La grotta - The Cave

La grotta

Racconto di Goran Mimica
Traduzione di Maurizio Donazzon

Mio padre sta morendo e questa è l’unica certezza. Avevo lasciato le incertezze, i dubbi e il rifiuto di accettare la situazione, fuori, all’ingresso dell’ospedale, prima di entrare, deciso a sedermi, tenergli la mano e non pensare. Vane speranze. L’unica cosa che in realtà feci fu sedermi. Invece della sua mano, strinsi quella che sembrava una baguette di sessanta centimetri avvolta nelle bende, e quello che pensai di pensare non comportava alcun processo di pensiero: era piuttosto un ricordare. Involontario, che non intendeva dissotterrare migliaia e migliaia di scampoli e ritagli di memoria, appiccicare immagini spezzate dal tempo per completare, o colmare, tagliando e incollando casualmente quasi trent’anni della pellicola che documenta le nostre vite e, come in un grafico medico, indica tutte le fasi, i picchi e i precipizi di una malattia innocua ma a tratti inquietante che abbiamo condiviso: l’Elephantiasis Memoriae.

Sentii il rombo del motore che viaggiava lontano sul fiume, vidi mio padre pescare, immerso dalla vita in su in enormi nuvole di zanzare che ondeggiavano a ogni suo movimento, era l’invasato direttore di un’orchestra da una sola nota. Sentii che ridevamo in cucina, poi all’improvviso eravamo nella nostra vecchia Fiat 650, le colline si avvicinavano, i viottoli dei vigneti di dolce Riesling sfrecciavano tra interminabili filari, la casa del nonno e due alberi di noce al cancello. Ovunque arrivi il mio ricordo trovo un’immagine, come se la malattia ci rendesse completamente muti e poi ci trasformasse in marionette che si attorcigliano e sussultano sui fili del tempo, accompagnate dalla gentile e appena percettibile colonna sonora del passato.
Quando mio padre mi strofina il viso con i palmi ricoperti dalla peluria delle pesche raccolte, non ricordo nessuna parola, solo un’insopportabile sensazione di prurito sulle guance. Se c’erano delle parole collegate a queste immagini, ora si sono perse.

Mio padre era uno scrittore e adesso non ha nulla da dire. Un tubo di plastica scompare nel foro della sua bocca incorniciata da bende bianche. Il suo corpo ne è completamente avvolto, non è visibile un solo centimetro di pelle. Trovo difficile ricordare il volto dell’uomo che si scrollò di dosso due attacchi di cuore come se si trattasse di un raffreddore primaverile, e all’età di 73 anni camminava ancora dritto con il suo metro e 80, correnti d’argento gli attraversavano la testa piena di capelli, estuari di rughe si gonfiavano sotto la marea del suo sorriso. Ora sta morendo. Sono seduto al suo capezzale e sto sognando la parola che renderebbe il suo passaggio indolore, anche se non ho idea se stia soffrendo, oppure sia in uno stato di beatitudine o di eterna sospensione. Se sia pronto o stia combattendo per l’ultimo sguardo al mondo che considerava degno di fiducia. È incosciente, in coma profondo. È cerebralmente morto. È tenuto in vita grazie al bouquet di aghi che gli punteggiano le vene e al muro di macchinari dal quale crescono come tentacoli di un polipo sintetico tubi corrugati grigi e trasparenti, e che, a semicerchio attorno al suo letto d’ospedale, incombe sopra la testiera e ogni tanto respira, fa l’occhiolino, ingrana e mi lancia un beep.

Faccio fatica a tenere gli occhi aperti. Dopo ore di aria condizionata, sono ricoperti di carta vetrata. Tenerli aperti o chiusi è altrettanto doloroso. Sto per superare il punto di sfinimento, presto potrò restare sveglio per sempre, come un perpetuum mobile alimentato da una stanchezza schiacciante. Addormentarmi mi renderebbe egoista? Cosa importa se sia sveglio o dorma a questa forma infagottata che mi è stato detto essere mio padre?

Pensai che le mie gambe si sarebbero arrese mentre seguivo l’infermiera dalla reception alla Terapia intensiva al secondo piano. Nell’ascensore borbottai “Le mie gambe…” “Le sue gambe?” disse lei. Non credo che si aspettasse una risposta. Si limitò a sorridere, i denti minuscoli e uniformi riempirono l’intero cubo metallico, avrei potuto addormentarmi proprio lì, avvolto nel suo sorriso, sul pavimento dell’ascensore, salendo sempre più in alto senza scosse, dritto verso i piani intermedi dove persone molto stanche venivano accolte e lasciate a dormire in pace. Mi fece strada lungo corridoi semi-illuminati, chiazze senza vernice sui muri mappavano gli anni di abbandono, i miei occhi fissi sulla sfocatura verde della sua uniforme due passi davanti a me, le mie orecchie che contavano il ritmo dei suoi zoccoli. Posso tenerti la mano, pensai di chiedere, ma poi si fermò davanti a una porta di vetro lattiginoso.

“Troverà una coperta in più nell’armadio. Cerchi di riposare… se possibile. Buona notte.”

Quando la porta si chiuse silenziosamente dietro di me, la prima cosa che notai all’interno della stanza fu una sedia.

Trascorsi la mia prima notte seduto su una sedia di plastica, accanto al letto di mio padre, con la mente che fluttuava tra le forme incerte della stanza illuminata dal segnale dell’uscita di emergenza sopra la porta e l’acufene causato dai cambiamenti della pressione dell’aria durante il volo. Continuai a scivolare in sogni incolori e inquieti, pieni di immagini pulsanti di mio padre e di voci familiari che appartenevano a volti sconosciuti, sbagliati, le cui espressioni contraddicevano nettamente le parole che pronunciavano. Ogni tanto venivo svegliato da un’infermiera fantasma o da una fitta lancinante che spostava costantemente il suo punto di origine, disegnando una mappa del dolore del mio corpo, solo per scivolare di nuovo in incubi interrotti dove tutto sembrava riconoscibile e niente aveva senso.

“Messo qualcosa nello stomaco? Quando ha mangiato l’ultima volta?”
“Non lo so.”
“Devo cambiare le bende, non è un bel vedere. Perché non aspetta fuori? Beva un caffè, c’è un distributore al primo piano.”

Presi le scale. Il muro tra i piani era di vetro. Un’unica enorme finestra incorniciava un gruppo di alberi dalla corteccia scura, forse pioppi, le chiome spoglie di fronte al prossimo inverno. Il terreno tra gli alberi stava sostituendo l’erba con una coltre squamosa di foglie umide e appiccicose, la luce del giorno si schiudeva ancora da qualche parte sopra il fiume invisibile, in fondo al pendio.

Oltrepassai la sala d’attesa e la reception vuote, raggiungendo il termine del corridoio dove si trovava il distributore del caffè, un paio di poltrone ai lati. Trangugiai la prima tazza in un sorso, in piedi, ignorando il bruciore alla lingua. La seconda tazza la bevvi lentamente, a lunghi sorsi, sprofondato in una poltrona, sperando che la caffeina mi aiutasse ad allontanarmi dai paesaggi scoscesi della mia mente. Non lo fece, ma ciò che mi tratteneva era la speranza che sarebbe successo.

La sala d’attesa si era riempita a metà quando la superai sulla via del ritorno. Alla reception mi dissero che i dottori che seguivano mio padre erano arrivati e volevano parlarmi.

Erano in quattro, solo uno indossava un camice bianco, senza stetoscopi o penne-torcia argentate che spuntavano dai taschini, sopra i nomi stampati. Solo cravatte. Tre camicie bianche e una maglietta Lacoste verde. File di schermi illuminati coprivano le pareti, ciascuno dei quali mostrava un ritratto a raggi X di un teschio, ossa oppure organi appartenenti a persone senza volto. Era una galleria di incidenti, geni fuori controllo e tessuti mutanti. Mi offrirono una sedia e per i dieci minuti successivi ascoltai che mio padre era al di là dei miracoli della medicina moderna. Le sue condizioni erano disperate. Avrei dovuto prepararmi al peggio. Si sforzarono davvero di parlare in termini semplici. Mi dissero che quasi il 40% del suo corpo era coperto da ustioni di primo, secondo e terzo grado. Aveva anche diverse ferite alla testa, ognuna abbastanza grave da farlo precipitare in coma. Le gambe, il braccio sinistro e la maggior parte delle costole erano rotte o incrinate, ma questo è uno scherzo rispetto alle ustioni, disse l’uomo Lacoste. Volevano che sapessi che non stava soffrendo. Mi chiesero anche di lasciare il numero di telefono alla caposala. Erano dispiaciuti. La loro presentazione era stata progettata e realizzata nello stesso modo in cui avevo visto i medici farlo nei film. Era una formula utilizzata in numerose occasioni, un discorso con una dose finemente equilibrata di professionalità, di informazioni destinate all’orecchio di un profano, di un pizzico d’umanità e del sentimento della fine: una frase. Sia io che l’uomo Lacoste condividemmo l’esperienza per la prima volta.

Dissi loro che l’apprezzavo.

Quando con cautela aprii la porta della sua stanza, l’infermiera non c’era più. Il sole luminoso e scialbo di novembre non cambiava la stanza di mio padre: nella semi-oscurità, le tende tirate, una chiazza più chiara a forma di corpo giaceva sul letto, immobile. C’era anche la sedia. Un’occhiata mi disse che non potevo permettermi di sedermi. Sarei rimasto lì, insensibile, paralizzato dal ricordo, schiacciato da un senso di colpa che non riuscivo a comprendere.

Dovevo andare, farmi una buona dormita. Dovevo lasciare l’ospedale, subito, uscire da quella stanza colma dell’odore dell’argilla la cui esistenza poggiava su un’unica certezza: mio padre sta morendo.

Stavo per uscire quando notai l’armadio, l’anta aperta, la borsa di mio padre sul ripiano più basso. Non ne avrebbe avuto bisogno. La presi, andai alla porta e mi voltai di nuovo verso il letto: mio padre continuava a morire.

*

Presi un taxi per l’hotel. La neve era iniziata a cadere nel frattempo e si stava trasformando in una fanghiglia marrone scuro.

Ci vollero diversi tentativi per inserire la chiave nel buco, ciascuno dei quali aggiunse un nuovo, minuscolo graffio nelle cronache polverose di tutti coloro che erano stati nella stanza numero 10. Come se la mia mano, improvvisamente, senza alcun suggerimento che la guidasse, si risentisse per ciò che si aspettava dall’altra parte: ore trascorse a fissare il soffitto, ad affrontare l’incredulità e ad attendere che il dolore si esaurisse, con lo stomaco nella salda morsa delle inesorabili tazze di caffè.

L’inconfondibile odore del tappeto sintetico marrone chiaro da parete a parete, con la sua elettricità statica che mi increspava i peli delle gambe a ogni passo, galleggiava nell’aria viziata della camera d’albergo e nel suo allestimento standard: un letto, due comodini, due sedie da emorroidi e un armadio con tre appendiabiti. Lasciai cadere la valigia sul pavimento e andai alla finestra.

Potevo vedere una parte della cattedrale con il suo tetto a tegole rosso-verde e il municipio dipinto di fresco, dai balconi stretti e dalle alte finestre bordate da rampicanti di gesso e teste barocche. Al centro della piazza c’era un imponente monumento in bronzo di un eroe locale, il pugno coperto di merda di piccione a minacciare le nuvole, invocando la lotta. L’intera piazza era dipinta nell’oscurità di quel mese invernale quando i cieli scendono bassi e rispecchiano il bagliore rugginoso del fiume vicino. Qua e là chiazze di neve erano sopravvissute dal mattino. Potevo sentire l’odore della pasticceria appena sfornata proveniente dal negozietto 2×3 che condivideva la facciata con il mio hotel. File di bancarelle, con teli di plastica come copertura, seguivano la zona pedonale fino al mercato del pesce e pompavano i primi dieci successi turbo-folk. La folla gremiva le strade anche se erano quasi le dieci, nel mezzo della settimana lavorativa.

Il mio corpo si trascinò a letto, i miei pensieri andarono dall’altra parte, verso il bagno. Mi addormentai e sognai di fare una doccia calda. Rientrai nella stanza bagnato fradicio, gocciolando su tutto il tappeto e all’improvviso mi resi conto di essere nato, e di aver vissuto da allora in questa città. Mi venne in mente che forse ero quel bambino, avvolto in una coperta, su una slitta trainata da due adulti nella neve alta, appena scesa. Era una notte di febbraio, l’intero parco di fronte al nostro appartamento coperto da una coltre di neve luccicava sotto le campane dei lampioni. Era un’immagine nel mio sogno, così distante eppure incredibilmente nitida, pura come il biancore della neve, la sua risoluzione mi faceva quasi male. L’ho conservata così a lungo che deve essere stata la prima in assoluto, un disegno primitivo sulla parete della grotta splendente della mia infanzia. Potevo riconoscere la mia mano, la goffaggine delle linee che seguivano la mente di un adulto e la visione di un bambino, ma non ricordavo di aver mai tenuto in mano un gessetto. Era mia, anche se non ne avevo le prove. Non ero nemmeno sicuro che i due adulti del parco fossero i miei genitori. La donna aveva il naso rotto di mia madre. Ricordo anche la storia che c’era dietro: aveva quattordici anni, era inverno, scese dalla collina con la sua slitta, veloce, andava veloce, poi colpì il pino, c’era pochissimo sangue, poche gocce che affondarono direttamente attraverso la crosta di neve, che si scioglieva in piccoli buchi, era così bello, non sentì dolore e fissò i punti rossi, per un momento, cercando di decifrarne lo schema, poi sgorgarono le lacrime. Mi disse anche che si era rotta il naso in un sogno che aveva sognato dopo aver letto una fiaba norvegese. Ricordo quello che mi disse, o che pensavo di ricordare. Né questo né quello erano la prova di nulla. Neanche il volto dell’uomo, i suoi lineamenti offuscati nella nuvola di yogurt del suo respiro. Per un istante sentii come se qualcuno avesse descritto queste scene in modo così dettagliato che iniziai a credere che quei ricordi fossero miei. Poteva essere stato mio padre: era capace di tali descrizioni, ne aveva a migliaia. Non sarebbe stata la prima volta. Forse era una delle sue storie, uno dei sintomi dell’Elephantiasis Memoriae, il cui livello di contagio mio padre aveva conservato fino agli anni della mia adolescenza. Dopo di che, la malattia, latente, sonnecchiò in qualche abbandonato vicolo cieco linfatico del mio corpo e si nutrì di se stessa.

La malattia. È come la peste di Camus. Aspettava il momento giusto e lo trovò al mio arrivo in questa città. Poteva sentire l’odore del luogo in cui era stata incubata e la stagione forniva condizioni perfette, simili a quelle di un laboratorio: puzza di muffa austro-ungarica e di più di 400 anni di ottomani. C’erano ampi viali con pioppi spogli a lato, parchi, la fortezza sull’altra sponda del fiume, passeggiate sugli argini, e la spiaggia cittadina disseminata di file di minuscole capanne chiuse a chiave. Poi, dietro l’angolo, attendevano i quartieri dalle strade strette e dalle case basse, l’umidità che strisciava fino a metà delle facciate che fissavano il passante con le loro doppie finestre kibitz all’altezza del ginocchio, e un massiccio ingresso ad arco, il cancello spalancato abbastanza da inghiottire un carrozza a due cavalli. Dietro c’erano stradine in cemento che conducevano a isolati di edifici da dieci piani, tutti uguali, e tutti con la stessa promessa di una vita migliore, illuminati da una debole luce proveniente da lampioni decimati e bidoni della spazzatura in fiamme.

Ero io quel bambino che guardava attraverso la staccionata di legno che separava la nostra abitazione dalla casa del vecchio Bernstein? Non potevo essere io. Non ho mai vissuto in questa città. Allora deve essere stato mio padre. È importante? C’era un buco in questo recinto abbastanza grande da consentire il passaggio di una piccola anguilla. Vecchie assi, mezze marce e piene di crepe, erano tenute insieme dal fil di ferro. Il giardino non era un luogo accogliente: il rottame arrugginito di un vecchio lavandino, lo scheletro di una sedia da giardino rotta e il porcospino di una ruota di bicicletta, il tutto seminascosto dalla foresta di erba alta e di erbacce spinose. Mi diressi verso l’angolo più lontano del giardino dove si trovava un melo nano. La sua vendetta per essere stato trascurato era il frutto più aspro della terra. L’intero posto trasudava abbandono e allo stesso tempo ne andava orgoglioso. Là mi riposai ed esaminai la mia mappa personale del giardino: ginocchia, braccia e piedi erano coperti di cicatrici. Alcune, pallide e lisce, altre recenti, ricoperte di croste. Dovevo toccarle, accarezzarle e contarle ogni volta. Le cicatrici diventarono l’unica prova dell’esistenza del giardino, una conferma che la grotta era reale e aveva dei disegni sulle pareti. Poi, di nuovo, la voce di mio padre sembrò occasionalmente riempire le fessure della memoria, serpeggiando come stucco tra le pietre dei miei ricordi, solidificandosi rapidamente nelle crepe. Sperai di trovare le mie cicatrici quando mi svegliai.

Era buio nei miei sogni d’albergo. Era un po’ meno buio nella mia stanza d’albergo. La fonte di luce comparve nel mio sonno e prese la forma di uno squillo. Svegliarsi e mettere insieme ciò che mi circondava fu come sollevare il mio corpo, le braccia tremanti, da una fossa colma di fango denso. Allungai la mano per afferrare il telefono.

***

The Cave

My father is dying and this is the only certainty. I had left my uncertainties, doubts and denials outside, at the entrance to the hospital, before I stepped in, determined to sit, hold his hand and not think. Barren hopes. The only thing I actually did was sit. Instead of his hand, I held what looked like a two-foot baguette wrapped in bandages, and what I thought to be thinking involved no process of thinking: it was all remembering. Involuntary, unmeant ploughing through hundreds and thousands of bits and pieces, gluing cracked-by-time pictures into a whole, or a hole, random cutting-and-pasting almost thirty years of the footage which documents our lives and, as on a medical chart, indicates all the stages, peaks and ravines of a harmless but at times disquieting disease the two of us have shared: Elephantiasis Memoriae.

I heard the rumble of the engine travelling far across the river, I saw him fishing, waist up in huge clouds of mosquitoes swaying after each move he made, he was the possessed conductor of a one-note orchestra. I heard us laughing in the kitchen, then suddenly we were in our old Fiat 650, hills approaching, vineyards of mild Riesling, their aisles flashing in endless in-between rows, grandfather’s cottage and two walnut trees at the gate. Wherever my remembrance reaches I find a picture, as if the disease made us all mute and then turned us into puppets that twist and jerk on the ropes of time, accompanied by the barely audible, gentle soundtrack of the past. When father rubs my face with his palms covered in peach hair, I can’t recall any words, just an unbearable itching sensation on my cheeks. If there were any words attached to these images they are lost now.

My father was a writer and he has nothing to say at the moment. A plastic tube is disappearing into the hole of his mouth framed by white bandages. His body is completely wrapped, not a single inch of his skin is visible. I find it difficult to recall the face of the man who shrugged off two heart attacks like one would a cold in spring and at the age of 73 still walked 6ft 2 tall, currents of silver running through his full head of hair, estuaries of wrinkles swelling under the tide of his smile. He is dying now. I am sitting at his bedside and I am dreaming of the word which would make his passage painless, although I have no idea whether he’s in
pain, or in a state of bliss or eternally suspended. Whether he is ready or fighting back for the last glance at the world he considered trustworthy. He’s been unconscious, in a deep coma. He is brain dead. He is kept alive thanks to the bouquet of needles dotting his veins and the wall of machinery out of which ribbed grey and transparent tubes grow like the tentacles of a synthetic octopus, and which semicircles his hospital bed, looms above his bedpost and occasionally breathes, winks, grinds and beeps at me.

I struggle to keep my eyes open. After hours of air-conditioning, they feel coated with sandpaper. Keeping them open or closed is equally painful. I am about to pass the point of exhaustion, soon I’ll be able to stay awake forever, like some perpetuum mobile fuelled by crushing fatigue. Would falling asleep make me selfish? What does awake or asleep matter to this wrapped up shape which I was told represented my father’s?

I thought my legs would give up while I followed the nurse from the reception to the Intensive Care on the second floor. In the elevator I mumbled “My legs…” “Your legs?” she said. I don’t think she expected an answer. She just smiled, her tiny, even teeth filling up the entire metallic cube, I could have fallen asleep right there, caped in her smile, on the floor of the jerkless elevator, going up and up, straight to the in-between floors where very tired people were taken and left to sleep in peace. She led the way along the semi-lit corridors, paintless stains on the walls mapping the years of neglect, my eyes fixed on the green blur of her uniform two steps ahead of me, my ears counting the rhythm of her clogs. Can I hold your hand, I thought of asking, but then she stopped in front of a milky glass door.

“You’ll find an extra blanket in the closet. Try to get some rest… if possible. Good night.”

When the door silently closed behind my back the first thing I noticed inside the room was a chair.

I spent my first night sitting in a plastic chair, next to father’s bed, my mind floating between the dimmed shapes of the room lit by the emergency exit sign above the door and the tinnitus caused by the changes of the air pressure during the flight. I kept drifting into colourless and uneasy dreams filled with throbbing images of my father and familiar voices belonging to wrong, unknown faces whose expressions sharply contradicted the words they were pronouncing. Every now and then I was awakened either by a ghost-nurse or a piercing pain constantly shifting its point of origin, drawing an ache-blueprint of my body, just to slip back into broken nightmares where everything looked recognisable and nothing made sense.

“Put something in your stomach? When did you last eat?”
“I don’t know.”
“I’ve got to change the bandages, it’s not a pretty sight. Why don’t you wait outside? Get some coffee from the machine on the first floor.”

I took the stairs. The wall between the floors was made of glass. A single huge window framed a group of darken-bark trees, poplars perhaps, their tops balding in the face of the coming winter. The ground among the trees was swapping its hair-grass for a cover-scale of wet, sticky leaves, the daylight still hatching somewhere above the invisible river, down at the bottom of the slope.

I passed the empty waiting room and reception, and walked to the end of the corridor where the coffee machine stood, a couple of armchairs either side. I drained the first cup in one gulp, standing, ignoring the burning on my tongue. The second cup I took slowly, in long sips, sunk deep into an armchair, hoping that the caffeine would help me steer away from the craggy landscapes of my mind. It didn’t, but what kept me was the hope it would.

The waiting room had half filled when I passed it on my way back. I was stopped at the reception desk and told that the doctors in charge of my father had arrived and would like to talk to me.

There were four of them, only one wearing a white coat, no stethoscopes or silvery pen-torches sticking out of their pockets, above printed names. Just ties. Three white shirts and one green Lacoste t-shirt. Rows of lit screens covered the walls, each displaying an x-ray portrait of a skull, bones or organs belonging to people who had no faces. It was a gallery of accidents, genes gone out of control and mutating tissue. I was offered a chair and for the next ten minutes heard that father was beyond the miracles of modern medicine. His condition was desperate. I should get ready for the worst. They really made an effort to talk in simple terms. I was told that almost 40% of his body was covered in first, second and third degree burns. He also had several head injuries, each one enough to plunge him into a coma. His legs, his left arm and most of his ribs were broken or cracked, but that’s a joke, Lacoste man said, compared with the burns. They wanted me to know that he was not suffering. I was also asked to leave my phone number with the head nurse. They were sorry. Their presentation was designed and delivered the same way I saw doctors do it in the movies. It was a formula that had been applied on numerous occasions, a speech containing a finely-balanced measure of their professionalism, information meant for the ears of a layman, a pinch of humanity and the feeling of finality: a sentence. Both Lacoste man and myself shared the experience for the first time.

I told them I appreciated it.

When I cautiously opened the door to his room, the nurse was gone. The bright, toothless November sun outside made no change in father’s room: it was semi-dark, curtains drawn, a lighter body-shaped patch lying on the bed, still. The chair was there too. One glance at it told me that I couldn’t allow myself to sit. I would remain in it, numb, paralysed by remembrance, milled by a feeling of guilt I couldn’t comprehend.

I had to go, have a good sleep. I had to leave the hospital, now, get out of this room filled with the smell of clay whose existence rested on its only certainty: my father is dying.

I was about to leave his room when I noticed the closet, the door open, father’s bag inside, on the bottom shelf. He won’t be needing it. I took it, went for the door and turned once more towards the bed: my father continued to die.

*

I took a taxi to the hotel. Snow had started in the meantime and was turning into a dark brown slush.

It took several attempts to insert the key into the hole, each one adding a fresh, tiny scratch in the cobwebbed chronicles of all those who had stayed in room number 10. As if my hand, left suddenly without any guiding hints, resented what was waiting on the other side: hours of staring into the ceiling, coping with disbelief and waiting for pain to wear out, steady stomach-hardening under the relentless cups of coffee.

The unmistakable odour of synthetic, light brown wall-to-wall carpet with its static electricity which rippled the hair on my legs with every step, floated in the stale air of the hotel room and its standard setting: a bed, two night tables, two haemorrhoid-inducing chairs and a wardrobe with three coat hangers. I dropped my suitcase on the floor and went for the window.

I could see a part of the cathedral with its green-red tile patterned roof and the freshly painted City Hall, its narrow balconies and tall windows edged by plaster vines and baroque heads. In the middle of the square stood a massive bronze monument to a local hero, its pigeon-shit covered fist threatening the clouds, calling for a struggle. The whole square was painted in the gloom of that winter month when the skies descend low and mirror the rusty glow of the nearby river. Here and there patches of snow had survived the morning. I could smell freshly baked pastry coming from the 2×3 place which shared the front façade with my hotel. Lines of street stands, plastic sheets for roofs, followed the pedestrian zone all the way down to the fish market and blasted top-ten turbo-folk hits. The crowd packed the streets although it was almost ten o’clock, in the middle of the working week.

My body dragged itself to the bed, my thoughts went the other way, towards the bathroom. I fell asleep and dreamt of having a hot shower. I entered the room soaking wet, dripping all over the carpet and suddenly realised I was born, and have lived since, in this city. It occurred to me that perhaps I was that child, wrapped in a blanket, on a sledge two adults pulled through the deep, freshly fallen snow. It was a night in February, the whole park across from our flat covered in a duvet of snow glittering under the bells of the lamp lights. It was an image in my dream, the image so distant, yet incredibly sharp, pure as the whiteness of the snow, its resolution almost hurting. I have carried it for so long that it must have been the very first one, a primitive drawing on the wall of the brightly lit cave of my childhood. I could recognise my hand, the clumsiness of the lines that followed the mind of an adult and a vision of a child, but I had no recollection of ever holding a chalk. I took it for mine, though I had no proof. I was not even sure whether the two adults from the park were my parents. The woman had my mother’s broken nose. I even remember the story behind it: she was fourteen, it was winter, she went down the hill on her sledge, fast, fast she went, then hit the pine tree, there was very little blood, a few drops which sunk straight through the crust of snow, melting tiny holes in it, it was so beautiful, she felt no pain and stared at the red dots, for a moment, trying to decipher the pattern, then the tears poured. She also told me that she broke her nose in a dream she dreamt after reading a Norwegian fairytale. I remember what she told me, or I thought I remembered. Neither proved anything. Nor did the man’s face, its features blurred in the yoghurty cloud of his breath. For an instant I felt as though somebody described these scenes in such detail that I started to believe those memories were mine. It could have been my father: he was capable of such descriptions, he had thousands of them. It wouldn’t have been the first time. Maybe it was one of his storytellings, one of the symptoms of Elephantiasis Memoriae, whose level of contagion he had maintained all the way up to my adolescent years. After that, the disease, latent, dozed in some forsaken lymphous cul-de-sac of my body and fed on itself.

The disease. It’s like Camus’ plague. It waited for the right moment and found it in my arrival in this city. It could smell the place it was incubated in, and the weather provided perfect, laboratory-like conditions: it reeked of Austro-Hungarian mould and stunk of more than 400 years of Ottomans. There were wide boulevards and nude poplars along their edges, parks, the fortress on the other side of the river, promenades along the levees and the city beach parcelled by rows of locked-up tiny cabins. Then around the corner, waited the narrow-street quarters of low houses, damp crawling halfway up their façades, each staring at the passerby with its double kibitz-windows at knee level, and a massive arched entrance, gate gaping wide enough to swallow a two-horse brougham. Behind them were passages of concrete leading into blocks of ten-storey buildings, all alike, and all with the same promise of a better life, lit by some faint light coming from decimated lamp posts and garbage bins set on fire.

Was I that child staring through the wooden fence which separated our building and the house of old Bernstein? It couldn’t have been me. I’ve never lived in this city. Then it must have been my dad. Does it matter? There was a hole in this fence big enough to let a child-eel through. Old planks, half rotten and full of cracks, were held together with wire. The garden was not a welcoming place: the rusty wreck of an old sink, skeleton of a broken garden chair and a porcupine bicycle wheel, all half-hidden in the forest of high grass and thorny weeds. I made my way towards the furthest corner of the garden where a dwarf apple tree stood. Its revenge for being neglected was the sourest fruit on earth. The whole place oozed abandon and at the same time took pride in it. There I rested and examined my personal map of the garden: my knees, arms and feet were covered in scars. Some pale and smooth, some recent, crusty. I had to touch, stroke and count them every single time. The scars became the only proof that the garden existed, a confirmation that the cave was for real and had drawings on the walls. Then, again, father’s voice seemed occasionally to fill the crevices in my memories, meandering like grout between the stones of my remembrance, solidifying fast in the cracks. I was hoping to find my scars when I woke up.

It was dark in my hotel dreams. It was somewhat less dark in my hotel room. The source of light appeared in my sleep and took the form of ringing. Waking up and putting together my surroundings felt like pulling my body, arms shaking, up from a pit filled with thick mud. I reached for the phone.

***

Commento del traduttore

“La grotta”, il racconto dell’amico e scrittore serbo Goran Mimica, accoglie il lettore con un pugno in faccia: “Mio padre sta morendo e questa è l’unica certezza.”
Per il protagonista narrante, il doloroso presente consiste nelle notti in ospedale a vegliare il padre su una sedia scomoda; nel colloquio con i medici sulle condizioni disperate del ricoverato, identico a quello dei film, come riconosce il protagonista; nel sonno sfasato e inquieto in albergo.
All’agonia del padre corrisponde però, anzi ne è causato, un evocativo riavvolgimento della memoria, quella Elephantiasis Memoriae che il protagonista condivide con il genitore, quasi fosse una malattia ereditaria. Affiorano ricordi familiari che fluttuano in un oceano temporale, come l’isola che appare al termine di Solaris, il film del regista russo Tarkovskij tratto dal romanzo dello scrittore polacco Lem. Memorie che si confondono. Sono ricordi autentici? Storie o ricordi narrati dal padre, o dalla madre? Oppure sono sogni? Se il padre morente è il presente certo, nella memoria del figlio il passato si liquefa e si trasforma, manifestandosi nell’attualità del ricordo con quell’incertezza che comunque dà un senso alla vita presente, all’identità personale.
Il racconto è impreziosito da vivide immagini, realistiche (vidi mio padre pescare, immerso dalla vita in su in enormi nuvole di zanzare che ondeggiavano a ogni suo movimento) e metaforiche (correnti d’argento gli attraversavano la testa piena di capelli, estuari di rughe si gonfiavano sotto la marea del suo sorriso), che assieme alle sensazioni vissute creano la sostanza del ricordo perché Se c’erano delle parole collegate a queste immagini, ora si sono perse.

Ringrazio Rachele Salvini per aver rivisto la traduzione.

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L’autore

Goran Mimica scrive dalla metà degli anni ’80. Ha pubblicato racconti, articoli, recensioni letterarie e tre libri (in serbo): Kratka Motka za Neposlusne, (racconti, Serkl, Novi Sad, 2000), Korografija (romanzo, Stylos, Novi Sad, 2002) e Svinado (romanzo, Futura, Novi Sad, 2005). Attualmente sta cercando un editore per il suo ultimo romanzo Grime (in inglese).
Dalla metà degli anni ’90, Mimica lavora con il regista tedesco Michal Kosakowski. La loro collaborazione include cortometraggi, film sperimentali, documentari e il lungometraggio German Angst.
Inoltre, Mimica ha insegnato e lavorato presso varie Università, in Polonia (Silesia University), USA (Yale University), Inghilterra (University of London), e attualmente in Italia. Quando non insegna, lavora come copywriter.
Goran Mimica vive in Italia e scrive in inglese e serbo.

Il traduttore

Maurizio Donazzon alterna racconti contemporanei a racconti di genere. Tiene corsi di Scritture creative a Treviso. Da un Laboratorio sull’intervista è tratto il volume Storie di vita migrante, Terra Ferma Edizioni, 2015.
I suoi racconti sono presenti in Il Loggione Letterario, Il Paradiso degli Orchi, Lahar Magazine, Narrandom, Sguardindiretti, Spazinclusi, Verde Rivista, WebSite Horror. Autore presso Spazinclusi, cura la sezione Abbecedari di Spazinclusi dedicata ad autori stranieri tradotti in italiano. Link a tutti i suoi testi.

Copertina originale di Chiara Tescione

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