Fotografia il buio racconto di come alleato Marco Simeoni

Il buio come alleato

Luigi i suoi compagni di scuola proprio non li capiva. Ghettizzato al primo banco osservava, in un susseguirsi di ore, la sezione finale dell’aula con la lavagna nera e il cancellino incipriato di bianco, mentre la maestra, con le calze scure e una gonna fin troppo pesante per un aprile inoltrato, spiegava le frazioni o l’avvento dei Longobardi in Italia. Sentiva Matteo, il clown, sputare cartoccetti, attraverso una biro secondo l’antica tecnica tramandatagli da suo fratello, che Impiastricciavano il soffitto e le schiene dei secchioni. Riconosceva Veronica ruminare la gomma e gli starnuti di Sebastiano. Avrebbe voluto girarsi Luigi e partecipare alla vita di classe dando le spalle alla maestra, ma gli mancava l’insolenza. Durante la ricreazione scese da solo le scale inseguendo il cicaleccio degli scolari giù nel cortile. Una giornata soleggiata assicurava divertimento sull’erba verde tinteggiata qua e là da margherite di campo e caviglie di ragazze. I maschi, di comune accordo, elessero la parete del refettorio a porta di calcio, con i pali illusori demarcati da due zaini Invicta. Arrivò il pallone.
«Posso giocare?» chiese Luigi alle schiene dei compagni.
«Luì, dai, siamo pieni. Però facciamo i cambi.» gli rispose Bruno colpendo il pallone di testa.
«Non sa fare i passaggi, figuriamoci i tiri.» sentenziò Federico.
«Portaci l’acqua, entri al posto mio.» lo illuse Matteo.
Luigi sistemò le bottigliette piene alle radici di un pino e si sedette in disparte, in attesa. La squadra dei fratini blu stava vincendo 4-2 quando Federico fallì una semi-rovesciata, svirgolando il pallone per impressionare Marika, seduta sul cofano di una Panda. Il Super Tele s’impennò e salì in cielo, sfidando il sole con il suo rosso acrilico. Luigi lo vide meglio degli altri parabolare nell’aria e rimbalzare dapprima sullo stipite di una finestra al secondo piano, poi sul muro della sala d’educazione tecnica e concludere i suoi saltelli nello squarcio della rimessa del custode.
«È finita nella catapecchia.» urlò Luigi.
«Fede ha fatto la stronzata! Mo lo vai a prendere.» ordinarono i giocatori.
«Ci vado, ci vado, e che ci vuole.» Federico trotterellò e si fermò al confine della scuola.
Luigi non riusciva a spiegarsi perché quel ragazzetto atletico in pantaloncini e scarpe da ginnastica esitasse davanti a un misero ostacolo.
«Beh? Che vuoi una spinta?»
Un capannello di curiosi circondò la rimessa.
«È chiusa con il lucchetto.» indicò Federico.
«Ma dai? Entra dallo stesso buco dove è passato il pallone, Einstein!» partirono alcune risate.
Federico si acquattò e sporse la testa da sotto la lastra contorta d’alluminio: «Non si vede niente!»
«Fede ha paura.» lo canzonò Matteo.
Seguì un’eco imbarazzante: «Fede si caga sotto, Fede si caga sotto.»
Federico si alzò di scatto: «Ma quale paura! Mi sporco tutti i vestiti a strisciare là dentro.» si voltò verso Luigi «E poi chi ce lo dice che il pallone sta proprio là? Voglio dire, porta pure gli occhiali! Per me è finito oltre l’inferriata, nel giardino del portiere.»
Un vociare indistinto si animò a gazzarra attirando altri alunni.
«Fede ci vai o no?»
«Ci vado io.» disse Luigi. Lo stupore negli sguardi dei compagni non era minimamente paragonabile all’espressione fugace di gratitudine che gli rivolse Federico: «Sicuro? Perché tanto la palla è andata a finire nel giardino di Baffo.»
«No. È là dentro. L’ho vista.»
«Se lo dici tu. Scommetto cinquemila lire che è finita da Baffo.»
«Ci sto.» si strinsero la mano.
Il pubblico si divise: una parte seguì Federico nella sua arrampicata, l’altra restò a braccia conserte e continuò a commentare mentre Luigi strisciava a contatto con l’asfalto rovente, alternando gomiti e ginocchia. Si fermò con la lamiera all’altezza della cintola per abituarsi al buio.
«È vero che là dentro c’è morto uno?» era la voce di Marika.
«Si dice fosse una della scuola. Dopo un corso di recupero è entrata dentro e… ZAKKETE, il vecchio custode l’ha fatta fuori.»
«La pianti Matteo? O Luigi se la fa sotto e addio palla.» lo rimproverò Sebastiano.
«Sempre se sta lì, il pallone.» sghignazzò Matteo.
La storia di Mario, il custode assassino, la conosceva anche Luigi e non c’aveva mai creduto. Altrimenti Mario sarebbe finito in prigione, non a fare la spesa una volta a settimana al supermercato dietro casa sua.
Il sole interrompeva la sua corsa a pochi centimetri dalla lamiera squarciata. L’unica finestra presente era coperta da un telo e cacciava appena qualche rigagnolo di luce, così Luigi decise di esplorare l’area nella semi-oscurità. Tirandosi su l’orlo dei pantaloni restò impigliato a una ruota del tagliaerba. Strattonò la gamba per liberarsi, lo spazio era piccolo e diede un calcio a un contenitore metallico. Ne fuoriuscì un liquido freddo che gli inzuppò scarpa e calzino.
«Luigi tutto bene?»
«Sì, sì, tutto bene. Qua è un casino.»
Con il fascio della sua torcia sarebbe bastato un attimo per illuminare l’intera rimessa invece era costretto a cercare la palla a tentoni; ispezionò con le dita la piccola area angusta: ferri, ferretti e altri metalli appuntiti o smussati di varie dimensioni gli punzecchiavano i polpastrelli, un tavolaccio da lavoro coperto di ragnatele, taniche e sedie.
Urtò il suo obiettivo. Lo sentì sbattere nell’angolo a destra; si inginocchiò e calò le mani a colpo sicuro, ma afferrò qualcosa di ispido. Un ratto morto. L’odore di decomposizione era simile al tanfo delle provette di zolfo nel laboratorio di scienze. Luigi lasciò la presa di scatto e la coda dell’animale tamburellò sul Super Tele.
«L’ho trovato!» esultò, esibendo un sorriso sprezzante all’oscurità.
Sgusciato fuori dalla rimessa appurò il prezzo della sua piccola impresa: una scarpa imbrattata di vernice rossa, jeans sozzi e palmi delle mani da antitetanica bendate in filamenti di seta appiccicosa. Ma aveva con sé il pallone e il rispetto dei compagni.
«Hai capito il quattrocchi! Ne hai visti di film di Indiana Jones eh!» Matteo era l’unico a sfotterlo. Federico accettò la sconfitta e lo volle nella sua squadra per il resto della ricreazione.

Terminata l’ultima lezione corse a casa, salì le scale a due a due e picchiettò sul campanello con eccessivo vigore. Entrò trafelato nel salone e iniziò a raccontare alla mamma la giornata. Giulia era intenta a sistemare dei fiori in un vaso a centrotavola e annuì distratta. Creò una composizione di ibisco, begonie e calendula anteponendo i fiori a petalo corto a quelli a petalo lungo, come in una foto di classe. Soddisfatta del suo operato sorrise al figlio.
«Mamma hai capito? Sono l’unico che è voluto entrarci! E quando gli ho raccontato del ratto…»
«Quale ratto?» Giulia passò dal vaso di cristallo al volto del figlio: era raggiante. Restò spiazzata da tanta felicità.
«Mammaaa, il ratto morto che ho trovato nella rimessa abbandonata del signor Mario dove sono andato a prendere il pallone. Mi stai ascoltando?»
«Oddio, guarda come sei conciato!»
«È solo vernice, basta buttare tutto in lavatrice.»
«Giusto! Dovremo buttare tutto, signorino.» un finto sguardo truce mascherò lo spasso.
«Aspetta, aspetta, non ho finito. Sai cosa mi ha chiesto Matteo del ratto quando eravamo in disparte? “Non ti sei spaventato a toccarlo?” e io gli ho risposto: “No, mica mordono se sono morti.” E lui mi ha dato un pugno sulla spalla e ha strizzato l’occhio. Hai capito mamma?»
«Sei proprio su di giri! Perché quest’avventura non la racconti di nuovo appena arriva papà?»
«Arriva papà?»
«Sì tesoro, stasera dopo aver riconsegnato il tir.» Giulia tirò indietro i capelli. «Sei contento?»
Luigi poggiò lo zaino a terra e andò a prendere un bicchiere d’acqua in cucina: «Ti sei scordata cosa gli hai detto sui fiori l’ultima volta?» le labbra lievemente all’ingiù mentre si dissetava.
«Che cosa ho detto?»
«“Lo sai dove puoi metterteli i tuoi fiori di merda?” Poi sei tornata a parlare troppo piano e non sono più riuscito a capire.»
«Luigi! Niente parolacce!»
«Ma l’avevi detta tu.»
«Mamma l’ha detta perché era arrabbiata. È successo mesi fa. E tu cosa ci facevi sveglio?»
Luigi arrossì e l’ardore dentro di lui si sgretolò.
«Papà ci vuole bene.» La mamma lo abbracciò.
«Papà non c’è mai.»
«È per lavoro. Lo sai. Ora andiamo a comprare i gamberetti che gli piacciono tanto e mi aiuti a preparare un risotto da leccarsi i baffi.»
«Quali baffi?» Luigi si passò la lingua sopra il labbro liscio.
«Uff, se hai ripreso da papà troppi te ne spunteranno.»

Erano passate tre ore dalla telefonata di Enzo. Ne erano passate almeno il doppio da quando lui li aveva rassicurati che ci sarebbe stato per cena. Il telegiornale della notte riassumeva le notizie con la voce del professionista di turno, Luigi giocava al Gig Tiger seduto sul divano assieme a Giulia, che si mordeva distrattamente le pellicine delle unghie mentre fissava il telefono attaccato al muro. Nella pentola un blocco colloso e freddo aveva preso il posto del risotto ai gamberetti.
La chiave girò nella toppa e apparì Enzo: «Famiglia, si va a cenare fuori.» restò sull’uscio con ancora indosso il gilet della ditta e l’odore di nafta.
«Enzo, è quasi mezzanotte.» mormorò Giulia andandogli incontro.
«E allora? Una pizzeria aperta la troviamo.» Il disappunto gli corrugò la fronte. «Quanto entusiasmo! Non venite ad abbracciare l’uomo di casa?» le braccia allargate pronte a riceverli.
Luigi obbedì al padre, Giulia resistette: «Avresti potuto avvisare che tardavi. Ti avevo preparato i gamberetti.»
«Cazzo Giulia, sono mesi che ho il puzzo di pesce attaccato ai vestiti. Mi danno la nausea, dovresti saperlo!»
«Non dire parolacce davanti a tuo figlio. e poi scusa se non mi dici cosa fai, io che ne so? Ti leggo nel pensiero?»
Luigi vide dal basso gli occhi dei genitori strabuzzati all’infuori, pronti a evadere.
«Sai quante ne dicono di parolacce a scuola! Non è vero Luigi?»
Lui fece sì con la testa.
«Visto? Mi dispiace per la cena è stata una giornata di mer… di cacca. Vieni qui fatti strizzare.» Enzo agguantò la moglie e la mordicchiò sul collo. «Mettetevi addosso qualcosa. Usciamo subito.»
«Io domani ho un compito in classe.» esordì Luigi con la sicurezza del bugiardo.
«E chissenefrega! Domani niente scuola.» gioì Enzo alzando il pugno al soffitto.
«Te lo puoi scordare.» sibilò Giulia. «Poi è la donna che sta sempre a casa a sorbirsi le lamentele della maestra.»
Enzo si grattò i baffi e incurvò la schiena: «Va bene, stasera con mia moglie, domani con mio figlio, dopodomani tutti assieme. Promesso famiglia?»

Usciti i suoi, Luigi si lavò per finta in bagno e spense le luci. La torcia era già pronta sotto le lenzuola e il letto diventò il suo centro. Sarebbe voluto uscire anche lui ma alla proposta del padre un brivido gli percorse la nuca.
Si stufò presto di leggere Dylan Dog nella sua personalissima posizione zen a gambe incrociate. Gli pizzicava il piede mal sverniciato e ripensò alle facce sbigottite dei suoi compagni quando era riemerso dal buco con la palla in mano. Scostò le coperte e passò in rassegna la stanza: c’era un pinocchio di legno con il naso a lunghezza tre bugie seduto sulla scrivania, un righello spuntava da un portapenne ricolmo di biro, pennarelli e gessetti, la mazza e il guantone sul trespolo con la divisa da baseball, la sua ultima passione scoperta guardando “Tommy, la stella dei Giants” in TV. Altri giocattoli e paccottiglie delle elementari stagnavano all’interno di ceste, e l’armadio con lo sportello rotto svelava lo specchio che rifletteva il fascio luminoso, come la luna sopra un pozzo.
Spense la torcia e il buio lo avvolse. Ascoltava il suo respiro farsi lento e rilassato. Davanti a sé aveva una tavolozza di nero su cui imprimere le sfumature della sua immaginazione. Ridisegnava la scuola e la rimessa del custode quattro volte più grandi. Collocava trappole e insidie al pari di uno stratega militare e si addormentò immaginando la sua fabbrica di Super Tele.
Lo svegliò il rumore del chiavistello seguito dal brusio dei genitori.
«Ci stavamo divertendo, sei la solita rompicoglioni.»
«Domani devo andare a ritirare le analisi.»
«Avete da fare tutti qualcosa però mi sembra che l’unico a portare i soldi a fine mese è il sottoscritto.»
Luigi rimase con la testa rivolta alla parete. La luce si infilava di straforo da sotto l’anta e dava contorno alle ombre.
«Enzo dove vai?»
La porta della cameretta si aprì e Luigi ascoltò suo padre bisbigliare.
«Luigi, sei sveglio?»
La lampadina nel corridoio si spense.
«Giulia che cazzo fai?»
«Non svegliarlo. Gli parli domattina.»
«Accendi almeno la luce del bagno altrimenti non ci vedo.»
«Va bene, vieni a letto.»
«Sì, sì, ora arrivo.»
Luigi serrò le palpebre e sperò che il padre non badasse al naso di pinocchio arrivato alla quarta bugia. Poi ripensò a un anno prima quando era andato a prenderlo con il tir ai giardinetti. Il muso enorme e allungato dell’articolato era ricoperto da così tante lucine da far impallidire ogni abete di Natale. Incuteva meno timore agghindato a lampadario. Luigi c’aveva scherzato su e aveva chiesto al padre il motivo di tante luci.
«Sono per la notte.» tagliò corto Enzo.
«Papà hai paura del buio?»
Il tono preoccupato uscì troppo beffardo e vide il padre avvampare. Il manrovescio di Enzo lo fece andare a sbattere contro la panchina del parco. Gli misero tre punti di sutura.
«Luigi, devi dire che sei caduto dalle giostre o ti mettono in istituto.» Enzo era spaventato. Luigi si guardò bene dal farglielo notare.

E ora era lì a osservarlo, ma non avrebbe visto niente perché il buio era suo alleato e lo proteggeva.
«A 11 anni avrei fatto carte false per restare alzato fino a tardi.» disse Enzo deluso chiudendo la porta della camera. «Giuliaa, mi sa che tuo figlio è un po’ tocco.»
Luigi ovattò le orecchie col cuscino per isolare anche i suoni. Riuscì a escludere la discussione finché Enzo, dopo alcune frasi incomprensibili, gridò: «Tu non hai niente senza di me, non sei niente, hai capito?»
Luigi rivisse rumori a lui familiari: il frantumarsi del vaso con i fiori a terra, lo schianto della porta blindata, i singhiozzi della madre rimasta sola.
Si tirò su dal letto e dipinse la mamma sulla sua tavolozza nera. La fece allegra come quando riceveva le telefonate dimenticandosi chi fosse realmente papà.
Trasse un profondo respiro. Occorreva molto più di questo per renderla felice. Sorrise all’oscurità. Domani avrebbe insegnato alla madre a colorare il buio.

Fotografia di Arieth da Pixabay

2 pensieri su “Il buio come alleato

  1. Narrazione vivace,personaggi ben connonatati anche dai dialoghi.
    Vorrei sottolineare due punti.La scuola vista come luogo d’incontro e di crescita.nonostante le difficoltà.E la funzione,nel racconto,del buio come stato d’animo.Il, buio per il padre, è un nemico,che egli non osa o non sa affrontare;per il figlio è una prova dura,in cui troverà l’alleato per affrontare le sue paure. Grazie,Marco,non so se ho letto bene.

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