Lucio Cascavilla torna a Spazinclusi per raccontare una sua probabile disavventura africana.
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1 – PRELIEVI
Cielo terso. Sole basso, adagiato sugli alberi a duemilatrecento metri di altezza. Abdi, l’intermediario che si occupa del passaggio di proprietà dell’auto, bussa alla porta, sudato.
– Abbiamo l’atto di proprietà! – Dopo un’attesa di centodiciassette giorni.
Giro la chiave nel blocchetto di avviamento, ma l’auto non dà segni di vita.
– L’auto è perfetta – aveva assicurato Letizia, l’italiana che me l’aveva venduta, controllando l’app della banca per sincerarsi di aver ricevuto il pagamento. – Mio marito la trattava meglio di un figlio.
Lascio la postazione di guida ad Abdi, ma l’auto non rinviene.
– È la batteria – dice. Esce dal cancello e rientra qualche minuto dopo, con una batteria nella mano destra e una chiave numero dieci nella sinistra.
Dopo che Abdi l’ha montata, giro la chiave. Una scarica di vita si diffonde al motore e l’auto, con un tremito, si mette in moto.
– Avevo ragione! Bisogna comprare la batteria.
– E questa?
– È della mia macchina. Però forse ha bisogno di due batterie… I fuoristrada sono pesanti.
Io e mia moglie avevamo comprato una Toyota Land Cruiser per avventurarci nell’entroterra del paese. La doccia fredda era arrivata dopo aver autorizzato il pagamento della compravendita.
– Non potete avventurarvi fuori città in macchina – aveva detto Letizia, sollevando la mano destra con un gesto difensivo, per coprire il corposo neo a fianco del naso. – Rischiate di essere rapiti, derubati, se non assassinati.
Seguo Abdi per le strade roventi e affollate di Addis Abeba, fino all’elettrauto. Decido per il momento di comperare una sola batteria. Sono 12.000 ETB.
– Accetta la carta? – chiedo al commesso.
– Certo.
– Anche la carta internazionale?
– Ah, no.
Abdi è costretto ad accompagnarmi a uno sportello Bancomat.
– Non funziona – gli dico dopo che il terzo tentativo fallito.
– Quanto vuole prendere?
– 6.000 ETB. È il massimo che mi fa prelevare. – Non so a quanti euro corrispondano. Ricordo però che non posso ritirare meno di cinquanta euro.
– Pago con la mia carta e poi lei mi fa un bonifico – propone Abdi.
A casa, mi chiama Letizia.
– Ciao, sono in viaggio da Nairobi ad Addis. L’auto va bene?
– No. La batteria era andata. Ne ho dovuta comperare una nuova.
– L’auto funzionava perfettamente.
– Evidentemente no, cazzo.
– Vabbè, era solo la batteria.
Mi attacca il telefono in faccia.
2- RICOVERO
Cielo terso. Mattina. Mi siedo al posto di guida, infilo la chiave nel blocchetto di accensione. Una tremito scuote il blocco motore, l’auto starnutisce un paio di volte, tossicchia, ma non si mette in moto.
Abdi mi raggiunge con la sua auto, una Lada bianca e azzurra della Seconda Rivoluzione Industriale, il muso screpolato, il cambio che gratta, ma la batteria funzionante. Apre il finestrino, tira fuori la mano, l’appoggia sulla maniglia e spalanca la portiera.
Dopo aver smontato la batteria per montarla sul mio fuoristrada, partiamo per la sede della Moenco, la concessionaria della Toyota. Suda a dismisura, mentre urlo. È nervoso, si scusa.
È già da un’ora che Abdi se n’è andato, con la testa bassa incassata tra le spalle e la sua batteria. Protesto ad alta voce con la signorina allo sportello. Una signora di mezz’età in coda mi sorride. Arriva un ometto, con i baffi, che mi stringe la mano.
– Sono il Managing Director – dice in inglese. – Venga che le spiego.
Lo seguo attraverso il garage, osservando una serie di auto sospese in aria, mentre meccanici sudati e sporchi di olio si affannano a smontare e rimontare pezzi.
– Ecco qual è il problema – dice il Managing Director, mentre un elettrauto mi mostra, con il tester, che la batteria non ha energia.
– Mi sta dicendo che ho comprato una batteria esausta?
– A volte capita.
Sto per chiamare Abdi, ma il Managing Director mi blocca.
– Bisognerebbe cambiare anche le pastiglie dei freni.
– E lo potete fare?
– Non abbiamo i pezzi di ricambio. Né le due batterie, né le pastiglie dei freni. Se vuole possiamo ordinare i ricambi originali in Giappone, oppure possiamo cercarli nel mercato interno.
– Cosa mi consiglia?
Il Managing Director riflette per un attimo, poi afferra il cellulare e, parlando in amarico, cammina su e giù, si passa una mano sui capelli radi, si gratta la punta del naso, annuisce un paio di volte e poi caccia il telefono in tasca.
– Vada con il mio meccanico a comprare le batterie e le pastiglie per i freni, poi noi montiamo tutto. Ah, la macchina resta qui stanotte, non abbiamo tempo adesso per sostituire i pezzi. Ci vorrà più lavoro e più tempo.
3- PASTIGLIE
– Sostituire le pastiglie dei freni è semplicissimo. Il problema è la pinza del freno, le nuove pastiglie non c’entrano. – Il Managing Director scuote la testa. – Il peso dell’auto ha deformato la pinza. Parliamo di un’auto molto pesante. Se vuole posso chiamare l’ingegnere per spiegarle il problema…
– E adesso per le pastiglie?
– Non c’è molto da fare. Ordina una nuova pinza, noi la sostituiamo, oppure se la tiene così.
– Ma mi avete consigliato voi di sostituire le pastiglie dei freni…
– Che c’entra? Dei pezzi nuovi servono a migliorare le prestazioni, mica sono essenziali. Le pastiglie avrebbero impedito di consumare troppo le gomme e i dischi dei freni, ma per il resto può proseguire a guidare anche così.
– Allora le posso restituire le pastiglie?
– Le tenga lì e vedrà che prima o poi potranno esserle utili.
4 – RICADUTA
– Devi ritornarci – mi dice mia moglie.
– Non se ne parla.
– Ascoltami. Mi servono le luci interne, e poi voglio che l’accendisigari possa diventare un carica batteria.
– Il telefono lo carichi a casa.
– E se mi si scarica mentre torno a casa?
– Cazzo! Mi hanno già fatto comprare due batterie, più quella che mi ha fatto prendere Abdi.
Parcheggio l’auto e attraverso il cortile in obliquo per arrivare prima in ufficio. Sono circondato da dozzine di auto uguali della stessa marca e colori diversi. Oltrepasso la porta in vetro, contornata di alluminio rosso, e mi metto in fila dietro a un uomo di mezza età. L’aria condizionata raffredda la temperatura di un paio di gradi. Ad Addis si crepa di caldo. La signorina allo sportello mi dà un modulo ed elenca i problemi del fuoristrada, consultando un’app per tradurre nel modo più corretto possibile.
Imprecando tra me e me, alzo gli occhi al contro-soffitto giallastro, infestato da macchie di umidità. Consegno il foglio firmato e vado a spostare l’auto sul ponte sollevatore. Il meccanico e l’elettrauto, che già conoscevo, controllano il corpo motore con la torcia del cellulare, picchiando con una spranga sullo sterzo.
– Ehi, piano – protesto. L’elettrauto si avvicina, mi prende sottobraccio e mi porta a prendere un caffè etiope.
Porca puttana, penso. Letizia, mi hai venduto un cazzo di malato terminale.
Un’ora dopo i due esperti si avvicinano a testa china. Silenziosi. Arriva anche il Managing Director a piccole falcate, con i suoi baffi tristi. Parla con il meccanico, osserva il motore, annuisce, e fa due domande. Si rivolge poi all’elettrauto che, con quattro o cinque frasi in amarico, elabora la diagnosi.
– Meglio se ci sediamo e parliamo con calma. – Il Managing Director mi indica il suo ufficio.
Lo seguo nei meandri della palazzina, osservando altri poveracci come me ansimare al capezzale della loro auto.
– C’è un problema grave – pontifica appena mi siedo alla scrivania. – Ho voluto dirglielo io, perché lei tende ad arrabbiarsi.
Sulla scrivania, a fianco del computer, tiene in bella vista un fermacarte, sormontato da due bandiere: una giapponese e l’altra etiope.
– Che cazzo è questo problema grave?
– Ecco, vede? Si sta già arrabbiando.
– Scherza? Come mai una settimana fa c’era solo un problema dei freni e adesso devo fare il funerale alla mia auto?
– C’è una perdita d’olio.
– Una settimana fa non lo perdeva.
– Una settimana fa era diverso. Ci siamo sbagliati, siamo stati superficiali.
– Che cazzo vuol dire?
– Vuol dire che ci dovrà portare l’auto, la smonteremo e, quando avremo trovato il problema, ordineremo il pezzo e lo sostituiremo. Ci vorrà una settimana.
– Ma siete sicuri che perda olio?
Torniamo in officina, dove un soffitto di onduline in alluminio ci protegge dai raggi del sole e, con l’elettrauto e il meccanico, ci mettiamo in circolo sotto l’auto, sospesa a circa due metri di altezza sulle braccia meccaniche. Il Managing Director indica un pezzo del motore coperto di olio, grasso e polvere.
– La perdita è là.
– Io non vedo niente – Metto gli occhiali che porto nella tasca della camicia. Mi gratto la testa e guardo i baffi tristi del Managing Director, l’incipiente calvizie, i filamenti biancastri tra i radi capelli neri alle tempie, le sottili righe azzurrine sul fondo bianco della camicia ben stirata, che deve essergli costata un bel po’ di stipendio, la penna nera nel taschino, la cravatta nera a pois bianchi. Poi guardo il motore.
– Ma la perdita com’è? Grande? Piccola?
– C’è. Dobbiamo indagare meglio. Ma bisogna agire.
– Non si può aspettare?
Il Managing Director si dirige in ufficio e io lo seguo, senza capire qual è la cosa giusta da fare. Mi tolgo gli occhiali che infilo nella tasca della camicia e mi riaccomodo sulla poltrona in similpelle nera, dalle cui cuciture fuoriesce una spugna ocra scuro. Lui continua a parlarmi, ma io ho smesso di ascoltare.
– Può quantificare il danno? – lo interrompo.
– Il costo sarà tra gli 89.000 e i 180.000 ETB, ma i dettagli li vedremo più in là. La cosa che interessa noi della Toyota è che lei viaggi in sicurezza.
– Scusi. Io e mia moglie parcheggiamo l’auto sempre nello stesso posto. Macchie d’olio non ne ho mai viste…
– Certo che c’erano. Non le avrà notate.
– Ma se volessi accertarmi della cosa e ci mettessi qualche giornale sotto? Una notte potrebbe bastare?
– I miei meccanici non sbagliano.
– Bene! Allora facciamo così: mi mandi un preventivo, come promemoria. Tra qualche settimana è Natale e noi rientreremo in Europa, magari l’auto possiamo lasciargliela in quei giorni. Cosa ne pensa?
– Se non vuole farlo adesso…
– Adesso la continuiamo a usare. Prima di andare via ve la porto, così potete fare gli accertamenti.
A casa, parcheggio nel mio solito posto. Sul cemento scrostato non noto nessuna macchia sospetta. Salgo le scale, arrivando ansimante all’appartamento al secondo piano per recuperare una risma di fogli bianchi e preparare una specie di lenzuolo, unendo i fogli con lo scotch, un metro e ottanta per un metro e quaranta. Torno all’auto e sistemo il lenzuolo di carta in modo che raccolga le eventuali gocce d’olio cadute dal motore.
5- PERDITE
Alle dieci del mattino ricevo una mail dall’autofficina con le riparazioni da fare. Preventivo: 883.846 ETB. Cazzo! Scendo le scale quattro alla volta e controllo il lenzuolo sotto l’auto. Dopo tredici ore, sulla carta non c’è traccia di perdite.
Ritorno di corsa in casa e trovo il biglietto da visita del Managing Director.
– Che cazzo di preventivo mi ha mandato? Le porto l’auto, mi dice che c’è una perdita d’olio, che dovete smontare il motore, che forse è la sotto-coppa dell’olio, che ancora non sapete bene cosa sia. Mi arriva il preventivo e mi dite che la testata del motore è andata e che bisogna cambiare anche la frizione. E io cosa scopro? Che la perdita d’olio non c’è!
– Ma certo che c’è. È lei che non la vede.
– Ho messo dei fogli di carta sotto il motore, li ho lasciati tredici ore senza spostare la macchina, e non ci sono macchie d’olio. Quindi nessuna perdita. Giusto?
– Se riporta l’auto, la ricontrolliamo e le sappiamo dire che problema c’è.
– Figurarsi! Sono sicuro che troverete un sacco di altri problemi. Se vi porto l’auto, la smontate?
– Certo.
– Per cercare la presunta perdita di olio, giusto?
– Giustissimo.
– Ma se non ci fosse alcuna perdita?
– La rimontiamo e gliela restituiamo.
– Senza pagare nulla?
– Eh, no! C’è il lavoro.
– Così voi inventate il problema, mi smontate il motore, me lo rimettete a posto e io, per un vostro errore, devo anche pagarvi?
– C’è il lavoro degli operai. Comunque, se avessimo aperto il motore, qualcosa da aggiustare lo avremmo trovato di sicuro.
– Ma come cazzo lavorate? Capisco solo che cercate sempre di fregarmi.
– Gli errori capitano.
– Errori da 900.000 ETB? Glielo dico io, caro il mio Managing Director, cosa farete se vi porto l’auto: la smontate, inventate un qualsiasi problema e, con questa scusa, mi fate pagare un motore nuovo. Tanto a voi cosa vi frega? Le chiedo il preventivo per la perdita d’olio, e lei mi manda un preventivo per la testata. A proposito, prendete delle percentuali in base al lavoro che fate?
– Sì, ma che c’entra?
6 – SPECIALISTA
Cielo terso. Sole pallido. Strada dissestata. Una Lada bianca e azzurra accosta. Escono Abdi e un tizio completamente glabro, a parte dei baffi spelacchiati.
Ricevo un messaggio. “Allora l’auto? Va bene?” mi scrive Letizia.
– La macchina fa schifo! – bofonchio.
Il tizio mi guarda. – Mio nonno e mio padre parlavano italiano. Io un po’ lo capisco.
– Questo è il meccanico che ti dicevo. Nabiyou. – dice Abdi.
Gli porgo la mano, lui è titubante. La mano destra ha sei dita. Il sesto cresce sul pollice, simile alle altre dita, ma non si muove indipendentemente.
– Fino a due anni fa lavoravo alla Moenco – dice Nabyiou. – Me ne sono andato perché non mi andava il loro modo di fare. Se gli consegni un’auto per la notte, smontano i pezzi buoni per rivenderli e ti caricano altre riparazioni da fare. Ce lo insegnavano.
– Ti posso portare la macchina domani mattina alle nove?
Rispondo a Letizia.
“L’auto che mi hai venduto è moribonda!”
Letizia: “La macchina era in condizioni perfette quando te l’ho venduta.”
“Sono stato alla Moenco. Hanno trovato una perdita d’olio e un problema alla testata del motore.”
Letizia: “Se vai lì non risolvono i problemi, te ne caricano altri!”
7- DIAGNOSI
– È un problema al disco della frizione.
Innesto la marcia, premo l’acceleratore e il motore annaspa per tredici secondi, prima di salire di pressione e aumentare la velocità. Colpisco il clacson con un pugno. Ne esce un suono distorto. Mi scuso con i vicini che mi hanno guardato infastiditi.
Cielo terso. Quartiere di Kera. Mozambico Street. È il settimo rivenditore di ricambi autorizzati Toyota dove ci fermiamo. Il commesso ascolta la richiesta del mio accompagnatore, scuote la testa, impugna il telefono, parla per qualche minuto e richiude la comunicazione sconsolato.
– Posso dirle la verità? – dice Nabiyou. – Il problema è che il disco della frizione (freseyona, pronuncia in amarico) non c’è ad Addis. Lo dobbiamo ordinare, in tre mesi dovrebbe arrivare. Se vuole, possiamo pagare l’extra e il pezzo arriva senza dover aspettare di riempire il container.
– Senti Nabiyou, ma il pezzo possiamo farlo arrivare in aereo?
– In aereo viene a costare l’ira di Dio. Lo ordiniamo e arriva via nave, tra tre mesi.
– E posso continuare a guidare la macchina?
– Guidi solo la sera, quando non c’è traffico. L’auto manca di ripresa e ha bisogno di almeno trenta metri per prendere velocità. Nel traffico rischia di metterci due ore per andare da casa all’ufficio. Però la può utilizzare.
8- SALA D’ATTESA
– Nabiyou, sta freseyona?
– C’è stato un attacco degli Houti.
– E cosa c’entra? Si sono fregati la freseyona?
– No, ma hanno bloccato il traffico nel canale di Suez. La freseyona non arriverà la settimana prossima, ma chissà quando.
– Che cazzo significa “chissà quando”?
– Si deve calmare, arrabbiarsi non serve a nulla. Nemmeno alla Toyota è arrivato il pezzo.
– Quindi in Etiopia mancano le freseyone e nessuno si incazza?
– Proprio così.
– Quanto bisogna aspettare?
– E chi lo sa. Magari i ribelli si ritirano oppure gli USA li bombardano e la nostra nave può passare. Possiamo solo attendere.
8- VENDITA ORGANI
Cielo plumbeo. Quartiere di Kera. Guinea Equatoriale Street, dietro Mozambico Street. Procediamo a passo d’uomo.
– Siamo arrivati – dice Nabiyou.
– E dove mi fermo? Non c’è posto.
– Vada un pochino più avanti. Dove stanno facendo i lavori. – Indica con la mano.
Proseguo a ritmo di lumaca. Il disco della frizione è ormai andato e ho seri problemi con la ripresa. Avanzo di un’altra cinquantina di metri. Fermo l’auto, scendo e lascio a Nabiyou l’onere del parcheggio. Inserisce la retromarcia e, malgrado la frizione, riesce a entrare all’indietro. Innesta la prima. Alterna le due marce e, lento ma sicuro, posiziona l’auto a pochi centimetri dal marciapiede, tra un maggiolino arancione e una BYD elettrica.
Un vecchio è seduto sulla strada, su una pietra.
– È ok parcheggiare qui? – gli chiedo.
Lui risponde in amarico. Alzo il pollice della mano destra e lui risponde alla stessa maniera. Nabiyou scende dall’abitacolo, chiudo l’auto e lo seguo. La strada è un lento formicolare di persone che si avvicinano e provano a vendere, e a comprare, cinghie, tergicristalli, tappetini, fanali. Alle auto parcheggiate manca la targa sul muso. Sto per commentare la cosa con Nabiyou, ma un ragazzino mi distrae.
– Vuole comprare un cerchione? – mi chiede in perfetto inglese.
Osservo il pezzo e scuoto la testa.
Nabiyou stringe la mano a un tizio e lo segue nel negozio.
– C’è un problema. Glielo dico, ma lei non si deve arrabbiare.
– Tu dimmi qual è il problema, se mi devo incazzare lo decido io.
– Deve capire che ciò che facciamo è per cercare di compiacerla. Se si arrabbia perde solo tempo.
– Dimmi qual è il problema.
– Il prezzo del disco della frizione è differente. È aumentato il costo del trasporto.
– Scusa? I ribelli Houti hanno bloccato il canale di Suez e l’aumento di prezzo pesa su di me? Non su chi ha spedito?
– Esatto.
– Porca puttana! – Alzo gli occhi al cielo e sbatto una mano sul tavolo. I clienti del negozio si fermano e mi osservano. – Questo è uno scherzo del proprietario. Ha visto che sono un bianco e vuole farmi pagare di più. Da quando sono qui, tutti mi vogliono fregare. Chiedi a quel tizio là se paga la freseyona come me.
– La capisco. Abbiamo due soluzioni: paghiamo il restante, andiamo in officina e la sua auto riparte lucida e fiammante, oppure domani andiamo in un altro negozio, ordiniamo un altro pezzo, e aspettiamo altri tre o quattro mesi prima che arrivi. Nel frattempo, lei lascia l’auto in garage. E forse, quando arriverà la frizione, dovrà acquistare anche un altro paio di batterie.
– Accettate pagamenti con la carta? – chiedo al commesso.
– Certo! Telebirr, Mpesa, carta…
Tiro fuori la carta internazionale, il commesso mi guarda con una smorfia.
– Non accettiamo carte internazionali. Non ha Telebirr o un servizio simile sul telefono?
– Ho una carta che viene accettata in un qualsiasi paese del mondo, tranne in quella che voi chiamate la capitale dell’Africa…
– Abbiamo due soluzioni – interviene Nabiyou. – O pago io con Telebirr e lei paga me, oppure…
– Con il rischio che domani il prezzo aumenti?
– Porca puttana!
– Non si starà arrabbiando di nuovo?
– Perché in un paese normale entri in un negozio, trovi il prodotto che cerchi, chiedi il prezzo, paghi ed esci, mentre qui devi sperare che il prezzo non cambi, che non si siano dimenticati di aggiungere le tasse, che tu sia simpatico al padrone… E poi devi pure avere la carta giusta per pagare!
– Tranquillo. Abbiamo il contante e possiamo prendere il disco della freseyona. Appena l’abbiamo mi metto a lavorare in officina.
– Come faccio a non incazzarmi se mi porto dietro tutto questi soldi? La banconota più grande è da 100 ETB e i soldi non mi entrano nelle tasche. I bancomat lasciano prelevare solo 10.000 ETB a volta. Ho dovuto fare sette prelievi con tre carte diverse per rimediare i soldi.
– Sono le norme antiriciclaggio per tracciare i pagamenti online.
– Spero che nessuno mi derubi, sennò dobbiamo tornare a prelevare…
Entro in negozio, seguendo Nabiyou. Il proprietario mi sorride. Estraggo la prima mazzetta e la conto, la passo a Nabiyou che la conta a sua volta e la porge al proprietario e, una dietro l’altra, contiamo le sette mazzette, fino allo sfinimento.
– Nabiyou, digli che mancano 400 ETB. Me li puoi prestare?
Il meccanico mi sorride e dice qualcosa al proprietario nascosto nel retro bottega. Ritorna con il pezzo e me lo deposita nelle mani. Io lo affido a Nabiyou e, dopo aver salutato, usciamo.
– Nabiyou, ti prego, la prossima volta nessun prezzo intermedio. Solo il prezzo finale, tasse incluse.
– Qui tutti vogliono avere un cliente straniero, dà lustro all’azienda, fa piacere. Il problema è che nell’ansia di soddisfare le richieste, facciamo promesse che non possiamo mantenere. Consideri che non parliamo nemmeno bene l’inglese. Cerchiamo solo di fare il meglio.
9- COMPLICAZIONI
Da lontano vedo un tizio con la pettorina gialla, che è piegato davanti alla mia auto.
– Ma che sta facendo?
– Credo che stia togliendo la targa.
– Che cosa stai facendo? – urlo in inglese.
– Urlare non serve a niente – sbuffa Nabiyou. – Tanto non capisce quello che dice.
La strada si ferma e si gira a guardarmi. Il lustrascarpe di otto anni lascia cadere la spugna, l’uomo seduto dinanzi a lui segue la mia corsa, agitando il pezzetto di legno che ha infilato tra i denti per pulirseli.
Pettorina Gialla si sposta, posizionandosi davanti al muso dell’auto. Corro a rotta di collo, inciampo in un masso che fuoriesce dal marciapiede, barcollo per qualche metro e vedo il suolo più vicino, ma riesco a stare in equilibrio e proseguire senza cadere.
Arrivo alla macchina, con il fiatone, mi giro e mi accorgo che Nabiyou è distante almeno una cinquantina di metri. Pettorina Gialla, intento a svitare la targa dell’auto, mi sorride con i pochi denti rimasti. Mi accorgo che sotto l’ascella sinistra ne tiene una discreta collezione.
– Che cazzo stai facendo? – gli urlo. Lui si alza e smette di svitare. – Mi stai fregando la targa?
Nabiyou è dietro di me.
– Lo sapevo che sbagliavo a lasciarla solo…
– Ma che significa? Perché si sta prendendo la targa?
– Abbiamo parcheggiato in divieto di sosta. Toglie la targa e per riaverla lei deve andare alla polizia a pagare la multa.
– Cazzo. Non è possibile!
La targa penzola. Una delle due viti è per terra. Mi abbasso maledicendo il mondo, rimetto la vite nel foro e la riavvito con le dita. Un capannello di persone, dopo aver sentito le mie urla, si è avvicinato. Nabiyou sta parlando fitto fitto con Pettorina Gialla.
– Va bene, Nabiyou, finiamola qui. Se c’è una multa da pagare, la pago. – Mi perquisisco le tasche. – Però mi devi prestare i soldi. Ti prego, non farmi fare un altro prelievo.
– C’è un problema… Lei ha urlato, qua c’è troppa gente e lui non vuole prendere i soldi in contanti, altrimenti potrebbero pensare che lo stiamo corrompendo. L’unica soluzione è che la multa la paghi io, con il Telebirr, e lei mi dà i soldi, così tutti vedranno che anche gli stranieri pagano le multe. D’accordo?
Copertina: foto di Lucio Cascavilla
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Lucio Cascavilla è nato a Manfredonia (FG) nel 1979. Dopo una laurea in Lingue e civiltà orientali all’Università di Napoli, si è trasferito in Cina dove ha vissuto per 10 anni e ha fondato un gruppo rock che si è esibito in diversi tour, esperienza che ha ispirato il suo primo libro: Punk road in Cina (2012-Robin edizioni). Tra un tour e l’altro sono stati prodotti 2 EP, 2 LP, e 3 video clip, prodotti, ideati, interpretati e co-girati insieme ai membri del gruppo. Durante uno dei tour è stato realizzato il documentario La punk band degli stalloni italiani ideato e sceneggiato in collaborazione con Niccolò Ottimofiore ed Edmondo Di Natale, facilmente reperibile su YouTube (uscito nel 2012). Nel 2008 ha collaborato alla realizzazione del cortometraggio Goodbye, Beijing goodbye con Mauro Piacentini e come blogger al sito PeaceReporter che raccontava le olimpiadi di Pechino.
Nel 2016 ha pubblicato il suo secondo romanzo: L’utopia del rispetto con Lettere Animate. Nel 2019 ha pubblicato la raccolta di racconti: Sogni, segni e sintomi (Morlacchi, Perugia). Nel 2021 un racconto sulla Sierra Leone, nell’antologia Scrittori in fuga (Prospero Editore).
A maggio 2022 è uscita la sua prima Graphic Novel 3 storie per non morire per Morsi editore.
A gennaio 2023 ha realizzato, in collaborazione con GIZ (Organizzazione di cooperazione tedesca), un fumetto informativo sul parco Nazionale di Kahuzi-Biega, nella Repubblica Democratica del Congo.
A ottobre del 2023 è uscito il documentario – scritto, diretto e prodotto da Lucio Cascavilla – The Years We Have Been Nowhere, premiato al festival internazionale del cinema di Houston, a quello di Rameshwaram, in India, e vincitore del premio Sguardi a sud del mondo, che si occupa del tema, tristemente attuale, delle deportazioni.
Nel 2025 ha collaborato alla realizzazione di due corti, insieme a Refugees in Libya per la campagna Stop al Memorandum.
A fine novembre uscirà la sua seconda graphic novel L’algoritmo della farfalla, sempre per Morsi.
Nel frattempo continua a collaborare alla realizzazione di cartoni animati, a scrivere canzoni per gruppi rock, a scrivere articoli per riviste (Left) e blog letterari (Neutopia, Spazinclusi). Al momento vive ad Addis Abeba, dopo aver soggiornato in Sierra Leone e nella Repubblica Democratica del Congo.



