Copertina di Buio

Buio

Comincia sempre così: sono davanti a una porta, oltre c’è il buio, e per quanto cammini non riesco a raggiungerla.
È il mio sogno quotidiano, ci accarezziamo e ci facciamo compagnia da anni, nel mio letto pieno per metà.

All’inizio non gli diedi peso. Mi si palesava come frammento di altri sogni sfilacciati. Col passare dei mesi iniziò a sbaragliare la concorrenza e si piazzò lì, al centro delle mie nottate, salendo di frequente sul palcoscenico come unico protagonista. Attribuirgli un regime totalitario sarebbe eccessivo: instaurò una timida oligarchia, per poi arrivare a dettare legge in forma assoluta a gran parte dei miei notturni.
Attraversai la fase della circospezione, della preoccupazione, dell’ansia, fino ad arrivare al culmine con la fase dell’angoscia. Quel buio oltre la porta era così denso, spesso e totalizzante, da invadere anche le mie ore di veglia. Perché era tanto nero? E perché nel sogno non riuscivo ad avvicinarmi? Ma, soprattutto, perché volevo così tanto raggiungerlo?

Dopo un anno di nottate con ben poche variazioni sul tema, arrivò la mattina che segnò la fine di quella quarta fase. Sogno identico, uguale a se stesso fin nei minimi particolari, ma la sensazione di angoscia era sparita.
«Sembri un’altra persona» mi disse Veronica, la mia amica barista, unica fornitrice di caffè mattutini da cui mi piacesse farmi servire.
«Che significa?» le chiesi.
«Non sembri tu, come se avessi cambiato occhiali, taglio di capelli o colore… ma a guardarti bene sei sempre uguale».
Alzai gli occhi al cielo e feci per uscire. Quella frase la detestavo, sembri un’altra, ma che vuol dire? O sono io o sono un’altra, come si fa a sembrare un’altra?

Quel giorno lo disegnai. In pausa pranzo feci spazio sulla scrivania, abbassai la suoneria del fisso per annullare le interruzioni, e feci muovere la punta della matita sul foglio. Dovetti temperarla sette volte per rendere tutto quel buio. Era lui, il mio sogno, lì davanti a me: aveva lasciato la camera da letto per penetrare anche nel mio ambiente di lavoro. Ne feci una copia e le appesi entrambe: l’originale di fronte al letto, l’altra all’altezza del mio sguardo, sulla parete dell’ufficio su cui appoggiava la scrivania. A lavoro, non lo guardai mai. A letto, lo salutavo ogni sera prima di ritrovarlo nel sonno, come fosse un arrivederci.

Fu quello il momento in cui facemmo amicizia, o almeno io la penso così. Chissà se lo chiedessi a lui cosa direbbe. Dopo l’angoscia ci fu l’accettazione, dominata dalla sparizione del disagio e dall’acquisizione di fiducia e padronanza, che mi hanno spinta a preoccuparmi di perderlo. Certe sere, l’inquietudine è stata parte integrante delle ore prima del sonno, sfondo del pensiero atroce di una notte senza buio. È accaduto soprattutto nelle occasioni in cui avevo compagnia, assidua o occasionale, ma lui non si è mai sentito tradito e, fedele come un cagnolino, è sempre tornato.

Quel buio è diventato tanto familiare da non farmi più porre domande. Non mi chiedo più cosa significhi, perché io non lo raggiunga mai, né perché lo desiderassi tanto. Ho smesso di volerlo sapere. Ho smesso di volerlo.
È qualche mese che ho iniziato a pensare alla porta. Sono diverse notti che vorrei mettere più a fuoco lei, scoprire di che materiale è fatta, poterla toccare per sentirne il calore e la consistenza. Mi è capitato di svegliarmi con l’odore del legno nelle narici, ma so che è frutto della mia fantasia. Adesso, è la porta che voglio.

Comincia sempre così: sono davanti a una porta, oltre c’è il buio, e per quanto cammini non riesco a raggiungerla.

Disegno originale di Francesca Riscaio

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