Carnevale d'ottobre

Carnevale d’ottobre

Una nebbia densa come il fumo di un narghilè inghiotte bocconi di Piovego, succhia i fusti maculati dei platani e i monumentali cappelli di foglie con ancora gli ombrellini scoloriti a pendere dai rami; non ci sono più poltroncine sfondate e bobine industriali coperte di bicchieri vuoti: è una giornata umida e l’unico che non trema è il coniglio rosa. Saltella attorno a un albero, si sfrega le muffole, batte la zampa mentre gli nevica sulla testa – uno spruzzo come quello dei cannoni di Cortina – poi un coro di baritoni smorza l’applauso. Cenerentola passa alle nostre spalle, con vestitino turchese e cerchietto di perle. La guardo sfilare: le spalle sono nude, anche la schiena, anche le cosce; sotto indossa una brasiliana di pizzo che va fuori posto ogni volta che traballa sui tacchi. Non posso fare a meno di notare che ha le natiche rosse quanto il naso del coniglio.

“Ce ne andiamo?” bisbiglio, poi rido forte. Per la terza volta il coniglio ha ripreso da capo il papiro al centro del quale è raffigurato cercarsi il pene con una lente. Leggono anche Cenerentola, un ragazzo in mutande, e una tipa che sembra ripescata da un letamaio: ce l’ha perfino sulle sopracciglia quella cosa che dovrebbe essere nutella. Immagino di leccarla dalla bocca fino alle tettine a vasetto di yogurt; mi son sempre piaciute le ragazza magre, con la sola eccezione di Dora. Ora sento il suo braccio paffuto stringersi al mio ma non posso vedere le deliziose piegoline che ha sul collo, avvolto in due giri di foulard.

“Andiamo via” dico e Dora scoppia a ridere.

“Mi hai sentito?”

“Forte questa” dice ad alta voce. Davanti a noi una signora in loden e orecchini di corallo ride anche lei Dora stringe le ginocchia e si piega come se stesse per farsela addosso; quando fa così è arrabbiata e questo mi manda in bestia. “Raccontala bene, coniglio!” grido per sovrastare gli schiamazzi degli altri. Il coniglio mi rivolge una sguardo adrenalinizzato.

“Avevamo detto ai tuoi che andavamo in Grecia perché Amsterdam non ce la volevano pagare” proseguo; la signora coi coralli si volta “e quando telefonavi menavi la storia dell’albergo con la vista sul Partenone…”

Il coniglio rosa ridacchia e riprende a leggere, scoppi di risa, neve spray.

“Che pagliacciata” sussurro a Dora mentre uno scheletro con una zucca piena di caramelle si mette fra di noi. Dora prende una manciata di gelée alla frutta congratulandosi, lo scheletro solleva il cappello.

“Quello ti ha toccato il culo”.

“Piantala”.

“Non ci volevo venire”.

“Ma se è il tuo migliore amico”.

“È il tuo migliore amico”.

La signora coi coralli si volta di nuovo masticando una gelée alla fragola e io faccio il gesto di sollevare la tesa di un cappello che non ho.

“Non è colpa sua se Nasturzi ha avuto un ictus” bisbiglia Dora.

“Allora facciamogli una statua perché dopo dieci anni è riuscito a laurearsi”.

Le sue guance cominciano a tremare.

“Non piangere” le dico “ora la smetto. È che non sono in vena di festeggiare”. L’avevo praticamente scongiurata di darmi malato ma lei impietosa aveva indicato il collage di foto della mia proclamazione appeso al muro: il faccione sorridente di Carlo spuntava in ognuna. “Gli auguro che le cose gli vadano meglio che a me” aggiungo.

Ecco le prime lacrime che rotolano veloci portandosi via due righe di fondotinta; vorrei scusarmi ma in gol a ho come del filo spinato.

“Devi mettergli l’alloro” dice Dora senza guardarmi.

Supero la signora e mi avvicino al coniglio, arrivato alla fine della declamazione. Con un gesto amichevole e quasi tenero faccio per mettergli la corona al collo, ormai senza le palline d’oro razziate tutte dalle avide mani dei fuori corso, e ben poche foglie. “Non rimane granché da appendere al muro”.

“Lo so” dice infilandoci la testa “fa schifo”. Ha la voce impastata perché ha ingollato un sorso di vino dopo l’altro. Gli aggiusto le orecchie del cappuccio.

Bevemo!!” urla e tutti attaccano con dottore, dottore…Più in là inneggiano anche gli amici di Cenerentola e dello scheletro e di ragazzo-mutande e di ragazza- nutella.

“Tu no?” mi dice Carlo-coniglio passandomi la bottiglia. E’ un caldo, pessimo vino. Carlo mi mette il braccio attorno alle spalle, la sua tuta è sporca di ketchup e puzza di sudore. “È finita, ce l’ho fatta” dice “mi dispiace per Nasturzi ma io oggi sono felice”.

Un po’ di lealtà, oggi è la sua giornata di carnevale messicano, la devo smettere di fare il depresso. Allora prendo ad arringare degli urrà, il primo a rispondere con una voce stentorea è suo padre. Mi fissa negli occhi come a dirmi: “Hai visto, uomo di poca fede? Adesso anche Carlo potrà aggiungere Dott. sui bigliettini da visita”. Dott. Ing. Fridegotto, progettista di interni. In realtà l’azienda dei Fridegotto produce mobili di impiallacciato adatti per gli uffici o per le case degli immigrati. Carlo progetta le variazioni sul tema – manopola, piedino – e inserisce gli ordini nell’apposito programma; non penso che essersi trasformato in un Dott. Ing. cambierà granché. Eppure la sua gioia è tangibile, pesa come uno zaino di ottanta chili sulle mie spalle. Molti dei nostri vecchi compagni di corso si stanno divertendo da matti a vedere come la sua tuta sbrodoli schifezze sul mio Husky. Ridono anche diverse matricole, per lo più femmine; ha sempre avuto buona presa sulle donne giovani Carlo.

“Spero che il rinfresco sia nelle vicinanze” sibilo provando a muovere i primi passi col coniglio sulla groppa.

“Di là” strilla Carlo tirandomi il colletto. Io procedo e ripenso al viso di gesso del professor Nasturzi in ospedale. “Guarda chi c’è” aveva detto la moglie “lo riconosci?” Nasturzi succhiava da una cannuccia e aveva teso nel vuoto una mano né aperta né chiusa. L’avevo afferrata, ruvida e nodosa, la mano di un vecchio che non aveva idea di chi io fossi. Non se lo poteva ricordare che avevo rinunciato a concorrere per Bari perché mi aveva promesso di farmi il posto qui; dalle ore diciannove e dintorni del giorno precedente non ero più il suo delfino.

“Laggiù, forza!” continua a strillare Carlo incitandomi coi talloni “Eccoci. Entra prima tu”.

Quella che ho davanti è la porta verde di un cesso chimico. Mi rizzo repentinamente e disarciono il maledetto coniglio. Si leva una generale risata. Vedo di sfuggita le suole delle scarpe poi la pelliccia rosa che rimane immobile sull’asfalto. Carlo ha la faccia pallida e gli occhi rovesciati, poi è scosso da un tremito dalla schiena alle zampe.

Si fa improvviso silenzio.

L’avrò mica ucciso nel giorno più felice della sua vita?

“Oddio” urlo “Carlo!”. Dora si fa largo fra i gomiti degli altri.

“Dora, non volevo, non ho fatto apposta. Non volevo” ripeto quasi piangendo.

Improvvisamente il coniglio ride sgangheratamente. “Ci sei cascato” dice tenendosi la pancia “Uh, uh non volevo, ma che scemo! ti voglio bene amico mio, sei un ingenuo ma io ti amo”. A questo punto cerca di baciarmi sulla bocca.

“Non sei il mio tipo” gli dico facendo la voce da donna. Il coro di sghignazzate riprende sollevato ma qualcosa non va, dentro di me. Galleggio come la nebbia sull’acqua, prendo una consistenza aeriforme; non è la prima volta che mi capita, è come se le mie cellule fossero sottoposte a forza centripeta. Non è doloroso, non è liberatorio. È…niente, tutto è niente: lontano, senza peso. Vedo Dora prendere il viso di Carlo fra le mani e parlargli vicino alla bocca, la signora coi coralli a braccetto di un’altra, il padre di Carlo che strattona il guinzaglio di quell’isterico del loro terrier. “Forza” dice “è ora di riempirsi la pancia”. Come un gregge passiamo sotto Porta Ognissanti, odore di muffa, grate di luce; il terrier uggiola. Forse sarebbe bello avere quattro zampe e un muso che non si schifa di annusare le suole degli altri.

Tutt’a un tratto la madre di Carlo fa la faccia allibita e il padre scarta di lato: una pozza di vomito appare davanti ai nostri piedi quando siamo ancora sotto l’arco, la schiena rosa di Carlo scossa dai conati.

“Non è niente” dico tornando improvvisamente in me “andate avanti”. L’odore acre me lo sento fin nella testa, sfilo quel che rimane della corona di alloro e lo rifilo alla madre. Gli invitati ci superano fingendo di non guardarci. “Tutto secondo copione” dico perché vedo che Carlo ha la faccia di un moribondo che intende impiegare i suoi ultimi minuti a vergognarsi. E’ uno stupido Carlo però mi è sempre stato simpatico; forse perché mi ha sempre fatto poca concorrenza, penso con una fitta di rimorso.

“Non è ora di levarsi il costume?” gli chiedo dolcemente ma lui sembra deluso che la festa stia passando così in fretta.

“Ti vogliamo bene” dico d’impulso immaginandomi qualcosa di vago come i ceri di una chiesa, io e Dora eleganti, Carlo compassato e vicino “saremo amici per sempre”.

In quella ecco superarci il culetto di Cenerentola. Carlo si rizza con una mano sul fianco e fa un fischio, Cenerentola ci soffia dei baci. Vedo stelline che escono dalla sua bocca, il cerchietto che si scioglie e perle correre lungo la schiena.

“Forse non è una buona idea quella degli antidepressivi” ammetto.

“Qualche volta può capitare anche a te che le cose non vadano bene” risponde Carlo con insolita animosità. “Adesso che ho finito l’università mio padre è d’accordo a finanziarmi” continua intrecciando le dita sulla pancia pastrocchiata di ketchup. “Una piccola attività con la Bulgaria, la pubblica amministrazione dell’Est è la nuova frontiera. Ministero del commercio, hanno bisogno di allestire gli uffici della navigazione. C’è da farci un sacco di grana, poi lì il prezzo degli immobili è basso, potrei farci un pensierino. Un ufficietto, una segretaria bulgara”. Dicendo così mette le mani a coppa davanti al petto e storce la bocca in un modo che non gli ho mai visto. “Be, perché quella faccia? non siamo tutti puri come te” così dicendo mi supera “il posto è qui vicino, roba da vecchi che ha scelto mia madre. Risotto al radicchio trevigiano e cose del genere. Vieni”.

Oramai saranno tutti con le gambe sotto il tavolo, il padre avrà già rabboccato il bicchiere di merlot.

“Potremmo anche fare una deviazione, noi due” suggerisco prendendolo sotto il braccio “come quando marinavamo alla prima ora”.

Carlo ride con la sua risata larga acchiappa matricole. Uno spritz polifonico per tutti, offro io! Sembrano voci del secolo scorso. Entriamo nella prima porta a vetri che incontriamo e ci diamo un cinque mentale quando vediamo Cenerentola in mezzo alle zucche con un vestito che ha un davanti e un dietro. E’ un vestito di gala, con la gonna ampissima a motivi scuri e scarpine nere di vernice.

“Wow” dice Carlo allungando la mano verso un vassoio di tramezzini. Io invece guardo quella ragazzina col rossetto troppo colorato fare i convenevoli agli ospiti; cammina male coi tacchi, assomiglia alla figlia di Nasturzi, quando l’ho vista in ospedale.

Un cameriere premuroso mi offre un piattino di polenta e schie, e un calice di prosecco che alzo subito. “Alle illusioni di Cenerentola” dico senza rifletterci. La ragazza mi rivolge uno sguardo lacrimoso. Forse è commossa, ansiosa o ubriaca ma presto mi rendo conto che i suoi occhi sono per Carlo, il quale, senza alcun imbarazzo per essere l’unico mascherato in mezzo a tanta eleganza, sale in piedi su un tavolo, pestacchiando parecchi voulevant. Un vassoio cade a terra facendo un baccano infernale.

“Alla brillante carriera di una delle ragazze più brillanti della facoltà” sta dicendo levando il bicchiere “ai cessi zozzi con la tessera magnetica e alle lezioni in collegamento audio”.

Un timido applauso si leva in sala.

“Al sistema di riscaldamento delle aule: calde d’estate e fresche in inverno”. Applauso.

“Al rancio gourmet della mensa Maldura, anzi al maiale al latte della Maldura”. Applauso bello convinto.

“Agli esami con gli assistenti” e mi lancia una strizzatina d’occhio. Io faccio un gesto insulso che vale: non io, io non faccio commissione.

“E…” Carlo si guarda intorno soppesando occhi e attenzione “all’ictus di Nasturzi”.

A quel punto la stanza esplode in un boato, tutti quelli che sono, sono stati o desidererebbero essere studenti di ingegneria meccanica battono le mani sul tavolo. Sembra di trovarsi di fronte a una creatura con mille zampe e un’unica voce: “Morto! Morto! Morto!” Il coniglio dal suo pulpito dirige il coro e ha di nuovo quella faccia storta che gli ho visto poco fa. “Vieni giù, non combinare altri guai” lo scongiuro tirandolo per la coda.

“Morto! Morto!” continua il mostro, Cenerentola dagli occhi lucidi mi guarda impotente, Carlo è ebbro “E’ morto il re, viva il re” urla indicandomi. Gli sferro un pugno sulla coscia e quando si piega anche un ceffone.

“Figlio di puttana, piantala di fare l’idiota” gli sibilo in faccia e poi lo prendo per le orecchie pelose e lo trascino verso la porta, costringendo diverse signore a farsi sotto il tavolo con le sedie. Carlo fa ciao con la mano alla bestia adorante, poi una ventata di umidità entra da fuori e la bestia si rivolge ad altro, risotto di zucca e taleggio arrivato dalle cucine, forse.

“Che cosa ti è saltato in mente?” gli dico dopo averlo spintonato sul marciapiede.

“Non siamo ancora pari” mi fa. Ha il labbro superiore sudato e della saliva agli angoli della bocca

“Ti riferisci a Dora?”

“Certo che mi riferisco a Dora”.

“Cristo, avevamo diciotto anni, Carlo, robe fra ragazzi”.

“Tu lo sapevi che era stata la prima”.

“Era stata la prima anche per me” dico lasciando cadere le braccia lungo i fianchi “e l’ultima”. Carlo mi guarda, e forse atteggerebbe la faccia a superiorità se non fosse conciato da coniglio.

“Tornassi indietro, non lo so, mi piacerebbe provare a essere come te. Prenderla diversamente: meno studio, più esperienze. Questo è un periodo…”

“Nero” conclude al mio posto cingendomi le spalle col braccio. Ci avviamo lungo i portici senza parlare; la luce, che è finalmente riuscita a bucare la nebbia, lo fa sembrare vecchio, tutti e due sembriamo vecchi, riflessi nelle vetrine. Quando arriviamo al locale solo la madre sui tacchi a rocchetto si fa incontro festosa alla nostra scampanellata, la bestia è troppo impegnata sulle sarde in saor. Dora, con le guance arrossate e le macchie che le vengono sul collo quando si agita, ci fa dei cenni e libera dal soprabito la sedia accanto a lei, l’unica libera. Ha messo da parte delle pizzette e un bicchiere di spritz. Carlo sguscia fuori dalla tuta come un serpente che fa la muta e lascia il coniglio a terra, morto. Si siede sulla sedia lisciandosi la camicia con la mano, poi i capelli mentre Dora gli pulisce la guancia con una salvietta inumidita di saliva e lo bacia all’angolo della bocca sorridendo. Nessuno sguardo oltre il suo naso. Verso di me.

La porta suona di nuovo, la nebbia ormai si è alzata e si vedono i coppi dei tetti. Ora siamo pari, e mi incammino con le mani a pugno nelle tasche, verso gli uffici di Torre Archimede.

Racconto e copertina di Sara Gambolati

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