Lieto fine

Lieto fine

Premessa
Queste sono delle considerazioni personali sul tema del lieto fine, il finale positivo di una narrazione realizzato in un romanzo (I promessi sposi, con il matrimonio di Renzo e Lucia), un racconto (“Cantico di Natale”, con l’avaro Scrooge che diventa più generoso), un film (Shining, con la moglie del pazzo Jack, Wendy, e il loro figlio Danny che riescono a salvarsi).

Lieto fine
Nel dizionario online Treccani, “lieto” è definito come “che è cagione di letizia, che porta gioia”. Per “letizia” si intende un “sentimento di gioia intima e serena”. “Gioia” è la “piacevole emozione che si prova quando si è felici o quando un fine viene raggiunto o un desiderio trova appagamento”. Quindi il lieto fine porta un’emozione di gioia. Ma a chi?

Al protagonista della narrazione. Dopo aver superato delle difficoltà, raggiunge il suo obiettivo, provando gioia e appagamento.

Ma anche il lettore prova gioia, se è entrato in empatia con il protagonista. È una gioia immersiva. Il lettore si sente trasportato dentro la storia e gioisce (o soffre) con i personaggi, trattandoli come fossero persone reali. Se Renzo e Lucia non fossero riusciti a sposarsi, il lettore empatico probabilmente avrebbe provato tristezza per loro, oppure rabbia verso la società ingiusta del tempo o verso Dio che non aiuta i deboli.

La lettura può essere fonte anche di una gioia estetica. Si apprezza lo stile (la scelta dei vocaboli, la struttura della frasi, la musicalità e il ritmo), lo svolgimento della storia (il montaggio temporale, i colpi di scena, la coerenza), la costruzione di personaggi e ambientazione. È una gioia intellettuale: il piacere della lettura. In modo simile, assieme al senso della vista, nell’arte si può provare gioia di fronte alla Nascita di Venere di Botticelli. Assieme al senso del gusto e in compagnia di mia moglie, per me c’è la gioia di assaporare assieme a lei il coniglio arrosto che ha cucinato.

Realismo
Il lieto fine viene criticato, o almeno anch’io lo snobbavo un tempo, perché non abbastanza realistico. Questa convinzione si basa sul presupposto che nella realtà – ovvero nell’esperienza storica e quotidiana della vita – le vicende non finiscono per la maggior parte bene, oppure non si concludono del tutto bene. Sono sempre, o di frequente, intrecciate ad aspetti negativi.

Se i due estremi sono il finale interamente positivo (E vissero per sempre felici e contenti) e il finale interamente negativo (che comporta perdita, dolore, distruzione e morte), nel mezzo c’è però una serie di altri finali possibili.

Per l’intransigente cupo pessimista, solo ed esclusivamente il finale interamente positivo è il lieto fine. Pensare che non sia realistico è plausibile, essendo estremamente raro. Tutte le altre possibilità sono altro dal lieto fine.

Se però allarghiamo ottimisticamente la serie dei lieto fine, allora molti altri finali possono essere considerati dei finali positivi, anche se non del tutto positivi. Un esempio. La protagonista soffre perché ama una persona, ma non ne è riamata. Dopo vari tentativi per farla innamorare, si rende conto che non riesce più a sopportare la situazione. Si allontana da lei. Ora può indirizzare il suo sentimento verso altre persone. Questo può essere un lieto fine, anche se non interamente positivo rispetto all’obiettivo iniziale del protagonista. Ed è realistico.

Altra considerazione. Perché una narrazione realistica dovrebbe avere più valore, oppure essere più significativa o gratificante, di una narrazione che non lo è?

La realtà ci interessa perché vogliamo esplorare quello che c’è attorno a noi, per curiosità intellettuale e per motivi pratici (sopravvivere e vivere meglio). Non possiamo però fare esperienza di ogni situazione. Riusciamo allora a conoscere avvenimenti, vite altrui, ambienti diversi, ecc. tramite la lettura di scritti come articoli scientifici, ricerche storiche, atti di processi, articoli di quotidiani, true crime, biografie, guide turistiche. Nei confronti di questi testi, il lettore ha una presunzione di verità: ciò che è scritto deve corrispondere alla realtà. Hanno un valore se esprimono il vero. Ad esempio, una guida turistica che collocasse la Basilica di San Marco a Milano sarebbe senza valore.

Nella narrazione di finzione, il realismo è la prevalenza della rappresentazione della realtà fisica e psicologica, storica o attuale. Per questa raffigurazione c’è una presunzione di verità da parte del lettore. Ad esempio, se ambientiamo una narrazione a Venezia posso inventare una calle secondaria dove vive il protagonista fittizio. Però, senza Piazza San Marco, Venezia non sarebbe la città reale, bensì una Venezia alternativa di un universo parallelo.

Alla fiction non realistica richiediamo comunque verosimiglianza. La verosimiglianza è la credibilità di una narrazione, ovvero la coerenza rispetto a un mondo narrativo con regole proprie. Il mondo magico di Harry Potter è verosimile, nel senso che è coerente al suo interno. Non è realistico perché la magia non appartiene alla realtà fisica del mondo in cui viviamo.

Vedo una continuità tra fiction realistica e verosimile. La prima esplora le possibilità all’interno della realtà, ampliando le conoscenze del lettore con esperienze che non ha l’occasione di fare. La seconda esplora le possibilità oltre la realtà attuale. Ad esempio chiedendosi cosa succederebbe se esistesse la magia, la telepatia, i robot intelligenti, Dio.

La rappresentazione realistica o verosimile di un mondo reale o verosimile è regolata dalla coerenza (dal principio di non contraddizione) e dal principio di causalità. La vita interiore, in parte simile per tutti, in parte del tutto soggettiva e specifica per ogni singola persona, sembra seguire principi più fluidi. Simbolismi, analogie, metafore, contraddizioni, ambivalenze sono utili per rappresentare il mondo interiore dei personaggi e raggiungere quello dei lettori.

Credo si possa individuare il valore della fiction non realistica nell’esplorazione di possibilità non ancora realizzate nel mondo reale e nell’esplorazione del mondo interiore.

Favole
Le favole sono un tipo di narrazione non realistica a lieto fine. Nelle favole, il lieto fine è per il protagonista la soddisfazione del raggiungimento di un obiettivo. Per il lettore bambino è un incoraggiamento a superare le proprie difficoltà psicologiche, simboleggiate dalle difficoltà superate dal protagonista. Il lieto fine non intende descrivere una realtà, ma presentare una possibile soluzione positiva. Vuole produrre speranza nel bambino e dirgli: “Ce la puoi fare”.

Se questo vale per le favole e i piccoli lettori, lo stesso obiettivo del lieto fine può valere nelle narrazioni per gli adulti. Anche nella vita adulta c’è bisogno di incoraggiamento, speranza, aiuto psicologico. E questo non significa “raccontarsi delle favole” o “raccontarsi delle storie”, ovvero raccontarsi delle bugie, ma farsi aiutare dalle narrazioni per elaborare ed esplorare delle possibilità positive.

Il finale stucchevole
C’è tuttavia una differenza tra il lieto fine e il finale stucchevole, ovvero il finale che si conclude troppo bene, anche se “troppo” è un termine vago, che varia a seconda della sensibilità del lettore.

Un esempio di finale stucchevole potrebbe essere il seguente. Il lupo di Cappuccetto Rosso non viene ucciso. Cappuccetto supplica il cacciatore di lasciarlo in vita, perché “in tutti c’è qualcosa di buono”. Il lupo si redime e viene inserito negli ospedali in programmi di pet therapy per degenti anziani, bambini e malati terminali. La mamma di Cappuccetto sposa il cacciatore. La nonna crea un ricovero per lupi feriti da reinserire successivamente in natura. Cappuccetto diventa un’incantevole ragazza e sposa il Principe azzurro. Hanno due figli stupendi: Hansel e Gretel. Probabilmente chi snobba il lieto fine come poco realistico ha in mente il finale stucchevole, che fa quadrare tutto ed è così zuccheroso da nauseare.

Consolazione
Credo che il lieto fine possa consolare, attenuando emozioni e sentimenti legati a situazioni negative, quali tristezza, depressione, frustrazione, rabbia.

A volte però il termine “consolatorio” viene inteso negativamente, come qualcosa che non spinge ad affrontare i problemi, ma si limita a placare la sofferenza, in una sorta di accettazione passiva di quello che accade.

Ritengo che ci sia un tempo per il conforto e uno per affrontare i problemi. Una tazza di latte caldo non cura la malattia, ma può portare conforto. Le medicine guariscono. Il lieto fine può essere di conforto nel senso che dà speranza. Essere posti di fronte a un’alternativa positiva può però anche spingere ad affrontare un problema.

Personale
Prima. Leggevo molta narrativa realistica, quasi nessuna a lieto fine. Inoltre scrivevo racconti realistici oppure horror, appagato da finali drammatici.

Credo di aver vissuto una vita abbastanza facile fino ad allora. Sono stato fortunato, o almeno non ho avuto la consapevolezza di situazioni difficili da superare. Forse le ho evitate.
Oppure ero semplicemente più giovane.
In modo intellettualistico, snobbavo il lieto fine come banale e irrealistico. Ora mi chiedo se questo succedesse solo perché non avevo mai provato esperienze abbastanza dolorose. Ritengo sia stato facile compiacermi con finali negativi: rimanevano lontani dal mio vissuto, quindi non potevano ferirmi più di tanto.

Dopo. Ho vissuto il periodo più pesante della mia vita. Ne sto lentamente uscendo. Ho cominciato ad apprezzare il lieto fine come un messaggio positivo, incoraggiante, che mi aiuta a vedere la realtà in modo più favorevole.

Copertina: foto di Silva Montanis da Pexels

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *