Colpisci Bene il Nemico, Corvo

Colpisci Bene il Nemico, Corvo

Lucca, Luglio 2020, fila per il concerto dei The Good, The Bad and The Queen; caldo che si appiccica alla pelle come la tela di una tarantola, striscia addosso e si annida tra le pieghe del collo, quelle che Priscilla odia tanto.
Mentre Priscilla è in fila, il gruppo sul palco regala ai passanti le note del soundcheck. Priscilla si domanda se sia Paul Simonon a riempire l’aria di stoccate di basso, ma i musicisti sono protetti da transenne e poster alti come palazzi. Le ragazzette in fila squittiscono di piacere.
“Ho fatto questa camicia con lo stencil”, stride una con la zazzera pareggiata. Le sue gambe a stecco si piegano sotto la minigonna a coste mentre si fa un selfie con l’amica.
Priscilla si ripete di godersi la serata come il ritornello di una canzone che non riesce a ricordare. Si è finalmente ritagliata un po’ di tempo da sola mentre la sua collega Sara si prende cura di sua madre, e ora sta per vedere Paul Simonon.
Il sudore le scivola dalla schiena al culo lungo tutte le gambe fino all’incavo delle ginocchia nascosto da un paio di pantaloni svolazzanti. Sep odiava i pantaloni a zampa; diceva che erano hippy. Priscilla sa che fanno tanto cinquantenne che nasconde le cosce cellulitiche, e sa anche di essere solo invidiosa della ragazzetta con la minigonna a coste. Le donne della sua età sono programmate per esserlo.
Le lettere in stencil sulla camicia della ragazzetta dicono London Calling, Cut the Crap; gli zigomi di Joe Strummer le pungono il seno sinistro.
Il fotografo del festival gira avido tra gli spettatori in fila, scorge la ragazzetta stencil nella folla, e i selfie s’interrompono. La ragazzetta posa, il fotografo scatta.
Priscilla si fa in là e stringe tra le dita il biglietto per entrare.

*

A sedici anni, Priscilla aveva comprato un biglietto per Londra per andare a vedere i Clash. O meglio, ci aveva provato. Era uno degli ultimi concerti prima che il gruppo si sciogliesse, molto prima che il cuore di Joe Strummer gli esplodesse tra le costole. Priscilla voleva solo vedere Paul Simonon saltare.
Quando ancora sua madre era in salute, e Priscilla poteva andarsene dove voleva, aveva stretto il biglietto tra le mani e preso l’autobus da Shangai, nella periferia nord di Livorno. Aveva aspettato il bus alla fermata vicino al supermercato, tra la piscina della Bastia e Piazza San Marco; era arrivata alla stazione, saltata sul treno per Pisa e poi sulla navetta per l’aeroporto, il tutto trascinandosi dietro una valigia di tela piena di documenti falsificati e una catasta di minigonne scozzesi, anfibi borchiati, magliette a randelli.
Era il 1985. Chi cazzo se ne fregava di We Are the World e del Live Aid. Chi cazzo se ne fregava di Bob Geldof, di Phil Collins, di Elton John, di Sting, dei Queen, della raccolta di fondi per la fame in Etiopia. Priscilla voleva vedere i Clash.
“Dove sono i tuoi genitori?” le aveva chiesto la tipa del check-in, coi capelli cotonati acconciati così in alto da sembrare la nuvola della bomba atomica.
“Ho diciotto anni”, aveva detto Priscilla, senza ombra d’insicurezza, i polpastrelli che pattinavano sulla carta d’identità mentre la spingeva sul bancone.
Priscilla aveva masticato la gomma e sorriso mostrando tutti i denti, la bocca tesa che le spezzava la faccia in due.
Cinque minuti dopo era fuori dall’aeroporto, le dita ancora strette intorno al biglietto e al manico della valigia piena di vestiti punk; i denti le stracciavano le labbra.

*

Piazza Napoleone è divisa a metà tra l’area per chi ha comprato il posto priorità davanti al palco, e gli altri, più indietro. Le due zone sono divise da transenne – i poveri divisi dai ricchi. La zona degli altri è stata riempita di sedie esattamente come l’area dei posti priorità.
Priscilla avrebbe potuto comprare il biglietto priorità, ma come ogni situazione in cui il privilegio economico detta legge persino sugli aspetti più mondani della vita, sente un leggero fastidio alle mani – le cominciano a tremare, il collo le prude, la bocca si secca, i denti le torturano le labbra strappando nastri di pellicine. Quando comprerà un biglietto a sedere per un concerto, avrà entrambe le gambe rotte. Sarà una vecchia rachitica su una sedia a rotelle. Sarà sua madre.
Priscilla si siede in prima fila, dietro la transenna dei poveri, e posa la borsa sulle ginocchia. Non sa cosa fare, a un concerto a sedere.
La ragazza stencil è seduta a pochi passi da lei e rolla una sigaretta tra le dita.
Il palco è pronto e mancano due ore all’inizio dello spettacolo. Priscilla è andata più volte a concerti da sola in passato, ma mai a cinquant’anni, circondata da ventenni con folte teste pettinate in creste e frange pareggiate. Priscilla ha un libro con sé, ma nell’oceano di cellulari non vuole sentirsi pomposa, come se non si sentisse già abbastanza a disagio per essere una dei pochi spettatori sopra i quaranta. Si chiede se Sep vada mai da solo a vedere concerti, Sep con il suo lavoro prestigioso e la lista di titoli maestosi alla fine dell’email che le ha scritto anni fa.
Simon Ellis Paulson
Head of the Art Department
Georgia State University
Priscilla vorrebbe ricordarsi altro (c’era altro), ma la ragazzetta stencil continua a parlare.
“Non vedo l’ora di partire per Londra. Immagina che bello. Immaginati Camden.”
Priscilla ascolta le ragazze chiacchierare di quella che sembra un’imminente vacanza studio a Londra. Immaginati Camden.

*

“Da dove viene il nome Sep?” Priscilla gli aveva chiesto una sera, mentre lui se ne stava sdraiato sul davanzale.
A diciotto anni, due anni dopo il flop della fuga per andare al concerto dei Clash, Priscilla si era messa da parte abbastanza soldi per scappare a Londra. I Clash si erano sciolti. Aveva trovato un appartamento a Chalk Farm, a due passi da Camden, e Sep adorava starsene sdraiato sul cornicione a fumare erba e guardare fuori.
Priscilla era nuda a letto. Pescava patatine da una busta e lo ascoltava. I tatuaggi di Sep tracciavano ragnatele di sangue rappreso tra i grossi nei neri sulla sua schiena. A anarchiche sparse come stelle tra ossa e muscoli.
“Il nome Sep è nato quando ero a Taos coi miei. Mi avevano trascinato a sciare in New Mexico”, aveva detto.
L’accento americano di Sep suonava ancora strano, tra gli accenti britannici. Era nuovo, esotico. Ogni volta che Sep parlava, Priscilla aveva un milione di domande. Che razza di posto era, Taos? Sembrava un’isola hawaiana, forse asiatica. E cosa intendeva, Sep, un diciannovenne punk coi capelli rasati a macchia di leopardo, quando diceva che i suoi lo avevano trascinato a sciare? In New Mexico? C’era la neve, in un posto chiamato Nuovo Messico? A Londra, quando erano insieme, Sep diceva di non avere neanche i soldi per prendere la metro. Non proprio il classico tipo da settimana bianca. Ma Priscilla non capiva mai, con Sep.
“Mio padre mi porta in questo museo nel centro di Taos, e mi sto rompendo i coglioni, quando vedo questo quadro, di un pittore bianco che si segava sui nativi americani. Ti giuro, ossessionato.” Sep aveva lanciato il mozzicone della canna dalla finestra. “E niente, guardo questo quadro, niente di che, c’è solo il busto di un indiano. Ma cazzo, il titolo.” Sep si era grattato la testa. Il giorno prima aveva tinto le chiazze leopardate di blu, e la tinta gli aveva provocato un’infiammazione. Strike your Enemy Pretty, Crow.
A Priscilla la storia era piaciuta, così come il nome. Colpisci bene il nemico, Corvo.
“Un titolo, un imperativo”, aveva continuato Sep. “Il nome di questo indiano era Strike your Enemy Pretty. Crow era la sua tribù.”
“Così, quando hai dovuto scegliere un nome punk, hai preso le iniziali del titolo”, aveva concluso Priscilla. Voleva sempre sembrargli intelligente. SEP.
Sep si era alzato, aveva preso un pacchetto di sigarette dal tavolo in mezzo alla stanza e ne aveva spezzata una a metà per estrarre il tabacco e rollare un’altra canna. “Esatto”, aveva detto, e si era chinato a baciarla.

*

“Li hai mai visti prima in concerto?”
Il quarantenne davanti a lei ha un cartone di pizza in mano e una birra chiara nell’altra.
“No”, gli dice. Non ha voglia di parlare. Sa che dovrebbe tenersi stretta ogni relazione, ogni contatto umano. Sa che nella sua vita, oltre che il lavoro di segretaria alla British School e la malattia di sua madre, non c’è molto altro. Non dovrebbe fare la schizzinosa.
Il quarantenne non sembra demordere. “Mi chiamo Francesco.”
Il tipo le sembra così patetico, con la stempiatura, il braccialetto di perline, e questo bisogno di parlarle, che Priscilla non gli fa neanche notare la sua irritante incapacità di accettare che una donna possa non essere immediatamente disponibile ad ascoltarlo.
Priscilla ha ascoltato le stronzate di Sep per anni.
“Sembro così sola?” gli dice. Priscilla non vorrebbe sentirsi squallida come il tipo e la sua stempiatura, ma i suoi capelli si sono sfoltiti senza sosta negli ultimi anni, e quando si fa la coda il perimetro del cerchio tra l’indice e il pollice intorno ai suoi capelli è così corto che vorrebbe tirare un pugno allo specchio. Tutto è ingrigito, molle, flaccido.
“Alla nostra età rispondere a tono sembra solo scortese”, replica il tipo.
“E prima com’era?”
“Prima era diverso”, continua lui. “Faceva donna che ha di meglio da fare.”
Priscilla si comincia a mordere le pellicine delle labbra secche. “E adesso invece?” ribatte.
Lui si guarda intorno: una folla di giovani. La risposta è così ovvia che il quarantenne si trova nella comoda posizione di non dover neanche controbattere.
Priscilla vorrebbe strappargli il cartone di pizza di mano e lanciarlo sul palco come un disco volante. Vorrebbe che la security la scacciasse dal concerto e le dicesse che le ragazze come lei finiscono all’inferno.
“Quindi? Li hai mai visti in concerto?” ripete il quarantenne.
“No”, risponde Priscilla. “Poco prima che venissero in Italia ho fatto sesso col mio ex, che viveva in America ed era sposato, e il giorno del concerto ero rinchiusa in una clinica ad abortire”. Priscilla si gode l’espressione del quarantenne cambiare lentamente, lo sforzo di rimanere impassibile che gli comprime i lineamenti. Gli sorride serafica. “Tu li hai visti?”
Il tipo, finalmente, passa avanti; il cartone di pizza gli trema tra le dita.

*

Priscilla aveva conosciuto Sep a un concerto degli Smiths al Dingwall’s Club. Lui le aveva chiesto una sigaretta; lei gliela aveva passata e lui l’aveva spezzata in due.
Lì per lì Priscilla aveva pensato che Sep volesse sfidarla con un gesto punk. La guardava con lo stesso ghigno storto di Sid Vicious. Poi lui aveva raccolto il tabacco nella sua mano tutta tagliata, con una A anarchica incisa tra le linee del palmo.
“Grazie”, le aveva detto, e Priscilla aveva riconosciuto il suo accento americano da film.
Avevano passato il resto della serata a ballare; a concerto finito, lui l’aveva invitata a una festa. Sep non aveva specificato chi fosse il padrone di casa.
“È una festa in onore di Dirk. Saranno tutti lì”.
Priscilla aveva scosso le spalle. Sarebbe andata, chiunque fosse Dirk.
“Tu dove stai?” le aveva chiesto Sep, col sudore che gli si allineava sull’attaccatura dei capelli.
“In un appartamento a Chalk Farm.”
“In una casa occupata?” aveva domandato lui, gli occhi stralunati come lampadine nella notte di Camden.
Priscilla lavorava quarantacinque ore a settimana in un ristorante italiano a Islington per pagarsi l’affitto. Non aveva mai pensato di occupare una casa abusivamente, ma ne aveva sentito parlare. Aveva letto riviste punk e ascoltato canzoni. Voleva le borchie e la droga e i capelli fluorescenti e la musica sparata come cannonate nelle orecchie. Aveva seguito Sep senza pensarci un secondo. Alla festa lui non l’aveva lasciata sola un secondo. Avevano ballato e gridato e bevuto e fumato. Alle quattro del mattino, era arrivata la polizia.
Sep si era sfregato le mani, con la canna che gli pendeva dalle labbra come un uccello da un ramo. “Ora ci divertiamo”, aveva detto.
Priscilla non era sicura di cosa volesse dire.
“Questi maiali hanno arrestato Dirk per un po’ d’erba”, aveva continuato Sep. “L’hanno bendato come un animale. Ha due occhi neri. È caduto dalle scale.”
Prima che Priscilla potesse fare altre domande, Sep aveva lanciato la canna a terra, l’aveva afferrata per un polso, e si era precipitato nella mischia. Sep aveva sferrato due calci a un poliziotto e poi era sgusciato via, trascinandosi dietro Priscilla come un gatto al guinzaglio. Priscilla aveva sentito la folla chiudersi intorno a lei e aveva perso Sep; si era ritrovata schiacciata contro il muro, sola, finché lui non era tornato, sudato, con una guancia macchiata di sangue. L’aveva afferrata di nuovo ed erano scappati da una finestra. Sep si era lanciato per primo in strada; Priscilla aveva esitato. Nell’attimo prima della caduta si era sentita come una Giulietta punk. Era atterrata sugli anfibi e aveva raggiunto il suo Romeo.
A sedici anni non aveva visto i Clash; a diciotto era diventata punk.

*

Gli strumenti sono in ordine sul palco; sullo sfondo, i The Good, The Bad and The Queen hanno voluto la stampa di un molo sul mare illuminato da lampioni. Hanno appeso lampadine ovunque; due abat-jour rosse torreggiano su un amplificatore e sulla tastiera.
Priscilla sa che non vedrà il tipico concerto rock a cui è – era – abituata. Quando Paul Simonon arriverà sul palco, trascinandosi dietro i suoi sessantacinque anni dopo la gloria nei Clash, non salterà e spaccherà il basso a terra come nella celebre fotografia sulla copertina di London Calling, il disco che Priscilla aveva consumato da adolescente. Non sarà lo stesso Paul Simonon che Priscilla adorava negli anni ottanta, quando voleva urlare la sua rabbia per essere nata a Livorno, in una famiglia del cazzo in un quartiere del cazzo, dove le scritte sui muri e i campetti di calcio e le chiese erano colate di cemento senza scampo. Sabbie mobili di squallore.
Il punk l’aveva presa perché era arrabbiata. Non gliene era mai importato, degli hippie, dell’amore, e Bob Dylan, e poi dei Queen, il Live Aid, e “We Are the World”. Non gliene era mai importato della pace del mondo. Sua madre non aveva soldi per pagarle i libri di scuola e la merenda; Priscilla era andata a lavorare al porto a quindici anni, dove uomini dell’età di suo nonno le fischiavano da dietro i container. Chi cazzo se ne fregava di Bob Geldof, della pace del mondo, della fame in Etiopia? I Clash andavano bene.
Ora Priscilla ascolta la ragazzetta stencil. “C’è questo negozio, a Camden, il Cyberdog. Tutto di roba rave. Gonne di latex, reggiseni fluorescenti. Non vedo l’ora di andarci.”
Priscilla abbassa lo sguardo sulla copertina del suo libro. Alla fine degli anni settanta, i Clash avevano vissuto e suonato nel palazzo che ora ospita il Cyberdog. Forse la ragazzetta non lo sa; forse non ha importanza, come non aveva avuto importanza per Priscilla, ai tempi. Quando a diciotto anni era finalmente arrivata a Londra, i Clash non avrebbe potuto vederli mai più.

*

Il ventuno Luglio del 1989, Sep era venuto a Livorno. Priscilla gli aveva presentato sua madre. Ovviamente non le era piaciuto; Priscilla aveva visto gli occhi di sua madre soffermarsi sulle sue macchie leopardate tra i capelli blu e sulla A anarchica incisa sul palmo della mano. Anche prima di ammalarsi, sua madre era sempre stata difficile.
Sep invece si era innamorato del mare, del sapore del vento, delle macchie di salmastro, delle strade dissestate coi motorini che zigzagavano tra le buche. Sep adorava le A anarchiche sui muri, le bandiere del Che, i graffiti sbiaditi con falce e martello. Il colore amaranto.
Avevano passato ogni giorno al mare. Priscilla si era trasferita a Londra non appena compiuti i diciotto anni e non aveva mai preso la patente per il motorino o la macchina perché non avrebbe potuto permetterseli. Ora, a Livorno, lei e Sep camminavano per mano sotto il sole. Le costole gli bucavano le t-shirt sbrindellate.
Era il loro secondo anno insieme, quando erano ancora innamorati e Sep non aveva ancora cominciato a diventare ciò che era sempre stato; quando Sep era ancora un nome da nativo americano. Suo padre non l’aveva ancora chiamato dalla Albuquerque Museum Foundation per dirgli che stava sperperando tutti i soldi a fare il punk in Europa e che doveva finire l’università, tornare in America a fare un master in gestione museale e diventare un ricco borghese come tutto il resto della sua famiglia americana, quella che andava a Taos a fare le settimane bianche e a visitare i musei d’arte. Quella famiglia di cui Priscilla non sapeva niente.
Priscilla non sapeva neanche che Sep era a Londra per studiare all’università. Sep era un punk che viveva in una casa occupata e diceva di non avere i soldi della metro.
Lui non le aveva mai detto altro.

*

Il telefono trilla dalla borsa e Priscilla è contenta di prendersi una pausa dai discorsi della ragazzetta con la zazzera. Sara, la collega che stasera dovrebbe dare una mano a sua madre per cena, la sta chiamando. Priscilla non le ha detto del concerto dei The Good, The Bad and The Queen. Non aveva voglia di spiegarle chi fosse il gruppo; perché ci sia andata da sola; perché abbia guidato fino a Lucca senza far altro che pensare a Sep tutto il tempo invece che sentirsi felice di avere una sera tutta per sé.
“La presentazione del libro comincerà a breve”, Priscilla dice a Sara, mordendosi le labbra e torturando con le unghie il dorso del libro che ha in mano. Mentre lo dice, la ragazzetta con la zazzera pareggiata la guarda mentire.
“Sono con tua madre”, risponde Sara. “L’ho aiutata a scolare la pasta. Va tutto bene.”
“Grazie davvero”, dice Priscilla.
“Figurati. Lo faccio volentieri.”
Priscilla sa che dovrebbe sentirsi in colpa, sia verso Sara che verso sua madre, lo stesso senso di colpa che sconta ogni giorno della sua vita, per sua madre, per ciò che è successo con Sep negli ultimi anni. Stasera vuole prendersi una pausa e vedere i The Good, The Bad and The Queen. Non sono i Clash, ma fa lo stesso.

*

Sua madre le diceva che Sep non sarebbe mai rimasto; che i sogni erano fatti per i giovani.
Prima di ammalarsi le aveva detto che una donna senza matrimonio e senza famiglia non era niente, ma Priscilla aveva sognato a lungo ed era rimasta a Londra per anni, finché non era più giovane. Forse sua madre aveva ragione; forse Priscilla non era niente.
Con Sep era finita una sera della fine degli anni ottanta, quando Priscilla era tornata dal turno al ristorante e Sep si era fatto trovare sotto casa con un giacinto in mano.
“Che cazzo è quello?” aveva chiesto Priscilla. Sep non era uno da gesti romantici, se si escludeva passarle l’ultimo tiro di canna.
“Le mie scuse”, aveva detto lui.
“Per cosa?”
“Per non averti detto tante cose.”
Priscilla lo aveva fatto entrare. “Tipo cosa?”
“Sep viene dal mio nome. Simon Ellis Porter”.
Priscilla aveva cominciato a ridere, ma quella sul nome era solo la prima bugia.
Un mese dopo, Sep era partito per tornare ad Albuquerque per sempre, e tre anni dopo le aveva scritto un’email in cui le chiedeva come stava. L’email finiva con due belle notizie: si era sposato con una compagna di corso della specializzazione in gestione museale. Aveva vinto un posto come dottorando alla Georgia State University. Voleva diventare professore d’arte e curatore artistico, come suo padre.
Priscilla aveva letto l’email e aveva guardato dalla finestra del suo appartamento di Chalk Farm. Era ancora a Londra. Aveva lasciato il lavoro al ristorante e ora faceva la commessa in un negozio di abbigliamento punk a Camden.
Gli anni novanta erano arrivati. I turisti indossavano gonne scozzesi, spille da balia, anfibi con gli aghetti di colore diverso, magliette sbrindellate. Facevano i punk.
Quando tornava a casa, Priscilla si toglieva l’uniforme del negozio e s’infilava una vecchia maglia dei Clash con un paio di shorts di jeans. Priscilla non era più punk, ma lo era stata davvero. Sep, invece, era sempre stato qualcun altro.

*

Priscilla cerca di calciare via il senso di colpa mentre il cielo si fa scuro. Le lampadine e le abat-jour sul palco non sono ancora accese.
Manca mezz’ora al concerto. Priscilla non ricorda di aver mai aspettato così tanto, anche ai tempi in cui si sedeva davanti all’ingresso dei locali al mattino presto per assicurarsi la prima fila. Decenni dopo, rimpiange ancora di non aver visto i Clash, ma a volte prova solo risentimento. Non sa verso chi – verso Sep, verso sua madre che ha perso il lavoro e si è ammalata troppo presto, verso suo padre che non c’è mai stato, verso Livorno che l’ha portata via dall’Inghilterra e l’ha tenuta stretta perché Londra era troppo lontana, troppo costosa, troppo piena di sogni.
Priscilla non si accorge mai di scorticarsi le pellicine delle labbra coi denti finché non sente il sapore del sangue in bocca. Scorge il quarantenne che va a buttare il cartone di pizza vuoto prima dell’inizio del concerto. Le passa accanto; Priscilla guarda a terra, la ghiaia stride sotto le scarpe da ginnastica di lui. “Scusa per prima”, sussurra.
Lui alza le spalle. “Fa niente. Buon concerto.”
Priscilla lo guarda allontanarsi. È proprio vero che la vecchiaia rende rassegnati e pacifici.

*

Nel 2007, quasi vent’anni dopo la loro ultima notte a Londra, Sep era venuto in Italia per una conferenza. Aveva rintracciato il numero di Priscilla su Internet e l’aveva chiamata alla British School, la scuola d’inglese di Livorno dove Priscilla lavorava come segretaria per aiutare la madre con le bollette e con l’affitto. Quando aveva sentito la voce di Sep era saltata sulla sedia.
“Sono a Firenze per una conferenza d’arte”, le aveva detto, “ma posso venire a Livorno venerdì.”
Priscilla non aveva fatto domande.
Era andata a prenderlo con la sua Panda verde scassata – l’aveva pulita alla perfezione.
Priscilla aveva visto Sep prima che lui vedesse lei. Indossava un bellissimo completo grigio chiaro, coi capelli sale e pepe ricci sulla sommità della testa e tagliati più corti sui lati. Il leopardo blu era un vecchio ricordo.
Si era tormentata al pensiero di sembrargli brutta e sciatta – si tingeva i capelli di biondo per nascondere il grigio; il suo collo era pieno di pieghe, un’ombra di doppio mento le accompagnava ogni movimento della testa. Non era mai stata bionda, e da giovane era secca come un chiodo. Sep non l’avrebbe neanche riconosciuta.
Si sbagliava – Sep l’aveva vista prima che Priscilla potesse voltare la macchina e scappare.
Lei aveva parcheggiato l’auto poco più avanti, combattendo la tentazione di guardarsi un’ultima volta nello specchietto per sistemarsi i capelli.
Sep era entrato in auto e le aveva passato una stampa. “È bello vederti”, le aveva detto, in un italiano stentato. “Questo è il quadro. Ricordi?”
Priscilla non aveva detto niente. La stampa rappresentava un ragazzo dalla pelle color mattone e un grosso cappello marrone a larghe tese su cui campeggiava una piuma d’aquila.
Strikes his Enemy – Pretty Crow, diceva la didascalia. Firmato, Joseph H. Sharp.
“Mi sbagliavo”, aveva detto Sep in inglese. “Pensavo dicesse: Strike your Enemy Pretty, Crow. Un imperativo. Ci ho scritto un paper, su questo quadro. L’autore era un ricco americano bianco che delle sofferenze dei Nativi Americani non sapeva un bel niente”.
Priscilla non aveva idea di cosa fosse, un paper. Come al solito con Sep, non sapeva di cosa stesse parlando. “È bellissimo, Sep”, aveva detto. “Grazie.”
A cena avevano bevuto troppo. Ogni volta in cui lui alzava il calice di vino, Priscilla vedeva la fede di Sep brillare sotto le luci del ristorante.
Il ragazzo che si scolava pinte su pinte di birra scadente nei pub di Camden era sparito. Le macchie di leopardo blu sui lati della testa – ovviamente sparite. I vestiti fatti a brandelli, spariti.
Quando erano finiti a letto, Priscilla si era accorta che non c’era neanche traccia dei tatuaggi con le A anarchiche. Aveva pensato di vederne almeno uno, sbiadito.

*

Alle nove e trentacinque, Paul Simonon salta sul palco con i The Good, The Bad and The Queen.
Quando suonava nei Clash, Paul Simonon aveva poco più di vent’anni. Aveva un bel taglio di capelli, era alto, le gambe scattavano sul palco come saette. Si dimenava, gridava, sputava. Il basso gli pendeva dalle spalle; teneva una sigaretta dietro l’orecchio e fumava sul palco. Priscilla aveva visto i Clash alla televisione e sulle riviste, prima di scappare a Londra. Li aveva cercati tra le vie di Camden senza mai trovarli.
Ora Paul Simonon salta, afferra il basso grigio con il teschio da pirata incollato vicino alle corde, quello tutto graffiato, con la vernice scrostata, lo stesso che suonava negli anni settanta. Priscilla lo guarda metterselo in spalla, e si domanda quante altre volte abbia fatto lo stesso gesto. Si chiede se sia stanco quanto lei, ma Paul comincia a scuotere il basso in qua e là, a dimenarsi, le gambe che scattano ancora come saette. Un fazzoletto rosso sangue sventola dalla tasca sinistra dei suoi pantaloni gessati.
Priscilla ha cinquant’anni, e finalmente vede i Clash.

*

Nel 2007, Priscilla aveva comprato il biglietto per il primo tour dei The Good, The Bad and The Queen. Poco dopo, aveva scoperto di essere incinta.
Il giorno del concerto era in clinica. Non aveva detto niente a Sep, che era tornato in America. Non aveva detto niente neanche a sua madre, ovviamente. Era andata in clinica ed era tornata a casa ascoltando il disco del concerto che non era andata a vedere.
“Mamma?” aveva chiamato, entrando in casa. I piatti del pranzo erano accatastati nel lavello, circondati da un paio di moscerini che svolazzavano in spirali ronzanti. Le mattonelle del pavimento erano cosparse di polvere dell’intonaco che cascava a pezzi.
Sua madre era seduta sul letto.
“Mamma?” aveva ripetuto Priscilla.
Sua madre si era voltata dalla poltrona. “Antonio?”
Antonio, il nome del padre di Priscilla. Se n’era andato quando Priscilla aveva due anni.
Priscilla si era seduta sul cornicione e le aveva parlato. “Mamma, non sono Antonio. Papà se n’è andato”, aveva detto. “Ma rimarrà sempre dentro di te”. E sapeva che era vero.
Quando sua madre si era addormentata, Priscilla aveva guardato la periferia di Livorno dalla finestra del loro appartamento di Shangai, col campetto della chiesa, il tetto della piscina della Bastia, l’intonaco dei palazzi che cadeva a pezzi. Non aveva sentito niente dell’amore di Sep per le macchie di salmastro e per il vento che sapeva di mare. Sabbie mobili di squallore.
Aveva pensato alla sua stanza a Chalk Farm, all’uniforme del suo lavoro al negozio di abbigliamento punk, all’autore di Strike your Enemy Pretty, Crow, il ricco pittore bianco che delle sofferenze dei Nativi Americani non sapeva un bel niente, ma li dipingeva come se li conoscesse.
Il giorno dopo aveva portato la madre dal dottore e ottenuto la diagnosi che si aspettava: demenza senile. Londra era ormai lontana come un sogno al mattino.

*****

Copertina di Jasmin Schreiber da Unsplash

Rachele Salvini è una studentessa di ventisette anni. Sta facendo il dottorato in English and Creative Writing alla Oklahoma State University. Scrive sia in italiano che in inglese; i suoi racconti in inglese sono stati pubblicati o in attesa di pubblicazione su Prime Number Magazine, Necessary Fiction, BULL, e altri. Ha vinto l’edizione 2020 del premio 8×8, si sente la voce. I suoi racconti e traduzioni sono stati pubblicati o in arrivo su Lunch Ticket, inutile, Narrandom, Pastrengo, Lunario, Carie, L’Inquieto e altri. È rappresentata dall’agenzia letteraria Word Link Literary Agency.

Un pensiero su “Colpisci Bene il Nemico, Corvo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *