraccio che lui sentiva innaturale.
Restarono stretti, per un tempo brevissimo poi lei si staccò di colpo, lo guardò fisso negli occhi e senza che lui se ne rendesse conto gli infilò una mano sotto la camicia, sulla pelle nuda e ci affondò le unghie dentro, lui sentì una scossa, un dolore fitto misto a piacere, mise la mano sopra la sua e lasciò che lei lo graffiasse fino a fargli uscire il sangue. Il respiro di entrambi si rallentò, i rumori si fermarono di nuovo, chiuse gli occhi e immaginò di essere altrove, trasportato da quella fitta intensa, poi lei lo baciò, l’uomo sentì la lingua di lei dentro la bocca, il sapore della vodka lemon mischiata alla rabbia, lo spinse ancora di più verso il muro. Lei, per un attimo, si lasciò trasportare, poi, con i denti, prese il labbro di lui e morse, il dolore stavolta si fece più intenso, senza piacere, tanto che istintivamente lui alzò la mano per scacciarla e ne uscì un colpo senza decisione, lei incassò, lo guardò eccitata, lui allora fece per scusarsi, ma lei lo prese a sé, gli mise una mano in mezzo alle gambe e cominciò a muoverla, l’uomo ricominciò a sentirsi bene. Totalmente inerme si lasciava trasportare come un burattino da lei che ora aveva la testa fra le sue gambe, abbassò lo sguardo e vide lo chignon fare su e giù, avanti e indietro, con lentezza, il calore delle labbra di lei gli salì per la pancia, poi lo sterno fino ad arrivare alle guance e l’uomo si sentì nuovamente sudato e in pace con il mondo, chiuse gli occhi cercando di trattenersi, poi lei si alzò e quando lui li riaprì, la donna aveva già aperto la porta ed era uscita lasciandolo con le braghe calate e le gambe che tremavano.
Richiuse velocemente la porta del bagno, si sistemò i vestiti, aprì l’acqua del lavandino e la fece scorrere di nuovo, guardò il suo volto ancora più arrossato di prima, prese con le mani l’acqua e se la gettò prima sul viso e poi sul collo e uscì fuori anche lui. Il freddo del condizionatore lo stordì di colpo, passò in rassegna tutta la sala ma di Monica sembrava non esserci traccia, guardò fuori, verso la spiaggia, che, nel frattempo, si era svuotata; i bagnanti si erano sostituiti da persone vestite in modo elegante che bevevano aperitivi colorati. Un pescatore in lontananza veniva incorniciato da un cielo striato di rosso e blu.
L’uomo guardò il suo abito sgualcito e pensò nuovamente alla sua faccia vergognandosi di essere così impresentabile.
Dopo qualche minuto Monica comparve sotto la veranda che si affacciava sul mare, aveva di nuovo l’espressione rilassata ma stavolta vagamente crudele. Passò vicino a lui indifferente, come se nel bagno non fosse successo nulla. Si era risistemata il trucco, i capelli e il vestito, nonostante fosse spiegazzato, le cadeva sul corpo in maniera elegante. La guardò ancora una volta, era una bellissima donna.
Lui allora uscì fuori, all’aria aperta. Guardò di nuovo l’orologio, mancavano venti minuti al matrimonio della sua ex e qualche invitato era già arrivato.

Copertina di MacchiaGrigia

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Valerio Valentini, classe 1982, vive e lavora a Ladispoli, piccola cittadina sul mare della provincia di Roma. Nel 2004 viene inserito nella raccolta Le notti di San Lorenzo (Giulio Perrone Editore) con il racconto La ragazza del telefonino. Nel 2015 pubblica il racconto La valigia, inserito nella raccolta Il nostro due agosto nero (Antonio Tombolini editore), pubblicato in commemorazione della strage di Bologna. Nel 2015 pubblica la raccolta di racconti Evoluzioni (Rogas Edizioni) correlate di illustrazioni originali di Roberto Cremonese. Nel dicembre 2015 è stato inserito nella raccolta Romani per sempre (Edizioni della sera – Roma per sempre) con il racconto La giostra di Palmarola.
A dicembre 2016 pubblica con La Gru Gli insetti sono tutti a dormire.
A Gennaio 2017 è uscito il racconto Il minotauro inserito nell’antologia Più veloce della luce (ovvero Batman e Robin smentiscono tutto) curata da Gianluca Morozzi e Luca Martini ed edita da Pendragon Edizioni.
Ha fatto parte del gruppo di narratori Gli Specialisti 2.0 per il periodico di poesia e letteratura RivistaUnaSpecie! e ha curato anche la rubrica I monologhi della caffeina.
Collabora attivamente con il sito di racconti brevi Readerforblind.com dove pubblica racconti e cura la sezione Percorsi, e scrive per blog e riviste letterarie.

2 pensieri su “Il giorno del matrimonio

  1. Di questo racconto mi sono piaciute in particolare le descrizioni, la capacità di tratteggiare con poche pennellate degli ambienti, e trovo molto azzeccata la scelta di dare un nome alla lei e di lasciare indefinito il lui. Rispetto ad altri tuoi racconti l’ho percepito più intenso, come se fosse stato scritto più di getto.
    E’ un’istantanea che lascia sicuramente molte domande aperte per il lettore, che di questi personaggi sa quel tanto che basta e non una cosa di più… Li guarda muoversi dall’esterno, come fosse uno spettatore, e anche alla fine resta a guardare senza sapere bene cosa provare… un po’ come il protagonista, del resto…

  2. L’enfasi con cui descrivi i dettagli traspira nettamente da questo racconto. In una carrellata da piano sequenza non stacchi mai la penna e mostri uno stralcio della vita del protagonista. La scelta di usare un nome finto fa vivere appieno il suo senso di estraniazione dal contesto.
    La decisa Monica arriva a distoglierlo solo momentaneamente dal suo essere alla deriva.

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